L’Autunno caldo, la strage di Piazza Fontana

L’Autunno caldo

Se il 1968 fu l’anno degli studenti, il 1969 fu quello delle cosiddette “tute blu”. A Milano, Torino, Genova, il baricentro delle lotte si spostò dalle aule universitarie ai cancelli della Fiat, dell’Alfa Romeo, della Magneti Marelli, della Sit-Siemens, come se quella brezza rivoluzionaria che per un anno aveva incendiato gli animi degli studenti fosse d’un tratto giunta nelle maggiori fabbriche del Nord. Fu tra il Settembre ed il Dicembre del ’69 che la questione operaia esplose con una forza che né i sindacalisti né gli imprenditori avevano previsto; cominciò il cosiddetto autunno caldo. Sullo sfondo del rinnovo contemporaneo di 32 contratti collettivi di lavoro, cinque milioni di lavoratori dell’industria, dell’agricoltura e di altri settori erano fortemente decisi a far sentire tutto il peso delle proprie rivendicazioni.

Tensioni e disagi covati da tempo nelle piaghe di uno sviluppo convulso vennero allo scoperto, e sì che la base di partenza era piuttosto vasta, se è vero com’è vero che i salari erano tra i più bassi d’Europa, che le condizioni di lavoro di molti operai – anche alla luce delle attuali norme sanitarie – erano quantomeno discutibili, che «…in Italia c’è un morto ogni ora, un invalido ogni venti minuti, un infortunio ogni 4 secondi», come ebbe a dire l’allora segretario della CISL, Pierre Carniti. Ma l’autunno caldo fu molto più della rituale intensificazione del conflitto industriale che si accompagna ad un’importante scadenza contrattuale, fu un grande movimento collettivo che sorpassò i confini dei gruppi di lavoratori interessati al rinnovo dei contratti, e le cui domande furono ben più vaste ed indefinite di quelle normalmente espresse dal sindacato. Fu un movimento inizialmente sostenuto soprattutto dai cosiddetti “operai massa”, cioè dagli operai non qualificati o poco qualificati delle catene di montaggio, immigrati dal Sud sottosviluppato.

Praticamente privi di tradizioni sindacali, spesso disprezzati nel loro stesso paese, tendevano a protestare contro le loro misere condizioni di vita e di lavoro in forme spesso anche violente. Ed infatti avvenne qualcosa di nuovo: in fabbrica si produssero avvenimenti inediti e clamorosi ove la dialettica ed i metodi di lotta sindacale emersero, per la prima volta dopo molto tempo, veramente dal basso e con una forza inaspettata: Nacquero i C.U.B. Comitati Unitari di Base, i Gruppi di studio, che spesso affiancavano gli operai agli studenti, ed i lavoratori così organizzati finirono non di rado per scavalcare e contestare da sinistra le linee sindacali. Ad un potere fortemente verticalizzato come quello della fabbrica si contrappose un altro potere più allargato e duro, capace di suscitare tensioni, generare conflitti in forme e misure del tutto inedite. In questo quadro i gruppi di estrema sinistra, i cosiddetti gruppi extraparlamentari, finirono col porsi in una posizione frontalmente avversa a quella di CGIL, CISL e UIL, e spesso le incomprensioni causate da quella enorme passione politica sfociarono in veri e propri disordini. In quei mesi ci fu un vero passaggio di cultura che sconvolse i comportamenti di tutti, operai prima e tecnici poi.

Le rappresentanze sindacali a molti sembrarono obsolete, le Commissioni Interne che bene avevano svolto il loro compito negli anni ’50 finirono con l’essere sostituite dalle riunioni di reparto, dalle assemblee, spesso improvvisate, che infiammavano quasi tutti nelle fabbriche, ed in questo elemento è facile riconoscere la diretta influenza del movimento studentesco. Così Mario Moretti, uno dei capi storici delle BR ricorda quel periodo: «…la partecipazione era massiccia, i modi totalmente nuovi: non esiste un relatore unico, il microfono lo prendevano in tanti […] le riunioni si trasformavano in un potente strumento di autodeterminazione […] ricordo che noi della Sit-Siemens e i compagni dell’Alfa indicemmo un’assemblea così grossa che per farci entrare tutti occupammo il palazzetto dello sport che c’è tra le due fabbriche […] venne fuori un’assemblea fantastica, discutemmo su tutto: normative egualitarie, riduzione degli orari, mobilità interna, salari svincolati dalla produttività, e poi le forme di lotta…». Comunque l’assenza di una crisi istituzionale acuta permise alle dirigenze sindacali di porre l’accento più sugli elementi di unità e lotta che sulle divisioni; le scadenze elettorali lontane portavano a considerare con più attenzione i problemi posti giorno per giorno dallo sviluppo del movimento operaio, e poi «…per quanto i C.U.B. potessero urlare, a Roma a trattare ci andavano i sindacati ufficiali ». In questo modo i vertici sindacali poterono contare su di una presenza politica molto forte, talmente forte che alcuni osservatori finirono col parlare perfino di “supplenza sindacale” al sistema dei partiti. Il 9 Dicembre ’69 firmarono l’accordo Sindacati e INTERSIND, che raggruppava le imprese a partecipazione statale, il 21 dello stesso mese, dopo 4 mesi di lotta, fu la volta della CONFINDUSTRIA. Fu una vittoria delle richieste operaie: aumenti di paga uguali per tutti e riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali. I metalmeccanici acquisirono inoltre il diritto a tenere assemblee in fabbrica. Francesco Carpani Glisendi, capo della delegazione degli industriali al tavolo delle trattative, così commentò la firma dell’accordo: «…abbiamo accettato il contratto subendo un’imposizione del Governo […] siamo stati assolutamente responsabili in una situazione difficile come quella attuale italiana […] l’autunno sarebbe potuto diventare da caldo che era caldissimo ». Per contrasto riporto anche l’opinione di Moretti: «…nelle fabbriche dove la lotta ha avuto maggiore intensità, la discussione è ben oltre quello che hanno stipulato i sindacati nei loro accordi […] si pensa già a come organizzare strutture che permettano di andare oltre il sindacato ». Il frutto legislativo dell’autunno caldo fu lo “Statuto dei lavoratori” portato a termine cinque mesi più tardi. Esso comprendeva, e comprende tuttora, una serie di articoli sulla dignità e sui diritti dei lavoratori che sono il riflesso legislativo di un mutamento dell’opinione pubblica, oltre che dei rapporti di forza.

Fra questi il divieto delle indagini di opinione, la limitazione dei trasferimenti ai casi di necessità comprovata, la regolamentazione degli accertamenti sanitari e delle sanzioni disciplinari. Sono norme che non riguardano specificatamente l’attività sindacale ma l’assieme del rapporto di lavoro. Il successo senza precedenti delle battaglie sindacali dell’autunno caldo, in termini di aumenti salariali e miglioramenti normativi, il mutamento dei rapporti di forza a favore della classe operaia che si traduceva nell’affermazione di un potere sindacale che non aveva confronto in nessun altro paese industriale, furono dunque registrati dai gruppi più estremisti come una cocente sconfitta; la presunta autonomia della classe operaia sembrava eclissarsi sotto il controllo degli odiati sindacati visti come il braccio secolare del Capitale dentro la classe, per cui la soluzione veniva trovata – soprattutto nei movimenti più operaisti come Potere Operaio e il Collettivo Politico Metropolitano – nell’organizzazione del proletariato e, soprattutto, dall’autonomia operaia. A parte i risultati oggettivi, peraltro importanti, l’autunno caldo si chiuse con un avvenimento della massima gravità, sia per le conseguenze dirette sia per quelle – chiamiamole così – indotte: Milano e l’Italia intera furono sconvolti dalla Strage di Piazza Fontana.

La strage e le sue conseguenze

la strage di Piazza Fontana - copertina libro

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Per ciò che riguarda le conseguenze dirette, pare quasi superfluo ricordare l’agghiacciante cronaca: Venerdì 12 Dicembre 1969 alle 16.37 nel salone centrale della Banca Nazionale dell’agricoltura in Piazza Fontana a Milano esplode una bomba che causa 16 morti e 87 feriti. I morti sono tutti clienti della banca: coltivatori diretti, imprenditori agricoli della provincia, nessuno è un artefice della “contestazione” o un rappresentante del sistema, sono tutti semplici cittadini. Oggi, dopo quasi 30 anni e 9 processi, non sappiamo ancora bene chi mise e chi fece mettere la bomba. Gli inquirenti seguirono dapprima la pista anarchica, poi quella fascista, poi ad essere visti con sospetto furono i servizi segreti, poi ancora una joint venture tra tutti e tre, infine la colpa è stata addossata alla CIA ed agli americani che avrebbero fatto da burattinai. In molti asseriscono che la verità non sia stata raggiunta perché non si è voluto raggiungerla.

Piazza Fontana è considerato l’inizio del terrore, per la prima volta infatti si contarono i morti, già da tempo però c’era in Italia chi andava mettendo bombe, l’unica differenza sta nel fatto che fino a quel tragico 12 Dicembre ’69 nessuno aveva perso la vita. Il riferimento in particolare è da farsi con gli attentati dell’Aprile ma soprattutto dell’Agosto ’69, quando furono una dozzina le bombe piazzate sui vagoni di 1ª classe in linee ferroviarie di mezza Italia, e la cosa non può certamente essere considerata casuale, l’azione era ben orchestrata. Anche il giorno della strage di Milano le bombe piazzate erano 5, e tutte sarebbero dovute scoppiare nel giro di un’ora. A far ingarbugliare ancor di più la matassa ci fu un altro avvenimento: alla mezzanotte del 15 Dicembre dello stesso anno Giuseppe Pinelli, anarchico, morì precipitando dalla finestra della questura di Milano dov’era in corso il suo interrogatorio. Il questore Marcello Guida a poche ore dal fatto disse che Pinelli si era suicidato e che il suo gesto era equivalente ad una confessione. La storia però non reggeva, e ad affermarlo fu poco dopo lo stesso Giuseppe Calabresi, il commissario di Polizia che stava interrogando Pinelli. La sinistra, ed in particolare il giornale “Lotta Continua”, iniziò una violenta campagna di stampa contro il commissario. Certa sinistra ricavò da Piazza Fontana materiale più che sufficiente per alimentare il sospetto e la paura di un rischio di “golpe fascista”, la strage e i torbidi intrallazzi che ne seguirono sono ancora oggi l’alibi che in molti usano per giustificare la degenerazione del Movimento. La tesi è quella per la quale l’estrema sinistra diventò violenta come reazione al complotto di stato ordito per fermare l’onda progressista che stava scuotendo il paese. A tale proposito Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco milanese afferma: «Ridemmo fino a quando fummo posti di fronte allo strazio di Piazza Fontana […] la risposta alla contestazione furono le bombe e le stragi ». Sulla stessa linea si trovano sia Renato Curcio, quando afferma: «…con Piazza Fontana il clima improvvisamente cambiò […] a quel punto scattò un salto di qualità nel nostro pensiero e poi nel nostro agire […] le bombe sono un atto di guerra contro le lotte e il movimento, dimostrano che siamo arrivati ad un livello di scontro molto aspro», sia Mario Moretti: «…da quel momento sappiamo che ogni cambiamento dovrà fare i conti con qualcosa di oscuro di cui percepiamo soltanto la potenza […] ci sentiremo sempre, e non a torto, sovrastati da forze capaci di determinare ciò che veramente conta.

Ogni volta che si arriva ad un certo punto, succede qualcosa che ridetermina gli spazi dall’esterno, da fuori, e non vedi da dove […] lo senti che sei a un punto oltre il quale o riesci a pesare sugli equilibri generali del potere o la lotta in fabbrica muore […] capiamo che bisogna allargare la strategia». La situazione che in generale si venne a creare nei gruppi (o nelle “avanguardie”, come loro stessi amavano chiamarsi) massimalisti presenti sia nelle fabbriche che nei circoli o nelle università, è riassunta in modo chiaro qualche anno dopo con le stesse parole del brigatisti: «Il terrorismo nel nostro paese è una componente della politica condotta dal fronte padronale a partire dalla strage di Piazza Fontana per determinare un arretramento generale del movimento operaio e una restaurazione integrale degli antichi livelli di sfruttamento. In particolare con questa politica il padronato ha puntato a realizzare alcuni obiettivi fondamentali, quali: favorire la crescita del blocco reazionario oggi al potere e delle sue componenti interne o parallele più fasciste nella prospettiva di ristabilire il controllo nelle fabbriche e nel paese, e scardinare le organizzazioni rivoluzionarie e addebitando alla sinistra provocazioni antioperaie e fasciste secondo gli schemi degli opposti estremismi e dell’equivalenza di ogni manifestazione violenta […] Organizzare la resistenza e costruire il potere operaio armato sono le parole d’ordine che guidano il nostro lavoro rivoluzionario. Cosa ha a che fare col terrorismo tutto questo?».
È da sottolineare il ruolo di precursore che assunse  Giangiacomo Felrtinelli, editore “benestante” preoccupato dall’idea che un colpo di stato fascista sul modello dei Colonnelli greci sarebbe stato imminente,  nel ’68 scrisse un saggio dal titolo

“Persiste la minaccia di un colpo di stato in Italia”; ma non solo, nel Marzo ’69 la sua casa editrice pubblica un libretto intitolato La guerriglia in Italia, contenente dettagliate istruzioni sul come sostenere la guerriglia stessa. Lo stesso CPM, Collettivo Politico Metropolitano, – di cui avremo occasione di parlare in seguito – già nel Novembre del ’69 formula l’ipotesi della lotta armata. Così Luigi Manconi, oggi portavoce dei Verdi ma a quel tempo membro di Lotta Continua, spiega il salto di qualità che fu indotto dalla strage: «Le bombe alla Banca dall’agricoltura e la morte di Pinelli vennero viste dal movimento come la fine dell’innocenza, cioè non avevamo previsto che il nostro nemico potesse ricorrere a tale forma di violenza […] veniva alzato all’improvviso il livello dello scontro, la qualità della violenza, non più solo di piazza […] un momento che indusse una quota, pur minima, di tutte le organizzazioni extraparlamentari a passare alla clandestinità, dunque alla lotta armata ». Lo stesso afferma il giornalista della RAI G. Santalmassi: «…anche al momento in cui si spinsero le indagini su Piazza Fontana verso sinistra, si spinsero indirettamente i partigiani e molti fra i compagni più radicali a pensare di essere effettivamente sotto la minaccia di un golpe, di essere in pericolo, quindi ad armarsi».

Ultima testimonianza che riporto è quella del prof. Tony Negri: «…ogni possibilità di alternativa politica reale ci fu tolta […] di fronte alla possibilità di reinserire questi movimenti sociali si rispose con la repressione […] i “cattivi maestri” vanno ricercati a monte…». La bomba di Piazza Fontana servì dunque a spingere, ad esasperare, a far maturare importanti quanto radicali decisioni, decisioni che per certi versi erano quasi state prese. Il tempismo degli attentatori, ma soprattutto degli occulti mandanti, fu quindi notevole, tanto notevole da apparire quasi studiato a tavolino. Non mi pare giusto ne possibile non menzionare, almeno brevemente, le altre gravi stragi che seguirono Piazza Fontana. In ordine quella di Peteano, in provincia di Gorizia, nel 1972 quando un’auto imbottita di tritolo uccise tre Carabinieri. Quella di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, ove nel corso di una manifestazione antifascista esplose una bomba che provocò 8 morti e 94 feriti. Ancora sul treno Italicus, quando all’interno di una galleria tra Bologna e Firenze, correva sempre l’anno 1974, una bomba ad alto potenziale esplose provocando 12 morti e 105 feriti. Alla stazione ferroviaria di Bologna, nell’Agosto del 1980, l’esplosione di un ordigno potentissimo collocato nella sala di attesa di seconda classe provocò la morte di 85 persone e il ferimento di altre 200. Sul rapido 904, nella galleria di San Benedetto Val di Sambro, alla vigilia del Natale del 1984, esplose una bomba provocando 15 morti e 139 feriti. Una lunga scia di sangue che, in molti casi, non ha visto punire i colpevoli. Insomma, come fu autorevolmente affermato anche nell’inchiesta parlamentare sulle stragi, destabilizzare per stabilizzare; la tensione sociale doveva essere lo strumento per un rafforzamento autoritario del governo del Paese. A questo punto, per chiudere il quadro, è opportuno accennare ad altri due fatti che fanno comprendere quale fosse il clima che si respirava in Italia in quegli anni.

Il primo è il “Piano Tora Tora”, un altro tentativo (dopo il “Golpe de Lorenzo” ) di colpo di Stato ad opera di battaglioni militari guidati dal fascista Junio Valerio Borghese che, nel dicembre del 1970, occuparono per diverse ore il Ministero degli interni fino a un misterioso contrordine che fece rientrare tutti nelle caserme. Il tutto, secondo alcuni giudici, sotto gli occhi del SID e dell’Ambasciata americana. Un episodio incredibile. Uno dei golpisti interrogati, un certo Gaetano Lunetta, dichiarò: «Il golpe Borghese c’è stato davvero: con i camerati di La Spezia e della Liguria siamo stati padroni assoluti del Viminale […] ed è anche sbagliato definirlo golpe ‘tentato’ e poi rientrato. Il risultato politico che voleva ottenere chi aveva organizzato l’assalto è stato raggiunto: congelamento della politica di Aldo Moro, allontanamento del PCI dall’area di governo, garanzie di una totale fedeltà filoatlantica e filoamericana: la verità è che il golpe c’è stato ed è riuscito». Si trattava di una strategia del tutto analoga a quella utilizzata con il “Piano Solo”. Il secondo evento è rappresentato dall’ascesa di Licio Gelli. Con un passato di fascista e repubblichino, già a partire dagli anni sessanta fondò una loggia massonica segreta finanziata – come si è saputo solo dopo l’inchiesta parlamentare – dalla CIA, denominata “Propaganda 2”, ma più nota come “P2”, che ben presto divenne un centro di potere occulto che si è intrecciato con la storia politico-istituzionale dell’Italia e dei suoi servizi segreti, da cui Gelli stesso, fin dall’inizio, reclutò centinaia di adepti.

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