Gruppi e movimenti anni 60/70

Le immagini scelte sono puramente casuali

 

    

 

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I primi movimenti di estrema sinistra nacquero agli inizi degli anni ’60, proprio mentre dopo la caduta del governo Tambroni, si aprirono concrete prospettive di riforma e di allargamento democratico del sistema di potere, e nacquero per iniziativa di nuclei di dissidenti della sinistra comunista e socialista e di intellettuali radicali marxisti che insorsero contro la linea riformista della sinistra storica; così nell’Ottobre ’61 uscì il primo numero dei Quaderni Rossi, il 1962 ebbero i natali il primo gruppo Marxista-Leninista (“Viva il leninismo”) e la rivista Quaderni piacentini, nel ’64 prenderà il via Classe Operaia. L’impulso più profondo ed efficace allo sviluppo della “sinistra rivoluzionaria” venne dalla drammatica contraddizione, interna al PCI, tra politica riformistica e ideologia rivoluzionaria rappresentata dal Marxismo-Leninismo, che non solo informava la cultura e la mentalità dei militanti, ma poneva la propria egemonia sul mondo intellettuale italiano. Una sorta di schizofrenia che sollecitava la ricerca di una via d’uscita nell’estremismo politico e dottrinario. Così alla prassi riformista e al revisionismo dei partiti ufficiali, i movimenti estremistici andavano opponendo un ritorno alla purezza originaria e alla teoria rivoluzionaria di Marx e Lenin, magari riletta ed interpretata attraverso il filtro della Scuola di Francoforte. Anche nello stesso PCI, attorno a Luigi Pintor e Rossana Rossanda, nacque il 23 Giugno del ’69 “Il Manifesto”, rivista di ricerca politica ma soprattutto di contestazione a sinistra della linea ufficiale; nel Novembre i responsabili del periodico vennero radiati, e il Manifesto, che due anni dopo si trasformerà in un quotidiano, assunse, parallelamente ai caratteri editoriali, le caratteristiche di un piccolo ma agguerrito partito. La sua funzione culturale, prima ancora che politica, sarà quella di affrontare criticamente il ruolo controverso della sinistra italiana interpretandolo al di là delle sue funzioni costituzionali, ma senza mai varcare il fossato della violenza. Accadde poi che quando all’interno del movimento studentesco e non, iniziarono a prendere corpo e voce le diversità di vedute, quando in altre parole emersero all’interno e all’esterno dello stesso movimento altri leader che adottavano per la linea di condotta generale fino ad allora seguita, le variazioni che ritenevano indispensabili per il trionfo delle masse di operai e studenti (dunque per la realizzazione di una società comunista), si formarono vari gruppi, ed anche il movimento studentesco milanese si trasformò in Movimento Studentesco, con la fondamentale differenza che, in un certo senso, il caos si dotò di una forma organizzativa; per altro in quel preciso contesto una forma organizzativa esisteva già in materia di scontri di piazza, ed anzi proprio il Movimento Studentesco capeggiato da Mario Capanna era famoso per l’aggressività del proprio “organizzatissimo” servizio d’ordine, i famosi “Katanga”, che non mancherà di menar le mani nel nome dell’antifascismo militante. Impossibile non notare come la carta stampata fu il medium preferito di quella fase di ebollizione teorica che si radicalizzava sempre più verso i temi fondamentali dell’organizzazione rivoluzionaria, ed il rifiuto per i consueti e – per loro – obsoleti mezzi di informazione era proprio alla radice della scelta. In quasi tutti questi gruppi il mito dell’operaio era pari solo a quello della Resistenza, ed il concetto di “autonomia operaia” era di centrale importanza. Come ha specificato Toni Negri: «Autonomia come irriducibilità al capitale e, insieme, come autenticità originaria della classe, che si contrappone ai partiti storici del movimento operaio e ai sindacati, sovrastrutture burocratiche e ideologiche, o addirittura articolazioni dello stato del capitale dentro la classe, subdole istituzioni di controllo e di repressione nei confronti del proletariato rivoluzionario».

 

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