Collettivo Politico Metropolitano (CPM)

Collettivo Politico Metropolitano

 

Ultimo gruppo organizzato del quale è necessario parlare, nonostante che la sua sia stata una breve esistenza e che non è qualitativamente né quantitativamente paragonabile con i gruppi precedenti, è il Collettivo Politico Metropolitano (CPM). E’ però al suo interno che militava il futuro ‘Nucleo Storico’ delle Br, è dunque quasi obbligatorio parlarne. Su di esso in un rapporto dell’allora prefetto di Milano Libero Mazza al Ministro degli Interni si leggeva: «Altro gruppo di esclusiva cittadinanza milanese è il CPM, sorto nel dicembre ’69 per iniziativa di alcuni appartenenti a gruppi della sinistra extraparlamentare, con lo scopo di costituire un organismo di militanti attivi di base […] per contribuire alla crescita politica delle masse e alla trasformazione dello scontro in lotta sociale generalizzata». Ma l’importanza del CPM appare palese nell’ultimo capoverso del rapporto, allorché vi si leggeva: «Al dichiarato scopo di promuovere l’autonomia operaia rispetto alle organizzazioni politico-sindacali, il gruppo ha recentemente annunciato la formazione di nuclei denominati Brigate Rosse da inserire nelle fabbriche». Data la particolare rilevanza del CPM, è bene ripetere che le lotte studentesche del ’68 non erano per niente passate senza lasciar traccia; nelle fabbriche la spontaneità operaia aveva colto di sorpresa le organizzazioni tradizionali, così in numerosi stabilimenti industriali si erano creati gruppi di studio o collettivi che ponevano in evidenza nei loro programmi il problema dell’organizzazione e dell’autonomia operia anche al difuori delle fabbriche. Così il Collettivo Politico Metropolitano era nato proprio come punto di fusione delle diverse esperienze dei vari CUB (comitati unitari di base) della Pirelli, dei Gruppi di studio della Sit-Siemens e dell’IBM, dei Gruppi autonomi dell’Alfa Romeo e della Magneti Marelli, del Movimento Studentesco, dei collettivi operai-studenti, per il “superamento dello spontaneismo e costruzione del processo rivoluzionario”, come titolava lo stesso documento d’esordio del gruppo. Il CPM – si asseriva nel testo – aveva come carattere essenziale una natura transitoria, poiché non si poneva come organizzazione rivoluzionaria ma come momento di mediazione – elastico e dinamico – preliminare e necessario alla sua costruzione. Nei suoi documenti, tra i quali una rivista titolata Sinistra Proletaria, si leggeva tra l’altro: «Non è con le armi della critica e della chiarificazione che si intaccano la corazza del potere capitalistico e le croste della falsa coscienza delle masse […] lo scontro violento è ormai una necessità intrinseca, necessaria, sistematica e continua dello scontro di classe». Il CPM diventò rapidamente – soprattutto a Milano – un organismo di massa presente in decine di fabbriche, scuole e con un buon radicamento nei quartieri popolari; veniva in particolare visto con simpatia e interesse dall’area dei militanti di Potere Operaio che in esso – pur nella differenza – individuavano un esempio realizzato di organismo dell’autonomia operaia.
“Nel calderone del CPM (scriverà Curcio) nessuno cercava una definizione ideologica unitaria, ma ognuno portava il proprio bagaglio ideologico-culturale accumulato negli anni precedenti”. C’erano dunque operai, studenti, cattolici del dissenso, tecnici arrabbiati, tutti accumunati da un comune sentire per le lotte sociali che si erano sviluppate.
Il problema della lotta armata e dell’entrata in clandestinità venne per la prima volta discusso apertamente in un convegno tenuto dal gruppo all’Hotel Stella Maris di Chiavari nel Dicembre ’69, e nel documento finale si affermò che la lunga marcia rivoluzionaria nella metropoli, la lotta popolare violenta e generalizzata, era l’unica risposta adeguata alla repressione attuata dalla borghesia. Comunque, come affermato anche da Alberto Franceschini, in quella sede la possibilità di passare alla lotta armata venne presa in esame ma considerata improponibile, almeno nell’immediato futuro. È da tenere presente, anche grazie ad alcune testimonianze dirette, che l’ultimo giorno del convegno di Chiavari venne interrotto dai partecipanti quando questi si accorsero di essere tenuti sotto controllo da alcuni agenti della DIGOS, la quale conosceva esattamente i nomi di tutti gli appartenenti al CPM, nomi tra i quali spiccavano quelli di Renato Curcio e della compagna Margherita “Mara” Cagol, Mario Moretti e del già citato Alberto Franceschini, tutti componenti del futuro “nucleo storico” delle Brigate Rosse. L’anima politico-militare del gruppo si rafforzò invece a partire dai primi mesi del ’70; al cambiamento di rotta non sono certamente estranei né i fatti di Piazza Fontana e di Pinelli, né l’incriminazione dell’anarchico Valpreda, né tantomeno il fatto che Feltrinelli avesse costituito i GAP (gruppi di azione partigiana) e dalle parole fosse passato all’azione, e che alcuni ‘compagni’ di Genova avessero annunciato di aver costituito il gruppo “XXII Ottobre”, con un preciso programma di lotta armata. Nell’Agosto del ’70 ci fu un altro incontro, e un centinaio di militanti si riunì per tre giorni a Pecorile, vicino a Reggio Emilia; nella loro relazione Renato Curcio e Corrado Simioni affermarono che era necessario formare un’avanguardia interna al movimento operaio e che questa avrebbe dovuto essere in grado di coniugare la politica con la «guerra». Si parlò di esplicitamente di guerriglia, e la “giungla” fu individuata in Milano, «vetrina dell’impero». Il CPM mutò in Sinistra Proletaria, dotandosi di un giornale ad uscita saltuaria, ed è proprio nell’ultimo numero di Sinistra proletaria (Gennaio ’71) che gli eventi successivi appaiono del tutto scontati anche ad un lettore distratto: si proclamava, infatti, ufficialmente la «necessità di radicare nelle masse proletarie in lotta il principio non si ha potere politico se non si ha potere militare, per educare, attraverso la lotta partigiana, la sinistra proletaria e rivoluzionaria alla resistenza, alla lotta armata»; ed il naturale sviluppo del gruppo era evidentemente proprio l’entrata nella clandestinità. Il passaggio ‘dalle armi della critica alla critica delle armi’ era cosa fatta. La cosa si verificò però in modi ed in tempi differenti a seconda delle persone.

 

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