The talk show must go on

Gli stra­nieri rubano il lavoro o cer­cano il futuro? Cosa ne pen­sate? Diteci la vostra” alle 23:12 del 2 otto­bre, Ser­vi­zio Pub­blico, la tra­smis­sione di San­toro, faceva que­sta domanda via twit­ter ai pro­pri spet­ta­tori. Pre­sumo che stes­sero par­lando di immi­gra­zione, sbar­chi o non so esat­ta­mente cosa per­ché non guardo Ser­vi­zio Pub­blico. A dire il vero non guardo nes­suno dei “talk show di appro­fon­di­mento poli­tico” che da alcuni anni a que­sta parte hanno invaso i palin­se­sti di Rai, Media­set e La7. Comin­ciano al mat­tino pre­sto con Agora Rai, pro­se­guono verso l’ora di pranzo con Omni­bus per poi andare avanti quasi inin­ter­rot­ta­mente fino alla seconda serata con i totem quali Porta a Porta o Matrix. Per non par­lare di quei con­te­ni­tori mat­tu­tini e pome­ri­diani, dove a volte ven­gono ospi­tati gli stessi poli­tici e dove una Bar­bara D’Urso o un Mas­simo Giletti diven­tano i poli­to­logi di turno.

Pos­si­bile che il dibat­tito poli­tico anzi la rap­pre­sen­ta­zione del dibat­tito poli­tico sia diven­tata intrat­te­ni­mento? Pos­si­bile che esi­sta gente alle 8 del mat­tino che accende la tv per ascol­tare un Gasparri, una San­tan­ché o un Orfini, par­lare e discu­tere col pro­prio avver­sa­rio di turno? Stento a cre­derci eppure par­rebbe così. Del resto a pen­sarci bene que­sti con­te­ni­tori sono tra­smis­sioni tele­vi­sive poco costose (nes­suno degli ospiti riceve un cachet) ma allo stesso tempo fat­tu­rano introiti pub­bli­ci­tari evi­den­te­mente con­si­stenti. Se la tv è fin­zione anche il dibat­tito poli­tico è fin­zione tanto quanto l’inchiesta gior­na­li­stica sem­pre più rele­gata in brevi ser­vizi (di qua­lità supe­riore) stru­men­tali al con­sueto pseudo dibat­tito o appro­fon­di­mento. Accanto a tutto que­sto si affer­mano uomini e donne, sia come con­dut­tori (in que­sto caso quasi pre­va­len­te­mente uomini) gior­na­li­sti e poli­tici che diven­tano i veri pro­ta­go­ni­sti delle serate o mat­ti­nate tele­vi­sive, quasi da poterne creare una figura pro­fes­sio­nale appo­sita: l’opinionista poli­tico a tut­to­tondo. I vari Flo­ris, San­toro, Para­gone, Gru­ber, Telese, Vespa, etc etc, sono gli anchorman/anchorwoman più accre­di­tati, sban­die­rati dall’area poli­tica più affine, usati come clave o come zer­bino al momento del biso­gno, pro­ta­go­ni­sti di for­mat noiosi, ripe­ti­tivi e spesso lun­ghi oltre le 2 ore se non 3, tanto da somi­gliare troppo spesso a pro­grammi tipo la Dome­nica Spor­tiva. Ma almeno lì ci sono i gol, il cal­cio gio­cato, oltre alle noiose chiac­chiere dei protagonisti.

A volte penso che que­ste tra­smis­sioni, soprat­tutto quelle mat­tu­tine e pome­ri­diane, si rivol­gono sol­tanto agli addetti ai lavori, cioè alla poli­tica stessa e al gior­na­li­smo. Non mi sem­bra un caso che quello che esce da que­gli spazi diventi spesso mera cro­naca poli­tica. Altri­menti non mi capa­cito, non capi­sco, come si possa stare ore e ore a guar­darli. Di sera invece il pub­blico è diverso. C’è tutto quell’elettorato votante curioso di capire cosa accade e che ten­den­zial­mente si affida al con­dut­tore e/o gior­na­li­sta di turno per sep­pel­lire ver­bal­mente il pro­prio anta­go­ni­sta poli­tico. Tanto da creare poi il mat­tino dopo quel dibat­tito da bar, dove “hai visto quello che ha detto a quell’altro”, che affida alle bat­tute di Crozza o al ruf­fia­ne­sco Fazio il pro­prio riscatto politico.

Tutto que­sto inte­resse di sicuro fa sal­tare la reto­rica dell’antipolitica, della sfi­du­cia verso la classe poli­tica stessa, la kasta etc etc. A una parte di que­sto paese inte­ressa la poli­tica almeno quella legata ancora ai par­titi. Lo stesso ceto poli­tico usa la tv per auto­rap­pre­sen­tarsi ma soprat­tutto per togliere spa­zio agli altri sog­getti, spesso autor­ga­niz­zati, che poli­tica la fanno, dai quar­tieri ai luo­ghi di lavoro. Non tro­vano spa­zio, non per­ché non siano inte­res­santi o spen­di­bili ma per­ché va tenuta viva la reto­rica poli­tica che ci accom­pa­gna, fatta da par­titi ormai sem­pre più fluidi e meno iden­ti­fi­ca­bili ideo­lo­gi­ca­mente, inca­paci di avere la base o la radi­ca­liz­za­zione di un tempo.

Quindi emerge solo il rac­conto dell’Italia o quel che vor­reb­bero fosse. Più hai posi­zioni raz­zi­ste, omo­fobe, discri­mi­na­to­rie e più hai lo spa­zio che (non) ti meriti. Fa audience soprat­tutto quello. Fa audience il Sal­vini che si pre­senta con la t-shirt “No Clan­de­stini” tanto quanto fa audience porre la domanda che ha fatto Ser­vi­zio Pub­blico: gli stra­nieri ci rubano il lavoro o cer­cano il futuro. Domande che non vor­remmo più sen­tire, che ti fanno tor­nare indie­tro di 50 anni, che avvi­li­scono chiun­que. Ma il gior­na­li­smo ita­liano è (anche) que­sto e non sta meglio del ceto poli­tico che rac­con­tano. L’unica cosa che mi auguro a que­sto punto è che creino un canale appo­sito a paga­mento, come è stato fatto per il cal­cio, dedi­cato ai fan di que­ste arene, dove potersi vedere i loro benia­mini della poli­tica incon­trarsi quo­ti­dia­na­mente. Ne gua­da­gne­rebbe la tv pub­blica. A me, invece, non cam­bie­rebbe niente: con­ti­nuerò a pre­fe­rire un Ternana-Avellino posti­cipo del cam­pio­nato di serie B a Piazza Pulita di Formigli.

PS

Oggi inau­guro que­sto spa­zio e rin­gra­zio il mani­fe­sto per la fidu­cia. Del resto so sem­pre stati degli incoscienti.

Ciak: si gioca

ultras

Rai 1 ore 20 è tutto pronto per mandare in scena la finale della vecchia coppa italia ora “Tim Cup”,  si gioca a Roma tra le squadre Napoli e Fiorentina. La partita non inizia e gli speaker -cronisti in una sorta di estasi da audience, raccontano ai telespettatori ignari che probabilmente il ritardo è da collegarsi a violenti scontri  accaduti poche ore prima tra le “tifoserie organizzate”, non si comprendono bene le dinamiche, ma il bilancio parla di 10 persone ferite, quasi tutti tifosi napoletani, tre dei quali feriti da colpi di pistola esplosi nel tragitto verso le stadio, in zona Tor di Quinto. Tra questi, uno è stato ricoverato in codice rosso.

Tra le ipotesi, si parla di una lite tra alcuni tifosi del Napoli e ultras della Roma degenerata come una delle possibili cause del ferimento dei tre giovani napoletani.Un gruppo di tifosi partenopei si sarebbe avvicinato a un’area verde – dove c’è il “Ciak“, un ex locale – vicino allo stadio Olimpico, dove si trovava Daniele De Santis, l’ultrà della Roma interrogato e successivamente fermato in serata in ospedale dove era stato ricoverato con una gamba rotta. L’uomo, riconosciuto da alcuni tatuaggi avrebbe provocato gli ultras partenopei e sarebbe stato aggredito, quindi avrebbe esploso i colpi di pistola.

Intanto la situazione dentro allo stadio si infiamma, fumogeni, bombe carta, la tifoseria del Napoli pare non voglia si giochi la partita e da questo momento alla faccia di chi dovrebbe tutelare l’ordine:  dai dirigenti della Questura, la Figc o la Lega Calcio, alla presenza del Presidente del Consiglio, a quello del Senato, al corpo di Polizia di Roma, un ultras scavalcando la recinzione scende in campo,  inquadrato dalle telecamere  parla con il capitano del Napoli Marek Hamsik, in una sorta di convulsa trattativa, già questo è  assurdo,inspiegabile, inconcepibile.

Ma non è tutto,  per la Questura c’è stata anche la beffa: per evitare di creare ulteriori problemi di ordine pubblico, sono stati costretti a un conciliabolo con un rappresentante della curva campana, Gennaro De Tommaso   figlio di Ciro De Tommaso,affiliato al clan  camorristico del Rione Sanità dei Misso.

E’ stato lui a dare il “via libera” all’inizio delle ostilità. Il suo è un nome noto negli ambienti da stadio e tra le forze dell’ordine: ‘Genny la carogna‘ (ex leader del gruppo Mastiffs e oggi capo dell’intera Curva A del Napoli)  Già destinatario di Daspo ha alle spalle vari precedenti giudiziari  Non solo. Nella improvvisata ‘trattativa’ in diretta tv, non è passata inosservata la scritta gialla che campeggiava sulla maglia nera del capo ultras: “Speziale libero”, in riferimento ad Antonino Speziale, tifoso catanese condannato per la morte del poliziotto Filippo Raciti, ucciso dopo il derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007.

Alla fine il presidente Aurelio De Laurentiis a Coppa Italia conquistata nel corso di un’intervista lo riconosce : “A Napoli è tutto diverso”. Caro presidente non solo a Napoli ma in generale è tutto diverso in Italia. Nel paese al contrario forse il Prefetto e il Questore di Roma dovrebbero essere rimossi, ma è piu facile che Genny ‘a Carogna abbia un riconoscimento istituzionale!!

 

Giudicate voi se questo è un uomo

vergogna

Grillo dal suo blog, per presentare un candidato del suo moVimento , apre con un fotomontaggio dell’ingresso del campo di sterminio Auschwitz, dove sostituisce la triste frase “arbeit match frei”, con P2  match frei, come non bastasse stupra Primo  Levi  con un testo  riprovevole che non riportiamo per profondo rispetto della tragedia dell’uomo Levi e di quello che è stato l’Olocauto.

Giudicate voi “se questo è un uomo “…

Di Battista ,la fatica del pianista

il pianista

Ad ogni suo intervento il cittadino democraticamente eletto come rappresentante-portavoce del movimento a 5 stelle  Alessando Di Battista, ci ricordava che stare seduto su quelle poltrone in mezzo agli squali massoni,mafiosi,lobbysti,ecc ecc… era una guerra, una guerra terribile per non essere minimamente paragonabili -accostabili  a quella classe di mestieranti,che andavano mandati a casa in massa.

Un grosso rischio quindi frequentare quelle aule e di fatto lo abbiamo visto impegnato in alcune performance memorabili, su tutte ricordiamo quella con il piddino capogruppo alla Camera Speranza, un’interpretazione da vero artista navigato della società dello spettacolo, si perchè del movimento grillino bisogna ammettere che ha adottato un’ ottima tattica nell’uso progressivo di tutte le armi di distrazione di massa, strategia su cui il movimento si fonda e le agenzie di marketing della Casaleggio-Grillo ne dettano i tempi, o pensate che Grillo ha attraversato lo stretto di Messina a nuoto per sport ?

Dunque passano i mesi e le strategie di comunicazione cambiano, in questo momento il movimento sta usando tutta la potenza di fuoco dei media, chiedendo trasparenza e streaming quando decidono l’uso della gogna mediatica, che sia per le farse delle consultazioni (Bersani e Renzi) o quando devono democraticamente espellere i portavoce che avanzano critiche alla linea politica, mentre quando devono incontrarsi con il loro leader vanno in qualche sperduto agriturismo e il circo mediatico rimane alla finestra.

palle2——–>Mentre prepara la palla di carta

 

Capita pero’ che di spada ferisce di spada perisce…di fatto ieri l’aula della Camera era impegnata nel terribile lavoro di voto agli emendamenti sulla proposta di legge elettorale ( sulla quale andiamo oltre) e il cittadino-portavoce del movimento 5 stelle Alessandro Di Battista  con il suo 77.78% di presenze in aula , stanco delle molte ore di poltrona, accende il suo personal computer Apple e giustamente si distrae un attimo, guardando una bella partita di calcio online. Ma questo lo vogliamo passare all’onorevole, suvvia non siamo mica cosi’ bacchettoni, capiamo lo sfinimento psicologico a reggere ore d’interventi e parole,parole…Agli spettacoli poco edificanti dei parlamentari ci si era un po’ abituati, abbiam visto mangiare mortadella e stappare champagne,insomma un bel repertorio che ha creato quel contesto per cui il movimento a 5 stelle prende milioni di voti.

palletaggate

    Mentre infila la palla nel box —————–>

 

Guarda il Video

Vi ricordate i consumati pianisti della prima o seconda repubblica ? Quelli che si sdraiavano e si allungavano come tiramolla per premere il pulsante del collega assente, che vergogna per uno Stato, che esempio per i cittadini, che roba sporca la politica,vabbè accogliamo la repubblica 3.0…Lo spettacolo è cambiato, si l’evoluzione ha portato innovamento,ora non leggono piu’ i giornali, hanno il computer o lo smartphone, sono tutti intenti a digitare, a messaggiare, a twittare , quando parlano si coprono la bocca perchè parlare all’orecchio è maleducazione.  Ma i pianisti ? Superati …ce lo insegna Di Battista che stanco di avere la mano impegnata se ne libera inserendo una palla di carta nella fessura dove i deputati inseriscono la mano per votare, così da avere entrambe le mani libere. …

 

Made in Italy (The great beatiful)

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Oggi qui ci sarebbe potuta essere una recensione de ”La Grande Bellezza”, ma non ho retto, mi sono addormentata dopo la prima mezz’ora, al centesimo stereotipo pseudofelliniano riciclato.
Ormai la patacca agli americani gliel’abbiamo appiccicata, possiamo smettere di fingere che sia un buon film. Possiamo anche smettere di fingere che sia un film.
Gli americani in fondo sono ingenui. Hanno persino creduto cbe Putin si sarebbe lasciato portare via l’Ucraina sotto il naso senza reagire.
Il genio italico invece non si smentisce: anziché abolire le elezioni come un dittatore qualsiasi, o truccarle come un presidente qualunque, Renzi e Berlusconi hanno fatto cartello come Roche e Novartis e inventato una legge elettorale che rende le elezioni definitivamente inutili, perché allo stato attuale può produrre solo un altro parlamento schizofrenico e ingovernabile, e di conseguenza l’ennesimo governissimo di larghe intese.
Il Cotechinum è persino peggiore del Porcellum di Calderoli: Renzi ha battuto un altro record.
‘L’educazione è il futuro dell’Italia” ha detto questa settimana, ma intendeva ”education”, cioè l’istruzione. Il suo spin doctor gli rivende gli slogan di Obama tradotti con Google Translate.
Il suo programma di riforme costituzionali concordato con Berlusconi prevede l’eliminazione delle province, e la castrazione del senato, che – casualmente – sono fra i pochi punti del Piano di Rinascita Democratica non ancora realizzati.
Il suo programma economico prevede temporali.
Dai mercati è arrivata una reazione tiepida e sonnolenta come una pisciata notturna. Dall’Europa è arrivato il solito cazziatone: il Rigore potrebbe uccidere l’economia italiana, ma non c’è ancora riuscito, quindi ce ne vuole un’altra dose.
Intanto nel Grande FraGrillo continuano le eliminazioni strappalacrime, e le polemiche con la stoica conduttrice Boldrini. Da quando sono stati autorizzati a frequentare i talk show, abbiamo scoperto il tratto comune a tutti i capoclasse del M5S: la spocchia. Il fatto che in realtà non contino un cazzo, e siano anche loro, come gli espulsi che disprezzano, appesi ai capricci padronali della ditta proprietaria del marchio M5S, rende la loro boria petulante particolarmente ridicola.
La grillata della settimana è stata la secessione. Il ghost writer di Grillo gli rivende gli slogan di Bossi tradotti con Babelfish.
A sinistra del PD, sempre più naufraghi s’aggrappano alla scialuppa di Tsipras rischiando di rovesciarla come la Costa Concordia. È comprensibile quindi che Tsipras in Italia abbia sempre un po’ la faccia del trentenne che ha dato una festa per qualche amico coetaneo, e s’è ritrovato l’appartamento invaso da imbucati sessantenni che bevono, litigano, e vomitano sul tappeto.
È la democrazia Made in Italy.
Per quanto tutto questo oggi possa sembrarci patetico e insensato, fra qualche anno, filmato e condito con due tette, due suore, e quattro cartoline, agli americani piacerà.

di   Alessandra Daniele

Movimento a 5 stelle e democrazia

grillo

Il leader politico del Movimento 5 stelle, detentore e proprietario del logo del partito,del blog da dove lancia i suoi proclami, ha deliberato e dalla piattaforma di democrazia elettronica sulla quale il movimento fonda ed esprime se stesso, il cervello  di 40.000 attivisti,si è nuovamente espresso : non sei un individuo pensante,dipendi in tutto e per tutto dalle decisioni prese con la democrazia della rete, non hai uno spazio di coscienza politica, come dovrebbe essere per un parlamentare ,il movimento è sopra tutto e tu senza il movimento non sei niente.

Sarebbe curioso poi capire perchè la vera democrazia elettronica  ed un lavoro incredibile fatto dall’attivista laziale Davide Barillari,con un fork molto elaborato del software per la democrazia elettronica o liquida (creato dal Partito Pirata Tedesco),ovvero liquid feedback, che sarebbe dovuto essere il Parlamento Elettronico decisionale del movimento non è mai decollato,forse perchè troppo democratico?

Ma andiamo oltre questo piccolo particolare tecnico da addetti ai lavori,  si palesa invece  che nel movimento 5 stelle la democrazia interna è un pericolo per chi la rivendica, l’elenco degli espulsi ormai è lunghissimo,i dissidenti che sono stati  cacciati, allontanati è una cronistoria che dura anni da : Tavolazzi,Venturino,Favia,Mastrangelo…ai nuovi 4 parlamentari.Ma questa è la democrazia 2.0 ? ma se uno vale uno come mai 40.000 decidono per i milioni di elettori del movimento?

Chiudiamo con un estratto da un pezzo assai tautologico dell’esperto d’informazione e mente del movimento Gianroberto Casaleggio:

“La Rete rende possibili due estremi: la democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata, oppure una neo-dittatura orwelliana in cui si crede di conoscere la verità e di essere liberi, mentre si ubbidisce inconsapevolmente a regole dettate da un’organizzazione. Può essere che si affermino entrambi. Certo, è molto più probabile che il controllo totale dell’informazione e l’utilizzo dei profili personali dei cittadini relativi a qualunque aspetto della loro vita avvenga nei Paesi dittatoriali o semi dittatoriali e che la democrazia diretta si sviluppi nelle democrazie occidentali e che queste aree in futuro confliggano”

“Gli anni spezzati”, la peggio fiction

RAI

La sera di martedì 7 gennaio su Rai Uno è andato in onda uno scempio, di cui la Rai dovrebbe chiedere scusa, e i politici o chiunque approvi sul servizio pubblico operazioni di questo tipo dovrebbe chiedere il conto. Insegno storia da cinque anni nei licei, e tutto il lavoro che io, come centinaia di migliaia di insegnanti di liceo e università, faccio per cercare di raccontare, far conoscere, semplificare, provare a condividere e indagare insieme, gli anni Settanta viene smerdato da una roba coma la trilogia-fiction intitolata “Anni spezzati”. Uno dei prodotti peggiori realizzati in Italia negli ultimi anni: un film non solo pessimo da un punto visto artistico e anche tecnico, ma risibile da quello documentario e storico. Un prodotto nocivo, venefico, viscidamente diseducativo.

Chi l’ha scritto, Graziano Diana (anche regista) con due autori alle prime armi – Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti – ha evidentemente ritenuto opportuno prescindere da qualunque serietà di documentazione storica, appoggiandosi a riduzioni da sussidiario copiato male – non dico Wikipedia (che in molti casi è fatta molto meglio). Nei titoli d’apertura non dichiara nemmeno un nome di un consulente storico, nei titoli di coda ne cita tre, nessuno dei quali storico di professione (Adalberto Baldoni, Sandro Provvisionato e Luciano Garibaldi – la cui bibliografia è pubblicata da piccolissimi editori in odore di post-fascismo tipo Nuove Idee o Ares).

Nelle interviste Diana dice che ha ascoltato le voci dei parenti delle vittime della violenza politica anni ’70: non so chi abbia ascoltato né come l’abbia fatto, ma quello che ne ha tratto sono degli sloganucci stereotipati che farebbero passare un bignami per un saggio storico complesso. Nelle interviste Diana dice di aver voluto raccontare quella storia dalla parte di chi, le istituzioni incarnate nelle forze dell’ordine, cercava il dialogo tra rossi e neri: non so che libri abbia letto sulle forze dell’ordine e le istituzioni italiane di quegli anni, non so su quali testi si sia formato la sua idea sugli apparati dello Stato, i politici, i partiti, i vari movimenti, ma se l’avesse scritta Cossiga nel sonno o Claudio Cecchetto, per dire, questa fiction, ci avrebbe messo più complessità.

L’idea di Alessandro Jacchia di raccontare attraverso lo sguardo di un poliziotto romano (la sua voce off!) le vicende complicate che girano intorno a Piazza Fontana, l’autunno del ’69, e la vicenda di Calabresi e Pinelli non è nemmeno revisionista: non è un’idea. È la suggestione di poter prendere la poesia di Pasolini su Valle Giulia, ricavarne un’interpretazione puerile, e pensare di applicarla, a mo’ di pomata, agli eventi di quegli anni: come se fosse una scelta narrativa, fino a realizzare una specie di spottone con toni da soap-opera, colletti larghi, sguardi fissi in camera.

La voce off nasale come una ciancicata tipo un personaggio di Verdone che ti commenta in modo situazionista le immagini di repertorio di una puntata de La storia siamo noi; i riassunti della macrostoria in cui non una sola parola si sottrae dai luoghi comuni (di pensiero e di linguaggio), dai peggiori luoghi comuni; i personaggi ridotti a figurine da vignette della Settimana Enigmistica; le discussioni politiche che sembrano parodie di uno sketch di Guzzanti o dei Gatti di Vicolo dei Miracoli; gli spiegoni (approssimativi, scritti malissimo, errati) ogni 30 secondi; le ragioni delle proteste azzerate a una forma di iperattività giovanile – gli anarchici sembrano gente affetta da sindrome da deficit di attenzione da curare col Ritalin; attori anche bravi come Solfrizzi, Bruschetta, Trabacchi, Calabresi costretti a pronunciare battute che sembrano dei verbali di polizia (Paolo Calabresi e Ninni Bruschetta in certi momenti – poveri! – sembrano dover espiare la loro protervia iconoclasta di Boris), ma anche attori molto meno bravi come il protagonista Emanuele Bosi – con una faccia da pubblicità di un dopobarba che deve dare corpo a un poliziotto di Primavalle nel 1969!; personaggi-cameo come Feltrinelli (vi prego guardate la scena con Feltrinelli e Calabresi…) che hanno la stessa intensità di Gigi Proietti-vigile quando fa lo spot di Vat 69 in Febbre da cavallo.

Confusione, una continua confusione, una virtuosistica confusione nella struttura narrativa; un montaggio da Chiquito e Paquito; un’eterna luce laterale per cui tutti gli attori vivono con metà faccia tagliata da un’ombra plumbea (volutamente omomorfica e omocromatica a quegli anni, spezzati e di piombo?); una ostentata misconoscenza di qualunque modello filmico che si è confrontato con la Storia della contestazione, del terrorismo, etc… – che siano quelli studiati da Cristian Uva o da Demetrio Paolin o da Vanessa Roghi & Luca Peretti, che siano film seminali come Anni di piombo di Margaret Von Trotta o prodotti derivativi come Romanzo di una strage (che avevo stroncato senza appello, ma che nel confronto riluce dello splendore di un Griffith); e la musica onnipresente più di quella che uno si ciuccia da Zara durante i saldi – una musica sempre enfatica, che vorrebbe inquietare, intervallata da pezzi dell’epoca scelti con il criterio di un jukebok andato in corto; e le basette collose, i capelli di Calabresi disegnati che manco Big Jim, il trucco, le parrucche, le scenografie…

(Ditemi! Vi prego ditemi perché nei film italiani degli anni ’70 sembra che il mondo sia una specie di fondale in cui sono stati appiccicati un po’ di poster di Lotta Continua al muro e buttati qua e là nelle stanze dei libretti rossi! Perché in film iperglamour ipercitazionisti degli anni ’70 americani – andate a vedere quel capolavoro di American Hustle – nonostante l’omaggio enfatico all’epoca la scenografia risulta sempre credibile? Forse perché gli scenografi statunitensi non pensano che se uno mette in scena gli anni Settanta deve mostrare che Tutto è anni Settanta, ma ci saranno anche mobili anni Sessanta, anni Cinquanta, anni Venti?!);

Più di tutto, è clamorosa la mancanza di visione politica nel fare un film del genere: paragonatelo con qualunque sceneggiato Rai degli anni ’70, lì ci troverete un’intelligenza, un coraggio, un desiderio civile, una volontà di indagare, di spiegare, una capacità di essere problematici, di avere una prospettiva sociologica – a tutto questo viene ipocritamente e colpevolmente sostituita una sorta di réclame analfabetizzata per la polizia che è tanto brutta da essere mortificante per chiunque abbia fatto politica attiva in quegli anni, ma persino umiliante per la polizia stessa e per chi viene raccontato in modo elogiativo (mi piacerebbe sapere il parere di Mario Calabresi che, pur raccontando come una specie di diario personale, da figlio, la vicenda del padre commissario, in Spingendo la notte più in là , riusciva a essere meno agiografico)…

Potrei anche continuare, ve lo assicuro. E questo scempio storico, artistico, cinematografico, narrativo, ce n’est qu’un debut, come mi verrebbe da dire: ci sono altre quattro puntate, due sul sequestro Sossi, due su Giorgio Venuti e la marcia dei quarantamila. Si può peggiorare, si può raccontare che le Brigate Rosse sparassero per provare le pistole, che Moro e Nathan Never sono la stessa persona e che il sogno dei dirigenti DC era quello di diventare anchor-man della tv per governare l’Italia con i messaggi subliminali del Pranzo è servito, e che la marcia dei quarantamila era la prima vera manifestazione di fitness di massa che ha attraversato l’Italia. Sono pronto a tutto. A scuola, ai miei ragazzi, farò studiare la rivoluzione francese a partire da mie interviste-lampo fatte nel reparto surgelati del Todis su Robespierre e Danton e gli dirò che la Resistenza era un’associazione che faceva trekking sulle montagne per tenersi in forma

Da Micromega online

Da Contropiano

Da “dio, patria e famiglia” a “polizia, magistratura e impresa”

Non è tempo perso tornare sulla fiction della Rai – “Gli anni spezzati” – che viene trasmessa in prima serata in queste settimane, nello sforzo palese di creare una neolingua orwelliana sulla storia, i conflitti e la violenza politica degli anni Settanta nel nostro paese. Pensando soprattutto al presente e al futuro, come si conviene a un’operazione “culturale”, per quanto di profilo infimo come questa.
Qualche notizia in più aiuta a capire l’l’impronta dell’operazione in corso.

La trilogia in sei puntate, dedicate ad un Commissario di polizia (Calabresi) a un magistrato (Sossi) e ad un dirigente Fiat (Venturi), ha il patrocinio dell’Associazione nazionale della Polizia di Stato e dell’Associazione Italiana vittime del terrorismo. Due soggetti quasi “parasindacali”, vocati a rappresentare interessi particolari, per farli “pesare” sia nel discorso pubblico che nelle iniziative legislative e finanziarie.

Secondo il produttore-sceneggiatore, un comitato di consulenti storici – composto da Adalberto Baldoni, Sandro Provvisionato e Luciano Garibaldi – avrebbe dovuto garantire l’”equilibrio delle fonti”. Compito delicato, in una materia simile, e che avrebbe richiesto alte competenze storiografiche. Insomma, degli storici di professione, con cattedre universitarie improtanti e magari pubblicazioni scientifiche alle spalle, meglio se universalmente riconosiute come valide.
Chi sono invece questi “consulenti storici”

Adalberto Baldoni,ha lavorato dal 1972 al 1980 ne Il Secolo d’Italia, organo del Msi (partito nato in continuità diretta con il partito fascista, in barba al dettato costituzionale).Componente del Comitato centrale del Msi (1965-1995). Dirigente nazionale del settore “Immagine e Propaganda” nel biennio 1989-1991. Dopo la svolta di Fiuggi, nel 1995, diventa dirigente nazionale di Alleanza Nazionale, nelle cui liste è stato eletto cinque volte al consiglio comunale di Roma, concludendo l’esperienza nel 2001.

Luciano Garibaldi è autore di diversi libri che provano a riscrivere la Storia dal punto di vista del fascismo, nonché dei due testi da cui ha tratto spunto la fiction Rai. Uno dedicato al giudice Sossi, l’altro al commissario Calabresi. Ha lavorato in tutta la stampa di destra: Il Tempo, Il Giornale, L’Indipendente, Gente.

Infine Sandro Provvisionato, che sembra ricoprire il ruolo di certificatore bipartisan delle consulenze “storiografiche”. Proviene dai gruppi della sinistra, è stato tra i fondatori di Radio Città Futura poi passato all’Ansa. Ha già ricoperto un ruolo simile nel programma “Terra”,di Canale 5, in cui doveva “riequilibrare” le vere e proprie crociate del suo partner, Toni Capuozzo. Gestisce da anni il sito Misteri d’Italia, nel quale convivono documenti e inchieste interessanti, ma anche veri e propri monumenti di dietrologia e depistaggio politico di marca ex-Pci.
Insomma, tre personaggi senza spessore “scientifico” e soprattutto nessuna possibilità di essere considerati al di “sopra delle parti”. Solo un volgare compromesso tra esigenze di riscrittura della Storia da posizioni solo presuntamente opposte.

Eppure non basta questo vizio d’origine a spiegare la capziosità di questa produzione televisiva di massa. La scelta di una fiction a puntate presuppone una decisione politica importante, che giustifica un investimento anche economico rilevante, e punta su uno strumento molto più efficace di un film destinato al circuito cinematografico. Nella serie può scattare infatti la “fidelizzazione” dello spettatore, la prima serata Rai assicura un’audience di milioni di persone, agisce con più forza l’empatia con i protagonisti. Molti ricorderanno le polemiche sui “rischi” connaturati alle serie tv esplose in occasione della fiction sulla Banda della Magliana.

In questo caso i protagonisti e le vittime sono i “buoni” per definizione: il commissario Calabresi (che il testimone Pasquale Valitutti conferma esser stato presente nella stanza della Questura dalla quale venne gettato Giuseppe Pinelli), il giudice Sossi (un’icona delle “toghe nere”, assai poco amato da lavoratori e movimenti, da lui perseguitati nella Genova degli anni Sessanta e Settanta), il dirigente della Fiat Venturi (uno degli organizzatori della “Marcia dei quadri” contro lo sciopero del 1980, che segnò la sconfitta del movimento operaio in Italia).

Gli eroi civili diventano quindi: polizia, magistratura e la maggiore multinazionale italiana. Una “santissima trinità” che sembra voler sostituire quella tradizionale delle forze reazionarie: dio, patria e famiglia. C’è una modernità inquietante in questa sostituzione, in varia misura “necessaria”.

Nel XXI secolo, infatti, nè dio, né la patria né la famiglia sembrano più avere quel potere valoriale stabilizzante sul quale costruire un “senso comune”, un ordine pre-politico. Il “dio denaro” – come scrive Marx – ha assunto maggiore capacità di persuasione e conversione rispetto a quello extraterreno; la patria è stata molto relativizzata dalla dimensione sovranazionale europea, che ormai determina scelte, orizzonti e confini fattuali dei poteri decisionali; la famiglia è stata investita come un tornado dalla modifica degli stili di vita, diventando una delle tante “venerande istituzioni” spazzate via dal carattere “rivoluzionario” del capitalismo.

Il tentativo “culturale” sottostante è dunque quello di cominciare a delineare un “nuovo senso comune” fondato sulla trinità tra disciplina, legalità e mercato. Una trinità di scorta, ben più misera e “terra terra” di quella morente, ma decisiva in una fase dove l’aumento delle disuguaglianze sociali, l’impoverimento massiccio di quote di popolazione e la dominante invisibilità delle oligarchie stanno facendo saltare ogni civilizzazione condivisa e ogni compromesso sociale.

Non per caso. L’attuale è una fase in cui tutte le ragioni del conflitto di classe degli anni Settanta – criminalizzate e deformate da fiction come “Gli anni spezzati” – avrebbero molte più ragioni di allora per prendere corpo e manifestarsi come prospettiva progressiva della società.

Se le vecchie forme della “democrazia rappresentativa” vengono ormai liquidate come inservibili ai fini della governance, la nuova trinità chiamata a “conformare” ogni aspetto della vita politica, sociale e culturale del paese deve soprattutto “dissuadere” ogni tentazione di cambiamento in una direzione “progressiva”. Dunque:

– le imprese (la Fiat del “modello Pomigliano”) assumono il valore di nuovo potere legislativo che obbedisce a priorità “non generali”;

– gli apparati di polizia assumono il valore di potere esecutivo prevalente (esente dal rispetto della legge, come emerge dalla protervia con cui non accettano di esser giudicati per le uccisioni che avvengono nelle questure o per le torture di Bolzaneto);

– la sola magistratura “legittima” è solo quella che non interferisce con la legalità decisa dalle imprese, rivolgendo invece tutta la propria fantasia repressiva contro l’opposizione sociale e/o politica (il “modello Caselli” contro i No Tav, dunque, non certo il Nino Di Matteo che indaga sulla “trattativa Stato-mafia”).

Ma questi tre istituti del “nuovo senso comune” non godono davvero di buona fama tra “la gente”. Per questo diventano necessarie operazioni mediatiche come “Gli anni spezzati”; probabilmente altre ne seguiranno. Strumenti per veicolare la “rivoluzione passiva” nella società e creare una nuova scala di valori e riferimenti, posti di traverso a qualsiasi istanza di liberazione, ribellione, “rovesciamento del tavolo”.

Garanzie a 5 stelle

Per un movimento che sta raccogliendo un largo consenso popolare per il modo rivoluzionario con cui si presenta, forse il “leader-non leader” comico genovese, dovrebbe far sapere agli italiani quando questa macchietta del non statuto finirà o se davvero questo rappresenta la loro idea di”democrazia interna”e rappresentanza.
E’palese che Beppe Grillo è il padre-padrone del movimento e lo rivendica nei post sul blog,dal quale lancia editti di ogni sorta,dal divieto di partecipazione-apparizione in tivu dei suoi portavoce ,ad attacchi ai giornalisti/conduttori di talk show…peccato che da vecchia volpe conosce i media e sa usarli in modo da essere inseguito dalle telecamere, la nuotata nello stretto è l’inoppugnabile prova del suo attivismo nella societa’ dello spettacolo, quella che da una parte ripudia e dall’altra usa in maniera indiscutibilmente funzionale ai suoi fini.

                                                                                                    NON  STATUTO

ARTICOLO 1 – NATURA E SEDE
Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog http://www.beppegrillo.it.
La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web http://www.beppegrillo.it.
I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

ARTICOLO 3 – CONTRASSEGNO
Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

La rifondazione della sinistra

Dalle grandi promesse e nuovi orizzonti che il partito Bertinottiano proponeva quando entrava in scena  nel lontano 1991 (data scioglimento del P.C.I ) al desolante quadro di fratture-correnti /nascita di partiti  rappresentativi dei deputati fuoriusciti , be’ tutto questo è davvero l’istantanea della situazione politica italiana. L’unione della sinistra è quella che vedete nell’immagine, importante è raggiungere  lo 0, 05 per sperare di avere rimborsi o finanziamenti ai vari loghi comunisti che sono unicamente la rappresentazione di se stessi.

 

 

Festa della cacca, non solo toga party e maiali

Nel 1975 Pasolini, scandalizzando l’intero sostrato cattolico bigotto della società italiana, diede alla luce un geniale film sulle perversioni della moralità fascista, Salò o le 120 giornate di Sodoma. L’amore corrotto, perverso e anti-etico dei potenti di turno verso il proprio essere e la propria appartenenza di classe, ben lungi dal riguardare solo la parentesi fascista, caratterizzava l’intimo sussistere della società italiana, quantomeno quella parte di società che, riciclandosi, rimase e rimane sempre ancorata al potere e alle briciole che questo lascia cadere dal tavolo del comando. Clero cattolico, tanto di base quanto assicurato alle gerarchie vaticane; piccoli ras di provincia; sottobosco della politica politicante; imprenditoria piccola, media e grande. Un eterogeneo agglomerato indissolubilmente unito dalla propria appartenenza di classe e dalla feticizzazione della propria esistenza.                                                                     (RIVOLTANTE LA PRESA PER IL CULO ALL’OPERAIO FIAT)         

Simbolo evidente e allucinante di questo attaccamento a sé stessi e al proprio simile, l’amore che hanno per le proprie feci. Il girone della merda è infatti l’allegoria di un mondo che vive chiuso in sé, endogamico e che feticizza sé stesso arrivando a cibarsi degli scarti del proprio essere. Una perversione sessuale/gastronomica assolutamente azzeccata, in anticipo sui tempi e di sorprendente coraggio, quello proprio di un intellettuale come Pasolini che giganteggia inarrivabile rispetto ai nani odierni (pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti).

Non ci stupisce, dunque, la festa della merda che qualche simpatico sotto portaborse ha organizzato davanti a Montecitorio, in qualche ricco palazzo della Roma baronale, quella che rimane sempre aggrappata al potere, che segue gli istinti animali sempre un attimo dopo che questi si manifestano, quella Roma sempre fascista e sempre clericale, anche quando tal volta si presenta a parole antifascista e laica. Non ci stupisce neanche che, fra i partecipanti, ci fossero esponenti del PDL, come Veronica Cappellaro. Rientra tutto nel quadro che Pasolini tratteggiava quasi quarant’anni fa, e che ben pochi capirono (e capiscono tutt’oggi), rimanendo fermi al turbamento emotivo delle immagini.

Dichiara la giovane consigliera PDL:

“che male c’è ad andare a una festa?».La festa era organizzata in sfregio a voi politici. «Embè? Perché, non è vero che stamo tutti nella merda?”

Forse la consigliere non capisce, più verosimilmente capisce fin troppo bene e banalizza l’accaduto. Quella festa è l’essenza stessa della politica, di come viene vista e vissuta da parte di quella classe sociale che l’ha monopolizzata e resa una cosa da ricchi e da imprenditori. E’ la sublimazione del rapporto fra borghesia e potere, che si ciba solo di se stesso, che si accoppia solo fra caste contigue, che ha rapporti umani, economici e lavorativi solo fra elites sociali alla quale appartiene. La festa della merda è la festa della politica, della borghesia reazionaria che celebra sé stessa parodiando la sua funzione per elevarla e canone imprescindibile. Se vuoi far parte del palazzo, devi mangiare la tua stessa merda perchè, per quanto immorale, rappresenta il segno di appartenenza al potere al quale ti devi inchinare.

Cose che accadono frequentemente nel mondo dell’imprenditoria e della ricca borghesia. La tracimazione di tali comportamenti nel mondo della politica, sovrapponendo classe dominante a rappresentanza politica senza soluzione di continuità, è il vero segno dei tempi che stiamo vivendo. Nel palazzo non c’è possibilità di rappresentanza, neanche formale, se non quella degli stessi appartenenti alla stessa classe che lo pone in essere, e che si ciba di sé stessa.

FONTE     http://www.militant-blog.org

Vauro Senesi, tu pensi che i carcerati sono degli stupratori sei della stessa pasta di Fiorito

 Ho ricevo da un’altro detenuto questa parodia della vignetta di Vauro che pubblico ancor più volentieri perché viene da un’intelligenza rinchiusa da quasi tre decenni

Vauro Senesi, tu pensi che i carcerati sono degli stupratori sei della stessa pasta di Fiorito

Il testo che leggerete qui sotto è scritto da Paolo Persichetti, matricola penale n. EE010201071,detenuto nella Casa di Reclusione di Rebibbia, Sezione Semiliberi, Terzo piano, cella 17,blog Insorgenze.
Scrive a Vauro, che ultimamente degenera di giorno in giorno, e che oggi ha inaugurato la sua collaborazione con il FattoQuotidiano, superando in squallore le precedenti uscite su Il Manifesto
[per leggere altro sulle vignette di Vauro: QUI]

Guardare e vedere a volte sono cose diverse. Tutti noi guardiamo ma non sempre vediamo la stessa cosa. Per esempio, questa vignetta di Vauro Senesi che ha inaugurato stamani la sua collaborazione con il Fatto quotidiano, l’organo del partito giustizalista italiano, i manettari per farla breve, dopo aver lasciato di corsa il manifesto come i topi che fuggono dalla nave che affonda.
Vauro ora è nel suo ambiente naturale, come già lo era con Anno zero; da anni le sue vignette grondano questo tipo di risentimento da sotterraneo di questura.
Cosa vedete voi in questa vignetta?
Io intanto non vedo la porta. Sarà che in cella ci rientro ogni sera e dunque ho l’occhio abituato. Mi chiedo perché le celle di Vauro non hanno quasi mai il blindo. L’ho notato spesso nei suoi disegni sul carcere. Chi vi è dentro sembra murato come la monaca di Monza. I suoi interni carcerari sono claustrofobici.
So che qualcuno, magari venendogli in soccorso, potrebbe obiettare che la porta è dal lato del disegnatore che da lì ci rappresenta quel che accade dentro. Il punto di vista del secondino, insomma. Cosa che non mi sembra molto onorevole per Vauro.
La realtà carcerarie è diversa: le finestre sono situate di fronte alla porta blindata per consentire alla custodia di controllare con un semplice sguardo gettato dallo spioncino che le sbarre siano sempre integre. Come vedete nelle celle di Vauro invece c’è il muro. Manca la porta. Direte che ciò riguarda l’inconscio di Vauro. Un inconscio che però si fa pubblico nelle sue vignette e mette a nudo la sua essenza.

Osservate la differenza con la vignetta che ha fatto ieri di Giannelli sul Corriere della sera. La porta c’è, si tratta del cancello che è addirittura socchiuso. Non solo ma il borghese Giannelli è riuscito raccontare in un tratto di matita il dramma del sovraffollamento giocando sull’obesità del “nuovo giunto”. L’ingresso in cella di un volgare ciccione, rapace arraffatore del sottogoverno missino, para-post e sempre fascista, non rallegra nessuno, viene solo apesare su una situazione già insostenibile. Bisogna farsi tutti più stretti. Eppoi quardate le facce, è un caleidoscopio della situazione carceraria. Ci sono proprio tutti.

Che altro vedete poi? Io vedo due brutti ceffi, la parodia del detenuto, il luogo comune più abietto sulla popolazione carcerata che possa esistere. Mi si dirà: ma come, non vedi Fiorito, quel pappone, quel ciccione di merda, l’emblema della casta famelica? Sapete che c’è, che Fiorito stava in piazza Navona – come lui ha dichiarato – a tirare le monetine a Craxi che usciva dal Raphael. La sua vicenda mi sembra che chiuda il cerchio di quella buffonata che è stata Tangentopoli, la “rivoluzione di velluto”,“ Mani pulite”.
Non c’è peggior impostore di un moralista, diceva qualcuno. I Fiorito sono gli homines novi della catarsi rigeneratrice dell’etica che agitava il cappio in parlamento. Gli amichetti di Travaglio, insomma. Perché tutto ciò dovrebbe allora scandalizzarmi o stupirmi? Suvvia qualche chiarimento ce lo dovrebbero dare tutti quelli che hanno agitato per più decenni la via giudiziaria e penale come soluzione di tutti i probemi. Ecco il risultato. Se lo meritano.

Dunque, dicevo che vedo la rappresentazione più abietta del detenuto con quella battuta su Batman-Fiorito a cui viene chiesto di trasformarsi in Wonderwoman (ma che razza di fumetti da ceto medio frustrato leggeva da ragazzino Vauro?) e porgere il posteriore all’inculatore di cella che sta aspettando un paio di chiappe fresche. C’era bisogno di una rappresentazione del genere per esprimere il disprezzo umano, politico e civile nei confronti di uno come Fiorito?
A me sembra che nella vignetta ad essere disprezzato e umiliato è il popolo rinchiuso, rappresentato come una massa di strupratori. Questa è filosofia da teppa, roba da SA, da Sturmabteilung naziste.
Io faccio parte di quel popolo. Vivo nel carcere non mi ricordo pià da quanti anni, 13 o 14 ora non vado a guardare, non ho tempo. Me ne sono fatti 11 di esilio. Ho 50 anni, ne avevo 25 quando tutto è cominciato.
Vauro non è nuovo ad imprese del genere. Due anni fa se ne uscì con una vignetta che descriveva i manifestanti del 14 ottobre come una truppa di infiltrati. La sua parabola ricorda quella di Forattini (senza il suo genio però), il progressivo inacidirsi della vis comica che alla fine diventa rancido risentimento, vomito reazionario.
Non so cosa pensate voi, ma una cosa del genere ad un tipo così non la permetto.
Dico solo una cosa, speriamo di incontrarci in piazza, quando potrò andarci liberamente, o la mattina davanti a Rebibbia…