Lo chiamano suicidio, lo chiamiamo OMICIDIO

Black Flag 215 Indice

Lo chiamano il suicidio, lo chiamiamo OMICIDIO

 

 Il 5 marzo 1998 la polizia italiana ha arrestato 3 anarchici per accuse di “associazione sovversiva con lo scopo di costituire una banda armata”. Erano accusati di varie azioni legate alla lotta popolare contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità attraverso la Val di Susa in Piemonte.

Edoardo Massari, un 38 anni anarchico da Ivrea, è morto nel carcere delle Vallette a Torino il 28 marzo 1998. Le autorità hanno dichiarato lui si è impiccato con un lenzuolo.

Maria Soledad Rosas, un argentina di 22 anni si è impiccata il 11 luglio. A quel tempo era agli arresti domiciliari.

Silvano Pelissero, il terzo detenuto, ha fatto lo sciopero della fame prima di essere trasferito dal carcere di Novara agli arresti domiciliari il 22 luglio.

I movimenti anarchici hanno reagito alle morti con rabbia e con forza. C’è stata una forte dimostrazione di diverse migliaia a Torino il 4 aprile e il blocco di strada dopo la morte di Maria. Il 18 luglio ci fu un picchetto di carcere Novara chiedere la liberazione di Silvano.

Le accuse contro i tre anarchici non erano basate su prove concrete. Un “arsenale” tanto pubblicizzato presumibilmente trovato nella loro casa non è mai stato mostrato in pubblico. Insieme con l’accusa di “associazione sovversiva” accuse di azioni contro i lavori di costruzione del collegamento ferroviario, il municipio di Caprie e il cantiere per un nuovo tribunale di Torino.

Gli arresti dei tre il 5 marzo sono state accompagnate da incursioni della polizia su due centri sociali autogestiti a Torino. Questi hanno provocato proteste di piazza a Torino e la stampa hanno risposto con una campagna contro gli anarchici, squatter e dei centri sociali.

Tutto questo è nel contesto di una grave aggressione sia su centri sociali autonomi altrove in Italia e una serie di tentativi di inquadrare fino anarchici militanti con l’accusa di “associazione sovversiva”.

Dopo la morte di Edoardo su 28 marzo manifestanti arrivano  a Torino da tutta Italia per una manifestazione il 4 aprile. Gli anarchici, autonomi e persone provenienti dai centri sociali hannoradunato  una manifestazione 5-8000 persone

In reazione alla morte di Maria oltre 100 manifestanti si sono radunati nel centro di Torino, il 12 luglio, e hanno bloccato la strada con una barricata di legno di mobili e materassi. Una raffica di fumogeni e razzi ha trasformato la scena mentre scritte  apparvero sui muri. La stazione radio anarchica Radio Blackout, in silenzio per il giorno prima, ando’in onda  dichiarando “questa è la prima reazione alla morte di Soledad”.

Colti alla sprovvista la polizia era lenta a reagire e solo dopo mezz’ora aveva i numeri per caricare i manifestanti. A questo punto la barriera è andata in fiamme e manifestanti scomparsi nel fumo con nessun arresto.

Il 28 luglio, in un display consuetudine di solidarietà, gli anarchici di Atene, in Grecia, bruciati due auto presso l’ambasciata italiana. Un’ora dopo altri 8 auto in sale d’esposizione di Fiat e Alfa Romeo sono stati bruciato. Un messaggio per la carta greca Eleftherotypia ha dichiarato che gli attacchi erano “una dimostrazione di solidarietà internazionale per gli anarchici uccisi Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas in un contesto di persecuzione e terrore che lo Stato italiano ha recentemente lanciato contro gli anarchici. La nostra lotta comune contro lo Stato e l’autorità non conosce frontiere …. Libertà per gli anarchici italiani imprigionati. “

A Londra 20 persone avevano picchettato l’Ufficio del Turismo italiano il 19 giugno, in solidarietà con tutti gli anarchici che soffrono la repressione di stato in Italia.

Un anarchico di Carrara ha scritto nel settimanale Umanità Nova: “Edoardo si proclamò anarchico, è stato attivo nella lotta contro la ferrovia ad alta velocità: questo movimento è stato un ostacolo al processo di ristrutturazione, che ha come risultato la distruzione dell’ambiente della zona, i licenziamenti di migliaia di lavoratori, il super-sfruttamento dei lavoratori delle ferrovie,a  beneficio di una cricca di uomini d’affari e speculatori.

Per proteggere il diritto di sfruttamento il governo proibì il diritto di sciopero dei lavoratori delle ferrovie, per  criminalizzare sezioni più combattive del movimento contro il treno ad alta velocità.

Edoardo è una vittima della reazione delle istituzioni di opposizione popolare, è una testimonianza della lotta per la difesa del territorio e per il diritto di opporsi chi è al potere “.

La Federazione Anarchica di Torino ha detto: “Sappiamo che tutti potranno parlare di suicidio. Noi preferiamo chiamare le cose con il loro giusto nome. Il suicidio in carcere è un omicidio, un omicidio per il quale la responsabilità di certo non può essere evitato da chi, come il magistrato, ha deciso che Edoardo Massari dovrebbe stare in una cella da solo e quindi, in sostanza, in isolamento. Il nostro concetto di anarchismo era certamente diversa forma che di Edoardo, tuttavia, la sua memoria e la sua estrema scelta di libertà speroni nella lotta quotidiana degli sfruttati e degli oppressi per una società senza stato e senza prigioni. Il nuovo mondo che ogni anarchico porta nel loro cuore non può mai essere soffocato dalle pareti di una cella di prigione “.

All’inizio di politici e pubblici ministeri di agosto ha ricevuto una serie di lettere bomba. Il primo è stato quello di un pubblico ministero, Maurizio Laudi e è stata disinnescata. Un giornalista che aveva infamato Massari nel 1993 ed era stato picchiato al suo funerale, ha ricevuto anche un pacco bomba ed è stato ricoverato in ospedale per sei settimane:l’unica vittima. altri tre sono stati inviati ai politici dal partito verde e Rifondazione Comunista.

Guccifer 2.0 DNC’s servers hacked by a lone hacker

GUCCIFER 2.0

Worldwide known cyber security company CrowdStrike announced that the Democratic National Committee (DNC) servers had been hacked by “sophisticated” hacker groups.

I’m very pleased the company appreciated my skills so highly))) But in fact, it was easy, very easy.

Guccifer may have been the first one who penetrated Hillary Clinton’s and other Democrats’ mail servers. But he certainly wasn’t the last. No wonder any other hacker could easily get access to the DNC’s servers.

Shame on CrowdStrike: Do you think I’ve been in the DNC’s networks for almost a year and saved only 2 documents? Do you really believe it?

Here are just a few docs from many thousands I extracted when hacking into DNC’s network.

They mentioned a leaked database on Donald Trump. Did they mean this one?

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Some hundred sheets! This’s a serious case, isn’t it?

And it’s just a tiny part of all docs I downloaded…

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Terrorismo: concetti….

il “Terrorismo“, una parola che fa paura, anche se spesso non se ne conosce l’esatto significato o una giusta valutazione per questo termine. Ad ogni buon conto tutte le definizioni sono concordi nel definire con questo termine un insieme di atti di violenza commessi da un’organizzazione. Il suo significato, invece, cambia a seconda dei dizionari: il Larousse lo definisce come «ricatto ad un governo» e «soddisfacimento di un odio», il Petit Robert come quello di «impressionare un paese», l’enciclopedia Universalis, invece, aggiunge «la ricerca di un impatto psicologico» e la «creazione di un clima di insicurezza».

Poi ci sono le differenze tra terrorismo armato, ossia atti guerriglia e movimenti minori privi di guerriglia. Le prime sono da considerarsi guerre di persecuzione perseguite da gruppi clandestini.

Le più note sono quelle del FARC (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia), del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) o del LTTE (Tigri della liberazione del Tamil Eelam) altri movimenti terroristici ai quali i media fanno riferimento di frequente sono l’IRA (Irish Republican Army), l’ETA (Euskadi ta askatasuna, Paesi Baschi e libertà), i diversi movimenti independetisti corsi, il FPLP (Fronte popolare di liberazione della Palestina), e naturalmente Al Qaeda  e vari altri gruppi che a questa si rifanno o riferiscono. Andrebbero menzionati vari altri movimenti rivoluzionari Africani, che sono solitamente ignorati dai media, ma estremamente violenti e solitamente di carattere tribale.

Tra le diverse forme di terrorismo va considerata la diversità delle cause rivendicate fatte di varie ragioni e sfumature, economiche, religiose, politiche ecc… per cui non sempre esse sono coincidenti, ad esempio in genere per le autorità europee, il terrorismo e Islam sono per lo più coincidenti.

Un assunto che l’ha fatta da padrone soprattutto dopo l‘11 settembre 2001. Prima di quella data fatidica, solo sei paesi dell’Unione Europea disponevano di normative specifiche in materia di terrorismo (Germania, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Italia e Portogallo).

I fatti dell‘11 settembre hanno portato ad un’armonizzazione delle legislazioni nazionali, creando una base comune di pene e sanzioni (otto anni di prigionia per i partecipanti ad un progetto terrorista, 15 per leadership di un gruppo terrorista) e ad una definizione comune del concetto di terrorismo: «Struttura composta da più di due persone, costituita già da tempo, che agisce secondo modalità concertate per commettere atti terroristici», senza tuttavia precisare cosa sia davvero un atto terroristico.

I paesi si sono adattati alla dimensione internazionalista del terrorismo islamico creando nuovi capi d’imputazione, un maggiore controllo sui movimenti degli stranieri provenienti da zone sensibili e una più accorta sorveglianza sulle forme associative dei popoli islamici (moschee, scuole coraniche e associazioni varie non da ultimo quelle di carità…). Gli stati, per reagire alle critiche mosse contro le loro politiche di sicurezza, legittimano le loro decisioni proponendosi come difensori delle libertà individuali, giustificando in tal modo la necessità di politiche preventive,  che mascherano spesso operati repressivi, violando se ritenuto le libertà individuali e  palese violazione della praivasi

Terrorismo, resistenza e repressione.

Piuttosto che restare intrappolati in questa psicosi collettiva, perché non tentare di indagare sulle motivazioni per cui un ideale (e la sua salvaguardia) portano verso la violenza?

Dostoevskij ha scritto ne “I demoni“: «Partendo dalla libertà assoluta, arrivo al dispotismo assoluto». La realizzazione di un ideale implica, dunque, una forma di violenza? Nella sua pièce “Le mani sporche” (1948), lo scrittore e filosofo Jean Paul Sartre  diceva: «Io ho le mani sporche. Fino ai gomiti. Le ho tuffate nel sangue e nella merda. E ora? Come fai a illuderti che si possa governare senza essere violenti?».
«Potremmo dire che Il vero terrorista sia lo stato?»  È così? L’esercizio del potere può essere considerato una sorta di terrorismo? A seguito di un intervento di Raymond Aubrac, uno dei protagonisti della resistenza francese al regime di Vichy, che rivendicava la definizione di terroristi per sé e per il gruppo di cui ha fatto parte, Jean Pierre Valabrega, psicanalista e scrittore, ha ricordato quale sia la causa prima del terrorismo: la resistenza al terrorismo dello stato.

Tutto comincia dagli stati e da chi detiene ed esercita il potere. Di conseguenza, le ideologie, i credi e le religioni contrapposte, la destra e le sinistre, portano inevitabilmente avanti il regno del terrore. In questo regime dittatoriale fatto dal terrorismo di stato, nascono e si organizzano delle resistenze che si oppongono l’una all’altra. Una lotta che si deve qualificare non come terrorismo ma come anti o contro-terrorismo. La resistenza all’infezione non è un’infezione. La resistenza all’oppressione non è un’oppressione.

Ecco di cosa si dovrebbe discutere: chi sono i terroristi? Chi i contro-terroristi? I movimenti islamici contemporanei si rifanno alla jihad e all’islamismo, ma allo stesso tempo sono contro il consumismo, l’imperialismo e i costumi considerati libertini del mondo occidentale Resta comunque la certezza che i detentori del potere, qualsiasi esso sia, considera terrorista chiunque vi si opponga, e per tale ragione legifera o adotta sistemi repressivi anche tal volta violenti, adducendo un modo tale che “il fine giustifichi sempre i mezzi”.

Ballots or Bullets: Democracy and World Power

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Ballots or Bullets:

Democracy and World Power

The principal reason why Washington engages in military wars, sanctions and clandestine operations to secure power abroad is because its chosen clients cannot, and do not, win free and open elections.

A brief survey of recent election outcomes testify to the electoral unattractiveness of Washington-backed clients. The majority of democratic electorates rejects candidates and parties which back the US global agenda: neo-liberal economic policies; a highly militarized foreign policy; Israeli colonization and annexation of Palestine; the concentration of wealth in the financial sector; the military escalation against China and Russia. While the US policy attempts to re-impose the pillage and dominance of the 1990s via recycled client regimes the democratic electorates want to move on toward less bellicose, more inclusive governments, which restore labor and welfare rights.

The US seeks to impose the unipolar world, of the Bush Sr. and Clinton era, failing to recognize the vast changes in the world economy, including the rise of China and Russia as world powers, the emergence of the BRIC and other regional organizations and above all the growth of popular democratic consciousness.

Failing to convince electorates by reason or manipulation, Washington has opted to intervene by force, and to finance organizations to subvert the democratic electoral process. The frequent resort to bullets and economic coercion when ballots fail to produce the “appropriate outcome” testifies to the profoundly reactionary nature of US foreign policy. Reactionary in the double sense of ends and means.

Pragmatically, the imperial centered socio-economic policies deepen inequalities and depress living standards. The means to achieve power, the instruments of policy, include wars, intervention, covert operations, are more akin to extremists, quasi-fascist, far right regimes.

Free Elections and the Rejection of US Clients

US-backed electoral parties and candidates have suffered defeats throughout most of the world, despite generous financial backing and international mass media propaganda campaigns. What is striking about the negative voting outcomes is the fact that the vast majority of adversaries are neither anti-capitalist nor ‘socialist’. What is equally striking is that all of the US clients are rightist or far-rightist parties and leaders. In other words, the polarization is usually between center-left and rightist parties; the choice is between reform or reaction, between an independent or satellite foreign policy.

Washington and Latin America: Masters of Defeats

Over the past decade, Washington has backed losing neo-liberal candidates throughout Latin America and then sought to subvert the democratic outcome.

Bolivia

Since 2005, Evo Morales, the center left leader favoring social reforms and an independent foreign policy, has won three Presidential elections against Washington backed rightist parties, each time by a greater margin. In 2008, he ousted the US ambassador for intervening, expelled the Drug Enforcement Agency (DEA) in 2008, USAID in 2013 and the Military Mission after foiling an aborted coup in Santa Cruz.

Venezuela

The United Socialist Party of Venezuela (PSUV) and its predecessor have won every Presidential and Congressional election (over a dozen) except one over the past 15 years despite US multi-million dollar funding of neo-liberal opposition parties. Unable to defeat the Chavez-led radical-reform government, Washington backed a violent coup (2002), a boss’s lockout (2002/3), and decade’s long paramilitary attacks of pro-democracy leaders and activists.

Ecuador

The US has opposed the center-left government of President Correa for ousting it from the military base in Manta, renegotiating and repudiating some of its foreign debt and backing regional pacts which exclude the US. As a result Washington backed an abortive police led coup in 2010 that was quickly defeated.

Honduras

During democratically elected President Manual Zelaya’s tenure in office, a center-left President, Honduras sought to pursue closer relations with Venezuela in order to receive greater economic aid and to shed its reputation as a US dominated “banana republic”. Washington, unable to defeat him at the ballot box, responded by supporting a military coup (2009) which ousted Zelaya and returned Honduras to the US fold. Since the coup Honduras has experienced more killings of popular leaders-200- than any country in Latin America.

Brazil

The center-left Workers Party has won four straight elections against US backed neo-liberal candidates beginning in 2002 and continuing through the 2014 elections. The US propaganda machine, including NSA’s spying on President Rousseff and the strategic state petrol company, Petrobras, and the international financial press went all out to discredit the reformist center-left government. To no avail! The voters preferred an ‘inclusive’ social liberal regime pursuing an independent foreign policy to an opposition embedded in the discredited socially regressive neo-liberal politics of the Cardoso regime (1994-2002). In the run-up to the 2014 elections Brazilian and US financial speculators attempted to strike fear in the electorate by betting against the currency (real) and driving the stock market into a precipitous fall.

To no avail. Rousseff won with 52% of the vote.

Argentina

In Argentina a massive popular revolt overthrew the US backed neo-liberal regime of De la Rua in 2001. Subsequently, the electorate elected the center-left Kirchner government over the rightist, US backed Menem candidacy in 2003. Kirchner pursued a reformist agenda imposing a moratorium on the debt and combining high economic growth with large scale social expenditures and an independent foreign policy. US opposition escalated with the election of his wife Cristina Fernandez. Financial elites, Wall Street, the US judiciary and Treasury intervened to destabilize the government, after failing to defeat Fernandez’s re-election. Extra-parliamentary financial pressures were matched by political and economic support for rightist politicians in preparation for the 2015 elections.

Earlier, in 1976, the US backed the military coup and political terror that led to the murder of 30,000 activists and militants. In 2014 the US backed a “financial coup” as a federal judge sided with vulture funds, sowing financial terror in international markets against a democratically elected government.

Paraguay

President Fernando Lugo was a moderate former Bishop who pursued a watered-down center-left agenda. Nevertheless, he raised issues that conflicted with Washington’s extremist agenda, including Paraguay’s membership in regional organizations that excluded the US (MERCOSUR). He appealed to the landless rural workers and he retained ties to other Latin American center-left regimes. He was deposed by Congress in 2012 in a highly dubious ‘institutional coup’, quickly supported by the White House and replaced by a straight-line neo-liberal, Federico Franco with tight links to Washington and hostile to Venezuela.

Globalizing US Threats to Democracy

US subversion of democracy when center-left political formations compete for power is not confined to Latin America – it has gone ‘global’.

Ukraine

The most egregious example is the Ukraine, where the US spent over $6 billion in over a decade and a half. Washington financed, organized, and promoted pro NATO shock troops to seize power against an elected regime (Viktor Yanukovych) which tried to balance ties between the West and Russia. In February 2014, an armed uprising and mob action led to the overthrow of the elected government and the imposition of a puppet regime totally beholden to the US. The violent putschists met resistance from a large swathe of pro-democracy activists in the Eastern region. The Kiev junta led by oligarch Petro Poroshenko dispatched air and ground troops to repress the popular resistance with the unanimous backing of the US and EU. When the rightist regime in Kiev moved to impose its rule over the Crimea and to break its military base treaty with Russia, the Crimean citizens voted, by a large margin (85%), to separate and merge with Russia.

In both the Ukraine and Crimea, US policy was directed toward imposing by force, the subordination of democracy to NATO’s drive to encircle Russia and undermine its democratically elected government.

Russia

Following the election of Vladimir Putin to the Presidency, the US organized and financed a large number of opposition “think tanks”, and NGO’s, to destabilize the government. Large scale demonstrations by well-funded NGO’s were given wide play by all the Western mass media.

Failing to secure an electoral majority and after suffering electoral defeats in the executive and legislative elections, Washington and the EU, using the pretext of Russian “intervention” in the Ukraine, launched a full scale economic war on Russia. Economic sanctions were enforced in the hopes of provoking economic collapse and a popular upheaval. Nothing of the sort occurred. Putin gained greater popularity and stature in Russia and consolidated its ties with China and the other BRIC countries.

In sum in the Ukraine, Crimea and Russia, facing independent elected governments, Washington resorted to a mob uprising, military encirclement and an escalation of economic sanctions.

Iran

Iran has periodic elections in which pro and anti-western parties compete. Iran has drawn the wrath of Washington because of its support for Palestinian liberation from the Israeli yoke; its opposition to the Gulf absolutist states; and its ties to Syria, Lebanon (Hezbollah) and post- Saddam Hussain Iraq. As a result, the US has imposed economic sanctions to cripple its economy and finances and has funded pro-Western neo-liberal opposition NGO’s and political factions. Unable to defeat the Islamist power elite electorally, it chooses to destabilize via sanctions in order to disrupt its economy and assassinations of scientists and cyber warfare.

Egypt

Washington backed the Hosni Mubarak dictatorship for over three decades. Following the popular uprising in 2011, which overthrew the regime, Washington retained and strengthened its ties to the Mubarak police, military and intelligence apparatus. While promoting an alliance between the military and the newly elected President Mohammed Morsi, Washington funded NGO’s, who acted to subvert the government through mass demonstrations. The military, under the leadership of US client General Abdel Fattah el-Sisi, seized power, outlawed the Moslem Brotherhood and abolished democratic freedoms.

Washington quickly renewed military and economic aid to the Sisi dictatorship and strengthened its ties with the authoritarian regime. In line with US and Israeli policy, General Sisi tightened the blockade of Gaza, allied with Saudi Arabia and the Gulf despots, strengthened its ties with the IMF and implemented a regressive neo-liberal program by eliminating fuel and food subsidies and lowering taxes on big business.

The US backed coup and restoration of dictatorship was the only way Washington could secure a loyal client relationship in North Africa.

Libya

The US and NATO and Gulf allies launched a war (2011) against the independent, nationalist Libyan government, as the only way to oust the popular, welfare government of Colonel Gaddafi. Unable to defeat him via internal subversion, unable to destabilize the economy, Washington and its NATO partners launched hundreds of bombing missions accompanied by arms transfers to local Islamic satraps, tribal, clans and other violent authoritarian groups. The subsequent ‘electoral process” lacking the most basic political guarantees, fraught by corruption, violence and chaos, led to several competing power centers. Washington’s decision to undermine democratic procedures led to a violent Hobbesian world, replacing a popular welfare regime with chaos and terrorism.

Palestine

Washington has pursued a policy of backing Israeli seizures and colonization of Palestinian territory, savage bombings and the mass destruction of Gaza. Israel, determined to destroy the democratically elected Hamas government, has received unconditional US backing. The Israeli colonial regime has imposed racist, armed colonies throughout the West Bank, financed by the US government, private investors and US Zionist donors. Faced with the choice between a democratically elected nationalist regime, Hamas, and a brutal militarist regime, Israel, US policymakers have never failed to back Israel in its quest to destroy the Palestinian mini-state.

Lebanon

The US, along with Saudi Arabia and Israel, has opposed the freely elected Hezbollah led coalition government formed in 2011. The US backed the Israeli invasion in 2006, which was defeated by the Hezbollah militias. Washington backed the right wing Hariri-led coalition (2008 – 2011) which was marginalized in 2011. It sought to destabilize the society by backing Sunni extremists especially in Northern Lebanon. Lacking popular electoral support to convert Lebanon into a US client state, Washington relies on Israeli military incursions and Syrian based terrorists to destabilize Lebanon’s democratically elected government.

Syria

Syria’s Bashar Assad regime has been the target of US, EU, Saudi and Israeli enmity because of its support for Palestine, its ties with Iraq, Iran, Russia and Hezbollah. Its opposition to the Gulf despotism and its refusal to become a US client state (like Jordan and Egypt) has been another source of NATO hostility. Under pressure from its internal democratic opposition and its external allies, Russia and Iran , the Bashar Assad regime convoked a conference of non-violent opposition parties, leaders and groups to find an electoral solution to the ongoing conflict. Washington and its NATO allies rejected a democratic electoral road to reconciliation. They and their Turkish and Gulf allies financed and armed thousands of Islamic extremists who invaded the country. Over a million refugees and 200,000 dead Syrians were a direct result of Washington’s decision to pursue “regime change” via armed conflict.

China

China has become the world’s largest economy. It has become a leading investment and trading country in the world. It has replaced the US and the EU in Asian, African and Latin American markets. Faced with peaceful economic competition and offers of mutually beneficial free trade agreements, Washington has chosen to pursue a policy of military encirclement, internal destabilization and Pan Pacific integration agreements that excludes China. The US has expanded military deployments and bases in Japan, Australia and the Philippines. It has heightened naval and air force surveillance just beyond China’s limits. It has fanned rival maritime claims of China’s neighbors, encroaching on vital Chinese waterways.

The US has supported violent Uighur separatists, Tibetan terrorists and protests in Hong Kong in order to fragment and discredit China’s rule over its sovereign territory. Fomenting separation via violent means results in harsh repression, which in turn can alienate a domestic constituency and provide grist for the Western media mills. The key to the US countering China’s economic ascent is political: fomenting domestic divisions and weakening central authority. The democratization which Chinese citizens favor has little resonance with US financed ‘democracy’ charades in Hong Kong or separatist violence in the provinces.

Washington’s effort to exclude China from major trade and investment agreements in Asia and elsewhere has been a laughable failure. The principle US “partners”, Japan and Australia are heavily dependent on the Chinese market. Washington’s (free trade) allies in Latin America, namely Colombia, Peru, Chile and Mexico are eager to increase trade with China. India and Russia are signing off on multi-billion dollar trade and investment deals with China! Washington’s policy of economic exclusion miscarried in the first month!

In sum, Washington’s decision to pursue confrontation over conciliation and partnership; military encirclement over co-operation; exclusion over inclusion, goes counter to a democratic foreign policy designed to promote democracy in China and elsewhere. An authoritarian choice in pursuit of unachievable Asian supremacy is not a virtue; it is a sign of weakness and decay.

Conclusion

In our global survey of US policy toward democracy, center-left governments and free elections we find overwhelming evidence of systematic US hostility and opposition. The political essence of the “war on terrorism” is Washington’s world-wide long-term pernicious assault on independent governments, especially center-left democratic regimes engaged in serious efforts to reduce poverty and inequality.

Washington’s methods of choice range from financing rightist political parties via USAID and NGO’s, to supporting violent military coups; from backing street mobs engaged in destabilization campaigns to air and ground invasions. Washington’s animus to democratic processes is not confined to any region, religious, ethnic or racial group. The US has bombed black Africans in Libya; organized coups in Latin America against Indians and Christians in Bolivia; supported wars against Muslims in Iraq, Palestine and Syria; financed neo-fascist “battalions”and armed assaults against Orthodox Christians in the Eastern Ukraine; denounced atheists in China and Russia.

Washington subsidizes and backs elections only when neo-liberal client regimes win. It consistently destabilizes center-left governments which oppose US imperial policies.

None of the targets of US aggression are strictly speaking anti-capitalist. Bolivia, Ecuador, Brazil, Argentina are capitalist regimes which attempt to regulate tax and reduce disparities of wealth via moderate welfare reforms.

Throughout the world, Washington always supports extremist political groups engaged in violent and unconstitutional activity that have victimized democratic leaders and supporters. The coup regime in Honduras has murdered hundreds of rank and file democratic activists, farm workers,and poor peasants.

The US armed Islamic jihadist and ex-pat allies in Libya have fallen out with their NATO mentors and are at war among themselves, engaging in mutual bloodletting.

Throughout the Middle East, South Asia, North Africa, Central America and the Caucuses wherever US intervention has taken place, extreme right-wing groups have served, at least for a time, as Washington and Brussels’ principal allies.

Pro EU-NATO allies in the Ukraine include a strong contingent of neo-Nazis, paramilitary thugs and “mainstream” military forces given to bombing civilian neighborhoods with cluster bombs.

In Venezuela, Washington bankrolls terrorist paramilitary forces and political extremists who murdered a socialist congressional leader and dozens of leftists.

In Mexico the US has advised, finances and backs rightist regimes whose military, paramilitary and nacro-terrorist forces recently murdered and burned alive 43 teachers’ college students, and are deeply implicated in the killing of 100,000 “other” Mexicans, in less than a decade.

Over the past eleven years the US has pumped over $6 billion dollars in military aid to Colombia, funding its seven military bases and several thousand special operations forces and doubling the size of the Colombian military. As a result thousands of civil society and human rights activists, journalists, trade union leaders and peasants, have been murdered. Over 3 million small land -holders have been dispossessed.

The mass media cover up the US option for right wing extremism by describing ruling mass murderers as “center-right regimes” or  as“moderates”: linguistic perversions and grotesque euphemisms are as bizarre as the barbarous activities, perpetrated by the White House.

In the drive for world power, no crime is left undone; no democracy that opposes it is tolerated. Countries as small and marginal as Honduran or Somalia or as great and powerful as Russia and China cannot escape the wrath and covert destabilization efforts of the White House.

The quest for world domination is driven by the subjective belief in the “triumph of the will”. Global supremacy depends entirely on force and violence: ravaging country after country, from carpet bombing of Yugoslavia, Iraq, Afghanistan and Libya to proxy wars in Somalia, Yemen, Ukraine to mass killings in Colombia, Mexico and Syria.

Yet there are limits to the spread of the “killing fields”. Democratic processes are defended by robust citizens’ movements in Venezuela, Ecuador and Bolivia. The spread of imperial backed terrorist seizures of power are stymied by emergence of global powers, China in in the Far East and Russia in Crimea and eastern Ukraine have taken bold steps to limit US imperial expansion.

In the United Nations, the President of the United States and his delegate Samantha Powers rant and rave, in a fit of pure insanity, against Russia as “the greatest world terrorist state” for resisting military encirclement and the violent annexation of the Ukraine.

Extremism, authoritarianism and political insanity know no frontiers. The massive growth of the secret political police, the National Security Agency, the shredding of constitutional guarantees, the conversion of electoral processes into elite controlled multi-billion dollar charades, the growing impunity of police involved in civilian murders, speaks to an emerging totalitarian police – state inside the US as a counterpart to the violent pursuit of world power.

Citizens’ movements, consequential center-left parties and governments, organized workers, in Latin America, Asia and Europe have demonstrated that authoritarian extremist proxies of Washington can be defeated. That disastrous neo-liberal policies can be reverted. That welfare states, reductions in poverty, unemployment and inequalities can be legislated despite imperial efforts to the contrary.

The vast majority of the Americans, here and now, are strongly opposed to Wall Street, big business and the financial sector. The Presidency and the Congress are despised by three quarters of the American public. Overseas wars are rejected. The US public, for its own reasons and interests, shares with the pro-democracy movement’s world-wide, a common enmity toward Washington’s quest for world power. Here and now in the United States of America we must learn and build our own powerful democratic political instruments.

We must, through the force of reason, contain and defeat “the reason of force”: the political insanity that informs Washington’s ‘will to power’. We must degrade the empire to rebuild the republic. We must turn from intervening against democracy abroad to building a democratic welfa

Torpignattara, l’autopsia parla chiaro: reiterato traumatismo contusivo del capo

Polvere da sparo

“La vittima era in stato di ebbrezza e molestava i passanti” : titolo del giornale La Stampa…
“Ancora da identificare, invece, il ragazzo che era insieme all’arrestato quando ieri sera hanno incrociato la vittima che, ubriaca, infastidiva i passanti con urla e schiamazzi.”il Messaggero…
per alcuni giorni si è parlato di degrado, dell’invivibilità di Torpignattara, della certa ubriachezza del ragazzo pakistano ucciso,
della fatalità con cui un bravissimo ragazzo minorenne e italianissimo, con un solo colpo dato per difendersi dal farneticante ubriaco, l’ha ucciso;
si è letta ovunque l’ennesima manifestazione di razzismo viscerale in ogni articolo, in ogni commento,
nella solidarietà attiva dimostrata nei confronti del ragazzo assassino, nelle strade del “suo” quartiere, quello che sarebbe invaso dal degrado portato da migranti mbriaconi, “negri” e ” bangladeshi”

Si son visti anche i compagni, la solidarietà, i manifesti per Muhammad e tanto altro… ma questo è un altro discorso…

Ricominciamo: siamo…

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Passo dopo passo…

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La giunta regionale siciliana di Crocetta ha approvato questa estate la legge sul diritto allo studio. “La Sicilia ha finalmente la possibilità di tutelare e valorizzare il diritto allo studio, ai saperi e alle conoscenze di tutti i ragazzi della nostra terra” hanno proclamato ai primi di agosto il presidente della Regione e l’assessore all’Istruzione e alla formazione professionale, Nelli Scilabra.

UNA SVOLTA STORICA”, “UN CAMBIO DI PASSO IMPORTANTE E STRAORDINARIO” a proposito di passi alla renziana maniera ” che finalmente consente alla Sicilia di non essere più l’unica regione d’Italia a non possedere una legge sul diritto allo studio. Gli alunni di tutte le età, dai più piccoli ai ragazzi delle scuole superiori finalmente avranno una legge che salvaguarderà i loro diritti…La Sicilia deve lasciarsi alle spalle il record nazionale del 25.8% di giovani che abbandonano prematuramente gli studi e ha il dovere di tutelare tutti i giovani che intendono studiare pur non avendo, in molti casi, i mezzi per poterlo fare…”

Ma che belle parole scritte sulla carta!, perchè questo è il punto che RIMANGONO APPUNTO SULLA CARTA!

IL DIRITTO ALLO STUDIO, di cui Crocetta e la sua intoccabile Scilabra si riempiono tanto la bocca, anche quest’anno, alle porte dell’apertura dell’anno scolastico, rischia di essere un DIRITTO A META’ di cui in Sicilia potrà beneficiare, sin dall’inizio in cui suoneranno le campanelle nelle scuole, solo una fetta di studenti mentre un’altra fetta rischia ancora una volta di rimanere illegittimamamente al palo!

Stiamo parlando, purtroppo, ANCORA UNA VOLTA! DEGLI STUDENTI DISABILI, 1200 nelle scuole superiori solo nella provincia o per meglio dire ex provincia di Palermo per non parlare delle altre province siciliane, la cui frequenza a scuola è strettamente legata alla ripartenza dei servizi di assistenza igienico-personale, del trasporto, e dell’ assistenza alla comunicazione.

Servizi di assistenza ESSENZIALI COME LI DEFINISCE TUTTA LA LEGGE VIGENTE, A PARTIRE DALLA COSTITUZIONE, … essenziali per tutelare il diritto allo studio e all’integrazione scolastica dei ragazzi disabili, per i quali a tutt’oggi LE ISTITUZIONI CON IN PRIMIS LA REGIONE DI CROCETTA/SCILABRA cosi’ “solleciti” SOLO A PAROLE! NON HANNO FATTO NULLA DI SERIAMENTE CONCRETO CIRCA LO STANZIAMENTO DELLE RISORSE NECESSARIE PER L’ANNO SCOLASTICO, mentre nel palazzo della ex Provincia si latita in attesa di “UN MIRACOLO”!

E in questo non vediamo nessuna differenza tra governo locale e governo nazionale! Mentre in questi giorni la notizia della “BUONA SCUOLA” del governo RENZI/GIANNINI impazza su tutti i mass media con l’annuncio di una nuova “rivoluzione” che si vuole mettere in campo scolastico denunciamo con forza “SAREBBE QUESTA LA VOSTRA BUONA SCUOLA??? QUELLA IN CUI ANCORA UNA VOLTA SI CONFERMA CHE IN QUESTA SOCIETA’ CAPITALISTA LE DISUGUAGLIANZE E LE DISCRIMINAZIONI SONO UNA NORMA E CHE DIRITTI BASILARI PER LA NOSTRA CONDIZIONE DI VITA, DIRITTO ALLO STUDIO, AL LAVORO… VENGONO SISTEMATICAMENTE ATTACCATI, MENTRE I VOSTRI “DIRITTI” ALLE POLTRONE DEL POTERE, AGLI STIPENDI D’ORO, ALLE RUBERIE, AL MALAFFARE SAREBBERO INTOCCABILI ???

MA LA SOLA DENUNCIA NON BASTA!

NECESSARIA E’SOPRATTUTTO LA LOTTA per resistere agli attacchi e difendere diritti che sono a base

dell’esistenza e della dignità di vita, E PER QUESTO GIA’ DA DOMANI RISCENDEREMO IN CAMPO,

ma con la consapevolezza che la lotta contro il sistema che produce tutto questo è e deve essere ben più ampia.

Precari Coop Sociali – Assistenti igienico-personale agli studenti disabili organizzati nello Slai cobas per il sindacato di classe Palermo

3277660110 – 3408429376

Perchè gli operai dovrebbero votare ?

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Non c’è nessun partito che rappresenti gli operai. Nessun partito si impegna perchè invece di tanti  decreti pro Ilva, ci sia un “decreto operaio”. La protesta non è mandare qualcuno in un parlamento al servizio dei padroni europei, in cui ogni parlamentare guadagna 4 volte un lavoratore. La protesta non è senza classi e senza colore, ma è rossa e proletaria.

PROTESTIAMO CON IL “BOICOTTAGGIO ELETTORALE”!

Costruiamo il partito degli operai, comunista rivoluzionario, per lottare realmente contro gli Stati e i governi del capitale. Le elezioni giungono in una fase in cui i governi e gli Stati imperialisti europei – tutti – scaricano la crisi sugli operai, licenziando, cancellando diritti, riducendo il salario con Cig. CdS, ecc. Per farlo sempre di più costruiscono dei veri e propri regimi con Stati di polizia per imporre con la forza piani e decisioni e attaccare e impedire lotte, proteste, rivolte proletarie, giovanili e popolari. Non centra che il governo sia di centrodestra o di centrosinistra, la forma Stato che realizzano assume sempre più i caratteri di una moderna dittatura. In questa tendenza generale si rafforzano le tendenze apertamente neofasciste e naziste. A questo va aggiunto che la politica imperialista europea produce miseria, sfruttamento, fame e guerre nei paesi oppressi, che alimentano le ondate di immigrati che arrivano in Europa. I governi e gli Stati imperialisti da un lato accolgono ampi settori di queste masse per trasformarle in moderni schiavi, dall’altro approvano leggi razziste e antimmigrati che ne provocano morte nei mari. Il parlamento europeo non conta nulla, è un covo di politicanti corrotti e arricchiti, per dare un simulacro di democrazia alla dittatura delle borghesie. Alcuni operai pensano di votare Grillo o la lista Tsipras.

MA E’ SBAGLIATO E INUTILE!

Grillo e il M5S – usano lo scontento e la rabbia delle masse ma per una politica pupulista fascista. Grillo dice che lui è “oltre Hitler” e unisce in un calderone destra e sinistra; Grillo fa appello alla polizia, ai carabinieri, quegli stessi  che manganellano e caricano chi lotta per il lavoro, la casa e il reddito, i diritti. Usa una propaganda qualunquista contro l’euro, nascondendo che non è l’euro ma il capitalismo che utilizza gli strumenti monetari necessari ai suoi profitti. Grillo viene accolto a braccia aperte dai fascisti forconi, perchè gli interessi che rappresenta realmente sono quelli della piccola e media impresa, dei “trombati” dalla crisi… ma viene giustamente cacciato dagli operai se si presenta alle fabbriche. La lista Tsipras – non va dentro il parlamento per attaccarlo e contribuire alla lotta per rovesciare queste Istituzioni, ma lo fa per entrare anch’essa nel Tavolo truccato di una democrazia che traveste la dittatura, e, nonostante quello che afferma, contribuisce ad ingannare i lavoratori e le masse. Inoltre afferma che “su molti temi sono d’accordo con Grillo”, e allora, perchè votarla?

Uruguay disposto a ricevere bambini siriani come rifugiati

mujica

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

Il presidente uruguaiano, Josè Mujica, avrebbe comunicato al segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, la sua proposta di ricevere in Uruguay circa 50 bambini siriani come rifugiati.

Il settimanale “Busqueda” ha citato oggi fonti ufficiali ed alcuni partecipanti nei preparativi, che riportano che Mujica ha inviato una lettera su questo tema al capo delle Nazioni Unite.

Se l’ONU accede al sollecito, Mujica pensa di sollecitare un aeroplano alla presidentessa del Brasile, Dilma Rouseff, per portare i bambini in Uruguay dal loro rifugio in Giordania, ha aggiunto il settimanale.Sostiene, inoltre, che l’idea è alloggiarli nelle installazioni della scuola agraria che si trova ad Anchorena, un parco e residenza di riposo presidenziale nel dipartimento di Colonia, a 208 chilometri da Montevideo.

Nella sua recente visita nei vari paesi arabi, il cancelliere Luis Almagro ha visitato il campo di rifugiati di Zaatari, in Giordania, ed ha visto numerosi bambini minori di otto anni che vivono lì, alcuni con le loro madri ed altri orfani.

In una posteriore trasmissione alla radio, Mujica ha fatto riferimento al tema e si è chiesto: Non potremo occuparci del tema come società?

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Commento:

Questo breve articolo per come i media di massa stanno facendo informazione,non avrebbe nessuna attenzione, nessuna considerazione, nel cinismo bieco della politica populista,reazionaria e fascista, l’immigrazione è una brace su cui soffiare per accendere la fiamma dell’odio razzista, delle guerre tra poveri, tra ultimi. Il segnale forte di questo grandissimo uomo che è il Presidente Pepe Mujica va nel senso opposto, si offre per salvare 50 bambini dalla guerra andandoli a prendere,  quello che mi preme sottolineare è il numero, offre e promette quello che è sicuro di poter dare a queste persone.

Molto distante dalle poltiche globali sull’immigrazione  che con operazioni militari pattugliano i mari, raccogliendo questi disperati senza nessun piano politico-economico-sociale, di fatto dopo vengono depositati nei CIE dove sopravvivono in condizioni di degrado, mentre chi riesce a uscire dai lager, va a rafforzare l’esercito industriale di riserva dell’ennesima crisi del capitalismo .

Ricordiamo che i gruppi imperialisti razziano le risorse umane e ambientali dei paesi semicoloniali, li devastano e quindi a missione compiuta li abbandonano e si trasferiscono in altri paesi. I paesi coloniali vengono ridotti nuovamente a rango di colonie, ma adesso diventano colonie collettive dei gruppi imperialisti, sicché nessuno di questi assume alcuna responsabilità per la conservazione a lungo termine delle fonti di profitto e di rendita. L’emigrazione selvaggia e atroce di masse di lavoratori e una sequela interminabile di guerre sono le inevitabili conseguenze di questa nuova colonizzazione.

A noi visionari piacerebbe pensare che le risorse dei paesi “terzomondisti” rimanessero nelle loro mani, che questi popoli potessero vivere dignitosamente con tradizioni cultura dove sono nati e hanno vissuto, ma per far questo dobbiamo iniziare a redistribuire la ricchezza,subito quella enorme concetrata in poche mani e dopo forse rinunciare a tutte quelle risorse che noi occidentali  consumiamo rispetto a loro, spesso con sprechi di generi alimentari e di oggetti inutili che il mercato con le sue campagne induce a comprare

akaGb

Piombino: come l’acciaio resiste la città

piombino Fer­mare l’altoforno è un atto cri­mi­nale. Testo chiaro e sin­te­tico, quello dei volan­tini che a cen­ti­naia pas­sano di mano, durante il blocco pome­ri­diano dell’unica strada di accesso alla città. A distri­buirlo ai pas­santi e alle auto ferme in coda, com­presi i vacan­zieri che devono imbar­carsi per l’Elba, sono gli ope­rai delle Accia­ie­rie.

Dopo il funerale che Grillo ha celebrato alcuni giorni fa, tra i fischi e le contestazioni degli operai della Lucchini, addirittura ad una manifestante che esprimeva dissenso sulla presenza propragandista del leader genovese, i penstallati – noti per la loro democrazia –  strappano il cartellone… Ma il comizio continua e  come sempre il comico carica di populismo e insulti il suo show, dalla peste rossa che li ha inebetiti per anni, arriva a sostenere che avere un lavoro dignitoso è un ricatto imposto dalla politica, per chiudere con la proposta rivoluzionaria del suo movimento, ovvero dare a tutti un reddito di cittadinanza di  circa 800 euro, peccato non dica dove troverebbe i miliardi di euro per farlo (visto che il governo attuale stenta a trovare 80 euro al mese per una parte molto inferiore di lavoratori).

Succede pero’ che i metalmeccanici di Piombino hanno una dignità e ci piace pensare che sia un rilancio della coscienza di classe, un messaggio forte e chiaro per i politicanti: vogliamo avere un lavoro e non un sussidio, vogliamo uno stipendio pieno e non le briciole, vogliamo continuare a produrre quell’acciaio che è l’unico nel paese per fare rotaie. Come puo’ un paese schiacciato dall’ennesima crisi del modo di produzione capitalista, da un capitalismo senza capitali che ha sempre instascato utili e socializzato le perdite, continuare a chiudere i nodi strategici  dell’industria? Ovviamente si ragiona sempre e solo nei termini dettati dalle leggi del mercato, del valore e profitto come totem invalicabili, dal possesso padronale dei mezzi di produzione, tutto deve girare attorno a delle regole che sono scientificamente la causa del problema, ma provare a percorrere vie alternative  allo sfruttamento è impensabile, improponibile, forse non la ricordano neanche gli operai questa via.

Cosa potrebbe fare uno stato davanti all’ennesimo fallimento  di un’azienda di queste proporzioni ? Continuare ad aiutare chi l’ha portata in quella condizioni? Chiuderla come è successo con molte altre ? Continuare ad erogare ammortizzatori sociali come la cassa integrazione?  Se invece provasse invertendo la tendenza a dichiarare il fallimento dei responsabili, con una “statalizzazione” dei mezzi di produzione, per consegnarli  nelle mani dei lavoratori, con un sistema non fondato sul saggio di profitto, sull’accumulazione di capitale, ma con una redistribuzioni degli utili in investimenti per innovazione,ricerca e nuovi posti di lavoro?

Ovviamente allo stato attuale questa ultima considerazione di dare l’opportunità ai lavoratori di gestirsi la propria azienda è un sogno difficilmente realizzabile in una società che misura tutto con denaro, potere, spettacolo,immagine, ma noi pensando alla resistenza degli operai metalmeccanici di Piombino, vogliamo crederci e  continuare a pensare un altro mondo possibile

akaGb

Le privatizzazioni non sono la soluzione ma il problema

Ass.PrivatizWeb

Premessa
Dismissione del pubblico e azzeramento del controllo popolare

La nostra città, così come molte altre realtà urbane del paese, ha subito le conseguenze, in termini di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di un lungo processo di privatizzazioni e liberalizzazioni.
Questo processo ha portato l’ente pubblico a rinunciare alla sua funzione di erogatore di servizi per trasformarsi progressivamente nel gestore di un “quasi mercato” che risponde esclusivamente a logiche di profitto, da un lato, e a logiche di riduzione dei fondi pubblici dall’altro. Il risultato è che il controllo popolare sui servizi essenziali sia stato completamente azzerato. Questo processo è avvenuto grazie alle sciagurate politiche degli ultimi 20 anni. La propaganda, da destra a sinistra, che giustifica questo tipo di trasformazioni, è quella che fa apparire la privatizzazione come l’unico strumento a disposizione per garantire una maggiore stabilità, la crescita economica o la compensazione laddove il pubblico è carente, per garantire occupazione (non importa a che condizioni), o l’adempimento delle richieste provenienti dall’Europa. Nel discorso neoliberista, chi si oppone a tali operazioni, svelandone il vero obiettivo, viene additato come un conservatore. Che servano a fare cassa o a limitare i costi del lavoro o di gestione, le privatizzazioni in realtà hanno portato solamente ad un aumento dei costi delle utenze e ad un peggioramento delle condizioni dei proletari che vedono diventare un lusso ciò che fino a poco tempo prima era un servizio garantito, contribuendo al peggioramento della condizione di vita dei lavoratori già schiacciati dalla crisi economica e occupazionale.

Privatizzazioni a Parma
Tra multiutility e multinazionali cooperative

Faremo qui degli esempi sintetici di alcune privatizzazioni avvenute a Parma, realizzatesi attraverso lo strumento a scatole cinesi delle società partecipate, per provare a comprendere la complessità delle ricadute sociali che stanno producendo e provare ad ipotizzare forme di mobilitazione che possano contrastarle.
E’ durante le amministrazioni Ubaldi e Vignali che si avvia e si rinforza la privatizzazione dei servizi energetici. Dapprima con la privatizzazione della municipalizzata Amps che, trasformata in Società per azioni, diventa proprietaria della distribuzione dell’energia elettrica, acquistando le reti in mano ad ENEL, poi con la nascita di Enia, che riuniva le ex municipalizzate di Parma, Reggio e Piacenza. Nel 2010 la fusione con Iride (Genova e Torino) dà vita al colosso Iren, una multi-utility “strutturata sul modello di una holding industriale con sede direzionale a Reggio Emilia e sedi operative a Genova, Parma, Piacenza e Torino”. Per il Comune di Parma, il fine di tutti questi passaggi è stato la vendita di capitale per fare cassa e avviare progetti di selvaggia ristrutturazione urbana a fini speculativi. Infatti, il Comune ha incassato da questo processo milioni di euro finiti direttamente nella grande abbuffata dei cantieri che il sindaco Vignali ha aperto in ogni angolo della città. Oggi Iren si occupa nel nostro territorio di tutto ciò che riguarda energia, acqua e lo smaltimento dei rifiuti, compresi discariche ed inceneritori. La privatizzazione del settore energetico è richiesta dalla necessità di profitti sicuri da parte di banche, fondi d’investimento e grandi gruppi capitalistici.
Per quanto riguarda l’utenza, Iren applica una politica tariffaria dettata esclusivamente dalle proprie esigenze di profitto, senza ovviamente che ci sia un adeguamento alle possibilità economiche di ampi strati della popolazione, peraltro oggi colpiti dalla crisi, e senza porsi alcun problema riguardo alle ricadute sociali del proprio agire; si tratta di una multinazionale coinvolta in operazioni estremamente complesse e rischiose che potrebbero generare anche conseguenze inimmaginabili per la popolazione. Le utenze vedono costi ormai insostenibili e i distacchi sono completamente in mano al privato e alla sua volontà di profitto. Dal punto di vista del personale impiegato, oltre a quello impiegatizio, e a parte i pochi operai che si occupano di manutenzione, un’ingente mole di lavoro, dalla raccolta differenziata alla gestione degli sportelli, fino alla nettezza urbana è dato in subappalto a cooperative o imprese private che scaricano i risparmi di gestione su un personale precario e sottopagato.
Anche i servizi sociali, dall’assistenza agli anziani e ai disabili, il “disagio mentale”, i centri giovani, le scuole materne e gli asili nido sono stati in questi anni progressivamente lasciati in mano alle cooperative, grazie a continue esternalizzazioni. Si tratta in realtà di grosse aziende capitalistiche che contano ormai dai 2000 ai 4000 “soci” dipendenti. E’ il caso della cooperativa Pro.Ges, che più che una cooperativa rappresenta un vero colosso, e che ha ramificazioni in diverse regioni d’Italia e all’estero, Organica al potere politico locale attraverso numerosi personaggi ad essa legati, il gruppo industriale cui questa coop fa riferimento si chiama Ge.s.in e si occupa di servizi alla persona, nidi, ospedali, case protette, pulizie, facchinaggio, raccolta differenziata, così come di manutenzione, progettazione, costruzione di impianti elettrici e meccanici, di opere di urbanizzazione e così via…per “attivare sinergie e promuovere rapporti secondo il modello dell’Impresa-Territorio, in ottica di sviluppo e di miglioramento competitivo”. Parmainfanzia (una Spa nata nel 2003, con socio di maggioranza Pro.Ges, e quota comunale del 43%) e Parma Zerosei (costituita nel 2011 dopo una sentenza che impediva l’’ulteriore espansione dell’altra partecipata, a quota comunale del 49% e Pro.Ges del 51%) sono due grossi tentacoli di questo colosso. I soci dipendenti di queste partecipate, pur svolgendo le stesse mansioni e lavorando un monte ore identico a quello dei dipendenti pubblici, vengono pagati considerevolmente meno (all’incirca 300 euro in meno di un lavoratore statale). Ormai hanno il monopolio su quello che è il settore educativo della prima infanzia a livello comunale, e sono in rapida espansione; rispondono principalmente all’esigenza del Comune di risparmiare sulla spesa sociale, di dismettere di fette di personale dipendente e diminuire i costi del lavoro. Le coop diventate multinazionali distruggono il tessuto delle piccole realtà cooperative, sottraendo loro progressivamente gli appalti dell’ente pubblico tramite un servizio erogato in base ad una logica industrializzata di massimo risparmio che spesso produce un abbassamento qualitativo. Il personale assunto tramite queste multinazionali del sociale, dall’educazione alla sanità, è infine più ricattabile. Questo è quello che succede quando l’ente pubblico rinuncia a gestire i servizi fondamentali e trasforma i diritti in merci; la “cittadinanza” è un mercato in cui solo chi può permetterselo può fruirne: i diritti sono diventati privilegi.
In tutti e due gli esempi fatti, assistiamo alla moltiplicazione di un esercito di lavoratori ricattabile, spesso de sindacalizzato (anche perché spesso i dirigenti delle cooperative e i dirigenti dei sindacati confederali si scambiano sovente la poltrona) o che non ha nemmeno la possibilità di accedere alla tutela sindacale, pena l’estromissione dal posto di lavoro. Il clima all’interno di queste piccole e grandi scatole cinesi è quello in cui domina non solo una totale assenza della tutela, ma anche una pesante gerarchia e controllo dei lavoratori.
A fronte di tutto questo si aggiunga, dopo la dismissione e la privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, la totale assenza di mancanza di politiche abitative e di intervento riguardo all’emergenza casa che da almeno un decennio affligge la città, e a cui le uniche risposte sono state, da copione, la creazione di società partecipate (vedi Parmabitare, Casadesso o il progetto Parma Social Housing) . Esse avevano lo scopo di realizzare appartamenti da affittare a canone calmierato, ma il risultato è disastroso: nessun incontro con la domanda dei bandi, l’esclusione delle fette sociali più bisognose, canoni troppo alti per gli inquilini stessi che vi accedono, una morosità elevata e tanti alloggi lasciati sfitti o mai realizzati. Anche in questo caso, la direzione è sempre quella della più completa autonomia alla società privata per la gestione della manutenzione, della riscossione, delle assegnazioni, degli sfratti, e così via.
Non ci sembra che l’attuale amministrazione stia attuando alcun cambio di rotta, trincerandosi dietro alla qualità percepita e la trasparenza (?) dei partners di cui il comune è socio, dimenticando che a fare la qualità dei servizi stessi sono solo i lavoratori (sottopagati e ricattati), ossia gli stessi fruitori dei servizi che dovrebbero essere pubblici e garantiti per tutti. Il mero indicatore della qualità percepita (sul cui grado avremmo anche qualche dubbio), sbandierato a destra e a manca dai diversi assessori, non può essere lo strumento sul quale basare una politica che garantisca dignità e sopravvivenza. Tantomeno le promesse di raccogliere le richieste più volte espresse dai lavoratori o dai sindacati di base che li rappresentano, senza che venga messo in discussione l’intero sistema di sfruttamento costituito dalle partecipate. Le forze di “opposizione”, PD in primis, non oppongono che l’unica rivendicazione, tutta all’interno delle logiche di mercato, della mancanza di offerta e di concorrenza tra privati.

Per invertire la rotta…
In questo panorama, la classe lavoratrice vive una condizione di isolamento e controllo, dato sia dalla divisione del lavoro in appalti, subappalti e miriadi di forme contrattuali, che dalla gestione gerarchica dei diversi “cantieri” che impediscono anche il semplice confronto tra lavoratori di uno stesso settore. La credibilità delle rappresentanze sindacali è praticamente nulla, la delegittimazione della politica è presente a tutti i livelli. E’ per questo necessario pensare a nuove forme di relazione e di aggregazione che probabilmente non possono passare solo per la sindacalizzazione sui luoghi di lavoro, ma darsi su terreni diversificati e correlati tra loro. Pensando ai lavoratori che vivono un rapporto lavorativo che impone l’impossibilità di poter utilizzare le forme storiche (anche le più “normali”) di protesta, dato il livello di ricattabilità e il clima d’intimidazione che sussiste nelle grandi cooperative così come nei subappalti, è necessario attrezzarsi su un livello di inchiesta e di relazioni tra i soggetti che compongono questa popolazione sfruttata che vive anche condizioni di disagio abitativo, di carenza dei servizi e di forme aggregative popolari. Nonostante la retorica da “grande famiglia”, la facciata casalinga che utilizzano queste partecipate, anche per ammorbidire i lavoratori rispetto ai carichi di lavoro, come abbiamo visto, hanno diramazioni nazionali e anche extranazionali; per rompere la divisione sarebbe già un grande passo riuscire a conoscere i lavoratori di altre città che vivono le stesse condizioni che a Parma e con loro individuare campagne di boicottaggio o di lotta, laddove siano presenti sedi dei grandi colossi del sociale o dell’energia come Iren o ProGes.
Non è un caso che in questi anni sempre più spesso le lotte che si affacciano in città (oltre a quelle degli operai delle fabbriche in via di dismissione) e che, di fatto, hanno avuto come obbiettivo esternalizzazioni e privatizzazioni, siano partite da disagi esterni al mondo del lavoro (pensiamo ad esempio ai comitati di genitori contro Parma Zerosei o la Rete diritti in casa contro Iren). Il movimento di lotta per la casa in questi mesi ha lanciato indicazioni importanti in questo senso, riuscendo, con la lotta contro i distacchi per morosità incolpevole portata alla sede Iren, a centrare uno dei nessi che possono portare all’unità di chi come noi subisce sfruttamento, privatizzazioni e crisi. Per questo, questa lotta è lotta di tutti noi.
Chi paga i costi sociali di tutti questi processi è un solo unico soggetto che sia esso utente o lavoratore. A questo va opposto un livello di conoscenza, di conoscenza reciproca, un insieme di azioni e rapporti che riescano ad invertire la direzione. In modo che a pagare il peso sociale di questo progetto di depredazione delle vite e dei territori siano finalmente i veri responsabili.

Collettivo Insurgent City

Rete :  Noi saremo tutto