Leak TTIP Greenpeace confermano i principali rischi per il clima, l’ambiente e la sicurezza dei consumatori

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Amsterdam, 1 maggio 2016 –
Greenpeace Olanda sta rilasciando un pacchetto di testi TTIP  trapelate il Lunedi mattina, alle ore 11 CET, per fornire la necessaria trasparenza e  innescare un dibattito informato su un trattato che minaccia di avere implicazioni di vasta portata per l’ambiente e le vite di quasi un miliardo di cittadini dell’UE e degli Stati Uniti. Questa è la prima volta che il pubblico avrà la possibilità di confrontare le posizioni negoziali dell’UE e degli USA.

“E ‘tempo di fare  luce su questi negoziati. Difficile il progresso ambientale viene barattato a porte chiuse. Questi documenti rivelano che la società civile ha il diritto di essere preoccupata TTIP. Dovremmo smettere i negoziati e avviare il dibattito “, ha detto Faiza Oulahsen, attivista di Greenpeace Olanda. “La versione completa e più recente del testo del trattato dovrebbe essere rilasciato in una sola volta, in modo che i cittadini ed i rappresentanti eletti hanno la possibilità di comprendere ciò che viene proposto nei loro nomi.”

Da un punto di vista dell’ambiente e dei consumatori quattro aspetti sono di seria preoccupazione:

Le protezioni ambientali in piedi sembrano essere cadute

Nessuno dei capitoli che abbiamo esaminato fa riferimento ad eccezioni della regola generale. Questo accordo  di circa 70-anni fa regola secondo l’accordo GATT dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), permette nazioni a disciplinare il commercio “per proteggere, la vita animale e vegetale umana o alla salute” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili” [ 1]. L’omissione di questo regolamento suggerisce entrambe le parti stanno creando un regime che pone il profitto davanti, la vita umana animale e vegetale e la salute.

La protezione del clima sarà più difficile sotto TTIP

L’accordo sul clima di Parigi rende un punto chiaro: Dobbiamo mantenere l’aumento della temperatura sotto 1,5 gradi per evitare una crisi climatica con effetti a miliardi di persone in tutto il mondo. Il commercio non dovrebbe essere escluso dalla azione per il clima. Ma nulla che indica la protezione del clima è scritto nei testi ottenuti. Peggio ancora, la possibilità di misure di mitigazione è limitata dalle disposizioni dei capitoli sulla cooperazione normativa o di accesso al mercato per i prodotti industriali. [2] Come esempio di queste proposte escluderei il regolamento nell’importazione di combustibili ad alta intensità di CO2, come l’olio da sabbie bituminose.

La fine del principio di precauzione

Il principio di precauzione, sancito dal trattato UE [3], non è menzionato nel capitolo sulla cooperazione normativa, né in alcun altro dei 12 capitoli ottenuti. D’altra parte la richiesta degli Stati Uniti per un approccio ‘basato sul rischio’ che ha lo scopo di gestire le sostanze pericolose, piuttosto che evitarle, trova la sua strada in vari capitoli. Questo approccio mina la capacità delle autorità di regolamentazione di adottare misure preventive, ad esempio per quanto riguarda le sostanze controversi come ormoni pe rturbare le sostanze chimiche.

L’apertura della porta per il cambio di gestione aziendale

Mentre le proposte minacciano la tutela dell’ambiente e dei consumatori, le grandi imprese otterranno ciò che vogliono. Le opportunità di partecipare al processo decisionale sono concesse alle società di intervenire anche  nelle prime fasi del processo decisionale.

Mentre la società civile ha avuto scarso accesso ai negoziati, ci sono molti casi in cui i documenti mostrano che all’industria è stata concessa una voce privilegiata nelle decisioni importanti. [4] I documenti trapelati indicano che l’UE non è stata aperta per l’elevato grado di influenza dell’industria. relazione pubblica recente dell’UE [5] ha una sola menzione minore input industriale , mentre i documenti trapelati ripetutamente parlarlano della necessità di ulteriori consultazioni con l’industria esplicitamente parlano di come input industriali sono stati raccolti.

Oulahsen: “Sia che vi preoccupate per questioni ambientali, di benessere degli animali, diritti del lavoro e privacy su Internet,  dovreste essere preoccupati per ciò che è trapelato in questi documenti Essi sottolineano le obiezioni forti della società civile e milioni di persone che in tutto il mondo hanno espresso: TTIP tratta  un enorme trasferimento di potere democratico da parte di persone alle grandi imprese. Chiediamo a tutti i rappresentanti eletti e le altre parti interessate a leggere questi documenti e partecipare al dibattito. “

I documenti   248 pagine di linguaggio giuridico complesso (13 consolidati capitoli TTIP + Nota – Stato tattica dei negoziati TTIP – marzo 2016). Greenpeace Olanda ha lavorato insieme su questo con il famoso network di ricerca tedesco di NDR, WDR e Süddeutscher Zeitung. Fino ad ora i rappresentanti eletti sono stati in grado di visualizzare tali documenti sotto scorta, in una stanza sicura, senza accesso alla consultazione di esperti, pur essendo proibito di discuterne il contenuto con chiunque altro

Con la pubblicazione di questi documenti Greenpeace sta dando a milioni di cittadini interessati la possibilità di sorvegliare le attività del loro governo e di discuterne con i loro rappresentanti eletti.

 

NOTE  

[1] La maggior parte degli accordi del WTO sono state il risultato del 1986-1994 dell’Uruguay Round dei negoziati commerciali. Alcuni, tra cui GATT del 1994, sono state revisioni di testi esistenti in precedenza.

[2] Nulla nei pertinenti articoli 10 (restrizioni all’importazione e all’esportazione) e 12 (importazione ed esportazione di licenza) del capitolo sul trattamento nazionale e di accesso al mercato per Merci mostra che necessarie misure commerciali per proteggere il clima sarebbe stato consentito come un mestiere restrizione ai sensi dell’articolo XX del GATT (vedi nota 1).

[3] “Il principio di precauzione è dettagliato nell’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (UE). Essa mira a garantire un elevato livello di protezione ambientale attraverso preventiva decisionale in caso di rischio. Http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=URISERV%3Al32042

[4] Ad esempio “Mentre gli Stati Uniti hanno mostrato un interesse, si affrettò a precisare che avrebbe bisogno di consultarsi con la sua industria per quanto riguarda alcuni dei prodotti” – Capitolo ‘tattico State of Play’, paragrafo 1.1, Agricoltura.

[5] ‘dodicesimo round dei negoziati per il commercio e gli investimenti partenariato transatlantico (TTIP)’ http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2016/march/tradoc_154391.pdf

TTIP altro che Schengen

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Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano

 

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta . Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire

Video del Movimento cinque stelle

https://www.facebook.com/LauraFerraraM5S/videos/1056460797732913/

 

Un povero mondo di pochi ricchi


Davos-2015-infografica_1-300x300Secondo il Rapporto Grandi disuguaglianze crescono di Oxfam, la ricchezza detenuta dall’1% della popolazione mondiale supererà nel 2016 quella del restante 99%. Il fatto che questa disuguaglianza sia in continua e costante crescita rende necessarie misure dirette a invertire la tendenza.

Alla vigilia del World Economic Forum di Davos, il Rapporto denuncia il fatto che l’esplosione della disuguaglianza frena la lotta alla povertà in un mondo dove oltre un miliardo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno, e 1 su 9 non ha nemmeno abbastanza da mangiare.Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, userà quest’anno tutta l’influenza che deriva dal suo ruolo di co-chair al Forum per chiedere un’azione urgente volta ad arginare la marea crescente della disuguaglianza, partendo da una proposta di contrasto reale all’elusione fiscale delle multinazionali e da una spinta verso l’adozione di un trattato globale di lotta ai cambiamenti climatici.

Grandi disuguaglianze crescono è il documento di analisi pubblicato oggi da Oxfam, da cui emerge che l’1% della popolazione ha visto la propria quota di ricchezza mondiale crescere dal 44% del 2009 al 48% del 2014 e che a questo ritmo si supererà il 50% nel 2016. Gli esponenti di questa elite avevano una media di 2,7 milioni di dollari pro capite nel 2014. Del rimanente 52% della ricchezza globale, quasi tutto era posseduto da un altro quinto della popolazione mondiale più agiata, mentre il residuale 5,5% rimaneva disponibile per l’80% del resto del mondo: vale a dire 3,851 dollari a testa, 700 volte meno della media detenuta dal ricchissimo 1%.

“Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% possiede più di tutti noi messi insieme?  – ha detto Winnie  Byanyima – La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e nonostante le molte questioni che affollano l’agenda globale, il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem, con ritmi di crescita preoccupanti.”

“Negli ultimi 12 mesi, i leader mondiali – dal Presidente Obama a Christine Lagarde – hanno più volte ribadito quanto necessario e importante sia affrontare il tema della grande disuguaglianza. Ma ancora poco è stato fatto in termini concreti ed è arrivato il momento per i nostri leader di prendersi carico degli interessi della stragrande maggioranza per intraprendere un cammino verso un mondo più giusto per tutti.”

“Se il quadro rimane quello attuale anche le elite ne pagheranno le conseguenze – afferma Roberto Barbieri, Direttore Generale di Oxfam Italia – perché non affrontare il problema della disuguaglianza riporterà la lotta alla povertà indietro di decenni. I più poveri sono poi colpiti 2 volte: perché hanno accesso a una fetta più piccola della torta e perché in assoluto ci sarà sempre meno torta da spartirsi, visto che la disuguaglianza estrema impedisce la crescita.”

Lo scorso anno, Oxfam ha dominato la scena a Davos, rivelando che gli 85 paperon de’ paperoni del mondo detenevano la ricchezza del 50% della popolazione più povera (3,5 miliardi di persone). Quest’anno il numero è sceso a 80, una diminuzione impressionante dai 388 del 2010. La ricchezza di questi 80 è raddoppiata in termini di liquidità tra il 2009-2014.

Oxfam chiede ai governi di adottare un piano di sette punti per affrontare la disuguaglianza:

  1. contrasto all’elusione fiscale di multinazionali e individui miliardari;
  2. investimento in servizi pubblici gratuiti, come salute e istruzione;
  3. distribuzione equa del peso fiscale, spostando la tassazione da lavoro e consumi verso capitali e ricchezza;
  4. introduzione di salari minimi e graduale adozione di salari dignitosi per tutti i lavoratori;
  5. introduzione di una legislazione ispirata alla parità di retribuzione, e politiche economiche che prevedano una giusta quota per le donne;
  6. reti di protezione sociale per i più poveri, incluso un reddito minimo garantito;
  7. un obiettivo globale di lotta alla disuguaglianza.

Il documento di analisi di oggi, che arriva dopo il rapporto di ottobre Partire a pari merito: eliminare la disuguaglianza estrema per eliminare la povertà estrema, fa luce sul fatto che le grandi ricchezze siano passate alle generazioni successive e che le elite mobilitino ingenti risorse per piegare regole e leggi a loro favore. Più di un terzo dei 1.645 miliardari della classifica Forbes ha ereditato parte o tutta la ricchezza che detiene.

Il 20% dei miliardari ha interessi nei settori finanziario e assicurativo, un gruppo che ha visto la propria liquidità crescere dell’11% nei 12 mesi precedenti a marzo 2014. Questi settori hanno speso 550 milioni di dollari per fare lobby sui decisori politici a Washington e Bruxelles nel 2013. Nel 2012 negli Stati Uniti solo durante il ciclo elettorale, il settore finanziario ha speso 571 milioni di dollari in contributi per le campagne.

I miliardari che hanno interessi nei settori farmaceutico e sanitario hanno visto il loro patrimonio netto collettivo crescere del 47% in un solo anno. Questi settori, durante il 2013, hanno speso oltre 500 milioni di dollari in lobby a Washington e Bruxelles.

La preoccupazione di Oxfam è che il potere di lobby di questi settori possa essere un ostacolo alla riforma del sistema fiscale globale e all’adozione di regole sulla proprietà intellettuale che non precludano l’accesso dei più poveri a medicine salva-vita.

Come più volte ribadito da più parti, Fondo Monetario Internazionale in primis, la disuguaglianza estrema non è soltanto una pessima notizia per gli ultimi del mondo ma anche un danno enorme per la crescita economica.


Farmaci il cartello Roche-Novartis

Una costosa campagna per sabotare 
un collirio da 15 euro e imporne uno che ne costa 1400. Facendoci spendere 600 milioni in più di medicinali alle casse dello Stato 

ladri

Big Pharma pensa a incassare miliardi, non a guarire i malati. Due colossi mondiali del farmaco, Roche e Novartis, si sono messi d’accordo per spartirsi i miliardi dalla vendita di due farmaci identici ma con nomi diversi (Avastin e Lucentis) e soprattutto a prezzi diversi. A danno dei malati, del servizio sanitario pubblico, delle assicurazioni private. A danno di tutti gli altri, insomma. Uno scandalo che ora l’Antitrust italiano ha sanzionato con una multa esemplare: 180 milioni di euro.

All’inizio c’è la scoperta di uno scienziato italiano, Napoleone Ferrara, che nei laboratori della California della Genentech (prima che questa venisse rilevata al 100% dalla Roche) individua un principio che blocca il fattore della crescita dei vasi sanguigni. Un principio attivo che con Avastin serve, senza però portare risultati, per la cura di alcuni tumori molti gravi, mentre con Lucentis serve per guarire dalla degenerazione maculare senile, malattia che conduce alla cecità e che nei Paesi industrializzati minaccia un over 60 su tre. Il farmaco è lo stesso ma mentre una dose di Avastin ha un prezzo tra i 15 e gli 80 euro, Lucentis costa più di 900 euro a dose. Cosa fanno Roche e Novartis? Si mettono d’accordo per spartirsi il mercato. La Roche (che controlla Genentech) non registra il farmaco per la cura della malattia agli occhi e incassa alte royalties dalla Novartis per la commercializzazione del Lucentis. E siccome Novartis controlla oltre il 33% del capitale di Roche incassa, oltre ai proventi dalle vendite, la propria quota di utili.

Uno scandalo senza esclusione di colpi: le due multinazionali (ci sono incontri, scambi di mail, telefonate collusive che lo documentano) si sono spartite i compiti per creare l’allarme presso i pazienti sull’uso di Avastin nelle cure oftalmiche, e per  sabotare il valore di ricerche indipendenti che dimostrano invece l’assoluta equivalenza terapeutica dei due farmaci. Poi c’è il lavoro di lobby sulla stampa specializzata, sulle commissioni parlamentari, sugli organismi del ministero. Per il servizio sanitario nazionale tutto questo si è tradotto, per il solo 2012, in una maggiore spesa di 45 milioni di euro. La Regione Emilia Romagna ha calcolato che con il costo sostenuto per acquistare dosi di Lucentis avrebbe potuto assumere 69 medici, oppure 155 infermieri, oppure 193 ausiliari, oppure, infine, effettuare 243.183 visite specialistiche. E ancora: secondo la Società oftalmologica italiana (Soi) ci sono circa 100 mila pazienti che, a causa dei costi elevatissimi di Lucentis spesso non compatibili con i budget dei singoli ospedali, non riescono ad avere accesso alla cura.

Se Avastin dovesse essere del tutto sostituito da Lucentis il costo potenziale per il servizio sanitario pubblico sarebbe, per il 2014, di 678,6 milioni contro i 63,5 stimati in mancanza di sostituzione. La Francia, Paese simile all’Italia, ha adottato esclusivamente il Lucentis e il costo per le casse pubbliche è stato non inferiore ai 700 milioni di euro. Queste sono le regole di Big Pharma. Che però, per una volta, potrebbe non farla franca.

 

Stralci di un ‘inchiesta per Report di Paolo Barnard


 

Ecuador vincoli finanziari di un giudice USA con Chevron

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da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi

 

Il giudice statunitense Lewis Kaplan che ha emesso una sentenza contro gli ecuadoriani colpiti dall’industria petrolifera Chevron in un recente giudizio a New York, ha vincoli finanziari con la multinazionale, assicurano i querelanti.

D’accordo con un comunicato divulgato qui dall’Unione dei Colpiti dall’industria petrolifera Texaco (filiale di Chevron), Kaplan ha delle azioni in almeno tre fondi dove possiede anche interessi la compagnia statunitense.

Il testo sottolinea che il giurista non ha mai menzionato queste relazioni finanziarie, e neanche ha applicato la legge federale di New York che esige ai giudici di ritirarsi da un caso in qualsiasi procedimento nel quale l’imparzialità possa essere ragionevolmente discussa.

I dati sul vincolo finanziario tra Kaplan e la compagnia sono stati ottenuti con dati incrociati da relazioni sugli investimenti che sono disponibili al pubblico, aggiunge il comunicato.

Kaplan ha determinato che la sentenza di un tribunale ecuadoriano che ha condannato Chevron a pagare nove mila 500 milioni di dollari a circa 30 mila colpiti dall’inquinamento causato da Texaco non potrà essere effettuata negli Stati Uniti.

La multinazionale non solo si rifiuta di pagare l’indennità, ma ha denunciato lo Stato ecuadoriano presso una corte internazionale di arbitraggio, per supposta mancanza di applicazione di un trattato bilaterale di investimenti che è entrato in vigore cinque anni dopo l’uscita di Texaco dal paese sud-americano.

Durante i quasi 30 anni che ha operato nell’Amazzonia, Texaco ha buttato 16,8 milioni di galloni di petrolio nell’ecosistema, ha inquinato con 18,5 mila milioni di galloni di acqua tossica terre e fiumi, ed ha bruciato 235 mila milioni di piedi cubici di gas, secondo quanto analizzato dalle autorità locali.

Si registra anche un’alta incidenza di cancro ed altre malattie tra gli abitanti della zona, come risultato dell’inquinamento delle fonti d’acqua potabile.

Per dimostrare l’enorme danno ambientale causato dall’industria petrolifera, il governo ecuadoriano ha iniziato nel settembre scorso la campagna “La mano sporca di Chevron” che invita personalità, politici ed artisti internazionali a visitare i pozzi e le piscine di scarico, piene di catrame e residui del grezzo.

Tra quelli che hanno constatato l’inquinamento ci sono gli attori statunitensi Danny Glover e Mia Farrow, l’ambientalista Alexandra Cousteau, nipote dell’oceanografo Jacques Cousteau, la sindaca della città californiana di Richmond, Gayle McLaughling, e più recentemente il duo portoricano Calle 13.