Indagini in Italia su Erdoğan e figlio (italiano e inglese)

Fonte sott.net

Indagini in Italia su attività criminali del presidente turco Recep Tayyip Erdogan potrebbe essere necessaria la collaborazione delle autorità di Svizzera, Malesia e l’Austria per risolvere il caso, da parte di  un parlamentare dell’opposizione partito democratico popolare (HDP)  Aykut Erdogdu detto Sputnik Turkiye.

A differenza di scandali precedenti e indagini in Turchia, che sono state spazzate sotto il tappeto, questa indagine può effettivamente portare a qualche risultato, secondo Erdogdu. Un partecipante in precedenti inchieste, Erdogdu ritiene che le accuse contro il figlio di Recep Tayyip Erdogan , Bilal, potrebbe essere legittime, se  viene effettuata un’indagine internazionale.

“Qualche tempo fa, sono state svolte indagini contro le società coinvolte in corruzione in Turchia. Come risultato di queste ricerche, si è constatato che  funzionari di alto rango e politici in Turchia hanno ricevuto grandi tangenti. La storia non ha avuto l’appropriata giudiziaria follow-up, ed è stato semplicemente spazzato sotto il tappeto “, ha detto Erdogdu Sputnik Turkiye.

A ‘Bosphorous mafia’?

Secondo il giornalista italiano Alessandro De Pascale, un giornalista  di affari internazionali per il quotidiano Il Manifesto,recenti viaggi personali  Bilal Erdogan in Italia utilizzando le credenziali diplomatiche sono stati oggetto di maggior attenzione

“Questa è la mafia Bosforo . L’inchiesta che é iniziato nel dicembre 2013 hanno innervosito il  governo perché molte figure vicino a AKP partito di Erdogan (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) sono stati coinvolte. E quando le telefonate del presidente, in cui chiedeva al figlio Bilal per nascondere il denaro in un luogo sicuro, urgentemente è stato fornito con passaporti diplomatici  emessi a lui e alla sua famiglia “, ha detto De Pascale Sputnik Italia.

Il viaggio di Sia Bilal Erdogan in l’Italia era personale o aveva altri scopi  è compito degli investigatori italiani scoprirlo, De Pascale ha aggiunto.

“La ragione politica è che il risultato delle elezioni del giugno 2015 avrebbe potuto essere sfavorevole per Erdogan e il suo partito, così come per i suoi figli, che sono il ramo d’azienda di Erdogan politico, al potere in Turchia ininterrottamente dal 2003. Di conseguenza, la tesi sembra plausibile, con l’invio di Bilal in Italia, Erdogan stava cercando di organizzare una base di riserva per un eventuale sconfitta alle elezioni, che non è accaduto nel mese di novembre 2015 “, ha detto De Pascale Sputnik Italia.

Il dibattito è stato più caldo in Turchia , dove HDP vicepresidente Gursel Tekin ha recentemente fatto una dichiarazione riscaldata.
“In effetti, Bilal Erdogan è fino al collo in complicità con il terrorismo, ma fino a quando il padre resta in carica che sarà immune da ogni accusa giudiziaria”, ha detto Tekin in una intervista ai media turchi nel mese di agosto.

Tekin ha poi aggiunto che la Bmz Ltd. società di navigazione è un “un affare di famiglia e presidente parenti stretti di Erdogan detengono azioni in BMZ con uso di fondi pubblici e prestiti illeciti da banche turche.”

Le dichiarazioni sono state fatte prima di un giro di vite politica a seguito delle elezioni turche novembre 2015, soffocando il clima politico del paese.

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INGLESE

As Italy continues its criminal investigation against the son of Turkey’s President, the chances of it finding money laundering pathways may depend on politics and mafia connections.

Italy’s investigation into criminal activities by Turkish President Recep Tayyip Erdogan may have to look to authorities in Switzerand, Malaysia and Austria to solve the case, Turkish parliamentarian from the opposition People’s Democratic Party (HDP) Aykut Erdogdu told Sputnik Turkiye.

Unlike previous scandals and investigations in Turkey, which were swept under the carpet, this investigation may actually result in some results, according to Erdogdu. A participant in previous investigations, Erdogdu believes that charges against Recep Tayyip Erdogan’s son, Bilal, could be legitimate, if the investigation is made international.

“Some time ago, we conducted the investigation against companies involved in bribery in Turkey. As a result of these investigations, it was found that high-ranking civil servants and politicians in Turkey have received large bribes. The story did not received the appropriate judicial follow-up, and was simply swept under the carpet,” Erdogdu told Sputnik Turkiye.

A ‘Bosphorous Mafia’?According to Italian journalist Alessandro De Pascale, an international affairs commentator for Il Manifesto newspaper, Bilal Erdogan’s recent personal trips to Italy using diplomatic credentials could have created more scrutiny.

“This is the Bosphorus Mafia. The investigation that started in December 2013 made the government nervous because many figures close to Erdogan’s party AKP (Justice and Development Party) were involved. And when the President’s phone calls surfaced, in which he asked his son Bilal to hide money in a safe place, urgency was added with which diplomatic passports have been issued to him and his family,” De Pascale told Sputnik Italia.

Whether Bilal Erdogan’s trip to Italy was personal or had other intentions is up to Italian investigators to decide, De Pascale added.

“The political reason is that the outcome of the June 2015  elections could have been unfortunate for Erdogan and his party, as well as for his children, who are the business branch of Erdogan the politician, ruling Turkey continuously since 2003. Therefore, the opposition’s thesis seems plausible, that by sending Bilal to Italy, Erdogan was trying to arrange a spare base for possible defeat in the elections, which did not happen in November 2015,” De Pascale told Sputnik Italia.

The debate was more lively in Turkey, where HDP vice-chairman Gursel Tekin recently made a heated statement.

“In fact, Bilal Erdoğan is up to his neck in complicity with terrorism, but as long as his father holds office he will be immune from any judicial prosecution,” Tekin said in an interview to Turkish media in August.

Tekin then added that Bmz Ltd. shipping company is a “a family business and president Erdoğan’s close relatives hold shares in BMZ and they misused public funds and took illicit loans from Turkish banks.”

The statements were made before a political crackdown that followed the November 2015 Turkish elections, stifling the country’s political climate.

 

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9 Maggio 1978 : In ricordo di Peppino Impastato

peppinoRicordo di Salvo Vitale:
Il mio rapporto di conoscenza con Peppino non è cronologicamente definibile: lo ricordo quando frequentavamo il Liceo Classico di Partinico: io ero qualche anno più avanti, ma consideravo con simpatia quel gruppo molto affiatato di compagni di Cinisi. Scelse la mia stessa facoltà, filosofia.
Navigavamo in un arcano desiderio di giustizia sociale e di eguaglianza che non trovava particolari sbocchi di riferimento istituzionale. Ci prestavamo qualche libro, lui “Stato e Anarchia”, di Bakunin, io ” Stato e rivoluzione” di Lenin, lui Rimbaud, io Prevert, lui gli scritti di Mao, io quelli di Sartre e Marcuse.
Maturammo le più belle esperienze di lotta nel ’68 con le lotte per l’esproprio delle terre di Punta Raisi: avevo laggiù una casa che finì col diventare un punto di ritrovo. Il gruppo, che veniva a piedi da Cinisi, ( circa tre chilometri), era molto eterogeneo: nel corso di incontri improvvisati qualche contadino ci comunicava le sue paure di perdere la terra e il lavoro, qualche altro mi guardava con deferenza, perché scrivevo sul giornale “L’Ora”, c’era chi partecipava animosamente alle discussioni, chi se ne andava sotto un ulivo a masturbarsi ( -” Manueli, chi fai?” – “Minchia, è bellu”), chi non rinunciava alla sua veste di credente, (” Dio in cielo e Mao in terra”), chi non riusciva a sganciarsi dall’ombra del papà-partito.
I miei quattro anni di differenza mi consentivano un maggiore filtro di lettura e di razionalizzazione nelle analisi e nelle decisioni, mentre Peppino definiva subito la possibilità dell’intervento forte e immediato.
Ricordo le lunghe notti passate all’università occupata, la paura di aggressione da parte dei fascisti o della polizia, le estenuanti letture dei classici del marxismo di cui
3 era fornita la biblioteca della Facoltà, le oceaniche assemblee in cui noi, quattro gatti del PCD’I ml, riuscivamo a mettere in minoranza Corradino Mineo, che proponeva di metter fine all’occupazione, accusandolo di non so quali tresche col Rettore e con i professori.
Una volta che ero andato a trovare Peppino, suo padre mi disse: “Ci u dicissi lei. Nun m’interessa si fa politica. L’importanti è ca si pigghia un pezzu di carta”. Provai a convincerlo ed egli mi sfidò a una singolare scommessa: avremmo sostenuto l’esame di Storia delle dottrine politiche senza toccare libro: lui prese ventotto, io trenta, ma solo perché conoscevo l’argomento del corso monografico. Per il resto non volle più sentirne: sosteneva che l’Università è un veicolo della subcultura borghese, una fabbrica d’ignoranza al servizio del potere .
Poi ci perdemmo di vista, io in Sardegna, vicino a “Servire il popolo”, lui, dopo qualche simpatia per il “Manifesto”, (1972) dentro “Lotta Continua”.
Andavo a trovarlo quando tornavo in Sicilia ed egli aveva sempre del materiale politico di prima mano da darmi. In uno di questi incontri mi mostrò alcune lettere che lo invitavano “amichevolmente” a non occuparsi più degli edili, e che lasciavano intravedere chiare minacce di morte nel caso avesse continuato.
Organizzammo insieme lo spettacolo che diede l’avvio al circolo “Musica e Cultura”, ma, in rapporto a questa esperienza , provavo qualche momento di disagio: non mi ero scrollato l’esperienza del ’68 mentre intorno impazzava il ’77. Ritenevo importante stare tra la gente e non chiusi in una stanza : molti mi sembravano più zombies o cacciatori di sesso che soggetti politici, cioè patologia del rivoluzionarismo; erano maturate alcune esperienze che non avevo vissuto, delle quali, quando rientrai, rimaneva in piedi Radio Aut.
Nel settembre del ’77 Peppino mi diede una scossa: “- Mi sembra che non te ne importi più niente. Fatti vedere, vieni a trasmettere” ” -” Ci sto. Ma senza “menate”: fioretto per la gente comune e rasoio per gli “amici”, con un obiettivo: allargare l’area del consenso”.
Iniziammo un sodalizio quasi disperato: avessimo avuto altri mezzi e altra gente avremmo scelto altre strade più violente per lottare contro la mafia, ma accanto a noi c’era solo molto “personale” promosso a “politico”: c’era molto bisogno d’amore, di sesso, di scarico delle tensioni e solo in pochissimi rifiutavamo l’erba, per fumare un’ideologia e una pratica d’intervento che per noi era seme, per i destinatari era invece pura follia o spaventata curiosità.
Di quegli otto mesi di intenso impegno conservo ancora qualche rimorso: ho tirato e fatto tirare la corda più di quanto Peppino avesse fatto sino allora, stimolando la sua naturale aggressività e lasciandogli sviscerare senza remore la sua grande conoscenza degli ambienti mafiosi e politici di Cinisi; ho cercato di elevare ad arte e a strumento di civile lotta politica la satira e ho finito con lo scordarmi che, quando la ridicolizzazione e la denuncia aperta intaccano interessi e credibilità, scattano sistemi di risposta e controffensive che, in una terra di barbarie e di violenza come quella in cui ci siamo mossi, prevedono anche la pena di morte.

1 Maggio per non dimenticare

1_maggioRicordiamo il  Primo Maggio italiano che segno’ la storia del nostro Paese, nonostante tutto le ginestre erano in fiore !

 

La fine del regime fascista aveva segnato la ripresa di un’antica consuetudine che aveva avuto inizio negli ultimi anni del 1800, quando i braccianti e i contadini poveri di Piana dei greci e san Giuseppe Jato convenivano il 1 maggio sul pianoro di Portella delle ginestre, per ascoltare le parole di uno degli antesignani del socialismo in Sicilia. Quel 1 maggio 1947 sarebbe stata una grande festa poiché si doveva celebrare la grande vittoria del ‘blocco popolare’ alle elezioni del 20 aprile 1947. Il bandito Giuliano (che, in rapporto col capomafia Calogero Vizzini e coi notabili dc, aveva appoggiato il movimento autonomista nella circoscrizione di Montelepre) aveva dato appuntamento agli uomini della sua banda ai Cippi, alle porte di Montelepre la sera del 30 aprile per redistribuire le armi e le munizioni.

Giuliano tenne un discorso per dire che iniziava la lotta contro i comunisti. I vari gruppi della banda presero posizione sulle alture circostanti e piazzarono le armi, tra le quali una mitragliatrice. Il piano prevedeva anche la cattura di Girolamo Li Causi e la sua fucilazione esemplare, ma egli non partecipò alla festa.

Era appena iniziato il pomeriggio, sul palco il calzolaio Giacomo Schirò, segretario della sezione Psi di san Giuseppe Iato stava per iniziare il suo discorso, quando il palco e la folla dei manifestanti furono investiti dalle raffiche dei mitra e della mitragliatrice. La sparatoria andò avanti per oltre dieci minuti, sul terreno rimasero undici morti, ventisette feriti gravi e altri venti feriti più leggeri.

Intermediario tra gli Oss-Usa e i gruppi anticomunisti in Italia era Earl Brennan, massone, ex capo della Secret intelligence che in Italia, durante il fascismo, teneva il contatto con il Grande oriente. Prima dello sbarco Usa in Sicilia, nel 1943, Brennan cominciò a reclutare siciliani mafiosi per costituire un gruppo delle Oss e preparare lo sbarco. Reclutò Max Corvo e Victor Anfuso, avvocato di Brooklin e dirigente del Partito democratico con Victor Scamporino, che iniziarono ad infiltrarsi in Sicilia. Il governo Usa e le Oss, che nel 1947 diventeranno la Cia, arruolarono la mafia nei servizi, rendendola strumento essenziale per il proprio intervento politico in Italia.

Earl Brennan incaricò le Oss di prendere contatti con Lucky Luciano, capo della mafia Usa tramite George White, capo della narcotici e maggiore delle Oss il quale disse a Luciano che, in cambio della sua libertà, avrebbe dovuto tornare in Sicilia ad organizzare la rete di sostegno Usa. Gli uomini di Brennan, inviati in Sicilia nel dopoguerra, presero contatti con Giuliano, al quale fecero giungere le armi della divisione Anders, formata da ufficiali polacchi col tramite delle Oss di Max Corvo. Armi che verranno usate da Giuliano nella strage di Portella delle ginestre.
Nel 1947, Giuliano riceverà ancora aiuti dalle Oss, poi Cia, per tramite di Frank Gigliotti, su disposizione del capo William Donovan.

Tra i mandanti della strage, venne indicato il principe Giovanni Alliata di Monreale, massone che passerà alla P2, mafioso, fascista. Alliata fu fautore della scissione della destra della massoneria italiana, che si raccolse in via Lombardia a Roma attorno al Supremo consiglio della Serenissima gran loggia degli Alam. Questa scissione rientrerà sotto il controllo della massoneria Usa, in Palazzo Giustiniani, nell’ambito della riunificazione della massoneria italiana voluta dalla massoneria Usa. Alliata, deputato monarchico, sostenitore di Tambroni, venne inquisito per il golpe Borghese e dal giudice Tamburrino nell’ambito della Rosa dei venti, essendo stato direttore del periodico Opinione pubblica, emanazione del movimento capeggiato dal gen.Nardella, inquisito per la Rosa dei venti. Alliata di Monreale fu anche patrocinatore del rientro dei fascisti nelle logge e del riavvicinamento con quelli già presenti, tramite Elio Sciubba, funzionario del ministero del Tesoro.

 Portella, c’era chi sapeva

La strage di Portella è stata preparata con cura. E non in totale segreto. Tant’è vero – e ormai questo è assodato – che tanti esponenti politici ne erano a conoscenza già nei giorni precedenti. Democristiani, comunisti e socialisti. E’ noto, infatti, che alcuni dirigenti politici che la mattina dell’1 maggio avrebbero dovuto trovarsi a Portella, guarda caso, non si fecero vedere.

Inutile andare a rivangare i nomi dei politici che quella mattina non si recarono a Portella delle Ginestre. A distanza di tutti questi anni non servirebbe a nulla. Ma due cose, lo ripetiamo, sono certe. Primo: la strage venne preparata con cura. Secondo: una parte del mondo politico sapeva che quella mattina, a Portella, sarebbe successo ‘qualcosa’.

C’è, poi, il ruolo degli americani. Che in quella fase storica svolgevano in Sicilia un ruolo centrale. Stavano costruendo gli ‘equilibri’, funzione diretta degli accordi di Yalta, che avrebbero retto fino alla caduta del muro di Berlino, cioè sino alla fine degli anni ‘80. E’ difficile che gli americani non abbiamo esercitato un certo ruolo nella strage. Bisognerebbe provare a capire per quale scopo. A questo cercheremo di dare una risposta esaminando gli altri due elementi: la mafia siciliana e la banda Giuliano.

Sul ruolo della mafia e della banda Giuliano nei fatti di Portella, una chiave di lettura la forniscono gli atti del processo di Viterbo. Sono documenti che andrebbero studiati attentamente. Perché la magistratura giudicante, quasi sempre, oltre alla verità processuale – che può essere opinabile – dà anche elementi che possono invece risultare, come in questo caso, oggettivi.

I colpi mortali (ma anche quelli che hanno provocato feriti) sparati a Portella delle Ginestre l’1 maggio del 1947 sono tutti radenti. In pratica, sono stati sparati da qualcuno che si trovava in mezzo alla folla, possibilmente nascosto. Non sono stati sparati da chi – come gli uomini della banda Giuliano – si trovavano sulle alture che sovrastano Portella delle Ginestre. Questo, molto semplicemente, significa che quella mattina ‘qualcuno’ spedisce la banda Giuliano a Portella per coprire un’operazione stragista. Nell’esaminare questo particolare – colpi radenti e non sparati dall’alto – i giudici di Viterbo parlano di “grave negligenza”, con riferimento a chi, ovviamente, ha tralasciato tale ‘dettaglio’.

Questo non assolve la banda Giuliano da altre responsabilità. Anche contro esponenti della sinistra che, in quei giorni, il bandito – forse spinto da ‘qualcuno’ – provava ad uccidere. C’è un rapporto diretto tra il ‘qualcuno’ che ha organizzato la strage di Portella e il ‘qualcuno’ che spingeva Giuliano a sparare contro i dirigenti della sinistra di quegli anni? In ogni caso, sui fatti di Portella delle Ginestre le responsabilità – e gli esecutori della strage – vanno cercati altrove. E qui il cerchio si chiude: americani e mafia.

Resta da capire perché è stata compiuta questa strage. Su un elemento non ci dovrebbero essere dubbi: quella di Portella è stata una strage per il ‘centrismo’. Nel momento in cui si decide di sparare a Portella, con molta probabilità, americani e mafia hanno già individuato nel sistema dei partiti allora nascente – e segnatamente nella Dc – l’interlocutore con cui trattare.

La storia – che in Italia non sempre è scritta bene – ci ha consegnato una strage di Portella pensata per intimidire il movimento della sinistra siciliana. Tesi vera solo in parte. E’ vera perché nel 1947, nel primo parlamento siciliano della nascente Autonomia, Pci e Psi avevano la maggioranza relativa. E’ vera solo in parte perché questa tesi non tiene conto di due elementi. Il primo elemento lo abbiamo già sottolineato: tanti esponenti della sinistra siciliana – del Pci e del Psi – sapevano che, quella mattina, sarebbe accaduto ‘qualcosa’. Magari non sapevano cosa di preciso: ma ‘qualcosa’ sapevano. Tant’è vero che, come già ricordato, non si presentarono a Portella. Questo è un fatto oggettivo che non può essere smentito.

Secondo elemento: in quel momento, in Sicilia, il sistema dei partiti, piuttosto fragile, doveva vedersela con un movimento di popolo che era, invece, organizzato e determinato: i separatisti. Sia chiaro: nel movimento separatista della Sicilia convivevano varie ‘anime’. C’era un separatismo agrario e reazionario che orbitava attorno a grandi proprietari terrieri. Alcuni di questi erano in buona fede, altri erano legati ad ambienti monarchici e neo fascisti. Poi c’era parte del separatismo legata direttamente ad ambienti neo-fascisti e, forse, anche a settori dei servizi segreti americani. Infine c’erano le ‘anime’ del vero separatismo, non legate ad alcun potentato: pensiamo ad Attilio Castrogiovanni, a Concetto Gallo e, soprattutto, ad Antonio Canepa Teniamo fuori volutamente Andrea Finocchiaro Aprile perché il personaggio è, per alcuni versi, controverso.

 

                          Delegittimare il separatismo
Di fatto, la strage di Portella – le cui responsabilità, per lunghi anni, verranno ascritte ai separatisti e alla banda Giuliano – servirà ai partiti del cosiddetto ‘Arco Costituzionale’ per legittimarsi e, soprattutto, per delegittimare l’anima nobile del separatismo siciliano: che era, poi, quella che faceva più paura al sistema dei partiti. Canepa verrà ammazzato insieme a due suoi compagni nelle campagne di Randazzo in circostanze mai chiarite, mentre gli altri esponenti dell’anima nobile del separatismo – per esempio, Attilio Castrogiovanni e Concetto Gallo – vedranno svanire prima il sogno di una Sicilia libera e poi l’opportunità offerta alla Sicilia dalla ‘conquista’ dell’Autonomia, che i partiti dell’Arco Costituzionale ‘macineranno’ nel corso degli anni successivi, tradendo lo Statuto siciliano all’insegna del più bieco ‘ascarismo’ (non tutti i politici siciliani si venderanno a Roma per il classico piatto di lenticche: Giuseppe Alessi 

– di certo il più importante e serio esponente della storia dell’Autonomia siciliana – si dimetterà da presidente quando, alla fine degli anni ‘50, la Corte Costituzionale, con una sentenza truffaldina, ‘assorbirà’ le competenze dell’Alta Corte per la Sicilia, che, però, non verrà mai abrogata con una legge costituzionale).

Ma se le anime ‘nobili’ del separatismo siciliano verranno travolte, anche grazie a un uso strumentale della strage di Portella, le altre ‘anime’ meno nobili rimarranno vive e vegete, anche se sotto mentite spoglie. Gli agrari dopo una breve ‘sosta’ tra i monarchici, passeranno, armi e bagagli, nella Dc. Lo stesso faranno i mafiosi che si erano intrufolati sotto le bandiere separatiste: in buona parte proveranno a farsi spazio nella Dc, ricattando e costringendo al silenzio quei dirigenti della stessa Democrazia cristiana, legati a don Luigi Sturzo e ad Alessi, che si opponevano, spesso anche con determinazione, all’arrivo dei mafiosi (uno di questi, Pasquale Almerico, verrà ammazzato: ma non sarà l’unico).

La parte ‘nera’ del separatismo siciliano continuerà invece ad operare in un’area indefinita, talvolta politica, qualche altra volta in ambienti ‘strani’. Personaggi che appariranno e scomparirano in occasioni di fatti oscuri della storia della nostra Repubblica.

 

                            Il ruolo di Antonino Varvaro
Lo stemperarsi di questi separatisti – non proprio idealisti – nel sistema dei partiti non coinvolgerà soltanto la Dc. Ne ritroveremo, per lunghi anni, tracce in altri schieramenti politici. Un personaggio che è stato poco studiato – e che invece meriterebbe un capitolo a sé, proprio per il ruolo che ha esercitato negli anni bui subito successivi al secondo dopoguerra – è l’avvocato Antonino Varvaro, separatista e poi, per lunghi anni, esponente del Pci siciliano. Varvaro fu anche deputato regionale del gruppo comunista. Ma, ripetiamo, come tanti altri personaggi che proiettano la sinistra siciliana in storie non esattamente cristalline, non abbiamo, ancora oggi, grandi testimonianze. Reticenza, insomma.

Sabato 20 aprile – PUNTARE A MONTECITORIO!

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Appello alla mobilitazione generale per respingere il tentativo di colpo di stato in atto a Montecitorio

Ai partiti, ai movimenti, ai comitati popolari, alla sinistra sindacale e ai sindacati di base: accogliamo la chiamata alla mobilitazione che si alza da piazza Montecitorio e rilanciata dal Movimento 5 Stelle per rispondere in modo unitario al tentativo di colpo di mano dei vertici della Repubblica Pontificia. Quanto maggiore e determinata è la mobilitazione della parte sana, avanzata e combattiva delle masse popolari e dei lavoratori di questo Paese, tanto meno efficaci saranno gli inciuci con cui destra reazionaria e destra moderata vogliono piegare l’ondata di protagonismo e discontinuità che preme da ogni rivolo della società.
Quanto maggiore e determinata è la mobilitazione della parte democratica, combattiva e progressista delle masse popolari di questo Paese, tanto meno saranno efficaci i tentativi demagogici e strumentali delle organizzazioni neofasciste (Forza Nuova e Casa Pound) che si stanno preparando a “prendere la scena” alla mobilitazione fuori e attorno Montecitorio.

Uniti nelle piazze, uniti in quella piazza, per cacciare qui e ora chi specula e affossa il Paese, chi succhia il sangue alle masse popolari e ai lavoratori, chi spreme le famiglie. Uniti nelle piazze, uniti in quella piazza, per dare con la mobilitazione e il protagonismo popolare, la spinta alla costruzione del Comitato di Salvezza Nazionale che deve da subito operare come governo su mandato delle Organizzazioni Operaie e popolari e adottare le misure straordinarie per fare fonte agli effetti peggiori della crisi.

Tutti gli indagati della Regione Lombardia

Con l’arresto dell’assessore alla casa Domenico Zambetti la situazione a Palazzo Lombardia sembra senza ritorno. Per la prima volta la criminalità organizzata riesce a raggiungere un politico di primo piano nel Nord Italia, dopo una serie di scandali che hanno minato la credibilità della presidenza

E siamo a 13, ma difficilmente in questo caso potrà arrivare un premio per la Regione Lombardia. L’arresto di Domenico Zambetti, Pdl, accusato di aver acquistato dalla ‘ndrangheta 4000 voti per 200 mila euro, apre però nuovi ed inquietanti scenari nell’amministrazione di Roberto Formigoni.
I REFERENTI
Si, perché Zambetti, assessore alla casa della Regione, nella sua compravendita, ha di fatto permesso l’ingresso in Regione di due famiglie della ‘ndrangheta già conosciute a Milano visto il loro coinvolgimento nel “buco nero” chiamato Ortomercato. I referenti di Zambetti, il quale senza questi quattromila voti sarebbe arrivato a 7,217, sono un esponente della cosca dei “Morabito – Bruzzaniti”, ovvero Giuseppe D’Agostino, gestore di locali notturni già condannato anni fa per spaccio di droga nei locali dell’Ortomercato, e Costantino Eugenio, referente del clan Mancuso e di professione gestore di negozi.
RASTRELLAMENTO
– Arrestato anche Ambrogio Crespi, fratello del sondaggista Luigi, già condannato in primo grado a sette anni di carcere per la bancarotta della Hdc, in quanto avrebbe dato possibilità ai referenti delle cosche calabresi di attingere al suo bacino elettorale rastrellando preferenze negli ambienti della malavita organizzata. Per restituire il favore Zambetti, oltre a pagare in tre rate la cifra pattuita, ha fatto assumere all’Aler la figlia di uno dei due referenti, promettendo inoltre di attivarsi per far avere lavori a cooperative e ditte vicine ai suoi “mecenati”.
13 INDAGATI
– Scambio elettorale politico-mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione con l’aggravante di aver favorito la ‘ndrangheta. «corruzione» con l’aggravante di aver agevolato la ’ndrangheta, oltre a prove che certificano come le cosche ce l’avessero in pugno, per usare le loro stesse parole. Si tratta del caso più grave mai documentato d’infiltrazione nella politica del Nord Italia da parte della ‘ndrangheta. Dal 2010 ad oggi, anno d’inizio del Formigoni IV, siamo quindi arrivati a 13 indagati tra membri del Consiglio e della Giunta, su 80 eletti, e sicuramente non può definirsi sufficiente la scelta del Presidente di revocare le deleghe a Zambetti, visto il grave caso d’infiltrazione della criminalità organizzata negli affari di Regione Lombardia.
GLI ASSESSORI COINVOLTI
– Zambetti è il quinto assessore delle varie giunte Formigoni ad essere stato arrestato. Gli altri nomi sono Guido Bombarda, già responsabile dell’assessorato alla formazione professionale, Piergianni Prosperini, il “ras” del turismo, Franco Nicoli Cristiani, titolare delle deleghe per ambiente e commercio, e Massimo Ponzoni, assessore alla Protezione civile ed Ambiente. Cerchiamo ora di ripercorrere la loro storia giudiziaria, così da capire quali sono stati i problemi, evidentemente non risolti, in questi ultimi anni.
PROBLEMA FORMAZIONE
– Guido Bombarda venne posto agli arresti domiciliari nel gennaio 2004 con l’accusa di corruzione. All’epoca il Consigliere in forza ad Alleanza Nazionale, già assessore alla Formazione, venne ritenuto colpevole dalla Procura di Milano di aver attestato la costituzione di società di comodo le quali avrebbero organizzato corsi di formazione inesistenti, con tanto di falsa documentazione attestante lo svolgimento di attività didattiche mai realizzate o comunque prive dei requisiti previsti, proprio per ricevere finanziamenti da enti pubblici. Bombarda patteggiò nel 2005 una condanna a 18 mesi di reclusione per tre corsi mai tenuti o realizzati in modo irregolare sul turismo religioso e per una tangente da 110 mila euro. Bombarda dovette anche subìre un sequestro di beni pari a 900 mila euro oltre ad una condanna da parte della Corte dei Conti della Lombardia al pagamento di 1,2 milioni di euro all’erario a risarcimento di un danno di oltre 1,9 milioni.
LA CRESTA DEL PIERGIANNI
– Piergianni Prosperini venne arrestato il 16 dicembre 2009 con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta per appalti sulla pubblicità televisiva della Regione Lombardia. Secondo l’accusa, Prosperini avrebbe incassato una tangente da 230 mila euro su un appalto da 7,5 milioni per promuovere in tv il turismo in Lombardia tra il 2008 e il 2010. I soldi sarebbero stati raccolti attraverso un processo di sovra-fatturazione nei programmi in cui partecipava per attività istituzionale, maturando con Telelombardia, tv locale, un debito personale di 100 mila euro.
PATTEGGIAMENTO
– Per ripianare questa cifra, venne deciso di affidare alla rete regionale l’incarico di pubblicizzare la fiera del turismo, il Bit, del 2008, con alcuni spot e uno speciale il cui costo complessivo, ammontante a 152mila euro, sarebbe stato gonfiato al fine di comprendere anche il debito pregresso dell’assessore. Venne studiato un meccanismo simile anche per Telecity, altra emittente con la quale Prosperini aveva un debito personale di 100 mila euro. In questo caso si scelse di commissionare in favore di tale emittente una serie di 30 tramissioni tematiche da 24 minuti ciascuna, da mandare in onda nel 2008, il tutto al prezzo di 240 mila euro, prezzo gonfiato per coprire il debito dell’assessore. Nonostante le rimostranze di Prosperini, lo scorso 12 marzo 2010 arrivò la richiesta di patteggiamento a 3 anni e 5 mesi, a seguito di un sequestro di 430 mila euro.

ALLA RICERCA DI UN POTERE POLITICO
– Franco Nicoli Cristiani può essere definito senza dubbio un pasdaran Pdl da anteporre allo “strapotere” di Comunione e Liberazione, visto il suo impegno in Regione fin dal 1995, impegno che lo ha portato a ricoprire incarichi sempre più importanti fino ad essere nominato, l’11 maggio 2010, vicepresidente del consiglio regionale. La fine per Nicoli Cristiani arrivò il 30 novembre 2011, giorno del suo arresto per corruzione e traffico illecito di rifiuti nell’ambito di un’inchiesta sulla società Bre-Be-Mi, relativa allo sversamento di rifiuti tossici da acciaieria in otto chilometri di cantiere e sulla discarica di amianto di Cappella Cantone.

LIQUIDAZIONE TRATTENUTA
– Secondo l’accusa, Nicoli Cristiani avrebbe ottenuto favori per l’impresa edile di Gianluca Locatelli in cambio di tangenti. A coadiuvarlo in quest’opera il dirigente dell’Arpa Lombardia Giuseppe Rotondaro, il quale ha spiegato che la tangente scoperta dai magistrati, pari a 100 mila euro e necessaria per sbloccare la discarica, sarebbe servita per coprire i costi del tesseramento del Pdl in Lombardia. Ovvero, Nicoli Cristiani avrebbe pagato così le tessere intestate a dei prestanome ed utilizzate per far valere la sua “corrente” all’interno del Partito. Il 20 dicembre 2011 arrivarono le dimissioni dal Consiglio Regionale, ma il Pirellone decise di trattenere la sua liquidazione, pari a 340 mila euro, per tutelarsi a fronte di eventuali richieste di risarcimento.

IL DELFINO ARENATO
– Massimo Ponzoni entrò in regione nel 2000, a 28 anni, novello enfant-prodige del Pdl brianzolo. Dopo essersi distinto in comune a Desio, arrivò il premio con l’ingresso al Pirellone e la carica di vicepresidente della commissione cultura, formazione, commercio, sport, informazione. La consacrazione arrivò però cinque anni dopo quando prese 19,866 preferenze e l’assessorato alla Protezione Civile, mentre nel 2008 diventa assessore all’ambiente. Le luci della ribalta per lui si spensero improvvisamente il 16 gennaio 2012, quando il tribunale di Monza emise un ordine di custodia cautelare per bancarotta, concussione, corruzione, peculato, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti.

MOSSE ILLECITE
– L’indagine madre fu quella relativa al crac della società “il Pellicano” e si divise subito in due rami. Nel primo i magistrati si occuparono di reati contro il patrimonio, nel secondo hanno verificato l’esistenza di un meccanismo di finanziamento illecito a esponenti politici “in relazione al sostenimento di spese, sia per la campagna elettorale di Ponzoni Massimo sia per fini personali, addebitate a una serie di compagini societarie, riconducibili sempre a Ponzoni e amministrate dall’allora socio e uomo di fiducia Pennati, anche attraverso il ricorso alle false fatturazioni”.

IL DOMINUS DI DESIO E GIUSSANO
– Due le società, Il Pellicano e Immobiliare Mais entrambe con sede a Desio, dichiarate fallite nel 2010, dal Tribunale di Monza, a seguito degli accertamenti condotti. Per quanto riguarda i reati contro la pubblica amministrazione, è stato dimostrato che Ponzoni avrebbe potuto determinare, almeno in parte, i contenuti del Piano di Governo del Territorio, Pgt, di Desio e Giussano, suoi feudi, assicurando a imprenditori a lui vicini cambi di destinazione di terreni “grazie ai legami influenti e al posizionamento di propri uomini di fiducia in ruoli chiave delle varie amministrazioni”. Oggi Ponzoni attende l’esito del processo agli arresti domiciliari. Intanto la Regione gli ha chiesto di restituire 22 mila euro per una serie di arretrati mai saldati comprensivi di una rata per una polizza assicurativa, un’utenza telefonica, settecento euro per spese di rappresentanza non giustificate e la mancata restituzione delle indennità da consigliere segretario percepita anche in seguito al suo arresto del gennaio scorso.

I PESCI “PICCOLI”
– Un album di tutto rispetto. Non c’è che dire. E non è ancora finita. Come ricordato precedentemente, dal 2010 ad oggi sono 13 gli indagati, tra giunta e consiglio. Questi i loro nomi: Roberto Formigoni, Nicole Minetti, Monica Rizzi, Daniele Belotti, Franco Nicoli Cristiani, Domenico Zambetti, Davide Boni, Filippo Penati, Renzo Bossi, Angelo Giammario, Romano La Russa, Massimo Ponzoni, Gianluca Rinaldin. E’ evidente, visti certi numeri, che qualcosa in Regione Lombardia non vada per il verso giusto, indipendentemente dalle accuse al Presidente sui finanziamenti alla Fondazione Maugeri o gli scandali sessuali di Nicole Minetti fino ai “problemini” di Filippo Penati.

LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA
– Abbiamo a che fare con politici i quali si vantano di avere influenze nell’ambito della ‘ndrangheta, come successo a Ponzoni, tanto che il fu giovane rampante venne definito “un capitale sociale” da parte delle cosche calabresi, visto anche i suoi rapporti con il boss Fortunato Stellitano. Le cosche avrebbero inoltre investito sull’anti-Minetti, ovvero Sara Giudice, la quale secondo le prime indagini avrebbe goduto di 400 voti provenienti dalla mafia calabrese, dietro interessamento del padre Vincenzo, anche se qui non c’è alcuna compravendita ma solo vaghe promesse.

ILLECITI DI VARIO GENERE
– Abbiamo un Romano La Russa indagato per finanziamento illecito ai partiti nell’ambito dell’inchiesta sul caso Aler, abbiamo Angelo Giammario, consigliere, accusato di aver intascato una mazzetta da 10 mila euro per appalti sul verde pubblico, di Nicole Minetti e Renzo Bossi si è detto tutto ed il contrario di tutto, abbiamo Monica Rizzi, già assessore allo Sport, costretta alle dimissioni dal suo partito, la Lega Nord ed autrice di dossier finalizzati a favorire la discesa in campo di Renzo Bossi, dossier per la quale è stata anche indagata.

UN PROBLEMA DI ZAMBETTI
– E poi ci sono le dimissioni “strane”, come quella di Stefano Maullu, assessore al Commercio, o di Massimo Buscemi, già titolare della Cultura al Pirellone, autodefinitosi “agnello sacrificale”. D’accordo, al Pirellone non ci sono epigoni di Franco Fiorito, o almeno la magistratura non li ha ancora scovati. La tenacia con la quale Formigoni rimane ancorato sulle sue posizioni, respingendo l’idea di dimissioni in quanto si tratta di un caso “che riguarda solo Zambetti”, dà comunque molto da pensare.

SI FACCIA QUALCOSA
– Vero, sono fatti dei singoli assessori o dei singoli consiglieri, tutti pescati con le mani nella marmellata. Il lungo elenco qui riportato però fa rabbrividire, e non poco, sopratutto per la mancanza di presa di coscienza da parte del Presidente che qui qualcosa non va. E’ vero, quello di Zambetti è un problema personale. Ma ora la ‘ndrangheta è entrata a Palazzo Lombardia dalla porta principale consentendo ad un uomo politico di diventare assessore. Questo fatto non puo’ essere sottovalutato. Se Formigoni è davvero convinto che la sua Regione è un faro per tutta Italia, certamente dovrà prendere atto che è necessario fare qualcosa per il bene del suo territorio e del Paese in generale. Finché si tratta di corruzione passi, ma quando è coinvolta in maniera così conclamata la criminalità organizzata non si può far finta di nulla.