Struggle Of Kurds

Annunci

Comunicato del Movimento Rivoluzionario dei Popoli uniti ( IT English)

HBDH-1024x683-599x275

Fonte: http://www.uikionlus.com

10 organizzazioni rivoluzionarie del Kurdistan e della Turchia hanno annunciato l’istituzione del movimento rivoluzionario dei popoli uniti. I rappresentanti delle 10 organizzazioni rivoluzionarie hanno partecipato ad una conferenza stampa congiunta nella zona della guerriglia, per annunciare la loro alleanza con l’obiettivo di portare la rivoluzione in tutti i settori, tra cui la lotta armata contro “il governo fascista dell’ AKP e il sistema collaborazionista della Repubblica Turca”.

Duran Kalkan del comitato esecutivo del PKK ha letto la dichiarazione elencando i nomi delle organizzazioni rivoluzionarie dalla Turchia e del Kurdistan che compongono l’alleanza: TKP / ML, PKK, THKP-C / MLSPB, MKP, TKEP-leninista, TİKB, DKP, Devrimci KARARGAH e MLKP.

Kalkan ha detto che “questa unità di forze rivoluzionarie è stata costituita per realizzare la rivoluzione contro l’AKP che sta cercando di stabilire una nuova dittatura fascista ripristinando i colpi di stato militari fascisti del 12 marzo e del 12 settembre”. La dichiarazione di questo nuovo movimento ha coinciso con il 45 ° anniversario del 12 Marzo 1971 colpo di stato fascista militare, il 21 ° anniversario del 12 marzo 1995 della strage di Gazi e il 12 ° anniversario del massacro di Qamishlo il 12 marzo 2004. Kalkan ha invitato tutte le organizzazioni rivoluzionarie e le organizzazioni sociali che vogliono combattere il fascismo di unirsi nella lotta.

Il discorso di Kalkan è stato seguito dalla lettura della dichiarazione congiunta in lingua turca e curda, richiamando l’attenzione sulla crisi in corso e la guerra in Medio Oriente che minaccia l’intera umanità. Il governo dell’AKP sta facendo delle alleanze sporche, formate da poteri regionali e internazionali in questa guerra sanguinosa, all’ interno della guerra totale che l’AKP sta conducendo contro tutti i popoli e le opposizioni del paese oggi.

“La Repubblica turca non riuscirà a stabilire una dittatura a partito unico e sopprimere tutta l’opposizione con il suo carico oppressivo di tradizione e modernità reazionaria e fascista del suo sistema di potere. Questa coalizione di potere sanguinante e fascista si sostiene attraverso l’ odio contro i curdi. La pesante distruzione, il dolore e lo sfruttamento nelle regioni ha portato la maturità del potenziale rivoluzionario e ha aperto la strada per il Movimento rivoluzionario dei popoli uniti. La difesa eil progresso della rivoluzione in Rojava, la resistenza kurda per l’autogoverno e l’ unità della lotta rivoluzionaria dei nostri popoli significa difendere la vita e il futuro di tutti gli oppressi, operai, intellettuali, democratici e di tutti i popoli. Il sistema sociale in Turchia non ha alcun futuro sicuro all’interno di questo sistema, visto che tutti i poteri di opposizione sono sotto attacco. Se la resistenza curda per l’autogoverno dovesse finire, il governo dell’AKP sopprimerà con il sangue tutta l’opposizione in Turchia con la stessa crudeltà. Il futuro delle organizzazioni progressiste, rivoluzionare e operaie in Turchia è quindi legato con il futuro della resistenza kurda “.

Il Movimento Rivoluzionario dei popoli uniti ha come obiettivo la democrazia e un futuro libero per i popoli contro l’imperialismo, il capitalismo, lo sciovinismo, il fascismo e il razzismo.
Il Movimento Rivoluzionario dei popoli uniti fa appello a tutte le vittime del fascismo reazionario, soprattutto le donne, i giovani e i lavoratori ad organizzarsi, unirsi e lottare per la libertà, la democrazia e la fraternità dei popoli.

————————————————

ENGLISH

10 revolutionary organizations of Kurdistan and Turkey have announced the establishment of the revolutionary movement of the united nations. The representatives of the 10 revolutionary organizations took part in a joint press conference in the guerrilla zone, to announce their alliance with the goal of bringing the revolution in all sectors, including the armed struggle against “the fascist government of ‘AKP and the collaborationist system of the Turkish Republic. “

Duran Kalkan PKK Executive Committee read a statement listing the names of the revolutionary organizations from Turkey and Kurdistan that make up the alliance: TKP / ML, PKK, THKP-C / MLSPB, MKP, TKEP-Leninist, TİKB, DKP, Devrimci KARARGAH and MLKP.

Kalkan said that “this unity of the revolutionary forces was formed to carry out the revolution against the AKP is trying to establish a new fascist dictatorship by restoring the military coups fascists of 12 March and 12 September”. The declaration of this new movement coincided with the 45th anniversary of the March 12, 1971 military coup fascist state, the 21st anniversary of the March 12, 1995 the Gazi massacre and the 12th anniversary of the massacre Qamishlo 12 March 2004. Kalkan It called on all revolutionary organizations and social organizations that are fighting fascism to join in the fight.

The Kalkan speech was followed by the reading of the joint statement in Turkish and Kurdish, drawing attention to the current crisis and war in the Middle East that threatens all humanity. The AKP government is doing the dirty alliances, formed by regional and international powers in this bloody war, all ‘inside of the total war that the AKP is conducting against all peoples and the opposition in the country today.

“The Turkish Republic will fail to establish a one-party dictatorship and suppress all opposition with its load of oppressive tradition and modernity reactionary and fascist of its power system. This coalition of bloody and fascist power maintains itself by the ‘hatred against the Kurds. Heavy destruction, pain and exploitation in the regions has led the maturity of the revolutionary potential and paved the way for the revolutionary movement of the united nations. The defense andthe progress of the revolution in Rojava, Kurdish resistance for self-government and the ‘unity of the revolutionary struggle of our peoples means to defend life and the future of all the oppressed, workers, intellectuals, and democrats of all peoples. The social system in Turkey has no secure future within this system, since all opposition powers are under attack. If the Kurdish resistance for self-government were to end, the AKP government will suppress with blood all opposition in Turkey with the same cruelty. The future of progressive organizations, revolutionize and working in Turkey is therefore linked with the future of the Kurdish resistance. “

The Revolutionary Movement of united peoples aims to democracy and a free future for the peoples against imperialism, capitalism, chauvinism, fascism and racism.
The Revolutionary Movement of united peoples appeals to all the victims of the reactionary fascism, especially women, young people and workers to organize, unite and fight for freedom, democracy and brotherhood of peoples.

Turkey’s Two-Front War

Ankara is now squeezed between the fight against IS in Syria and the fight against the PKK at home.

Sostegno al Pkk, indagati 40 compagni

pkk

Nonostante l’indignazione e il gran parlare in questi giorni sugli attentati degli integralisti islamici dell’Isis, il PKK che si sta battendo contro gli integralisti islamici viene considerato dalla “comunità internazionale” organizzazione terroristica e qualunque movimento, associazione o singoli che esprimono solidarietà ai guerriglieri curdi possono essere accusati di terrorismo. In Italia sono indagati 40 compagni

Un altro appello (clicca qui) riguarda invece la rimozione del Pkk dalle liste internazionali dei cosiddetti “terroristi”, un controsenso storico e una forzatura filo-Ankara che rischia di costare caro a una quarantina di persone di origine curda, residenti tra la Lombardia, la Toscana e il Lazio, tutte indagate per “terrorismo internazionale” in un’inchiesta, da poco chiusa, della Procura di Milano.

Secondo quanto riferisce l’Ansa, i curdi sono accusati di aver raccolto fondi per finanziare il Pkk, partito dei lavoratori kurdi in Turchia, proprio perchè quest’ultimo è inserito dalla Turchia e dalle compiacenti potenze occidentali nella “black list” dei presunti terroristi.

Il servizio con l’avvocato Gilberto Pagani, legale di gran parte degli indagati.

5 giugno 1975…Addio Mara

Mara_CagolAnche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori per Mara Cagol
erano rossi, erano rose rosse
e le ha lasciate lì solo per ricordare
che non bisogna più che il sangue scorra invano
Anche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori
per te erano rossi di rosso desiderio

Sulla collina riecheggiano gli spari di una giustizia che non ci appartiene
di collina in collina soffia un vento pesante
tutto sembra distante, ma tu sei vicina.

Anche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori per Mara Cagol
erano rossi, erano rose rosse
un attimo prima non c’erano l’attimo dopo eccole lì
sono come apparse è stato il sole a scoprirle.
Anche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori affinché
fosse possibile non dimenticare la storia e la tragedia
di quell’Italia tradita.

Sulla collina riecheggiano gli spari di una giustizia che non ci appartiene
e di collina in collina soffia un vento pesante
tutto sembra distante ma tu sei vicina.
Sulla collina una battaglia senza vinti né vincitori
di collina in collina soffia un vento incostante
tutto sembra distante, ma tu sei vicina.

da BANDE RUMOROSE  http://www.antiwarsongs.org/chisiamo.php?lang=it

È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio: addio Subcomandante Marcos,

marcosQuesto testo che segue è secondo me uno dei migliori insegnamenti di cosa significa essere un leader politico, l’uscita di scena del  Subcomandante Marcos da oltre 20 anni al comando dell ‘ EZLN (Ejército Zapatista de Liberación Nacional)  movimento rivoluzionario marxista, libertario e indigenista, formato sostanzialmente da indios discendenti dei Maya che lottano da secoli per i diritti delle popolazioni native che abitano le terre colonizzate dai conquistadores, il leader carimastico uccide il suo personaggio, perchè non è piu’ necessario “ora esiste una generazione che poteva guardarci, ascoltarci e parlarci senza bisogno di guida o leadership, né pretendere obbedienza”. Allora, ha detto, “Marcos, il personaggio, non era più necessario. La nuova tappa della lotta zapatista era pronta.

 

elrelevo

L’uscita di scena è all’altezza della profondità e della leggerezza del personaggio che ha raccontato la più bella e incredibile delle ribellioni della storia contemporanea. Perché possa vivere Galeano, è necessario che uno di noi muoia, abbiamo deciso debba essere il Subcomandante Marcos.Quelli che hanno amato e odiato il  SupMarcos, scrive nell’ultimo straordinario messaggio, adesso devono sapere che hanno amato e odiato un ologramma. I loro amori e i loro odi sono stati inutili, sterili, vuoti. Non ci sarà alcuna casa-museo o targa di metallo dove sono nato e cresciuto. Nessuno vivrà dell’essere stato il Subcomandante Marcos. Non si erediterà il suo nome né il suo incarico. Niente viaggi per tenere conferenze all’estero. Non ci saranno trasferimenti né cure in ospedali di lusso. Non ci saranno vedove né eredi. Nessun funerale, né onoreficenze, né statue, né musei, né premi, niente di quello che fa il sistema per promuovere il culto dell’individuo e sminuire quel che fa il collettivo. Il personaggio è stato creato e adesso noi, i suoi creatori, gli zapatisti e le zapatiste, lo distruggiamo. Chi saprà comprendere questa lezione dei nostri compagni e delle nostre compagne, avrà compreso uno dei fondamenti dello zapatismo

Alle 2.08 dell’alba di oggi, 25 maggio, il Subcomandante Marcos ha annunciato che a partire da quel momento smetterà di esistere. In una conferenza stampa con i media liberi che partecipavano all’omaggio a Galeano, lo zapatista assassinato nella comunità di La Realidad, il capo militare dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ha detto: “Se dovessi definire Marcos, il personaggio, vi direi senza alcun dubbio che è stata una pagliacciata”.

Dopo più di 20 anni alla guida dell’organizzazione politico-militare che si è levata in armi il primo gennaio del 1994, Marcos ha annunciato il passaggio di testimone. Ha detto che dopo i corsi della Escuelita Zapatista dell’anno scorso e dell’inizio di questo, “ci siamo resi conto che oramai c’era già una generazione che poteva guardarci, ascoltarci e parlarci senza bisogno di guida o leadership, né pretendere obbedienza”. Allora, ha detto, “Marcos, il personaggio, non era più necessario. La nuova tappa della lotta zapatista era pronta”.

Nella comunità di La Realidad, la stessa in cui il 2 maggio scorso un gruppo di paramilitari della Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica (CIOAC-H), ha assassinato la base di appoggio zapatista Galeano, ilsubcomandante Marcos è apparso di buon mattino di fronte ai rappresentanti dei media liberi accompagnato da sei comandantes e comandantas del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno e del Subcomandante Insurgente Moisés, al quale nel dicembre scorso aveva trasferito il comando.

“È nostra convinzione e nostra pratica che per rivelarsi e lottare non sono necessari né leader né capi, né messia né salvatori; per lottare c’è bisogno solo di un po’ di vergogna, una certa dignità e molta organizzazione, il resto o serve al collettivo o non serve”, ha detto Marcos.

Con una benda nera col disegno di un teschio da pirata che copriva l’occhio destro, il finora portavoce zapatista ha ricordato l’alba del primo gennaio 1994, quando “un esercito di giganti, cioè, di indigeni ribelli, scese in città per scuotere il mondo. Solo qualche giorno dopo, col sangue dei nostri caduti ancora fresco per le strade, ci rendemmo conto che quelli di fuori non ci vedevano. Abituati a guardare gli indigeni dall’alto, non alzavano lo sguardo per guardarci; abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna ribellione. Il loro sguardo si era fermato sull’unico meticcio che videro con un passamontagna, cioè, non vedevano. I nostri capi e cape allora dissero: ‘vedono solo la loro piccolezza, inventiamo qualcuno piccolo come loro, cosicché lo vedano e che attraverso di lui ci vedano’ “.

Così è nato Marcos, frutto di “una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un gioco malizioso del nostro cuore indigeno; la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione”.

La cronaca della conferenza, firmata dai “mezzi liberi, alternativi, autonomi o come si chiamino”, diffusa su diversi portali di comunicazione alternativa come Radio Pozol, Promedios e Reporting on Resistences, riproduce un clima di applausi ed evviva all’EZLN dopo l’annuncio della Comandancia.

La figura del subcomandante Marcos ha fatto il girò del mondo fin dalle prime ore del primo gennaio 1994. L’immagine di un uomo armato con cartucciere rosse ed un R-15, con indosso una divisa color caffè e nera coperto da un chuj di lana degli Altos del Chiapas, con il volto coperto da un passamontagna che fumava la pipa, era sulle prime pagine dei giornali più importanti del pianeta. Nei giorni e settimane successive arrivavano i suoi comunicati carichi di ironia ed umorismo, provocatori ed irriverenti. Qualche foglio bianco scritto a macchina da scrivere letteralmente raffazzonati per la stampa nazionale e internazionale. Venti anni e quattro mesi dopo, Marcos annuncia la fine di questa tappa.

“Difficile credere che venti anni dopo quel ´niente per noi´ non fosse uno slogan, una frase buona per striscioni e canzoni, ma una realtà, La Realidad”, ha detto Marcos. Ed ha aggiunto: “Se essere coerente è un fallimento, allora l’incoerenza è la strada per il successo, per il potere. Ma noi non vogliamo prendere quella strada, non ci interessa. Su queste basi, preferiamo fallire che vincere.”

“Pensiamo”, ha detto, “che è necessario che uno di noi muoia affinché Galeano Viva. Quindi abbiamo deciso che Marcos oggi deve morire”.

“Alle 2.10 il Subcomandante Insurgente Marcos è sceso per sempre dal palco, si sono spente le luci ed è partita un’ondata di applausi degli e delle aderenti della Sexta, seguita da un’ondata ancora più grande di applausi delle basi di appoggio zapatiste, miliziani ed insurgentes“, hanno riferito dalla Realidad.

Fedele al suo stile ironico ed ai suoi tradizionali post scritti, il personaggio di Marcos ha concluso: P.S. 1 Game Over. 2. – Scaccomatto. 3. – Touché. 4. – Così Mhhh, è questo l’inferno? 5. – Cioè, senza l maschera posso andarmene in giro nudo? 6. – Qui è buio, ho bisogno di una torcia…”

.

Di seguito, la lettera completa dell’ addio del Subcomandante Insurgente Marcos (in spagnolo): http://desinformemonos.org/

Traduzione Comitato Maribel Chiapas http://chiapasbg.com/

 

 

Comandanta Laura Villa delle FARC-EP: per produrre cambiamenti fondamentali bisogna prendere decisioni radicali

lauravilla

foto di Prensa Latina

testo di Ida Garberi

“La nostra lotta rivoluzionaria è giusta ed improrogabile,
e pertanto impossibile da sconfiggere”.
Manuel Marulanda Velez 

Il fatto di vivere a Cuba e soprattutto a L’Avana mi ha dato, più di una volta, il privilegio di conoscere persone molto speciali che stanno scrivendo le pagine della storia dell’America Latina.

Questa volta sono i compagni e le compagne, guerriglieri e guerrigliere delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), impegnati nella capitale cubana negli accordi di pace per Colombia, un paese afflitto da una guerra civile dal lontano 1948, quando l’assassinio fascista di Jorge Eliecer Gaitan ha diviso il popolo colombiano in due grandi fronti e che dopo quasi 66 anni continua a macchiare di sangue il suo territorio.

Dopo l’orrendo omicidio, incominciò una lotta armata nel paese, dove nel 1964, si fondarono ufficialmente le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo, un gruppo di uomini e donne che, come canta Fito Paez, quando tutti pensavano che tutto fosse già perso, sono venuti ad offrire i loro cuori.

Sì, perché come disse il Che Guevara, le FARC-EP sono “persone conseguenti con tutti ed ognuno di loro paga puntualmente la sua quota di sacrificio cosciente di ricevere il premio nella soddisfazione del dovere compiuto, coscienti di avanzare con tutti verso l’Uomo Nuovo che si scorge all’orizzonte”, e per questa ragione possono lottare armati con fucili nella selva colombiana, ma anche sedersi al tavolo della pace a L’Avana ed affrontare armati, solo con le parole, un’altra sfida molto difficile.

Nell’Hotel Palco della capitale, ho il gran onore di chiacchierare con la comandanta Laura Villa, una delle guerrigliere presenti nella delegazione delle FARC-EP per i dialoghi di pace.

“Prima di tutto, voglio inviare un saluto fraterno a te e per tutti i lettori della stampa alternativa che fa un lavoro molto importante per informare costruendo verità ed istruire ideologicamente i popoli del mondo”. Così Laura incomincia a rispondermi quando gli domando perché volle unirsi alle FARC-EP: “Sono entrata nella guerriglia perché sono colombiana, nacqui 30 anni fa in un paese dove da molto tempo hanno governato sempre la disuguaglianza e l’ingiustizia. Oggi stesso abbiamo 30 milioni di poveri, nefasti servizi di salute e di educazione ed un livello di disoccupazione spaventoso. Per me vedere il nostro popolo completamente schiavo dell’imperialismo nordamericano è qualcosa di molto doloroso. Io nacqui in una famiglia piccolo-borghese ed ho avuto la fortuna di frequentare l’università e finire i miei studi come medica chirurga. Quando finii il corso all’università, sono incominciati dei grandi dubbi dentro di me su come potevo aiutare Colombia affinché fosse un paese migliore, e subito sono stata sicura, e continuo ad esserlo, che ho scelto la strada giusta per una Colombia più equa per il mio popolo. Chiaro, ho dovuto sacrificare molte cose ma, tutto questo, mi rende una donna ed una persona migliore”.

“Pensai anche di dedicarmi semplicemente ad essere medica per i contadini, tra gente povera, ma mi resi conto che sarei stata una scientifica con le mani legate, perché per i poveri non ci sono medicine, non ci sono letti negli ospedali, la gente rimane prostrata nei servizi di urgenza dove la trattano come se fossero numeri senza volto o merci senza valore. Per ottenere dei cambiamenti fondamentali, bisogna prendere delle decisioni radicali, entrare nelle FARC-EP è stata la decisione più importante della mia vita e non mi pento di niente”.

“Una delle cose migliori di essere una guerrigliera delle FARC-EP è studiare per superarsi, bisogna apprendere conoscenze politiche e militari, a parte di continuare a migliorare nella tua carriera di studi ed imparare ad essere una medica efficiente vivendo nella natura. La selva è un ambiente molto sano, pieno di ossigeno, dove si trovano medicine naturali. Io mi dedico anche ad istruire il popolo affinché possa curarsi, non solo sono medica, bensì anche maestra, abilito infermiere ed infermieri, tecnici e tecniche, è bello vedere come la gente impara ad essere indipendente”.

“Chi come me è medico, deve sapere organizzare la salute per i più di 80 fronti e le distinte compagnie della guerriglia, non si fanno soli interventi di urgenza, bensì cicli programmati per curare varici o ernie, si fanno sverminazioni,… noi non vogliamo rubare allo stato la sua funzione, semplicemente il sistema di salute non esiste per i poveri, non appare da nessuna parte. Le FARC-EP non sono solamente fucili e battaglie, ci preoccupiamo integralmente per gli umili. Per noi, i guerriglieri, è fondamentale non andare all’ospedale, è un luogo molto pericoloso che serve per farci arrestare, non per curarci: sappiamo perfettamente che nelle prigioni colombiane sono più di 8000 i prigionieri politici in condizioni deplorevoli ed il presidente Santos non permette la visita delle organizzazioni dei diritti umani per alleviare le situazioni”.

Parlando della doppia morale di Santos, ricordo a Laura che quando arrivò a Cuba nell’aprile del 2013, col guerrigliero Ignacio Ibañez, Uribe consegnò le coordinate del punto della selva dove loro si sarebbero incontrati con la Croce Rossa per poi volare a L’Avana, arrischiando le loro vite. Questo è solo un piccolo esempio di quello che fa Santos, che dice di cercare la pace e non ha mai concesso un cessate il fuoco per dimostrare la sua vera volontà di abbandonare le armi.

“Io non ho saputo nulla di quello che era successo fino a quando non sono arrivata a Cuba. Uribe consegnò le coordinate ad un alto comando militare dell’esercito creando una situazione ambigua e contraddittoria. Santos aveva detto che non sapeva niente e che avrebbe castigato i colpevoli e fino al giorno di oggi è stata solo una menzogna in più, tutto è caduto nella dimenticanza. L’atteggiamento del presidente Santos è più elettorale che di pace, un’altra incongruenza è il referendum sui dialoghi di pace che ha deciso senza consultarci. È molto duro per noi sviluppare i dialoghi di pace mentre la guerra continua feroce ed i compagni e le compagne muoiono, noi siamo stati gli unici a concedere un cessate il fuoco; ed inoltre si continuano a perseguire le manifestazioni e gli scioperi del popolo, in Colombia l’impunità è totale per chi governa”.

Le FARC-EP hanno ottenuto da poco che lo stato colombiano togliesse l’ordine di cattura di Julian Conrado, guerrigliero che si trovava in Venezuela e che ha potuto volare a L’Avana per incorporarsi ai dialoghi di pace: domando a Laura se questo è un segno positivo per raggiungere l’arrivo a L’Avana di un altro prigioniero politico delle FARC-EP, Simon Trinidad.

“Noi l’aspettiamo con molta fiducia, Simon Trinidad è un delegato plenipotenziario nei dialoghi di pace. Lottiamo fino all’impossibile per vederlo arrivare qui. La lotta che Simon sta facendo nelle prigioni dell’impero nordamericano è impressionante, è in un isolamento inumano perché è un esempio di resistenza rivoluzionaria, tutto quello che facciamo per chiedere la sua libertà è molto poco in confronto al suo valore umano. Julian Conrado sarà un assessore del processo, però prima dovrà risolvere i suoi problemi di salute”.

Come giornalista, io credo che la stampa tradizionale in Colombia è molto ipocrita, non si preoccupa di denunciare la situazione dei prigionieri politici nei carceri, è uno strumento di guerra (nel II Vertice della CELAC a L’Avana, il presidente Rafael Correa definì le multinazionali della stampa come armi di distruzione di massa della verità), si dedica a campagne di discredito, a ripetere 1000 volte una bugia affinché sia una verità: poco tempo fa ha cercato di screditare Laura dicendo che non era medica, che non era qualificata per stare nel tavolo di pace ed ha pubblicato una sua foto con Ivan Marquez e Jesus Santrich su un catamarano, come se stessero villeggiando a L’Avana.

Domando a Laura se si sentì male per tutto questo e lei mi risponde che “non mi preoccupa quello che dice lo stato fascista della Colombia, il momento della foto era un recesso dei dialoghi e c’invitarono, se una stampa ingannevole dice bugie su di noi, dimostra solo quello che è veramente. Io sono orgogliosa di quello che dice il popolo colombiano e dell’energia che ha per fare manifestazioni, in questo momento, contro lo stato, mi permette di continuare con molto coraggio. Hai fatto caso che la stampa fascista elogia le donne della delegazione dello stato, grandi complimenti per loro e noi siamo le fallite, le incompetenti. Le guerrigliere sono quasi la metà della delegazione e tutte abbiamo già dimostrato che siamo disposte a sacrificare la vita per il popolo colombiano”.

È vero quello che dice Laura, inoltre io credo che per nascondere il carattere maschilista e patriarcale dello stato fascista della Colombia dopo l’inizio dei dialoghi, Santos è stato costretto ad incorporare due donne nella sua delegazione… quasi obbligato per la sorprendente presenza di donne tra le FARC-EP.

Laura mi ricorda la triste situazione della donna in Colombia che molte volte come capo di famiglia deve lavorare per mantenere i figli, ricevere salari più bassi degli uomini e lottare senza fermarsi per riuscire a far valere i suoi diritti.

“Noi, le guerrigliere abbiamo un blog, http://www.mujerfariana.co, dove scriviamo articoli sulla realtà nazionale, con uno sguardo femminile e lottatore, raccontiamo le nostre esperienze nella selva, pubblichiamo libri e poemi. Cerchiamo che si faccia coscienza nel paese che la donna è l’attrice principale in tutti i processi, per esempio, è fondamentale per potere ottenere la pace, ed inoltre, la donna è stata e sarà sempre il cuore di ogni Rivoluzione per liberare i popoli, e non lo dico io, ce lo insegna la Storia”.

Nell’ultima domanda, trattiamo il tema del sindaco di Bogotà, Gustavo Petro, che è stato sospeso dal procuratore generale per presunte illegalità.

“Qui tu puoi renderti conto che in Colombia non esiste la democrazia: come può un procuratore generale, funzionario eletto dalle alte sfere dello stato, mettersi al di sopra della volontà del popolo, che ha scelto il sindaco?
Per ciò, il punto della partecipazione politica nei dialoghi di pace è fondamentale e chiave per ottenere armonia e democrazia, è vitale un’assemblea costituente in Colombia per una riforma elettorale, una riforma della giustizia, una riforma delle strutture militari affinché sia una vera pace, con rispetto per la vita e per l’opposizione”.

Il prof. De Tormentis e la pratica della tortura in Italia

diritto-penale-cont

 

La rivista Diritto penale contemporaneo dedica un’articolo di commento alla sentenza della corte d’appello di Perugia che il 15 ottobre scorso ha riconosciuto, durante il giudizio di revisione della condanna per calunnia inflitta a Enrico Triaca per aver denunciato le torture subite dopo l’arresto nel maggio 1978, l’esistenza sul finire degli anni 70 e i primissimi anni 80 di un apparato statale della tortura messo in piedi per combattere le formazioni politiche rivoluzionarie che praticavano la lotta armata.
«Più che alla ricerca di verità giudiziarie – si spiega nel testo – questa sentenza deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico, secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria».

di Paolo Persichetti
www.penalecontemporaneo.it 4 Aprile 2014

Corte d’appello di Perugia, 15 ottobre 2013, Pres. Est. Ricciarelli [Luca Masera]

1.In un recente articolo di Andrea Pugiotto dedicato al tema della mancanza nel nostro ordinamento del reato di tortura (Repressione penale della tortura e Costituzione: anatomia di un reato che non c’è, in questa Rivista, 27 febbraio 2014), l’autore prende in esame gli argomenti utilizzati più di frequente da chi intenda negare rilevanza al problema, e nel paragrafo dedicato all’argomento per cui la questione “non ci riguarda”, elenca una serie di casi di tortura accertati in sede giudiziaria.

La sentenza della Corte d’appello di Perugia qui disponibile in allegato aggiunge a questo terribile elenco un nuovo episodio, riconducibile peraltro al medesimo pubblico ufficiale già autore di un fatto di tortura citato nel lavoro di Pugiotto.

2. In sintesi la vicenda oggetto della decisione.

Nel maggio 1978 Enrico Triaca viene arrestato nell’ambito delle indagini per il sequestro e l’uccisione dell’on Moro, in quanto sospettato di essere un fiancheggiatore delle Brigate Rosse. Nel corso di un interrogatorio di polizia svoltosi il 17 maggio, il Triaca riferisce di aver aiutato un membro dell’organizzazione a trovare la sede per una tipografia clandestina, e di avere ricevuto dalla medesima persona la pistola, che era stata rinvenuta in sede di perquisizione; il giorno successivo, sempre interrogato dalla polizia, indica altresì il nominativo di alcuni appartenenti all’organizzazione.

Le dichiarazioni rese all’autorità di polizia vengono poi confermate al Giudice istruttore durante un interrogatorio svoltosi alla presenza del difensore. Il 19 giugno, nel corso di un nuovo interrogatorio, il Triaca ritratta quanto affermato in precedenza, affermando “di essere stato torturato e precisando che verso le 23.30 del 17 maggio era stato fatto salire su un furgone in cui si trovavano due uomini con casco e giubbotto, era stato bendato e fatto scendere dopo avere percorso sul furgone un certo tratto, infine era stato denudato e legato su un tavolo: a questo punto mentre qualcuno gli tappava il naso qualcun altro gli aveva versato in bocca acqua in cui era stata gettata una polverina dal sapore indecifrabile; contestualmente era stato incitato a parlare”. In seguito a queste dichiarazioni, il Triaca viene rinviato a giudizio per il delitto di calunnia presso il Tribunale di Roma, che perviene alla condanna senza dare seguito ad alcuno degli approfondimenti istruttori indicati dalla difesa; la sentenza viene poi confermata in sede di appello e di legittimità.

La Corte d’appello di Perugia viene investita della vicenda in seguito all’istanza di revisione depositata dal Triaca nel dicembre 2012. La Corte afferma in primo luogo che “il giudizio di colpevolezza si fondò su argomenti logici, in assenza di qualsivoglia preciso elemento probatorio tale da far apparire impossibile che l’episodio si fosse realmente verificato. Tale premessa è necessaria per comprendere il significato del presente giudizio di revisione, volto ad introdurre per contro testimonianze, aventi la funzione di accreditare specificamente l’episodio della sottoposizione del Triaca allo speciale trattamento denominato waterboarding”. Nel giudizio di revisione vengono dunque assunte le testimonianze di un ex Commissario di Polizia (Salvatore Genova) e di due giornalisti (Matteo Indice e Nicola Rao) che avevano svolto inchieste su alcuni episodi di violenze su detenuti avvenute dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta (la vicenda più nota è quella relativa alle violenze commesse nell’ambito dell’indagine sul sequestro del generale Dozier nel gennaio 1982: è l’episodio cui viene fatto cenno nel lavoro del prof. Pugiotto, citato sopra) ad opera di un gruppo di poliziotti noto tra le forze dell’ordine come “i cinque dell’Ave Maria”, agli ordini del dirigente dell’Ucigos Nicola Ciocia, soprannominato “prof. De Tormentis”. Il Genova (che aveva personalmente assistito agli episodi relativi al caso Dozier) aveva organizzato, in due distinte occasioni, un incontro tra i suddetti giornalisti ed il Ciocia, il quale ad entrambi aveva riferito delle violenze commesse dal gruppo da lui diretto sul Triaca, che era stato il primo indagato per reati di terrorismo ad essere sottoposto alla pratica del waterboarding, in precedenza “sperimentata” su criminali comuni. Sulla base di queste convergenti testimonianze, e ritenendo che “la mancata escussione della fonte diretta non comporta inutilizzabilità di quella indiretta, peraltro costituente fonte diretta del fatto di per sé rilevante della personale rilevazione da parte del Ciocia”, la Corte conclude che “la pluralità delle fonti consente di ritenere provato che un soggetto, rispondente al nome di Nicola Ciocia, confermò di avere, quale funzionario dell’Ucigos al tempo del terrorismo, utilizzato più volte la pratica del waterboarding (…) la stessa pluralità delle fonti, sia pur – sotto tale profilo – indirette, consente inoltre di ritenere suffragato l’assunto fondamentale che a tale pratica fu sottoposto anche Enrico Triaca”. La sentenza di condanna per calunnia a carico del Triaca viene quindi revocata, e viene disposta la trasmissione degli atti alla Procura di Roma per quanto di eventuale competenza a carico del Ciocia (la Corte ovviamente è consapevole del lunghissimo tempo trascorso dei fatti, ma reputa che “la prescrizione va comunque dichiarata e ad essa il Ciocia potrebbe anche rinunciare”).

3. La sentenza in allegato rappresenta solo l’ultima conferma di quanto la tortura sia stata una pratica tutt’altro che sconosciuta alle nostre forze di polizia durante il periodo del terrorismo. La squadra di agenti comandata dal Ciocia ed “esperta” in waterboarding non agiva nell’ombra o all’insaputa dei superiori: a quanto riferito dal Genova, della cui attendibilità la Corte non mostra di aver motivo di dubitare, i metodi dei “cinque dell’Ave Maria” erano ben noti a quanti, nelle forze dell’ordine, si occupavano di terrorismo, ed addirittura la sentenza riferisce come, in un’intervista rilasciata dallo stesso Ciocia, egli riferisca che l’epiteto di “prof. De Tormentis” gli fosse stato attribuito dal vice Questore dell’epoca, Umberto Improta. Quando poi una delle vittime, come il Triaca, trovava il coraggio per denunciare quanto subito, le conseguenze sono quelle riportate nella sentenza allegata: condanna per calunnia, senza che Il Tribunale svolga alcuna indagine per accertare la falsità di quanto riferito.

Il quadro che emerge dalla sentenza è insomma a tinte assai fosche. Negli anni Settanta-Ottanta, operava in Italia un gruppo di funzionari di polizia dedito a pratiche di tortura; e l’esistenza di questo gruppo era ben nota e tollerata all’interno delle forze dell’ordine, anche ai livelli più alti. La magistratura in alcuni casi ha saputo reagire a queste intollerabili forme di illegalità (esemplare è il processo, anch’esso citato nel lavoro di Pugiotto, celebrato presso il Tribunale di Padova nel 1983 in relazione proprio ai fatti relativi al caso Dozier), in altre occasioni, come quella oggetto della sentenza qui in esame, ha preferito voltarsi dall’altra parte, colpevolizzando le vittime della violenza per il fatto di avere voluto chiedere giustizia .

La sentenza non riferisce fatti nuovi: le fonti su cui si basa la decisione sono le testimonianze di due giornalisti, che avevano pubblicato in libri ed articoli le vicende e le confessioni poste a fondamento della revisione. Fa comunque impressione vedere scritto in un provvedimento giudiziario, e non in un reportage giornalistico, che nelle nostre Questure si praticava la tortura; e fa ancora più impressione se si pensa che la metodica utilizzata, il famigerato waterboarding, è la medesima che in anni più recenti è stata utilizzata dai servizi segreti americani per “interrogare” i sospetti terroristi di matrice islamista: passano gli anni, ma la tortura e le sue tecniche non passano di moda.

Ormai sono trascorsi decenni dalle condotte del prof. De Tormentis e della sua squadra, ed al di là del dato formale – posto in luce dalla Corte perugina – che la prescrizione è rinunciabile, davvero non ci pare abbia molto senso immaginare la riapertura di inchieste penali volte a concludersi invariabilmente con una dichiarazione di estinzione del reato, per prescrizione o per morte del reo, considerato il lunghissimo tempo trascorso dai fatti. Più che alla ricerca di verità giudiziarie, la sentenza qui allegata deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico, secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria.

 

Rapimento Moro, ma quali servizi sulla moto Honda di via Fani c’erano due giovani che abitavano nel quartiere

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.


Su via Fani un’onda di dietrologia

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

cb500fk2b2 Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare dalla Algranati: «ad un certo punto sono passati i due cretini di Primavalle ed hanno anche fatto ciao ciao con la manina». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato “Contropiano” la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.

 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:

1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?

2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).

Lettera Honda copiaSi potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:

a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani -l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?

b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.

Drulov copia

 3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.

4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.

Cosa accadde a via Fani la mattina del 16 marzo 1978?
Roma,16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

Sulle recenti rivelazioni
http://www.contropiano.org “Un faro nel buio
Radioblackout.org 2014/03/ Chi c’era dietro le Br? Tanti, tanti proletari
Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Uno sguardo critico su Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
L
otta armata e teorie del complotto

Per una storia sociale della lotta armata
Gli anni 70 è ora di affidarli agli storici-intervista
Steve Wright: operaismo e lotta armata
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne

Insorgenze

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.

View original post 1.624 altre parole

“I misteri sul caso Moro? Una miniera per truffatori…”

gianmaria

Per la milionesima volta la misteriologia sul sequestro e la morte di Aldo Moro è ricomparsa sui giornali. E soltanto lì voleva tornare. Possiamo dirlo con certezza, perché il nuovo fornitore di “scoop” si è rivolto all’agenzia di stampa Ansa, mica alla magistratura… Come sarebbe stato logico per un normalissimo cittadino. Figuriamoci per un ex ispettore della Digos torinese, tale Enrico Rossi, ora in pensione (“nonostante la giovane età”, chiosa il sempre prudente Giovanni Bianconi, sul Corriere della sera, uno dei giornalisti italiani con più esperienza in materia di processi per lotta armata).

La vicenda recente è semplice: quattro anni fa un misterioso individuo che affermava di esser stato a bordo della famosa “moto Honda di via Fani” scrive una lettera anonima a La Stampa, in cui afferma di esser stato lì come “agente dei servizi segreti”, agli ordini del “colonnello Guglielmi” del Sismi, con l’incarico di “proteggere le Brigate Rosse” impegnate contro la scorta del presidente della Democrazia Cristiana.

Notizia bomba, se avesse qualche riscontro plausibile. Ma i problemi iniziano già con il testo della lettera anonima originaria:

«Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontrarlo ultimamente…Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più».

E continuano con l’operato di Enrico Rossi, incaricato di trovare i riscontri e informare la Procura di Torino (dove in quel momento regnava Giancarlo Caselli, non certo uno che si tira indietro davanti a “notizie di reato” di questo genere). Quel che trova viene consegnato, vagliato e girato per competenza alla Procura di Roma. Che archivia per mancanza di riscontri.

Finita la storia. L’investigatore pensionato, una volta pensionato, ci ripensa e va a cercare l’Ansa, oppure la cerca dopo aver risentito qualche giornalista de La Stampa (ieri sera, nell’edizione online, ne scriveva Massimo Numa, sì proprio quel simpatico e imparziale cronista che si occupa in genere dei No Tav e sosteneva di esser stato “tenuto sotto controllo” per quasi un anno, insieme al senatore Esposito del Pd, da misteriosi e numerosissimi “anarchici” ovviamente collegati con la Val Susa). E giù paginate di quotidiani a sollevare la polvere dei secoli, i fantasmi del mar dei Sargassi e il voyerismo misteriosofico.

Come i nostri lettori sanno, abbiamo in materia le nostre idee, ma non molta conoscenza diretta dei fatti. Quindi abbiamo sentito Francesco Piccioni, all’epoca militante delle Br a Roma.

 

Hai visto le ultime novità “storiche”?

Siamo nell’era dei truffatori da due soldi, ormai. Quella che era una storia a suo modo grande, su cui ci si scontrava tra dietrologi sedicenti “di sinistra” e protagonisti di quella stagione rivoluzionaria, è ormai ridotta a magazzino di reperti in cui ogni coglione che pensa di guadagnarci qualcosa entra, dà un’occhiata in giro, e spara la sua scemenza.

Su che basi dici questo?

È nelle cose che stanno sui giornali oggi, il problema è che sono pochissimi ormai quelli che sanno leggere… Andiamo con ordine. C’è una lettera scritta cinque anni fa da un “ex agente dei servizi” che si ritrova in punto di morte e si vuole, dice, “scaricare la coscienza”. E cosa fa? Scrive che lui stava su quella moto, che stava agli ordini di di Guglielmi, ma “di più non posso dire”? Per il resto “cercate voi”? Ma come!? La lettera – l’hai disposto tu stesso – verrà inviata solo sei mesi dopo la tua sepoltura e ti tieni il segreto vero e proprio? Una boiata pazzesca, e questo senza neanche affrontare la dinamica dell’azione di via Fani, che evidentemente non conosceva e non si era nemmeno studiato bene…

Ma una moto è stata vista…

Sì, certo. È passata una moto… hai capito quant’è strano, a Roma… Ma di sicuro non avevamo “bisogno di protezione” contro dei passanti. Basta leggere gli atti dei processi, o anche i giornali d’allora, o la memorialistica di ex combattenti – “pentiti” e non –  per verificare che qualsiasi gruppo guerrigliero era abituato a garantirsi da solo una “copertura” da eventuali imprevisti. L’elemento decisivo non è il passaggio di una moto, ma il tentativo di farlo diventare “il dettaglio che cambia la Storia”; una bufala, insomma.

E infatti i giudici archiviano la “rivelazione”… Ma perché è così facile strappare decine di pagine di giornali sparando “scemenze” su via Fani?

Perché non c’è uno “Stato” vero e proprio, alla francese, a controllare la memoria storica. Questa è res nullius, ogni parte politica può raccontarsela come vuole. Abbiamo visto gente Giorgio Pisanò o Giampaolo Pansa “riscrivere la Resistenza”, senza che nessun potere statuale avesse niente da eccepire; e dire che siamo “una Repubblica nata dalla Resistenza”… È esistita anche una “dietrologia di destra”, con l’on. Fragalà e pochi altri. Diceva le stesse scemenze degli ex Pci, sugli stessi episodi; si limitava a mettere un agente del Kgb al posto di uno della Cia o del Sisde. Poca fantasia… si vede che gli sceneggiatori migliori sono collocati “a sinistra”. Stiamo parlando dell’evento più importante di oltre un decennio di guerriglia urbana, l’unico che abbia coinvolto uno dei pochissimi leader-chiave della politica italiana. Tutto il resto è stato dimanticato, Moro viene riesumato ogni volta che serve. O che qualcuno vuole guadagnarci quealcosa.

C’è qualche analogia con l’infortunio occorso a Ferdinando Imposimato?

Si tratta più o meno della stessa cosa. Anche qui c’è un ex poliziotto – lì era una guardia di finanza – che ha “sfiorato” un fatto centrale della Storia e cerca visibilità, interviste, soldi o chissà che altro. Possono provarci perché, ripeto, non c’è una “memoria certificata”, in qualche misura definitiva. E quindi giocano sui “desideri” di questa o quella cordata politica, riciclando vecchi “misteri” e proponendosi come “variante sul tema”. Penso che ce ne saranno ancora altri, perché trovano terreno fertilissimo nell’analbetismo politico di ritorno, anche in personaggi che pure dovrebbero avere una “struttura” intellettuale e critica abbastanza solida.

Pensi sempre a gente che viene dal Pci?

Più o meno sì, perché chi è passato per i gruppi extraparlamentari o l’autonomia dovrebbe essere un po’ più corazzato. Qualche settimana fa, per esempio, ero stato invitato a presentare un romanzo che ricostruiva la militanza di un comunista bolognese dalla Resistenza agli anni ’80. Una “storia romanzata”, diciamo, ben scritta e ottimamente documentata; ma che quando arriva al sequestro di Aldo Moro accetta supinamente la “misteriosofia”. Faccio il mio intervento, parlo bene di quel che mi è piaciuto, ma obietto che intorno alla vicenda delle Brigate Rosse e quell’episodio particolare proprio non ci siamo. Del resto, tutta questa dietrologia si regge ormai soltanto sull’allungare “ombre di ambiguità” su Mario Moretti; che, spiego, è anche l’unico brigatista di via Fani ancora in galera. Il che, tra persone intelligenti, taglia la testa al toro: ma come, dici che ha “fatto un favore” al potere uno che sta ancora in galera dopo 33 anni? Si alza Mauro Zani, vecchio e solido dirigente del Pci bolognese, ex eurodeputato, ecc, a dire “Non è vero! È in semilibertà…”. Non so se è chiaro cosa significa: stai in galera, la mattina esci e vai a lavorare, sei controllabile e controllato sul lavoro, così come a casa dove passi a mangiare prima di rientrare di nuovo in carcere la sera; se vuoi avere qualche giorno di “licenza” devi chiedere permesso al giudice; se la vuoi passare in un luogo diverso dalla tua abitazione (chessò, al mare, se hai una famiglia), la polizia viene mandata a verificare l’abitazione; se sei ospitato da qualcuno parte un’indagine sull’ospitante… Nel caso di Mario si è arrivati a questo assurdo: aveva chiesto di venire a Roma per la presentazione di un libro, e Erri De Luca si era offerto di ospitarlo. Diavolo! un ospite conosciuto, famoso, uno scrittore tradotto in parecchie lingue… Beh, la polizia risponde che “a loro risulta che De Luca Erri sia in realtà un muratore con precedenti per manifestazioni non autorizzate, ecc”. E il giudice – che evidentemente non conosce neanche lui Erri – rifiuta il permesso di venire a Roma.

Questa è la vita quotidiana di uno che viene “premiato” per aver “lavorato per il potere”? E ai nemici che gli fanno, allora? Vorrei timidamente ricordare che un “agente” vero, la galera, non la vede proprio; nemmeno quando viene scoperto. Persino un agente condannato, ad un certo punto, per la strage di piazza Fontana – Guido Giannettini – non ha fatto più di sei mesi in tutto, prima di essere scarcerato con tutti gli onori e messo al sicuro in un posto di suo gradimento.

Mario sta invece dentro da 33 anni, di cui gli ultimi in “semilibertà”. E un politico con l’esperienza di Zani – uno che ha fatto in tempo a vedere la polizia sparare sui manifestanti e i suoi compagni di partito finire arrestati –  non sa più distinguere la realtà di un prigioniero (sia pur “semi”, dopo tantissimi anni di “totalmente”) dalla narrativa dietrologica? Se è così – ed è così, purtroppo – qualsiasi truffatore che sia passato vicino a questa storia può “tentare” la sua mossa. Troverà sempre qualcuno disposto a giocarlo mediaticamente. E’ business storiografico. Rende sempre, e torna utile per spezzettare la Storia in romanzetti sporchi. Certo, ci vuole un “pubblico” di bocca buona… Ma mi sembra che se lo siano creato a immagine e somiglianza, grazie anche agli ex Pci.

 Fonte : Contropiano

————————————————————————————————————————————————-

Fonte : Mentecritica

I Due dell’Honda nel Caso Moro: la Clamorosa Bufala della Disinformazione

Ieri tutto il sistema informativo nazionale è andato in tilt per una nuova “rivelazione” circa la presenza di agenti dei servizi in via Fani.

Il web. La carta stampata. La tv.

Tutti risucchiati nel vortice irresistibile dello scoop, a 36 anni da via Fani. Del mistero che si scioglie; del piccolo pezzo di verità emerso da una troppo lunga e interessata glaciazione.

La notizia

Dunque in via Fani c’era la famosa Honda. I due che vi erano sopra appartenevano ai Servizi. Quello che guidava, a volto scoperto, giovanissimo (20-22) somigliava a Eduardo de Filippo. Il passeggero, col casco, è quello che poi si è pentito e, colpito da tumore e da rimorsi di coscienza (non si sa quale dei due prima) ha scritto una lettera per confessare la sua verità.

Il Fatto riporta anche uno screenshot della lettera, datata 2009.

Vi chiederete: perché renderla nota solo ora?

Sbagliato. La vera domanda è: perché prendere per buona questa bufala?

Se infatti andiamo a vedere un semplice film, uno dei tanti sul caso Moro, Piazza delle Cinque Lune, ecco che cosa ascoltiamo:

Bufale in evoluzione

La stessa, identica, precisa storiella. I due motociclisti, i Servizi, De Filippo e il passeggero colpito da tumore. Uguale.

Solo che il film è del 2003.

Com’è possibile?

Unica variante: quello con la “faccia di De Filippo” nel 2003 era “seduto dietro”. Nella bufala odierna è passato alla guida. È il caso di dire che ha fatto strada… O che persino le piccole menti che architettano questi imbrogli hanno bisogno di varianti. O che, semplicemente, le bufale hanno la loro evoluzione.

In tutti e due i casi però è sempre quello dietro che spara (ovvio) e anche quello che si pente. Dal che si capisce che ogni bufala ha bisogno, oltre che di evoluzione, di continuità. O che persino le piccole menti che architettano questi imbrogli hanno bisogno di metterci una firma riconoscibile. L’indirizzo preciso del destinatario del ricatto sotto la firma del ricattatore.

Nel film il motociclista-passeggero confessa perché ha un tumore e gli hanno dato “due mesi di vita, forse meno”.

Nella bufala odierna, prevede di essere morto da “almeno sei mesi” quando la lettera sarà ricevuta, cioè ottobre 2009.

A parte le doti non comuni di preveggenza di questo sedicente moribondo, c’è da dire che la medicina deve aver fatto notevoli progressi, se uno che aveva “due mesi di vita, forse meno” nel 2003 o prima, ne abbia più o meno 6 mesi, il triplo, sei anni dopo…

 

Cui prodest?

Evidentemente qualcuno si diverte a prendere (o meglio a ri-lanciare) le notizie dalle fonti più inusuali e a contrabbandarle come scoop, a debita distanza di tempo.

O perché la fantasia scarseggia e si rimesta sempre la solita brodaglia. O perché si vuole sfottere e umiliare la vasta platea di creduloni e mestatori, specie nel mondo dei media così detti mainstream. Per tenerli in stato di schiavitù e ricordarglielo con regolarità.

O per qualche regolamento di conti di opposte fazioni di reduci, come dice Gotor, che sul cadavere di Moro giocano ancora le loro partite.

Oppure il falso scoop di oggi e quello contenuto nel film fanno riferimento a fonti ancora anteriori.

Chissà.

Unica certezza: un sistema mediatico senza memoria, senza professionalità o senza libertà. Una marea di pesci grandi e piccoli della così detta informazione sempre voracemente in attesa della prossima esca, fosse pure appesa a un amo avvelenato.

D’altra parte, se siamo in fondo alle classifiche della stampa libera (anzi non libera) un motivo ci sarà.