La crisi: il vero limite della produzione capitalistica è il capitale.

apart toon
“Economisti domestici, riformisti, al lavoro per riprogrammare una nuova politica economica, di riforme, di struttura, strategia industriale, per eliminare gli ostacoli allo sviluppo….” 

Prima di affrontare un’analisi delle leggi che stanno alla base della crisi capitalistica, siamo costretti ad aprire una parentesi “filosofica”: è necessario inanzitutto fare chiarezza sulle posizioni di “sinistra” che, in piena sintonia con i liberisti ed i loro addomesticati economisti borghesi, sostengono superato il Capitale di Marx, in quanto analisi di un “capitale” particolare ed attualmente inesistente, ovvero quello dell’ottocento.

Il portato reazionario di questa tesi balza immediatamente agli occhi, quindi che la borghesia si affanni usando tutti i mezzi per propagandarla è “comprensibile” e anche “giustificabile”;  pero’ che la stessa operazione venga compiuta da gente che si proclama “di sinistra” ci pare tantomeno sospetto e frutto di un’ambigua e notevole dose di doppiezza.
Buttato Marx, in questo modo sbrigativo, nella pattumiera, ci propinano ogni giorno una “nuova teoria”, mutuata – con una verniciatura di rosso scarlatto – dall’ ultima scoperta di qualche professorone di Università…
Ci preme quindi ribadire come Il Capitale di Marx, in quanto analisi scientifica dell’economia capitalistica, sia tutt’altro che superato e resti, anzi, l’unica base per analizzare la società attuale.
Come le crisi finanziarie più importanti degli ultimi decenni e della storia, la crisi finanziaria attuale ha colpito il mondo intero: partita dagli Stati Uniti nel luglio-agosto 2007, con la famosa bolla dei mutui subprime inesigibili, si è trasmessa ai fondi di investimento dei  capitali presi in prestito (hedge funds) che avevano piazzato nelle banche di mezzo mondo i titoli legati ai subprime, cosa che ha interessato le borse di tutte le maggiori capitali mondiali, e allargandosi al di fuori degli Usa si è estesa all’Europa e all’Asia.
Il “panico da 1929 ” che assale i capitalisti ad ogni grave crisi del loro sistema di produzione e della loro organizzazione sociale capitalistica, ha motivi ben materiali. 
Non va mai dimenticato che le crisi capitalistiche nell’epoca dell’imperialismo, ossia nell’epoca di predominio del monopolio e del capitale finanziario sull’intera società, sono tutte di sovrapproduzione; è la sovrapproduzione che mette in crisi tutto il mercato dei mezzi di produzione, dei beni di consumo, dei capitali, “dell’economia reale”.
La crisi finanziaria non è la bolla speculativa in sé ma la manifestazione, sul piano del credito e della valorizzazione del capitale, di una crisi di sovrapproduzione; la sua gravità è dovuta al grado di saturazione dei mercati e alla diminuzione drastica della produzione: se non si vendono le merci prodotte queste non vengono trasformate in valore, il capitale in esse contenuto non si  valorizza; tutta la circolazione del capitale negli ambiti finanziari non può generare autovalorizzazione di capitale se non basandosi sull’aumento continuo della produzione di merci, e quindi di capitali, attraverso uno sfruttamento sempre più intenso e allargato della forza lavoro salariata. 
Il capitalismo può svilupparsi senza entrare nella fase della sovrapproduzione?
No, perché la sovrapproduzione è generata dalla spinta inesorabile, continua e folle di  produzione di merci nella piena anarchia del mercato, merci che devono essere trasformate in denaro in un vortice perpetuo: ad una produzione di merci teoricamente infinita corrisponde un mercato nella pratica limitato. 
Le crisi cicliche del capitalismo anticipano la crisi più profonda e sistemica della struttura  generale del capitalismo; la reazione delle forze borghesi di ogni paese a queste crisi porta inevitabilmente ad una maggiore centralizzazione del potere politico, oltre che economico (interventi dello Stato in sostegno dell’economia), e ad un maggiore dispotismo sociale aggravando le condizioni già peggiorate del proletariato di ogni paese. 
Un proletariato, che pure se intossicato da decenni di politiche e  pratiche di concertativismo sindacale e collaborazionismo politico, resta comunque l’unica forza positiva della produzione capitalistica, unica forza che produce ricchezza senza poterla possedere, unica forza sociale dalla quale la classe borghese estorce sistematicamente plusvalore, unico vero pilastro di tutto il sistema capitalistico.
Senza il lavoro salariato, senza lo sfruttamento del proletariato, il capitalismo non starebbe in piedi. Certo, lo sviluppo tecnico e scientifico  di tutta una serie di lavorazioni e macchinari, se da un lato ha aumentato la capacità produttiva delle aziende, dall’altro ha aumentato la  produttività del lavoro e, perciò, in proporzione ha diminuito il  numero di operai necessari per produrre la stessa quantità di merci di prima. Per quanto si sviluppi il capitalismo, per quanto si sviluppi l’industria, non riuscirà mai ad impiegare nella produzione tutta la quantità di proletari che il suo stesso sviluppo genera. Tendenzialmente, più aumenta la produttività del lavoro, più diminuisce il numero di proletari necessario alla produzione.
Il proletariato mondiale sta scontando decenni di nefasta influenza opportunista da parte di tutte le organizzazioni che lottavano originariamente in nome della difesa delle sue condizioni di vita, di lavoro, dei suoi diritti e delle sue prospettive storiche di classe, ma che, avendo ceduto alla corruzione da parte della borghesia dominante, hanno tradito la causa proletaria sia sul piano della lotta di difesa immediata che su quello più ampio e decisivo della lotta politica per la conquista del potere.
Da decenni le forze  dell’opportunismo ci hanno abituati a credere alle menzogne della democrazia borghese, a credere che i sacrifici che ci obbligano a fare oggi serviranno  per ottenere benefici domani.
Da decenni le forze del collaborazionismo sindacale e politico ci hanno abituati a credere che la lotta di classe, lo sciopero deciso e senza tentennamenti, la risposta dura agli attacchi dei  padroni e dello Stato borghese alle nostre condizioni materiali di vita e lavoro, siano metodi antiquati ormai inefficaci; che era molto più produttivo spostare il perno dello scontro di interessi fra proletari e  borghesi dal terreno della lotta di classe, diretta e a viso aperto, a quello del negoziato, degli accordi fra le parti, della concertazione di obiettivi “comuni” ai quali i proletari dovevano sentirsi “cointeressati”.
Gli opportunisti sono veri e propri luogotenenti della borghesia nelle file del proletariato (Lenin), e fino a quando sarà data loro fiducia e obbedienza i proletari non avranno  alcuna possibilità di difendersi efficacemente dagli attacchi del padronato  e della classe borghese nel suo insieme.
Non è solo una questione di crisi, per cui i padroni appaiono con meno risorse a disposizione per cui  sarebbe inutile e illusorio chiedere aumenti salariali e altre concessioni che comportino spese consistenti anche da parte dello Stato (come ad esempio       l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, il salario medio pieno a tutti o redditi di cittadinanza per disoccupati).
La questione non è sapere se il padrone, o lo Stato, dichiarano di poter concedere o no quella determinata richiesta: è  una questione di forza, e sempre è stata una questione di forza! Nella  misura in cui il proletariato è debole, diviso, frammentato, timoroso, confuso, rispettoso delle regole imposte dalla borghesia e succube dell’influenza delle forze dell’opportunismo sindacale e politico, non otterrà mai nulla che non sia quanto il padrone di schiavi sia disposto o meno a dare.
La vera questione, ed è di questo che  padroni, piccoloborghesi, bonzi sindacali e politicanti parlamentari, governanti, preti e timorati di dio, hanno una fottuta paura, la vera  questione è: quando il proletariato, nelle sue avanguardie, nei suoi strati  più combattivi e sensibili alla causa di classe, si accorgerà di possedere una forza straordinaria, potentissima, in grado di sbrecciare qualsiasi  ostacolo posto sul suo cammino storico di classe? 
Il proletariato rappresenta il lavoro vivo, la vera produzione di profitto: i capitalisti possono avere a disposizione quantità inenarrabili di mezzi di produzione, di impianti, fabbriche, macchinari, materie prime, tecnologie, mezzi di trasporto, ma  se non sfruttano su quei mezzi di produzione, su quegli impianti, in quelle  fabbriche, quei macchinari per la trasformazione delle materie prime, l’unica vera energia viva, e cioè il lavoro salariato, possono  buttare via tutto, perché da solo il profitto non si produce.
Non esiste l’autoproduzione di profitto capitalistico: deve essere estorta dal lavoro  salariato quella quota di plusvalore, sempre più alta, che corrisponde al tempo di lavoro non pagato con salario. E’ da qui che “misteriosamente” il capitale investito cresce di volume, e quindi di valore.
I comunisti sanno, per esperienza, che non basta lottare sul terreno di classe, quindi con mezzi e  metodi di classe, che non dipendano dalle compatibilità con gli interessi  delle aziende, degli utenti, dei consumatori, dei cittadini, dello Stato, ecc. , ma  bisogna lottare in modo organizzato costruendo comitati slegati dagli apparati, dalle grandi centrali sindacali, da ogni corporativismo tricolore perchè possano essere  effettivamente indipendenti dagli interessi, privati e pubblici, del capitalismo.
cscc
✮☭Comitato scrittura collettiva comunista ✮☭

Il consenso erdoganiano nel buio di rabbia e dolore

strageI salvati dalle viscere più buie di pece e fuoco, chi può respirare ma egualmente piange perché non si dà pace per i compagni sepolti in quel posto di lavoro che toglie la vita, in genere tacciono. Troppo tristi, troppo infuocato è l’animo nonostante i corpi sembrino robusti e ancora resistenti  allo scavo della silicosi. Però gli estrattori scampati dal turno maledetto non trattengono la rabbia e quel che covano da anni. Urlano, insultano i padroni della compagnìa del carbone che mascherava ispezioni e controlli. Inveiscono contro il partito del premier che gli concedeva quel lavoro. Rivelano che da Ankara burocrati compiacenti telefonavano all’azienda per annunciare le verifiche di sicurezza e solo in quella settimana certi protocolli venivano rispettati. Usciti gli ispettori nella Coal Mining Company di Soma tutto tornava come prima. Come alla Thyssenkrupp e all’Ilva dei Riva, come nelle statal-private aziende dei magnati cinesi, nelle fabbriche che restano in Occidente e in quelle che abbondano a Oriente. Ovunque il lodato liberismo magnifichi il suo sistema, distribuendo salari di fame e assicurando prematura morte. Si dice che l’azienda turca dell’area di Manisa avesse ridotto le spese estrattive per tonnellate di carbone da 140 a 30 dollari. Un risparmio notevolissimo evidentemente giocato sulla sicurezza e sulla pelle di chi sputava sangue nelle gallerie.

 

E’ il liberismo che ha donato per oltre un quindicennio un Pil turbo alla crescita turca. L’elargitore di scalate sociali che migliora la vita di ciascuno purché si trasformi in consensuale macinatore di consumi capaci d’arricchire l’esistenza di pochi. Meccanismo noto da due secoli, ma sempre reiterato e proposto da chi azzera tutele per incrementare profitti. Nel caso anatolico sposati col disegno di Erdoğan, creatore e difensore ormai d’un regime. Personalistico. Che s’avvale di bugie diffuse dalla tivù di Stato o da agenzie ufficiali come l’Anadolu, ieri intenta a citare le misure di sicurezza “rispettate” dalla compagnìa mineraria. Invece neppure un mese fa quell’azienda era al centro di un’interrogazione parlamentare dell’opposizione per verificare l’effettiva regolarità e i parametri ambientali. Un analista turco offre questo scorcio di quel dibattito: mentre il deputato interrogante si rivolgeva ad alcuni ministri dell’attuale governo costoro facevano capannello – colloquiando probabilmente d’altro – e qualcuno sorrideva. Anche questa è un’immagine globale, che si può notare in altre arroganti incarnazioni d’un ruolo che dovrebbe porsi al servizio della comunità e invece si serve di essa per i propri affari. Ma nel reiterare bugie, imbrogli, calunnie, diffamazioni il premier che vuole diventare presidente d’una propria Turchia, sembra non accorgersi delle crepe della sua creatura.

listeLa logica del consenso, elettoralmente tuttora elevato, può venir meno se il giocattolo della magnificenza nazionale interclassista che deve accontentare tutti s’inceppa. L’esempio dei capitalisti investitori nei settori più vari che devono addolcire il sistema erdoğaniano con contropartite in tangenti, offrendo in dono sacrificale propri media e giornali al grande accentratore (è accaduto a Kanaltürk, Bugün Tv, Habertürk e altri)  comincia a star stretto anche ai fruitori del businness. Se i manager dell’azienda di Soma si troveranno soli sui banchi degli imputati inizieranno a cantare tirandosi dietro il manipolo dei ministri ridanciani e assistenti picchiatori come Yusuf Yerkel. Un’ipotesi politicamente suicida per il governo sarebbe affossare inchieste e responsabilità. In quel caso l’ira che già circola fra la gente, mica solo i familiari delle vittime, monterebbe ancora. Già tanti attendono che l’anniversario di Gezi Park sollevi proteste ancora più tracimanti, perché nei dodici mesi trascorsi di cose ne sono accadute parecchie. Ma la breccia maggiore che deve preoccupare il sultano sono le riflessioni e ammissioni dei minatori stessi, che scoprono un’ovvietà peraltro diffusa: il voto di scambio. Lavoro in cambio d’una croce sulla scheda che gli uomini dell’Akp ricercavano anche sulle colline non distanti neppure 40 km dalla magnifica e storica Pergamo. Se quest’accordo, che dura da un decennio e ha portato il partito della Giustizia e Sviluppo a una maggioranza quasi assoluta, vede smarriti i due virtuosi riferimenti della denominazione i minatori, i loro padroni e le mille categorie arcaiche o ipertecnologiche del blocco sociale erdoğaniano abbandoneranno il presuntuoso leader al suo destino.

Piombino: come l’acciaio resiste la città

piombino Fer­mare l’altoforno è un atto cri­mi­nale. Testo chiaro e sin­te­tico, quello dei volan­tini che a cen­ti­naia pas­sano di mano, durante il blocco pome­ri­diano dell’unica strada di accesso alla città. A distri­buirlo ai pas­santi e alle auto ferme in coda, com­presi i vacan­zieri che devono imbar­carsi per l’Elba, sono gli ope­rai delle Accia­ie­rie.

Dopo il funerale che Grillo ha celebrato alcuni giorni fa, tra i fischi e le contestazioni degli operai della Lucchini, addirittura ad una manifestante che esprimeva dissenso sulla presenza propragandista del leader genovese, i penstallati – noti per la loro democrazia –  strappano il cartellone… Ma il comizio continua e  come sempre il comico carica di populismo e insulti il suo show, dalla peste rossa che li ha inebetiti per anni, arriva a sostenere che avere un lavoro dignitoso è un ricatto imposto dalla politica, per chiudere con la proposta rivoluzionaria del suo movimento, ovvero dare a tutti un reddito di cittadinanza di  circa 800 euro, peccato non dica dove troverebbe i miliardi di euro per farlo (visto che il governo attuale stenta a trovare 80 euro al mese per una parte molto inferiore di lavoratori).

Succede pero’ che i metalmeccanici di Piombino hanno una dignità e ci piace pensare che sia un rilancio della coscienza di classe, un messaggio forte e chiaro per i politicanti: vogliamo avere un lavoro e non un sussidio, vogliamo uno stipendio pieno e non le briciole, vogliamo continuare a produrre quell’acciaio che è l’unico nel paese per fare rotaie. Come puo’ un paese schiacciato dall’ennesima crisi del modo di produzione capitalista, da un capitalismo senza capitali che ha sempre instascato utili e socializzato le perdite, continuare a chiudere i nodi strategici  dell’industria? Ovviamente si ragiona sempre e solo nei termini dettati dalle leggi del mercato, del valore e profitto come totem invalicabili, dal possesso padronale dei mezzi di produzione, tutto deve girare attorno a delle regole che sono scientificamente la causa del problema, ma provare a percorrere vie alternative  allo sfruttamento è impensabile, improponibile, forse non la ricordano neanche gli operai questa via.

Cosa potrebbe fare uno stato davanti all’ennesimo fallimento  di un’azienda di queste proporzioni ? Continuare ad aiutare chi l’ha portata in quella condizioni? Chiuderla come è successo con molte altre ? Continuare ad erogare ammortizzatori sociali come la cassa integrazione?  Se invece provasse invertendo la tendenza a dichiarare il fallimento dei responsabili, con una “statalizzazione” dei mezzi di produzione, per consegnarli  nelle mani dei lavoratori, con un sistema non fondato sul saggio di profitto, sull’accumulazione di capitale, ma con una redistribuzioni degli utili in investimenti per innovazione,ricerca e nuovi posti di lavoro?

Ovviamente allo stato attuale questa ultima considerazione di dare l’opportunità ai lavoratori di gestirsi la propria azienda è un sogno difficilmente realizzabile in una società che misura tutto con denaro, potere, spettacolo,immagine, ma noi pensando alla resistenza degli operai metalmeccanici di Piombino, vogliamo crederci e  continuare a pensare un altro mondo possibile

akaGb

EX-LSU SCUOLA: 13 E 14 FEBBRAIO SCIOPERO NAZIONALE

usb

L’USB proclama il 13 e 14 febbraio lo sciopero nazionale degli ex-LSU ATA della Scuola con mobilitazioni in tutte le regioni.

“Urgono provvedimenti coraggiosi da parte del Governo nazionale, che impediscano una volta per tutte il vergognoso gioco in atto sulla pelle di oltre 11.000 ex-Lsu e che mettano in campo una vera stabilizzazione per questi lavoratori”, avverte Carmela Bonvino, dell’Esecutivo Nazionale USB Lavoro Privato”.

Prosegue la dirigente sindacale: “Per quando finiranno le risorse straordinarie e aggiuntive stanziate dalla finanziaria per i mesi di gennaio e febbraio, le nuove aziende aggiudicatarie della Gara Consip hanno già messo in conto forti riduzioni orarie e part-time anche verticale, con fermo luglio e agosto senza retribuzione, e un indiscriminato aumento dei carichi di lavoro. Purtroppo lo stanno già subendo i lavoratori della Puglia o del Veneto e di recente anche quelli di Frosinone e Latina. Se il Governo non interviene cambiando passo, a fine mese stessa sorte toccherà a tutti i lavoratori di Lazio, Sardegna, Molise, Abruzzo, Marche, Umbria e a seguire a quelli di Calabria, Campania e Sicilia”.

Sottolinea Bonvino: “L’aggiudicazione della gran parte dei lotti della nuova gara Consip e il passaggio doloroso dei lavoratori alle nuove aziende nelle poche regioni apripista sta mettendo a nudo il bluff dell’esternalizzazione, della gara Consip e del sistema avallato e sostenuto in questi anni dai sindacati complici”.

“Bisogna farla finita con le logiche di sfruttamento dei lavoratori e garantire lavoro, dignità e reddito agli ex-LSU e qualità del servizio di pulizia nelle scuole. Con lo sciopero e la mobilitazione nazionale l’USB rivendica provvedimenti seri e urgenti, che evitino un disastro imminente mettendo finalmente al centro delle decisioni la difesa del lavoro, del salario e della qualità del servizio con l’assunzione diretta degli Ata”, conclude Bonvino.

Roma, 12 febbraio 2014

 

Nuovo blitz di Militant nella sede di FIM e UILM

Questa mattina una ventina di precari, disoccupati e lavoratori a nero hanno accolto i continui inviti di padroni e governo ad essere meno choosy nella scelta del lavoro e si sono reinventati come interior designer della sede romana di FIM e UILM. Visto l’amore per il giallo padronale di Bonanni ed Angeletti i militanti hanno dato un tocco di colore a dei locali altrimenti cupi aggiungendo delle nuance di giallo uovo e giallo vernice e qualche tocco di rosso kaki.

 

Ilva un altro morto sul lavoro, si aggiunge al terribile bilancio delle 5 vittime di lunedi 29

Un operaio di 29 anni, Claudio Marsella, è morto per un incidente sul lavoro accaduto ieri mattina nellazona Parco Ovest. L’operaio è rimasto vittima della manovra di aggancio del locomotore ai vagoni che trasportano materiali del ciclo produttivo. È morto poco dopo l’arrivo in ospedale per la gravità delle lesioni riportate. Sul corpo, però, non sono stati trovati segni visibili di schiacciamento – anche se si attende l’autopsia per avere un quadro più certo – ma solo un vistoso ematoma sul torace.
L’incidente non ha avuto testimoni: Claudio Marsella in quel momento era solo.
L’allarme l’ha lanciato il suo capo non avendo avuto risposta alle ripetute chiamate via radio.
Quando i compagni di lavoro sono giunti sul posto, hanno trovato l’operaio a terra. Il corpo non era incastrato fra motrice e vagoni. Tra l’altro l’Ilva fa presente che le manovre di aggancio sono fatte con un telecomando che dovrebbe mettere l’operatore in sicurezza. Si fa strada quindi l’ipotesi che la motrice sulla quale era Marsella possa aver avuto un movimento brusco e improvviso, tale da far perdere l’equilibrio al lavoratore oppure che l’uomo sia stato colpito da un malore. Sul posto ieri si è recato il procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio. In una nota l’Ilva afferma che «l’autorità giudiziaria sta effettuando i rilievi ed ha posto sotto sequestro l’area. Non è ancora chiara la dinamica dell’incidente.
L’Ilva sta fornendo e fornirà tutto l’appoggio alle autorità per far luce sulla dinamica di quanto accaduto».Appena la notizia dell’incidente si è diffusa, in tutta l’Ilva è scattato uno sciopero che si conclude oggi alle 7. La stessa azienda «ha deciso di sospendere l’attività in segno di lutto».
Un gesto apprezzato dai sindacati – anche perché è la prima volta che la società assume una decisione del genere – che però hanno rilevato che servono più investimenti in sicurezza.
Oggi in tutti gli stabilimenti dell’Ilva ci saranno 2 ore di sciopero decise da Fim, Fiom e Uilm.

Cinque vittime sul lavoro in un solo giorno. E’ il tragico bollettino di lunedi’ 29 ottobre,
giornata
costellata da incidenti mortali sul lavoro in tutta Italia.

L’ultimo episodio, battuto dalle agenzie, vede come vittima un contadino di 71 anni, travolto dal suo trattore in Alto Adige. L’incidente si è verificato nel tardo pomeriggio a Laion, vicino Chiusa . Sono intervenuti la Croce bianca e i carabinieri, ma per l’anziano agricoltore non c’era più nulla da fare.In precedenza un uomo di 64 anni, Antonio Roselli , aveva perso la vita in un incidente sul lavoro accaduto nel deposito di un’azienda edile di Corato, in provincia di Bari . Per cause in corso d’accertamento da parte dei carabinieri, riferisce l’agenzia Agi, l’operaio sarebbe caduto da un’impalcatura mobile e per lui, nonostante il tempestivo soccorso, non c’è stato nulla da fare. Accertamenti sono in corso per verificare la posizione lavorativa della vittima. Al momento non è stato reso noto il suo nome.In provincia di Lucca ha invece perso la vita un piccolo imprenditore, nel comune di Massaros, morto dopo essere precipitato da un tetto, cadendo da un’altezza di circa otto metri. L’uomo, Fabrizio Del Soldato di 41 anni, era titolare di una ditta di pannelli fotovoltaici, la Dgm, stava lavorando alla posa di pannelli sul tetto quando la copertura ha ceduto.

Maurizio Lorenzetto è invece il nome di un’altra delle vittime odierne, un operaio di 55 anni, scivolato nell’Adige ed annegato. E’ successo a Cavanella, nei pressi di Chioggia , come riferiscono le testate locali. L’uomo era dipendente della Sistemi territoriali: stava effettuando la manutenzione dell’impianto, quando ha scavalcato una recinsione e attraversato una passerella. E’ caduto nel fiume ed è deceduto poco dopo.

La quinta vittima, di 42 anni, si chiamava Stefano Mirabelli ed era co-titolare della ‘Fratelli Mirabelli’, azienda  meccanica di Ronco Scrivia, in provincia di Genova . L’uomo è morto questo pomeriggio all’interno dell’azienda, è rimasto schiacciato da un muraglione crollato per circostanze ancora da chiarire.