Whi not ? Travaglio al Parlamento Europeo

mast

Mastella sta in Parlamento da trentun’anni, è stato testimone di nozze, nel 2000, del braccio destro di Bernardo Provenzano, Francesco Campanella, l’uomo che fornì a Provenzano i documenti falsi per andare in Francia a operarsi di prostata. Campanella era il segretario dei giovani dell’Udeur.

All’epoca, l’attuale ministro della giustizia gli fece da testimone di nozze insieme all’attuale governatore di Sicilia Salvatore
Cuffaro: il mafioso si sposa e alla sua destra c’è il futuro ministro della Giustizia mentre alla sua sinistra il futuro governatore della Sicilia.
Con questo pedigree è diventato ministro della giustizia; ha una famiglia numerosa in parte a carico dei contribuenti, come ha dimostrato recentemente l’Espresso in un’inchiesta che non ha avuto smentite, non ha sortito alcun risultato né in Parlamento né al governo. Spulciando nei bilanci del giornale ufficiale del partito del ministro Mastella, «Il Campanile», si è scoperto che questo – finanziato dallo Stato italiano con circa un milione e trecentomila euro all’anno vendendo, comprensibil- mente, poche centinaia di copie – si occupa di pagare Mastella nel 2005 con quarantamila euro per compensi giornalistici e di stornare quattor-
dicimila euro per i panettoni e i torroncini che la famiglia Mastella invia come regali di Natale a spese degli italiani.
Ci sono poi dodicimila euro per lo studio legale del figlio del ministro, trentaseimila per le polizze di assicurazione dello stesso figlio. Potete controllare, è tutto documentato su «L’Espresso» di due settimane fa a firmadi un giornalista molto bravo: Marco Lillo. Viaggi aerei della famiglia e, dulcis in fundo, duemila euro al mese al benzinaio di Ceppaloni, paese della provincia di Benevento, dove il figlio del ministro fa il pieno al suo Porsche Cayenne che consuma parecchio.

A un certo punto i destini del ministro Mastella e del Dott. De Magistris si incrociano perché in una delle tre importanti inchieste che conduce il magistrato […] si aggirano alcuni personaggi che hanno ottimi rapporti con gran parte della politica nazionale italiana, tra i quali anche il ministro Mastella.
La legge sull’ordinamento giudiziario approvata lo scorso anno dal Parlamento italiano, ereditata dal governo Berlusconi, ministro Castelli,e lasciata pressoché intatta dal governo Prodi, ministro Mastella, concede al ministro della Giustizia un potere che prima gli era negato: quello di chiedere al Consiglio superiore della Magistratura il trasferimento urgente in via cautelare dei magistrati anche a prescindere dall’accertamento di loro eventuali responsabilità disciplinari.
La scansione temporale di questa inchiesta è la seguente: nel marzo di quest’anno il procuratore capo di Catanzaro toglie a De Magistris la prima delle sue inchieste, Poseidone, riguardante i depuratori mai fatti.
Ha un discreto conflitto di interessi su questa decisione perché il principale indagato dell’inchiesta Poseidone è un deputato di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, socio di studio del figlio della convivente del procuratore Lombardi. Questo accade a marzo.
Nel mese di luglio, nell’altra inchiesta, Why not, viene iscritto nel registro degli indagati il nome di Romano Prodi a proposito di alcuni telefonini in uso ad alcuni suoi collaboratori, in parte indagati: per andare a vedere chi usa quei telefonini la Procura prende questa decisione.
Prodi si comporta correttamente: evita di attaccare la magistratura, cosa che in Italia non accade mai, e dice di essere sereno e di attendere con tranquillità le decisioni dei magistrati.
Passa l’estate. […] Quando ormai tutti sanno che gli investigatori si stanno occupando attivamente del ruolo avuto da Mastella e delle sue telefonate intercettate con due dei principali indagati cioè uno dei principali capi della Compagnia delle Opere – il ramo finanziario di Comunione e Liberazione, organizzazione cattolica molto potente – e un vecchio arnese della Loggia P2, già condannato per la maxitangente Enimont Pisignani, il ministro Mastella chiede al Consiglio superiore della Ma-
gistratura il trasferimento urgente in via cautelare di De Magistris. […]
Il Csm non ritiene che ci siano questi requisiti di urgenza, tant’è che rinvia la decisione a dicembre. Mastella, sempre più preoccupato per queste indagini, corrobora la richiesta di trasferimento con nuove carte arrivate dagli ispettori del suo ministero che da tre anni stazionano quasi in permanenza alla Procura di Catanzaro per occuparsi del Pubblico Ministero De Magistris.

Arrivano al Csm anche carte che contestano l’operato di De Magistris proprio sull’indagine che riguarda Mastella. Mastella, nel frattempo, è andato in Parlamento a dire che non ha chiesto il trasferimento di De Magistris per l’indagine che lo riguarda ma per un’altra: mente spudoratamente perché quando arrivano le carte degli ispettori, si capisce che riguardano anche l’indagine nella quale si parla di Mastella.
[…] De Magistris iscrive Mastella nel registro degli indagati per truffa all’Europa, truffa allo Stato italiani, finanziamento illecito e abuso.
Due giorni dopo, la notizia che è segretissima viene pubblicata da un quotidiano italiano il cui ex vice direttore è molto legato ai servizi segreti, tant’è che prendeva soldi dal servizio segreto militare.
Sul quotidiano «Libero» c’è questa fuga di notizie che lo stesso giorno provoca un effetto devastante: il procuratore generale di Catanzaro, Dott. Dolcino Favi, decide, avendo saputo che De Magistris ha iscritto Mastella sul registro degli indagati di togliergli l’inchiesta con il meccanismo della avocazione.
Il motivo è che visto che Mastella ha chiesto il trasferimento di De Magistris, allora questo ce l’ha con Mastella quindi non può più indagaresu di lui. […]
La stessa argomentazione, al contrario, viene utilizzata per avocarel’indagine […].[A De Magistris, ndr] portano via il fascicolo dalla cassaforte mentre è assente, mandano la posizione stralciata di Mastella al Tribunale dei ministri di Roma – è notizia di oggi [13 novembre 2007, ndr] che lo stesso Tribunale ha dichiarato di non essere competente rimandando le carte a Catanzaro – e a questo punto Mastella dichiara che De Magistris ha deciso di indagare su di lui apposta, per farsi togliere l’inchiesta e fare
il martire.
Questo è sempre il ministro della Giustizia italiano nell’esercizio delle sue funzioni; sembra incredibile a chi non è italiano ma noi abbiamo un ministro della Giustizia così.
Nel frattempo, al consulente tecnico che ha scoperto i rapporti telefonici tra i vari indagati, compreso Mastella, viene revocato l’incarico dal procuratore generale Dolcino Favi il quale, in realtà, è semplicemente un reggente: sta sostituendo un altro che è andato via in attesa che il Consiglio superiore della Magistratura ne nomini un altro. Cosa che accade, ma il reggente, che a questo punto è un autoreggente, continua imperterrito a prendere decisioni che, forse, sarebbe meglio lasciare al titolare in arrivo.
Per completare l’opera, l’Arma dei carabinieri caccia il Capitano Zaccheo che stava conducendo una delle indagini più importanti, l’unica rimasta nelle mani di De Magistris ovvero l’indagine Toghe Lucane.
L’imbarazzo del governo è enorme, perché cercare di cacciare l’unico magistrato che indaga sul capo del governo e sul ministro della Giustizia è una cosa che anche i più tonti capiscono essere ben peggio di quello che aveva cercato di fare, non riuscendoci, il governo Berlusconi.
L’ultimo atto di questa gravissima pantomima è la decisione della Cassazione sul ricorso presentato da De Magistris contro l’avocazione dell’indagine Why not: la Cassazione risponde che non è ammissibile esaminare questo ricorso perché non lo deve presentare il Pubblico Ministero che si è visto scippare l’indagine ma il procuratore capo che gli ha sottratto l’altra e firmato l’avocazione di questa. […]
Vi ho detto che il Tribunale dei ministri ha riconosciuto che il procuratore autoreggente Favi non doveva mandare l’indagine a Roma perché non se ne fanno nulla. Vi leggo per concludere quello che scrive un magistrato di Palermo che fotografa così la situazione dei rapporti tra giustizia e politica, anno domini 2007 regnante il centrosinistra:
«Il ministro, utilizzando questo nuovo potere di chiedere il trasferimento dei magistrati, ha contribuito a creare quel processo a tappe di spoliazione delle inchieste il cui titolare era De Magistris. Utilizzando il grimaldello della legge, la questione De Magistris è diventata una vicenda pilota che mostra i guasti della riforma Mastella. Anche il potere di avocazione, che c’è sempre stato, oggi diventa uno strumento di normalizzazione della magistratura.

Ai tempi del governo Berlusconi,dell’attacco all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, nessuno si era azzardato ad usare lo strumento dell’avocazione di determinate inchieste. Oggi si sta creando nella magistratura un processo progressivo di omologazione, uno degli obiettivi si quali ha puntato la politica. C’è una trasversale insofferenza nei confronti dell’azione di controllo di legalità svolta dai magistrati che rispettano la Costituzione e applicano la legge uguale per tutti».

Antonio Ingroia, procuratore Antimafia a Palermo.

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Questa terra è mia (storia e spiegazione)

Who’s Killing Who? A Viewer’s Guide

Because you can’t tell the players without a pogrom!

Early Man

 

Early Man
This generic “cave man” represents the first human settlers in Israel/Canaan/the Levant. Whoever they were.

Canaanite

 

 

Canaanite
What did ancient Canaanites look like? I don’t know, so this is based on ancient Sumerian art.

Ancient Egyptian

 

 

Egyptian
Canaan was located between two huge empires. Egypt controlled it sometimes, and…

Assyrian

 

 

Assyrian
….Assyria controlled it other times.

Israelite

 

 

Israelite
The “Children of Israel” conquered the shit out of the region, according to bloody and violent Old Testament accounts.

Babylonian

 

 

Babylonian
Then the Baylonians destroyed their temple and took the Hebrews into exile.

Macedonian/Alexander

 

 

 

Macedonian/Greek
Here comes Alexander the Great, conquering everything!

Greek

 

 

Greek/Macedonian
No sooner did Alexander conquer everything, than his generals divided it up and fought with each other.

Ptolmaic

 

 

Ptolemaic
Greek descendants of Ptolemy, another of Alexander’s competing generals, ruled Egypt dressed like Egyptian god-kings. (The famous Cleopatra of western mythology and Hollywood was a Ptolemy.)

Seleucid

 

 

Seleucid
More Greek-Macedonian legacies of Alexander.

 

Hebrew Priest

Hebrew Priest
This guy didn’t fight, he just ran the Second Temple re-established by Hebrews in Jerusalem after the Babylonian Exile.

Maccabee

Maccabee
Led by Judah “The Hammer” Maccabee, who fought the Seleucids, saved the Temple, and invented Channukah. Until…

 

Roman

 

Roman
….the Romans destroyed the Second Temple and absorbed the region into the Roman Empire…

Byzantine

 

 

Byzantine
….which split into Eastern and Western Empires. The eastern part was called the Byzantine Empire. I don’t know if “Romans” ever fought “Byzantines” (Eastern Romans) but this is a cartoon.

 

Caliph

 

 

Arab Caliph
Speaking of cartoon, what did an Arab Caliph look like? This was my best guess.

Crusader

 

 

Crusader
After Crusaders went a-killin’ in the name of Jesus Christ, they established Crusader states, most notably the Kingdom of Jerusalem.

Egyptian Mamluk

 

 

Mamluk of Egypt
Wikipedia sez, “Over time, mamluks became a powerful military caste in various Muslim societies…In places such as Egypt from the Ayyubid dynasty to the time of Muhammad Ali of Egypt, mamluks were considered to be “true lords”, with social status above freeborn Muslims.[7]” And apparently they controlled Palestine for a while.

 

Ottoman Turk

 

Ottoman Turk
Did I mention this is a cartoon? Probably no one went to battle looking like this. But big turbans, rich clothing and jewelry seemed to be in vogue among Ottoman Turkish elites, according to paintings I found on the Internet.

Arab

 

 

Arab
A gross generalization of a generic 19-century “Arab”.

 

British

British
The British formed alliances with Arabs, then occupied Palestine. This cartoon is an oversimplification, and uses this British caricature as a stand-in for Europeans in general.

Palestinian

 

 

Palestinian
The British occupied this guy’s land, only to leave it to a vast influx of….

European Jew/Zionist

 

European Jew/Zionist
Desperate and traumatized survivors of European pogroms and death camps, Jewish Zionist settlers were ready to fight to the death for a place to call home, but…

Hezbollah

 

 

PLO/Hamas/Hezbollah
….so were the people that lived there. Various militarized resistance movements arose in response to Israel: The Palestinian Liberation Organization, Hamas, and Hezbollah.

State of Israel

 

 

Guerrilla/Freedom Fighter/TerroristState of Israel
Backed by “the West,” especially the US, they got lots of weapons and the only sanctioned nukes in the region.

 

Guerrilla/Freedom Fighter/Terrorist
Sometimes people fight in military uniforms, sometimes they don’t. Creeping up alongside are illicit nukes possibly from Iran or elsewhere in the region. Who’s Next?

Angel of Death

 

 

 

and finally…

The Angel of Death
The real hero of the Old Testament, and right now too.

 This Land Is Mine from Nina Paley 

Brescia quarant’anni dopo, strage senza un colpevole

piazza-della-loggia

Quarant’anni. Un tempo suf­fi­ciente a veder pas­sare due gene­ra­zioni. Nelle scuole, nei par­titi, nei sin­da­cati, in città. E ancora per la magi­stra­tura non c’è un col­pe­vole per la strage del 28 mag­gio 1974. Quella bomba nasco­sta in un cestino, esplosa in Piazza della Log­gia men­tre era in corso una mani­fe­sta­zione anti­fa­sci­sta, fece otto morti e più di cento feriti. E fu forse l’attentato più gra­vido di impli­ca­zioni della sta­gione delle stragi: colpì al cuore il movi­mento dei lavo­ra­tori, nella città con il fer­mento sin­da­cale più temi­bile in Ita­lia, sul cri­nale degli anni ’70.

Le Poste Ita­liane hanno deciso di dedi­care un fran­co­bollo al qua­ran­te­simo anni­ver­sa­rio della strage di Piazza Log­gia, men­tre nelle aule giu­di­zia­rie rico­min­cia — come dispo­sto lo scorso 21 feb­braio dalla Cas­sa­zione — il pro­cesso a carico di due degli impu­tati assolti in primo e secondo grado: il capo dell’organizzazione neo­fa­sci­sta veneta Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, e il col­la­bo­ra­tore del Sid, l’allora ser­vi­zio segreto mili­tare, Mau­ri­zio Tramonte.

Nei loro con­fronti, ha sta­bi­lito la suprema corte, si è veri­fi­cato «un iper­ga­ran­ti­smo distor­sivo della logica e del senso comune» che ha por­tato a con­clu­sioni «illo­gi­che e apo­dit­ti­che» da parte dei giu­dici della corte d’Assise d’Appello di Bre­scia, che il 14 aprile 2012 aveva assolto tutti gli impu­tati. Tra­monte (la «fonte Tri­tone» del Sid), con­si­de­rato infor­ma­tore ed infil­trato dei ser­vizi negli ambienti della destra ever­siva, era un per­so­nag­gio troppo interno ai neo­fa­sci­sti veneti e «non rac­con­tava al mare­sciallo Felli — scri­vono i giu­dici di Cas­sa­zione — tutto cio’ che sapeva o aveva fatto». Men­tre nei con­fronti di Maggi, medico vene­ziano e capo indi­scusso di Ordine Nuovo, sareb­bero stati svi­liti nume­rosi indizi, come il soste­gno allo stra­gi­smo ever­sivo di destra e il fatto che «l’ordigno esplo­sivo sia stato con­fe­zio­nato uti­liz­zando la geli­gnite di pro­prietà di Maggi e Digi­lio», neo­fa­sci­sta esperto di esplo­sivi — quest’ultimo — legato ai ser­vizi sta­tu­ni­tensi, morto nel 2005.

Ma ormai le prove che dove­vano spa­rire sono spa­rite (la piazza fu «lavata» imme­dia­ta­mente dopo l’attentato) e le infor­ma­tive che non dove­vano arri­vare non sono arri­vate. Come quella inviata dai ser­vizi segreti dal cen­tro di Padova a Roma, indi­riz­zate all’allora capo del Sid, Gia­na­de­lio Maletti, e riguar­dante la riu­nione in cui si sarebbe deciso l’attentato: «Maletti su una di que­ste infor­ma­tive scri­verà: “Noti­zia impor­tante, pas­sare alla magi­stra­tura” — ricorda Man­lio Milani, pre­si­dente dell’associazione fami­gliari delle vit­time della strage di Piazza Log­gia — Ma alla magi­stra­tura non arri­ve­ranno mai». Omis­sioni e depi­staggi che hanno accom­pa­gnato tutta la sto­ria delle inda­gini sulla strage del ’74: «Quando Maletti nell’agosto del 74 viene inter­ro­gato dalla magi­stra­tura, dirà che in quel momento — pro­se­gue Milani — i ser­vizi segreti non sape­vano asso­lu­ta­mente nulla. Tiene nasco­sto l’appunto. Nel 2010 abbiamo sen­tito l’ex gene­rale in video­con­fe­renza (Maletti è tut­tora in Suda­frica) la rispo­sta è stata che non si ricor­dava più di quell’aspetto». Al di là delle trame e dei con­tatti asso­dati tra i ser­vizi e gli estre­mi­sti di destra «l’ultima sen­tenza — spiega ancora Milani — ha fis­sato alcuni ele­menti impor­tanti: è asso­dato che tra il ’69 e il ’74 ha ope­rato un unico gruppo neo­fa­sci­sta facente capo a Ordine Nuovo. E che colui che ha costruito l’ordigno por­tato in Piazza Log­gia, Carlo Digi­lio, era già stato con­dan­nato per la strage di Piazza Fon­tana del 12 dicem­bre 1969. Que­sto cer­ti­fica la con­ti­nuità di quel progetto».

I sedicenti comunisti “del complotto” e del “voto tattico”: i CARC e non solo

stalin

 

Sul web – tra le più variegate e ridondanti teorie “complottiste” – quelladella “dittatura mondiale della Corte pontificia” (basta visitare ildelirante sito del nPCI, e non solo) è tra le più “accreditate”.

Da ridere certo (e a crepapelle!) se non ci fosse da piangere. Soprattutto quando a farsi fautori di simili deliri sono sedicenti “comunisti”, davanti ai quali ribadisco la mia parola d’ordine: che Marx li fulmini!

Mi riferisco in particolare alla recente “indicazione di voto” per le prossime elezioni europee (di maggio 2014) pronunciata dai CARC a favore del M5S, con motivazioni che vi sarà possibile “approfondire” – dopo esservi ben dotati di “protettore gastrico” molto potente, quantomeno se comunisti davvero siete… – alla pagina presente sul loro sito (http://www.carc.it/) e nella loro rivista “Resistenza n. 4/2014”, di cui a malincuore sono costretto a fornirvi il link.

 

E la più complottistica delle loro tesi è questa “santa alleanza” tra laborghesia imperialistica (non più “classe” ma ridotta al rango di vera epropria «Comunità dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti»)e “il suo clero”, suo alleato, qualificato col rango di “Corte”:santa alleanza in virtù della quale sarebbero addirittura «i vertici dellaRepubblica Pontificia che hanno consegnato la sovranità nazionale esercitatadallo Stato ai grandi capitalisti italiani e stranieri».
Insomma, il clero domina la borghesia, la Corte domina sul suo Re, il servo ha piùpotere del suo stesso padrone: splendida e accurata analisi marxiana,non c’è che dire.

 

In questa sede i nostri insipienti di turno si limitano a parlare di semplice “RepubblicaPontificia”: è già un volere attutire forse – a parer loro s’intende – il “mortale einquietante” pericolo in toga bianca e cappuccio porpora.
Auspicando alla fine – manco a dirlo – il solito novello “blocco popolare” daessi definito Governo d’emergenza di blocco popolare (GBP) o Comitato diSalvezza Nazionale (CSN); da altri come il MPL (fautore però dell’uscita”tattica” dall’euro) – non ci crederete lo so, lo so… – definitoesplicitamente come nuovo CLN (non ci fosse bastato e avanzato il primo…)… sìsì proprio quello della “Sacra Resistenza” in occasione del secondo conflitto mondiale.

 

Per il resto che aggiungere?
Solo qualche sarcastica riflessione.

 

Leggere l’ennesimo minestrone – rigorosamente “di sinistra” – dei piùsquallidi luoghi comuni (“comuni” persino a destra dello schieramento borghese)è stata anche per me una fatica immane.
E d’accordo che occorre “conoscere” il proprio nemico politico, ma …. c’è un limite a tutto caspita! Soprattutto alla pazienza e al disgusto, sinceramente parlando.

Manco a dirlo è l’affermazione del «fare una politica di principio (ma che vuol piffero dire??!?!?) per noi comunisti … per fare dell’Italia un nuovo paese socialista econtribuire così alla nuova ondata della rivoluzione proletaria mondiale» -Amen! – quella sicuramente più di cattivo gusto, diciamo così.
Parolonealtisonanti senza capo né coda, che non fanno che seminare altra confusionealla confusione e allo smarrimento già dilaganti.
Comunisti loro? Ma con qualialtre indescrivibili e immani difficoltà saremo costretti lavorare nella classenoi che con lo stesso nome ci definiamo?
Al contrario ho trovato a dir poco esilarante (e comico moooolto più diGrillo) l’accostare “storicamente”– si fa per dire eh! – il ruolo del M5S a quello del «pope Gapon lo fu per Lenin e i suoi compagni». Qui le lacrime agliocchi non erano di dolore, ma dal ridere. Una vera e propria nuova edizione dell’Odissea omerica, insomma in versione buffonesca ovviamente.

 

Per non parlare della “analisi” (anche qui si fa per dire) del fenomenoM5S come «elemento di esplosione nel ventre del vecchio mondo» dal cui«successo dipenderà la realizzazione del nostro piano d’azione» (ma qualepiano?!?!) che «incoraggerà le masse popolari a organizzarsi, a scuotersi didosso la cappa di rassegnazione e a rompere l’incubo d’impotenza alimentati dalla sinistra borghese e che invece getterà nel panico (addirittura!!!caspita!) i vertici della Repubblica Pontificia».

 

E, dulcis in fundo, la solita rossobrunissima identificazione del «camponemico (da) indebolire e affondare» nelle «forze e partiti che sono espressione degli imperialisti UE e USA»(senza ovviamente dimenticare – mai sia! – il sionismo del demone israeliano),per cui nessun altro imperialismo esisterebbe o quantomeno minaccerebbe ilpianeta, ops scusate: il futuro mondo socialista. Il tutto condito dalla solita fetida salsina della “sacra Costituzione” calpestata nei suoi “ideali eobiettivi”.

 

Sorvolare sul resto – pseudo analisi della crisi, delle sue originie dei suoi effetti – è d’obbligo. Lo squallore qui prevale su tutto: lepolitiche di austerità e sacrifici avrebbero “determinato” la crisi, anzichéessere la risposta alla crisi.

 

Ancora una volta a “prevalere” è la fetida logica del male minore(quale, peraltro, non è dato comprendere), e dunque del fare “pur di farequalcosa” (il «“fare sul serio” e “reagire per davvero”» o «piano d’azionerealistico» che dir si voglia, di cui si ciarla) distraendo energie preziosissime, se adeguatamente indirizzate, dal vero obiettivo prioritario di chi intenda definirsi (e poi conseguentemente essere)comunista:

la preparazione politica e l’opera immane di creazione erafforzamento dell’avanguardia di classe – e il suo necessario radicamento nella classe secondo quanto consentito dalle sue forze e dalle condizionioggettive – perché al momento giusto essa possa essere al posto giusto.
Nonché dall’altrettanto immane compito di chiarire e diffondere il programmapolitico comunista – tanto radicalmente alternativo (anticapitalista toutcourt) e necessariamente rivoluzionario, quanto chiaro ed intransigente – inquanto unico capace di scardinare l’inferno capitalistico dalle sue fondamenta.E non invece aggredendo i suoi “effetti” (come è ormai consuetudine scambiatiper cause), pretendendo di curare un albero malato semplicemente potandone irami secchi.

Ma tant’è: il fetore di simili fecce – perdonate l'”enfasi” (sarà forse il contagio di tanto squallido parolare? – mi chiedo angosciato…) – si fa semprepiù insistente e nauseante.

Anche esso noi comunisti (veri però, quelli che a Marx si riferiscono, per intenderci) saremo costretti a fronteggiare, colcoraggio, la cocciutaggine e la convinzione che devono contraddistinguerci,ricordando anche quanto da sempre i veri rivoluzionari (Marx in testa) hanno dovuto fare in tal senso.

Ad affrontare e fronteggiare non tanto e non solo (figurarsi!) su unweb virtuale, ma nelle lotte concrete in cui ci troveremo ad agire, e nelle quali ciritroveremo davanti, e in abbondanza purtroppo, simili personaggi.

Dunque, io direi,iniziamo a far pratica argomentativa da ora 😉

Del resto, ossia della degna e “definitiva” sepoltura di questizombie si occuperà – io credo fermamente – la storia e i suoi stessi prossimi edrammatici avvenimenti. Ma che la nostra fatica si aggravi di nuovi necessari sforzi è quantomeno inevitabile.

Rapimento Moro, ma quali servizi sulla moto Honda di via Fani c’erano due giovani che abitavano nel quartiere

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.


Su via Fani un’onda di dietrologia

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

cb500fk2b2 Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare dalla Algranati: «ad un certo punto sono passati i due cretini di Primavalle ed hanno anche fatto ciao ciao con la manina». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato “Contropiano” la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.

 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:

1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?

2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).

Lettera Honda copiaSi potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:

a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani -l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?

b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.

Drulov copia

 3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.

4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.

Cosa accadde a via Fani la mattina del 16 marzo 1978?
Roma,16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

Sulle recenti rivelazioni
http://www.contropiano.org “Un faro nel buio
Radioblackout.org 2014/03/ Chi c’era dietro le Br? Tanti, tanti proletari
Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Uno sguardo critico su Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
L
otta armata e teorie del complotto

Per una storia sociale della lotta armata
Gli anni 70 è ora di affidarli agli storici-intervista
Steve Wright: operaismo e lotta armata
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne

Insorgenze

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.

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“I misteri sul caso Moro? Una miniera per truffatori…”

gianmaria

Per la milionesima volta la misteriologia sul sequestro e la morte di Aldo Moro è ricomparsa sui giornali. E soltanto lì voleva tornare. Possiamo dirlo con certezza, perché il nuovo fornitore di “scoop” si è rivolto all’agenzia di stampa Ansa, mica alla magistratura… Come sarebbe stato logico per un normalissimo cittadino. Figuriamoci per un ex ispettore della Digos torinese, tale Enrico Rossi, ora in pensione (“nonostante la giovane età”, chiosa il sempre prudente Giovanni Bianconi, sul Corriere della sera, uno dei giornalisti italiani con più esperienza in materia di processi per lotta armata).

La vicenda recente è semplice: quattro anni fa un misterioso individuo che affermava di esser stato a bordo della famosa “moto Honda di via Fani” scrive una lettera anonima a La Stampa, in cui afferma di esser stato lì come “agente dei servizi segreti”, agli ordini del “colonnello Guglielmi” del Sismi, con l’incarico di “proteggere le Brigate Rosse” impegnate contro la scorta del presidente della Democrazia Cristiana.

Notizia bomba, se avesse qualche riscontro plausibile. Ma i problemi iniziano già con il testo della lettera anonima originaria:

«Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontrarlo ultimamente…Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più».

E continuano con l’operato di Enrico Rossi, incaricato di trovare i riscontri e informare la Procura di Torino (dove in quel momento regnava Giancarlo Caselli, non certo uno che si tira indietro davanti a “notizie di reato” di questo genere). Quel che trova viene consegnato, vagliato e girato per competenza alla Procura di Roma. Che archivia per mancanza di riscontri.

Finita la storia. L’investigatore pensionato, una volta pensionato, ci ripensa e va a cercare l’Ansa, oppure la cerca dopo aver risentito qualche giornalista de La Stampa (ieri sera, nell’edizione online, ne scriveva Massimo Numa, sì proprio quel simpatico e imparziale cronista che si occupa in genere dei No Tav e sosteneva di esser stato “tenuto sotto controllo” per quasi un anno, insieme al senatore Esposito del Pd, da misteriosi e numerosissimi “anarchici” ovviamente collegati con la Val Susa). E giù paginate di quotidiani a sollevare la polvere dei secoli, i fantasmi del mar dei Sargassi e il voyerismo misteriosofico.

Come i nostri lettori sanno, abbiamo in materia le nostre idee, ma non molta conoscenza diretta dei fatti. Quindi abbiamo sentito Francesco Piccioni, all’epoca militante delle Br a Roma.

 

Hai visto le ultime novità “storiche”?

Siamo nell’era dei truffatori da due soldi, ormai. Quella che era una storia a suo modo grande, su cui ci si scontrava tra dietrologi sedicenti “di sinistra” e protagonisti di quella stagione rivoluzionaria, è ormai ridotta a magazzino di reperti in cui ogni coglione che pensa di guadagnarci qualcosa entra, dà un’occhiata in giro, e spara la sua scemenza.

Su che basi dici questo?

È nelle cose che stanno sui giornali oggi, il problema è che sono pochissimi ormai quelli che sanno leggere… Andiamo con ordine. C’è una lettera scritta cinque anni fa da un “ex agente dei servizi” che si ritrova in punto di morte e si vuole, dice, “scaricare la coscienza”. E cosa fa? Scrive che lui stava su quella moto, che stava agli ordini di di Guglielmi, ma “di più non posso dire”? Per il resto “cercate voi”? Ma come!? La lettera – l’hai disposto tu stesso – verrà inviata solo sei mesi dopo la tua sepoltura e ti tieni il segreto vero e proprio? Una boiata pazzesca, e questo senza neanche affrontare la dinamica dell’azione di via Fani, che evidentemente non conosceva e non si era nemmeno studiato bene…

Ma una moto è stata vista…

Sì, certo. È passata una moto… hai capito quant’è strano, a Roma… Ma di sicuro non avevamo “bisogno di protezione” contro dei passanti. Basta leggere gli atti dei processi, o anche i giornali d’allora, o la memorialistica di ex combattenti – “pentiti” e non –  per verificare che qualsiasi gruppo guerrigliero era abituato a garantirsi da solo una “copertura” da eventuali imprevisti. L’elemento decisivo non è il passaggio di una moto, ma il tentativo di farlo diventare “il dettaglio che cambia la Storia”; una bufala, insomma.

E infatti i giudici archiviano la “rivelazione”… Ma perché è così facile strappare decine di pagine di giornali sparando “scemenze” su via Fani?

Perché non c’è uno “Stato” vero e proprio, alla francese, a controllare la memoria storica. Questa è res nullius, ogni parte politica può raccontarsela come vuole. Abbiamo visto gente Giorgio Pisanò o Giampaolo Pansa “riscrivere la Resistenza”, senza che nessun potere statuale avesse niente da eccepire; e dire che siamo “una Repubblica nata dalla Resistenza”… È esistita anche una “dietrologia di destra”, con l’on. Fragalà e pochi altri. Diceva le stesse scemenze degli ex Pci, sugli stessi episodi; si limitava a mettere un agente del Kgb al posto di uno della Cia o del Sisde. Poca fantasia… si vede che gli sceneggiatori migliori sono collocati “a sinistra”. Stiamo parlando dell’evento più importante di oltre un decennio di guerriglia urbana, l’unico che abbia coinvolto uno dei pochissimi leader-chiave della politica italiana. Tutto il resto è stato dimanticato, Moro viene riesumato ogni volta che serve. O che qualcuno vuole guadagnarci quealcosa.

C’è qualche analogia con l’infortunio occorso a Ferdinando Imposimato?

Si tratta più o meno della stessa cosa. Anche qui c’è un ex poliziotto – lì era una guardia di finanza – che ha “sfiorato” un fatto centrale della Storia e cerca visibilità, interviste, soldi o chissà che altro. Possono provarci perché, ripeto, non c’è una “memoria certificata”, in qualche misura definitiva. E quindi giocano sui “desideri” di questa o quella cordata politica, riciclando vecchi “misteri” e proponendosi come “variante sul tema”. Penso che ce ne saranno ancora altri, perché trovano terreno fertilissimo nell’analbetismo politico di ritorno, anche in personaggi che pure dovrebbero avere una “struttura” intellettuale e critica abbastanza solida.

Pensi sempre a gente che viene dal Pci?

Più o meno sì, perché chi è passato per i gruppi extraparlamentari o l’autonomia dovrebbe essere un po’ più corazzato. Qualche settimana fa, per esempio, ero stato invitato a presentare un romanzo che ricostruiva la militanza di un comunista bolognese dalla Resistenza agli anni ’80. Una “storia romanzata”, diciamo, ben scritta e ottimamente documentata; ma che quando arriva al sequestro di Aldo Moro accetta supinamente la “misteriosofia”. Faccio il mio intervento, parlo bene di quel che mi è piaciuto, ma obietto che intorno alla vicenda delle Brigate Rosse e quell’episodio particolare proprio non ci siamo. Del resto, tutta questa dietrologia si regge ormai soltanto sull’allungare “ombre di ambiguità” su Mario Moretti; che, spiego, è anche l’unico brigatista di via Fani ancora in galera. Il che, tra persone intelligenti, taglia la testa al toro: ma come, dici che ha “fatto un favore” al potere uno che sta ancora in galera dopo 33 anni? Si alza Mauro Zani, vecchio e solido dirigente del Pci bolognese, ex eurodeputato, ecc, a dire “Non è vero! È in semilibertà…”. Non so se è chiaro cosa significa: stai in galera, la mattina esci e vai a lavorare, sei controllabile e controllato sul lavoro, così come a casa dove passi a mangiare prima di rientrare di nuovo in carcere la sera; se vuoi avere qualche giorno di “licenza” devi chiedere permesso al giudice; se la vuoi passare in un luogo diverso dalla tua abitazione (chessò, al mare, se hai una famiglia), la polizia viene mandata a verificare l’abitazione; se sei ospitato da qualcuno parte un’indagine sull’ospitante… Nel caso di Mario si è arrivati a questo assurdo: aveva chiesto di venire a Roma per la presentazione di un libro, e Erri De Luca si era offerto di ospitarlo. Diavolo! un ospite conosciuto, famoso, uno scrittore tradotto in parecchie lingue… Beh, la polizia risponde che “a loro risulta che De Luca Erri sia in realtà un muratore con precedenti per manifestazioni non autorizzate, ecc”. E il giudice – che evidentemente non conosce neanche lui Erri – rifiuta il permesso di venire a Roma.

Questa è la vita quotidiana di uno che viene “premiato” per aver “lavorato per il potere”? E ai nemici che gli fanno, allora? Vorrei timidamente ricordare che un “agente” vero, la galera, non la vede proprio; nemmeno quando viene scoperto. Persino un agente condannato, ad un certo punto, per la strage di piazza Fontana – Guido Giannettini – non ha fatto più di sei mesi in tutto, prima di essere scarcerato con tutti gli onori e messo al sicuro in un posto di suo gradimento.

Mario sta invece dentro da 33 anni, di cui gli ultimi in “semilibertà”. E un politico con l’esperienza di Zani – uno che ha fatto in tempo a vedere la polizia sparare sui manifestanti e i suoi compagni di partito finire arrestati –  non sa più distinguere la realtà di un prigioniero (sia pur “semi”, dopo tantissimi anni di “totalmente”) dalla narrativa dietrologica? Se è così – ed è così, purtroppo – qualsiasi truffatore che sia passato vicino a questa storia può “tentare” la sua mossa. Troverà sempre qualcuno disposto a giocarlo mediaticamente. E’ business storiografico. Rende sempre, e torna utile per spezzettare la Storia in romanzetti sporchi. Certo, ci vuole un “pubblico” di bocca buona… Ma mi sembra che se lo siano creato a immagine e somiglianza, grazie anche agli ex Pci.

 Fonte : Contropiano

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Fonte : Mentecritica

I Due dell’Honda nel Caso Moro: la Clamorosa Bufala della Disinformazione

Ieri tutto il sistema informativo nazionale è andato in tilt per una nuova “rivelazione” circa la presenza di agenti dei servizi in via Fani.

Il web. La carta stampata. La tv.

Tutti risucchiati nel vortice irresistibile dello scoop, a 36 anni da via Fani. Del mistero che si scioglie; del piccolo pezzo di verità emerso da una troppo lunga e interessata glaciazione.

La notizia

Dunque in via Fani c’era la famosa Honda. I due che vi erano sopra appartenevano ai Servizi. Quello che guidava, a volto scoperto, giovanissimo (20-22) somigliava a Eduardo de Filippo. Il passeggero, col casco, è quello che poi si è pentito e, colpito da tumore e da rimorsi di coscienza (non si sa quale dei due prima) ha scritto una lettera per confessare la sua verità.

Il Fatto riporta anche uno screenshot della lettera, datata 2009.

Vi chiederete: perché renderla nota solo ora?

Sbagliato. La vera domanda è: perché prendere per buona questa bufala?

Se infatti andiamo a vedere un semplice film, uno dei tanti sul caso Moro, Piazza delle Cinque Lune, ecco che cosa ascoltiamo:

Bufale in evoluzione

La stessa, identica, precisa storiella. I due motociclisti, i Servizi, De Filippo e il passeggero colpito da tumore. Uguale.

Solo che il film è del 2003.

Com’è possibile?

Unica variante: quello con la “faccia di De Filippo” nel 2003 era “seduto dietro”. Nella bufala odierna è passato alla guida. È il caso di dire che ha fatto strada… O che persino le piccole menti che architettano questi imbrogli hanno bisogno di varianti. O che, semplicemente, le bufale hanno la loro evoluzione.

In tutti e due i casi però è sempre quello dietro che spara (ovvio) e anche quello che si pente. Dal che si capisce che ogni bufala ha bisogno, oltre che di evoluzione, di continuità. O che persino le piccole menti che architettano questi imbrogli hanno bisogno di metterci una firma riconoscibile. L’indirizzo preciso del destinatario del ricatto sotto la firma del ricattatore.

Nel film il motociclista-passeggero confessa perché ha un tumore e gli hanno dato “due mesi di vita, forse meno”.

Nella bufala odierna, prevede di essere morto da “almeno sei mesi” quando la lettera sarà ricevuta, cioè ottobre 2009.

A parte le doti non comuni di preveggenza di questo sedicente moribondo, c’è da dire che la medicina deve aver fatto notevoli progressi, se uno che aveva “due mesi di vita, forse meno” nel 2003 o prima, ne abbia più o meno 6 mesi, il triplo, sei anni dopo…

 

Cui prodest?

Evidentemente qualcuno si diverte a prendere (o meglio a ri-lanciare) le notizie dalle fonti più inusuali e a contrabbandarle come scoop, a debita distanza di tempo.

O perché la fantasia scarseggia e si rimesta sempre la solita brodaglia. O perché si vuole sfottere e umiliare la vasta platea di creduloni e mestatori, specie nel mondo dei media così detti mainstream. Per tenerli in stato di schiavitù e ricordarglielo con regolarità.

O per qualche regolamento di conti di opposte fazioni di reduci, come dice Gotor, che sul cadavere di Moro giocano ancora le loro partite.

Oppure il falso scoop di oggi e quello contenuto nel film fanno riferimento a fonti ancora anteriori.

Chissà.

Unica certezza: un sistema mediatico senza memoria, senza professionalità o senza libertà. Una marea di pesci grandi e piccoli della così detta informazione sempre voracemente in attesa della prossima esca, fosse pure appesa a un amo avvelenato.

D’altra parte, se siamo in fondo alle classifiche della stampa libera (anzi non libera) un motivo ci sarà.

L’ultimo viaggio di Ilaria e Miran

ilaria

Un anno d’inchiesta “vecchio stile”, cercando conferme, incrociando fonti, analizzando migliaia di documenti. Un archivio di Gladio che si apre, con nuove esplosive piste su alcuni misteri d’Italia, ad iniziare dall’omicidio Alpi-Hrovatin. Il Fatto quotidiano ricostruisce oggi in esclusiva la presenza a Bosaso, in Somalia, di alcuni reparti “informali” della nostra intelligence il 14 marzo del 1994, quando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano preparando l’ultima loro inchiesta. Un messaggio inedito partito dal comando carabinieri presso il Sios della Marina militare di La Spezia definiva i due giornalisti “presenze anomale”, ordinando un “possibile intervento”. I giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari hanno scoperto nuovi scenari sull’agguato costato la vita a Ilaria e Miran.

L’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e quell’ombra di Gladio

Parole in codice, presenze anomale e ‘possibili interventi’: in alcuni messaggi inediti partiti dal comando carabinieri presso il Sios della Marina militare di La Spezia, nuovi scenari sull’agguato costato la vita alla reporter del Tg3 e al suo operatore, uccisi a Mogadiscio, in Somalia, il 20 marzo 1994

Un anno d’inchiesta “vecchio stile”, cercando conferme, incrociando fonti, analizzando migliaia di documenti. Un archivio di Gladio che si apre, con nuove esplosive piste su alcuni misteri d’Italia, ad iniziare dall’omicidio Alpi-Hrovatin. Il Fatto quotidiano ricostruisce oggi in esclusiva la presenza a Bosaso, in Somalia, di alcuni reparti “informali” della nostra intelligence il 14 marzo del 1994, quando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano preparando l’ultima loro inchiesta. Un messaggio inedito partito dal comando carabinieri presso il Sios della Marina militare di La Spezia definiva i due giornalisti “presenze anomale”, ordinando un “possibile intervento”.

Ilaria Alpi, l’ombra di Gladio


Sono le tre del pomeriggio a Bosaso, porto strategico del nord della Somalia. E’ un martedì di un mese di marzo che rimarrà scolpito nella storia italiana. E’ il 1994, anno indimenticabile. Il nostro esercito a Mogadiscio stava preparando la smobilitazione, lasciando al proprio destino il Paese che aveva dominato per anni. Prima come colonia, poi come protettorato, quindi come zona di influenza silenziosa, infine con l’Operazione Ibis, inserita nel più ampio intervento Onu “Restore Hope“, riportare la speranza. Mancavano pochi giorni alla fine di una guerra mascherata dall’etichetta dell’intervento umanitario, che per due anni ha accompagnato il periodo più oscuro del nostro Paese, stretto tra le stragi e le trattative sotterranee con il potere mafioso, con l’apparato politico ed economico messo sotto scacco dalle inchieste e dagli arresti. Solo quattro mesi prima di quel marzo del 1994 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva parlato di “un gioco al massacro”. Stragi, massacri, esecuzioni. Parole che hanno segnato gli anni oscuri della Repubblica, in un momento dove riappare l’ombra delle strutture riservate dei servizi, derivate – secondo alcuni documenti inediti – direttamente da Gladio.

Alle tre del pomeriggio del 15 marzo Ilaria Miran erano seduti in un albergo non distante dal porto, registrando una delle ultime interviste della loro vita, al Sultano di Bosaso. “Perché questo è un caso particolare”, aveva annotato la giovane reporter del Tg3 su uno dei pochi block notesarrivati in Italia dopo la sua morte a Mogadiscio. Nei pochi minuti rimasti di quella intervista Ilaria parla di navi, chiede di un battello rapito, incalza il sultano cercando di capire i legami tra i traffici somali e l’Italia. Che stava accadendo in quel luogo, sperduto ma strategico? E’ la domanda chiave che potrebbe spiegare l’agguato mortale del 20 marzo 1994, quando i due giornalisti furono uccisi nelle strade di Mogadiscio.

Diciotto anni dopo, forse il muro impenetrabile che ha impedito di capire cosa rappresentava la Somalia per l’Italia nel 1994 inizia a mostrare qualche piccola breccia. Un documento ineditoracconta una storia parallela, una trama che potrebbe incrociarsi con quel viaggio a Bosaso di Ilaria e Miran. E’ un messaggio dattiloscritto su un modulo militare, partito il 14 marzo del 1994 dal comando carabinieri del Sios di La Spezia, il servizio segreto della Marina militare sciolto nel 1997 e confluito prima nel Sismi e poi nell’Aise. Una comunicazione diretta a un maggiore in servizio a Balad, sei giorni prima dell’ammaina bandiera e dell’evacuazione delle nostre truppe: “Causa presenze  anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog”. Presenze anomale, a Bosaso. Quel 14 marzo Ilaria AlpiMiran Hrovatin erano appena arrivati nella città al Nord della Somalia, zona dove i due giornalisti non potevano passare inosservati. E’ di loro che si sta parlando? Con ogni probabilità sì, è difficile formulare altre ipotesi.“Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”, prosegue il messaggio. Che stava accadendo in quella città il giorno dell’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Chi è Jupiter? E chi è Condor? E poi, perché l’intelligence italiana ha sempre assicurato di non avere nulla a che fare con la città di Bosaso?

jupiter

DOCUMENTO: GLI ORDINI DEI SERVIZI A “JUPITER”

Il generale Carmine Fiore è stato l’ultimo alto ufficiale a guidare l’operazione Ibis in Somalia. Era lui al comando in quei giorni, quando i nostri reparti si preparavano a ritornare in Italia. Osserva a lungo il documento partito dal Sios. Legge e rilegge quegli ordini, intuendo chi potesse essere quel maggiore che riceve il messaggio, il cui nome è parzialmente coperto da un omissis. “Non ho mai visto questo ordine, nessuno me ne ha mai parlato”, spiega. E aggiunge: “Se questo documento è vero vuol dire che esisteva una struttura occulta, non nota al comando del contingente”. Un gruppo particolare, in grado di svolgere operazioni coperte.

I tanti militari e agenti del Sismi interpellati per capire meglio il senso del messaggio partito da La Spezia non hanno contestato l’autenticità. Qualcuno – chiedendo l’anonimato – si è chiuso dietro l’obbligo del segreto al solo sentir parlare di Somalia. Per tutti appariva chiaro un dato di contesto: quel linguaggio, quel tipo di comunicazione e le strutture coinvolte hanno un marchio di fabbrica ben noto, Gladio, o meglio SB, cioè Stay Behind, come ufficialmente veniva chiamata. Un’organizzazione che nel 1994 in teoria non esisteva più, ma che per un ex agente della Struttura SB (che chiede l’anonimato per ragioni di incolumità personale) ha continuato a operare, cambiando semplicemente nome.

Una storia che non sorprende Felice Casson, oggi senatore del Pd, che da magistrato ha condotto due importanti indagini sul traffico internazionale di armi e su Gladio: “Ricordo che a cavallo di quelle due inchieste mi venne a trovare Ilaria Alpi, voleva più informazioni – racconta – le avevo promesso che ci saremmo rivisti. Avevo conservato il suo biglietto”. Per l’ex magistrato il messaggio sulle “presenze anomale” è sicuramente un documento importante: “Non posso affermare o escludere l’autenticità, servirebbe una perizia, ma posso dire che è compatibile con la struttura Gladio”.

La Somalia di Jupiter
C’è un riscontro immediato e importante del messaggio partito dal comando carabinieri del Sios di La Spezia. Jupiter è l’alias di un italiano, un civile, Giuseppe Cammisa. Era il braccio destro diFrancesco Cardella, il guru della comunità Saman, morto lo scorso 7 agosto a Managua, dove si era rifugiato da diversi anni per sfuggire alla giustizia italiana. Cammisa era sicuramente in quella zona, come dimostrano alcuni documenti ritrovati nell’archivio milanese di Saman. C’è una fotocopia del suo passaporto, con il visto per Gibuti; c’è la prenotazione del viaggio aereo, con partenza da Milano il 5 marzo 1994; e c’è un documento molto importante, la lettera di accreditamento per il viaggio fino a Bosaso con un aereo Unosom, il comando Onu della missione Ibis/Restore Hope. Un volo fondamentale per la ricostruzione degli ultimi giorni del viaggio dei due reporter della Rai: quell’aereo, partito da Gibuti il 16 marzo, è lo stesso che avrebbe dovuto riportare a Mogadiscio Ilaria e Miran. I due giornalisti persero quell’opportunità, forse perché secondo fonti della nostra stessa intelligence presente in Somalia, minacciati e trattenuti per il tempo sufficiente a far perdere loro il volo. Un altro dato sicuro è il soprannome di Cammisa, il nomignolo che ancora oggi usa: Jupiter, Giove.

Anche il servizio interno, il Sisde, si era occupato della strana missione di Jupiter nella zona di Bosaso. Un appunto datato 12 marzo 1994, diretto alla “segreteria speciale” del ministero dell’Interno, descrive nei dettagli quanto stava avvenendo nei giorni che precedono l’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: “Come da espressa richiesta, si conferma nelle aree adiacenti il villaggio somalo di Las Quorey, un vasto perimetro recintato già in uso per la lavorazione di prodotti ittici e derivati e adoperato in precedenza dalla Stasi/DDR (il servizio segreto dell’allora Germania orientale, ndr) per operazioni militari non convenzionali nel territorio somalo. In detta area peraltro riutilizzata tutt’oggi da personale italiano è stata notata senza dubbio alcuno nei giorni scorsi la presenza di detto ‘Jupiter’ appartenente alla ben nota struttura della Gladio trapanese”. Jupiter, dunque, era noto come membro di Gladio anche per il Sisde, che – andando oltre i compiti istituzionali – monitorava quanto stava avvenendo in quei giorni attorno alla città di Bosaso.

IL DOCUMENTO DEL SISDE DEL 12 MARZO 1994

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Secondo la versione ufficiale di Saman, quella missione di Cammisa e del medico somalo Omar Herzi (che in quel periodo collaboarava all’organizzazione di Cardella) serviva a creare un ospedale a Las Korey (nome di un villaggio a cento chilometri da Bosaso, richiamato nel messaggio del 14 marzo). Così lo ricorda Francesco Cardella, intervistato via email pochi giorni prima della sua morte a Managua: “L’idea di base – discussa con il giornalista e profondo conoscitore della Somalia  (nonché caro amico mio) Pietro Petrucci – era di produrre una missione umanitaria nella zona dell’ex Somalia britannica. Con questo scopo andammo a Las Korey io, lo stesso Petrucci e il dottor Hersi”. Un primo viaggio realizzato alla fine del 1993. Prosegue il racconto: “Mandai Cammisa e Hersi prima a Dubai – dove avrebbero acquistato un fuoristrada ed altre attrezzature necessarie ad un primo intervento e dove avrebbero ricevuto medicinali inviati da Milano – e da lì – via Gibuti – nella zona di Las Korey”. Dunque la presenza di Cammisa, alias Jupiter, a Bosaso quella settimana prima dell’agguato di Mogadiscio è confermata da più fonti.

C’è di più. Uno degli attuali dirigenti di Saman, Gianni Di Malta, ricorda con precisione un episodio molto importante: “Quando Cammisa tornò dalla Somalia mi raccontò di aver incontrato Ilaria Alpi, in un albergo di Bosaso”. Parole che oggi Jupiter smentisce, assicurando di non aver mai incontrato la giornalista rimasta uccisa a Mogadiscio diciotto anni fa. Per poi aggiungere: “E poi, non so neanche cosa sia questa Gladio”.

Giuseppe Cammisa è uno dei pochi che oggi potrebbe spiegare quello che stava avvenendo a Bosaso in quei giorni, visto che quasi tutti i protagonisti di quella missione di Saman sono morti. Tutti meno uno, l’ex giornalista Pietro Petrucci, esperto fin dagli anni ’80 di questioni somale, che, secondo Francesco Cardella, fu uno degli ideatori del presunto progetto sanitario di Saman. Oggi vive in Francia, dopo aver lavorato per anni come esperto della commissione europea. Di quella vicenda, però, non vuole parlare. Ha evitato di citare il progetto Saman anche davanti a due commissioni parlamentari d’inchiesta, quella sulla cooperazione della fine degli anni ’90 e quella diretta da Carlo Taormina sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Per ben due volte confermò la sua presenza a Bosaso alla fine del 1993, senza però raccontare nulla, neanche un cenno, del progetto Saman. Nulla disse, poi, del viaggio di Cammisa/Jupiter e di Herzi – suo amico – nel marzo del 1994.

Lo stesso Sismi – in una nota del 10 novembre 1997, firmata dall’allora direttore del servizioGianfranco Battelli – non credeva alla versione ufficiale della missione umanitaria di Saman: “Nulla, invece, è noto circa il suo impegno nella costruzione di un ospedale o di altra struttura a Bosaso”. Un progetto sanitario avviato mentre era in corso un intervento massiccio del nostro esercito, sconosciuto alla nostra intelligence: qualcosa decisamente non torna. Una cosa è in ogni caso sicura: troppi omissis impediscono ancora oggi di ricostruire la verità sull’agguato del 20 marzo 1994, quando un commando uccise Ilaria e Miran, appena tornati da Bosaso.

Quello strano centro Scorpione a Trapani


C’è un secondo messaggio del Sios di La Spezia che cita Jupiter. E’ datato marzo 1989, diretto questa volta ad una struttura di Gladio, il Cas Scorpione di Trapani. Annuncia la visita di un onorevole – il nome non è chiaramente leggibile sulla copia consultata – e chiede la disponibilità di Jupiter e di Vicari, ovvero il nome in codice di Vincenzo Li Causi, l’agente del Sismi che all’epoca dirigeva il centro Scorpione. E’ un passaggio importante, visto che quella base di Gladio utilizzava il campo volo di Trapani Milo, pista dismessa distante appena quattro chilometri dalla comunitàSaman, dove Cammisa lavorava come uomo di fiducia di Francesco Cardella; la stessa pista dove di nascosto il giornalista e sociologo Mauro Rostagno, nell’estate del 1988 (una paio di mesi prima di essere assassinato), aveva filmato il caricamento di casse di armi dirette in Somalia su un aereo militare.

Vincenzo Li Causi non era un agente qualsiasi. Maresciallo dell’esercito, era stato addestrato per anni per compiere missioni difficili e riservate, dalla liberazione di Dozier fino a operazioni sotto copertura in Perù. Secondo alcuni fonti aveva conosciuto Ilaria Alpi durante un corso di lingua araba in una scuola di Tunisi. Un nome che riporta di nuovo alla Somalia, terra dove Li Causi verrà ucciso il 12 novembre 1993, quattro mesi prima dell’agguato di Mogadiscio, durante una missione a Balad. Ancora oggi su quella morte rimangono molti dubbi non risolti: un unico colpo lo raggiunse sotto il giubbotto antiproiettile, mentre rientrava verso la base degli incursori. Secondo l’ex appartenente a Stay Behind, Vincenzo Li Causi sarebbe stata la fonte di Ilaria Alpi, che ben sapeva cosa stava avvenendo a Bosaso.

Sul centro Scorpione si sono concentrate diverse inchieste, senza mai definire con chiarezza quale fosse il vero scopo di una base di Gladio in Sicilia. Secondo le deposizioni raccolte dai magistrati l’unico rapporto che sarebbe stato prodotto dagli agenti di Stay Behind tra il 1987 e il 1990 (periodo di funzionamento del gruppo di Trapani) avrebbe riguardato proprio la Saman. Era proprio così? Alcuni documenti provenienti dall’archivio Gladio parlano di operazioni legate al traffico di armi e di esercitazioni con esplosivo e mute di sommozzatori nel giugno del 1989. Ovvero nei giorni del fallito attentato dell’Addaura, che tanto inquietò Giovanni Falcone. Forse solo suggestioni, forse coincidenze, peraltro rimaste racchiuse nei cassetti dei servizi segreti italiani, negando alla magistratura la possibilità di analizzare tutte le piste possibili.

L’omicidio di Ilaria Alpi Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi, traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi.

 

RECENSIONE DELLO SPETTACOLO MAGAZZINO 18 DI SIMONE CRISTICCHI

firenze

Quattro anni fa l’editrice Mursia ha pubblicato un libro dal titolo “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”, scritto dal giornalista Jan Bernas (oggi portavoce del vice presidente vicario del parlamento europeo Gianni Pittella (PD), figlio dell’ex parlamentare socialista Domenico Pittella che nel 1992 si era candidato nella Lega delle Leghe di Stefano Delle Chiaie.

Il libro non riporta nulla di nuovo dal punto di vista storiografico (risulta dalla stessa sinossi del testo che “Questo non è e non vuole essere un libro di storia” (http://www.forumforpages.com/facebook/esodo-istriano-per-non-dimenticare/ci-chiamavano-fascisti-eravamo-italiani-il-nuovo-libro-di-jan-bernas/847529688/0 ): oltre ad alcune testimonianze di esuli istriani e di “rimasti”, si limita a ripetere cose già pubblicate più volte (e spesso anche più volte smentite in base a documentazione ufficiale), ciononostante, pur non essendo un’opera innovativa, è corredata da una prefazione di Walter Veltroni (curiosamente, nel sito di Bernas e nella nota biografica inserita nella pubblicazione curata dal Teatro Rossetti di Trieste compare anche una “postfazione di Gianfranco Fini”, che però non risulta pubblicata nel libro messo in commercio). Il libro è stato presentato per la prima volta a Roma in modo bipartisan da Luciano Violante e Fabio Rampelli, allora deputato del PDL (oggi in Fratelli d’Italia), anche se nella nota di cui sopra si legge che sarebbe stato Roberto Menia a presentarlo.

Ed è a questo libro che dice di essersi ispirato il cantautore Simone Cristicchi per il suo spettacolo Magazzino 18 (Bernas infatti risulta coautore del testo teatrale): lo avrebbe comprato dopo averlo visto “per caso” in una libreria, incuriosito dal titolo. In seguito Cristicchi sarebbe venuto a Trieste dove Piero Delbello (direttore dell’IRCI Istituto Regionale Cultura Istriano-giuliano-dalmata) lo avrebbe accompagnato al Porto vecchio a prendere visione delle masserizie degli esuli istriani ancora conservate al Magazzino n. 18. Di questa visita Cristicchi usa dire che trovarsi in quel magazzino pieno di mobili e di altri oggetti è un po’ come visitare Auschwitz (paragone che ci sembra offensivo nei confronti delle vittime di Auschwitz, dato che gli oggetti trovati nei magazzini di quel lager erano stati rubati agli internati che poi furono uccisi, mentre qui si tratta di cose abbandonate dai loro proprietari, che hanno abbandonato le proprie città, ma non furono assassinati), ed ha quindi deciso di mettere in scena la “tragedia degli esuli”, perché, a suo parere, è stata finora ignorata.

Va ribadito a questo punto che a Trieste della questione dell’esodo istriano si è sempre parlato, ed a livello nazionale è quantomeno da vent’anni, dalla dissoluzione della Jugoslavia, che sentiamo ribadire la necessità di parlare di questa tragedia “finora ignorata” ogniqualvolta viene pubblicato un libro o un articolo, quando esce un film, e nel corso delle celebrazioni e commemorazioni indette nel Giorno del ricordo (10 febbraio).

In realtà la legge istitutiva del Giorno del ricordo (n. 92/2004) contempla che in questa occasione vadano approfondite, oltre alla questione dell’esodo e delle foibe, “le più complesse vicende del confine orientale”; e la lettura completa della norma ha creato, e crea tuttora, svariate polemiche sul come raccontare la storia di queste vicende, dato che le associazioni degli esuli hanno ritenuto di dover avere il monopolio delle commemorazioni e pertanto di imporre ad enti ed istituzioni varie di non far parlare relatori non omologati alla loro interpretazione della storia.

In questo panorama si è inserito ora anche Cristicchi, considerato da alcuni un autore “impegnato” per certi suoi spettacoli sulla malattia mentale, sui minatori e sulla guerra. Senza entrare nel merito degli altri suoi lavori parliamo di Magazzino 18, del quale l’autore spiega che “la cosa più complicata è stata raccontare la situazione storica. Il rischio era ovviamente quello di annoiare e quindi abbiamo sintetizzato un arco di tempo di quarant’anni in cinque minuti di orologio. Anche da qui sono nate diverse critiche, perché sono stato accusato di aver dimenticato, o addirittura omesso di dire certe cose: io non ho omesso niente, ho solo avuto rispetto di un pubblico che viene a teatro, non ad ascoltare una conferenza, ma a emozionarsi, a provare rabbia, a ridere. Lo spettacolo vuole essere anche uno spunto per incuriosire la gente ad approfondire questa storia. Di certo non volevo fare lo storico”.

Cristicchi dunque “non voleva fare lo storico”, ma “emozionare”: intento rispettabilissimo, se solo l’avesse rispettato e non avesse dato in quei “cinque minuti” (che nei fatti si sono però dilatati in tutto lo spettacolo) una lettura storica del tutto falsata, dato che non si è basato su testi storici ma ha riprodotto pedissequamente i vecchi testi di propaganda nazionalista inframmezzati da qualche appunto “antifascista”, probabilmente per apparire bipartisan, coerentemente con la promozione del testo di Bernas. E va detto subito che nella narrazione non viene rispettata la cronologia dei fatti e spesso non è inquadrata correttamente la sequenzialità delle vicende, il che sicuramente non aiuta lo spettatore a chiarirsi le idee su quello che è accaduto.

Nello spettacolo Cristicchi impersona un archivista un po’ burino, Duilio Persichetti, che alla stregua di un Dante Alighieri de noantri si fa accompagnare alla scoperta della storia non da un poeta come Virigilio, ma da un oscuro “spirito delle masserizie” che gli appare nel deposito dei mobili abbandonati dagli esuli giuliano dalmati. E questo Spirito, lungi dal fornirgli dati storici, sembra il portavoce dell’antica agenzia Stefani che lavorava sotto il fascismo (o forse si ispira semplicemente al testo di Bernas, dal quale cita abbondantemente).

“Un’intera regione svuotata della propria essenza. Gente costretta a lasciare la sua terra non per la fame o per la voglia di migliorare la propria condizione, ma perché non si può vivere senza essere italiani”, declama lo Spirito, non considerando che l’Istria non era esclusivamente italiana, ma una regione popolata anche da sloveni, croati ed istrorumeni, e l’essenza istriana, se vogliamo mantenere questa definizione, è data dalla commistione di queste etnie, non dalla presenza dei soli italiani, molti dei quali peraltro rimasero in Istria, restando italiani, come dimostra il fatto che ancora oggi la comunità italiana in Slovenia e Croazia è viva e vitale. Perché in Jugoslavia gli italiani potevano mantenere la propria nazionalità italiana, a condizione di acquisire la cittadinanza jugoslava (ed i cittadini jugoslavi di nazionalità italiana hanno da subito avuto il diritto alle scuole con insegnamento nella madre lingua, a finanziamenti per circoli culturali ed editoria, al bilinguismo nei rapporti con le istituzioni, fino ai seggi garantiti nei parlamenti locali: molto di più di quanto abbiano mai visto le comunità minoritarie in Italia); mentre nel caso in cui non volessero rinunciare alla cittadinanza italiana, il Trattato di pace prevedeva che, in quanto “optanti”, lasciassero la Jugoslavia per andare in Italia. Nessuna “pulizia etnica” (con buona pace del Presidente Napolitano, che con tutto il rispetto, non è un esperto di storia), dunque, ma una banalissima questione di diritto internazionale.

E che non vi fosse un clima di terrore nei confronti degli italiani è dimostrato dalle stesse parole dello Spirito, quando parla di “un’emorragia durata dieci anni”. Per fare un paragone, i tedeschi dei Sudeti dovettero lasciare le proprie case dalla sera alla mattina, senza poter portare via nulla, mentre se gli istriani poterono portare via “persino le bare dei propri cari” e riempire delle proprie masserizie, poi non ritirate, il Magazzino 18, si può ben comprendere la diversità dei due eventi. Infine un altro appunto: lo Spirito dice che “se ne andarono in trecentomila”, ma va precisato che nel 1958 l’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati pubblicò una sorta di censimento dal quale appare che i “profughi legalmente riconosciuti” erano 190.905 (i numeri poi furono fatti lievitare con operazioni di conteggio quantomeno discutibili, ma su questo vi rinviamo ai titoli in bibliografia).

Quando poi lo Spirito si mette a raccontare (nei famosi cinque minuti) la storia del confine orientale, sembra essersi ispirato a qualche filmino dell’Istituto Luce: “quei luoghi settant’anni fa erano Italia, anche le pietre parlano italiano”, ma non dice che quei luoghi diventarono italiani meno di cento anni fa, e lo rimasero per una ventina d’anni, dopo la vittoria italiana nella prima guerra mondiale. “Il tricolore viene issato “non solo a Trento, a Gorizia e Trieste, ma anche a Zara, Pola, nell’Istria e nelle isole del Quarnaro; ed alla fine “anche Fiume qualche anno dopo si ricongiunge all’Italia”: che ciò sia avvenuto in barba al Trattato di Rapallo e con un colpo di mano, questo lo Spirito non lo ricorda. Non ce n’era il tempo? O perché non era intenzione di Cristicchi di parlare di storia?

Così il “processo di riunificazione si conclude, ma per poco, perché vent’anni dopo il Fascismo (maiuscolo? n.d.r.) “sfalda il delicato equilibrio”: ma lo Spirito non spiega che l’Italia fissò il proprio confine orientale ben oltre a quelli che potevano essere considerati “luoghi dove le pietre parlavano italiano”, come Postumia, Tolmino, Villa del Nevoso (per usare i nomi italianizzati dallo Stato vincitore). Del resto, se Cristicchi più di una volta ha affermato che “un tempo l’Istria si chiamava Italia ed ora si chiama Slovenia e Croazia”, non ci si può aspettare che conosca la geografia, ma dà l’impressione che si sia limitato a ripetere gli slogan della propaganda nazionalista ed irredentista. Per “emozionare”, certamente. E va da sé che l’emozione, non essendo di per se stessa razionale, non ha bisogno di considerare la realtà dei fatti.

Segue una carrellata, piuttosto confusa, che vorrebbe spiegare come il fascismo (noi lo scriviamo minuscolo, signor Spirito delle masserizie), si rese colpevole di violenze antislave (vengono citati l’incendio del Narodni Dom del 1920, il cambiamento forzato dei cognomi e dei toponimi, l’impedimento di parlare nella propria lingua, l’invasione della Jugoslavia nel 1941, i campi di internamento per civili) e da ciò si arriva alla conclusione che gli “slavi”, di fronte a questo fecero l’equazione “italiano = fascista”. Altra mistificazione che serve a creare uno stato emozionale e non razionale, mistificazione diffusa dalla propaganda antijugoslava e non corrispondente al vero, perché l’Esercito di liberazione jugoslavo, così come i militanti antifascisti del Fronte di liberazione (Osvobodilna fronta) accoglievano nelle proprie file antifascisti di tutte le etnie, e le stesse direttive emanate da Edvard Kardelj parlavano di “epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo”.

In questo modo anche la lettura dello scritto di una bambina che era stata internata ad Arbe serve come apripista per ribadire quell’interpretazione fascista del fenomeno delle “foibe” che risale ancora al 1943, dopo gli eventi istriani post-armistizio: sentiamo come lo Spirito delle masserizie narra i fatti.

Dopo l’armistizio l’esercito italiano si sfalda, arrivano i nazisti e a Trieste viene messo in funzione il lager della Risiera, ma non viene neppure accennato a quante vittime costò il ripristino dell’“ordine” in Istria nell’ottobre 1943, quando le truppe nazifasciste rivendicarono di avere fatto dai diecimila ai tredicimila morti (così i comunicati ufficiali apparsi sulla stampa dell’epoca). E poi, senza che si comprenda la conseguenza temporale dei fatti: “i partigiani slavi agli ordini di Tito scendono dalle montagne dell’interno dove sono accampati e di città in città di paese in paese, di casa in casa arrivano e arrestano i nemici del popolo”.

Da questa descrizione un ignaro spettatore si fa l’idea che durante tutta la guerra i partigiani sarebbero stati “accampati in montagna” (a non fare niente, si suppone) in attesa di “scendere” (è interessante come certo tipo di propaganda insista sul fatto che i comunisti, i partigiani, gli “slavi” non arrivano mai normalmente da qualche parte, ma “scendono”, “calano”, “dilagano” e via di seguito) nelle città a dare la caccia ai “nemici del popolo” (termine questo usato dalla propaganda anticomunista perché mutuato dalle epurazioni staliniane, ma non usato dai partigiani).

Mescolando assieme, senza contestualizzarli, i due momenti delle esecuzioni sommarie, quello dell’Istria del settembre 1943 e quello degli arresti del maggio 1945, lo Spirito ipotizza che potrebbe essersi trattato di vendette verso i fascisti e di vecchi rancori; ma quando “cominciano a sparire anche carabinieri, podestà, guardie forestali, farmacisti, maestri, sacerdoti, impiegati statali”, i “processi sommari e le esecuzioni di massa non risparmiano nemmeno cattolici, antifascisti e persino comunisti”, e ci si mette a “colpire anche donne, maestri, postini, antifascisti, gente che con la politica non c’entra niente”, allora si domanda: perché tutto questo?

Come al solito, quando l’intenzione non è di ricostruire fatti storici, ma di “emozionare”, è facile, partendo da un presupposto sbagliato, arrivare a dimostrare un fatto non vero. Perché innanzitutto bisogna dividere i due eventi di cui abbiamo parlato: nell’Istria del 1943 ci furono sì delle vendette sommarie contro i rappresentanti del fascismo (piccoli gerarchi, in genere, non gli alti papaveri), ma fu infoibato un carabiniere solo, nessun podestà, nessun farmacista (perché poi allo Spirito sono venuti in mente proprio i farmacisti fra tutte le possibili categorie professionali, forse perché la famiglia di Luigi Papo, il futuro rastrellatore del 2° Reggimento MDT Istria, gestiva a Montona una farmacia che sotto il fascismo veniva usata come luogo di interrogatorio di partigiani?), sacerdoti uno (che sembra fosse un informatore dell’Ovra).

Poi va ricordato che ai quei tempi le guardie forestali erano militarizzate e che gli “impiegati statali” erano in genere funzionari del fascio, così come i maestri erano coloro che intimidivano i bambini per impedire loro di parlare nella propria lingua, e che le donne potevano essere fasciste esattamente come gli uomini, così come potevano essere ausiliarie nelle forze armate. E se nel 1945 vi furono altre vendette personali, la maggior parte dei morti si ebbero tra i militari internati nei campi (l’internamento in campi lontani dal luogo di cattura era previsto dalle leggi di guerra, ed i militari italiani furono internati anche in campi britannici e statunitensi, dove le condizioni di vita non erano tanto migliori di quelle dei campi jugoslavi), mentre furono arrestati coloro che erano stati segnalati come criminali di guerra; gli antifascisti arrestati erano quei reparti del Corpo volontari della libertà italiani che si erano opposti in armi all’esercito jugoslavo (che era un esercito alleato: sarebbe accaduto lo stesso con il CVL milanese se si fosse opposto agli statunitensi); infine, per quanto riguarda i partigiani “comunisti”, va detto che vi furono anche un paio di esecuzioni (avvenute durante il conflitto) sul motivo reale delle quali d’altra parte non si è mai ricostruita la storia (ma fatti di questo genere avvennero in tutti i corpi della Resistenza, non solo in Italia).

Tutta questa mistificazione (che dura da settant’anni) ha un preciso scopo, che nel testo di Cristicchi (fatto per “emozionare”, ricordiamolo) viene così spiegato: “forse perché gli italiani sono un ostacolo al Sogno (maiuscolo? n.d.r.) di Tito di realizzare una sola grande regione e quindi annettersi anche le zone a maggioranza italiana”, come Zara, l’Istria, Fiume, Trieste per creare “una sola grande Jugoslavia”, dove la “lotta per la liberazione dal nazifascismo giusta e sacrosanta” (bontà loro, n.d.r) qui “sembra un mezzo per raggiungere l’obiettivo del confine all’Isonzo e quella che nel resto d’Italia viene festeggiata come Liberazione qui prende le sembianze di occupazione”.

Come abbiamo detto prima, per dimostrare una cosa inesistente (il “sogno della grande Jugoslavia”) l’autore (Bernas? Cristicchi?) è partito da presupposti falsi (l’eliminazione di chi non voleva la Jugoslavia), e riesce in tal modo a diffondere dal palcoscenico dei teatri di tutta Italia (ma anche dell’Istria) quelle teorie anti-jugoslave che fino a pochi anni fa erano peculiarità della destra irredentista ma ora sembrano avere preso piede anche in ambienti “antifascisti” e “di sinistra”.

E così arriviamo ad uno dei momenti più bassi (dal punto di vista artistico e civile) dello spettacolo: quando Cristicchi si avvolge un fazzoletto rosso attorno al collo e declama “per realizzare il sogno della grande Jugoslavia bisogna solo dare un calcio allo stivale” ed a questo punto parte il coro dei bambini che cantano la canzone della foiba, “Dentro la buca” (“un colpo alla nuca e giù nelle buca”, davvero delle parole adatte da far cantare a dei ragazzini).

Viene poi data la parola ad un certo Domenico, “staffetta del Regio Esercito”, si presenta, “praticamente un postino” (un militare in guerra sarebbe un postino? se questa non è manipolazione, come la vogliamo chiamare?), che sarebbe stato infoibato ancora vivo assieme a tantissimi altri, recuperato da una foiba… no, non lo sa da che foiba sarebbe stato recuperato perché ce ne sono 1.700 in Istria (i recuperi verbalizzati si riferiscono a molte meno foibe, lo diciamo per tranquillizzare gli spettatori: il maresciallo dei Vigili del fuoco di Pola, Arnaldo Harzarich, dichiarò agli Alleati di avere esplorato dieci foibe istriane tra l’autunno e l’inverno 1943-44, dalle quali furono estratte 204 salme ed indicò altre cinque foibe dalle quali non fu possibile effettuare recuperi). Come Domenico sarebbero stati infoibati Luigi, Tonin, Giovanni, Norma… e qui parte la storia di Norma Cossetto, con le consuete falsità che vi sono state ricamate attorno negli anni, in base ad una inesistente testimonianza di una donna, mai identificata, che avrebbe assistito alle violenze.

Nomi e cognomi degli scomparsi stanno scritti ci spiega Persichetti (che non ha detto i cognomi degli infoibati chiamati per nome, né nell’elencare le categorie degli uccisi ha fatto nomi: perché è uso consolidato, quando si parla di questi argomenti di generalizzare, e teniamo a mente che non è scopo di Cristicchi, come non lo era di Bernas, “fare storia”), per poi contraddirsi dicendo che non si saprà mai quanta gente è sparita in questo modo; si parla genericamente di persone “uccise in tempo di pace” termine che può significare tutto e niente, perché le vendette personali proseguirono per anni in tutta Europa, così come le condanne a morte eseguite dopo i processi ai criminali di guerra furono fatte “in tempo di pace”, basti pensare a Norimberga. Viene citata a questo punto la dichiarazione fatta da Milovan Gilas in un’intervista, pochi anni prima di morire, di essere stato incaricato assieme a Kardelj di andare in Istria per mandare via gli italiani con ogni mezzo. Considerando che Gilas era diventato “dissidente” già negli anni ’50, tale affermazione, fatta a tanti anni di distanza, lascia il tempo che trova, innanzitutto perché non ha alcun riscontro documentale, e poi perché il governo jugoslavo riconobbe alla comunità italiana tutte quelle garanzie che abbiamo descritto in precedenza.

Poi si parla della strage di Vergarolla del 18/8/46 (della quale non vi è alcuna prova che si sia trattato di un attentato e tanto meno di un attentato organizzato per “terrorizzare” gli italiani), come motivo per cui quel giorno “la maggioranza degli italiani che abitava a Pola scelse come l’unica via l’esodo”. Però noi leggiamo sulla Voce del popolo del 5/4/08 che tre settimane prima della strage il CLN di Pola “aveva raccolto 9.496 dichiarazioni familiari scritte, per conto di 28.058 abitanti su un totale di 31.000, di voler abbandonare la città se questa dovesse venir assegnata alla Jugoslavia”: il che dovrebbe dimostrare che “l’esodo” era già stato deciso prima della tragedia.

Interessante il punto in cui si sente dire che “tutta l’Istria è occupata dai titini” già prima della firma del Trattato di pace “firmato dai potenti della Terra” (togliendo l’emozione, più prosaicamente, si trattava delle potenze che si erano alleate contro la guerra scatenata dall’Asse, Germania, Italia, Giappone) che “consegna alla Jugoslavia un’intera regione italiana”, come “prezzo che l’Italia deve pagare per essere uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale”. Una riflessione sul fatto che l’Italia avrebbe anche potuto non dichiarare guerra al mondo intero assieme al suo alleato tedesco? Naturalmente no, perché non è di queste emozioni che si occupa uno Spirito delle masserizie.

Ed ancora notiamo come si parli sempre di “titini” e non di Esercito jugoslavo: sentiamo mai parlare di “churchilliani” a proposito dei britannici o di “hitleriani” a proposito dei nazisti? È tanto difficile riconoscere alla Jugoslavia di essere stata uno dei Paesi alleati nella lotta contro il nazifascismo? Certamente, perché se le si riconoscesse questo ruolo si dovrebbe anche riconoscere che l’Esercito jugoslavo aveva il diritto e l’autorità di fare prigionieri i militari nemici e di arrestare i presunti criminali di guerra per sottoporli a processo, così come fecero gli eserciti delle altre nazioni alleate. E quindi crollerebbe anche tutta la costruzione dei crimini jugoslavi rivolti contro gli innocenti italiani.

Altro punto interessante è che il diritto di conquista militare viene riconosciuto per l’Italia che aveva annesso i territori occupati militarmente dopo la prima guerra mondiale, anche quelli dove non vivevano italiani; mentre lo stesso discorso non sembra valere per la Jugoslavia, che anzi a seguito del Trattato di pace rinuncerà a zone che aveva conquistato militarmente.

Persichetti poi parla della partenza dall’Istria e della miseria dei campi profughi: “pensi che voleva di’ passà da una casa magari co vista mare… ad un casermone di cemento armato in periferia o a un ex campo di concentramento!”, dice al suo superiore romano. I campi profughi non sono mai piacevoli, è vero, è così è una tragedia quella della bambina morta di freddo nel comprensorio di Padriciano, ma si rende conto il narratore di quanti italiani in Italia, nell’immediato dopoguerra, avrebbero fatto firme false per avere un appartamento in un “casermone di cemento armato in periferia” invece di continuare a vivere nelle baracche o negli appartamenti privi di servizi igienici che erano la norma e non l’eccezione a quei tempi? Non tutti gli esuli istriani abbandonarono la “casa con vista mare” (ed anche questa spesso era un appartamentino privo di tutto) ma provenivano da condizioni di vita di miseria, come la maggior parte della popolazione d’Europa prima del boom economico e dopo essere uscita da una guerra disastrosa.

Si passa poi all’elenco di una serie di esuli “diventati famosi”, tra cui Alida Valli (che però viveva a Roma già prima della guerra, dato che Cinecittà si trovava lì e non a Pola, ma questo particolare evidentemente è sfuggito agli autori); una canzoncina è dedicata ai “rimasti”, descritti come disprezzati da tutti, ma alla fine “ancora italiani” com’erano sempre stati (altra contraddizione che non pare preoccupare gli autori: se vi furono dei “rimasti” e “rimasti italiani” vuol dire che non si era “svuotata una regione intera”, che non si aveva paura di parlare italiano, che non c’era alcuna manovra politica per far andare via gli italiani dall’Istria).

Alla fine arriviamo all’altro momento bassissimo dello spettacolo, quando Persichetti, dirigendo il coro dei bambini, prende in giro gli operai che da Monfalcone si erano recati in Jugoslavia per dare una mano a ricostruire le infrastrutture distrutte durante la guerra e per partecipare alla realizzazione di una società socialista dopo vent’anni di fascismo. Alcuni di essi rimasero vittime dello scontro tra Tito e Stalin, quando molti filosovietici (che erano però per la maggior parte jugoslavi, e molti dei quali avevano commesso omicidi ed attentati contro il proprio governo) furono internati nell’isola di Goli Otok. Si tratta indubbiamente di una pagina buia della storia jugoslava, che però avrebbe dovuto essere affrontata diversamente, proprio per la sua tragicità, e non mediante lo spregio di coloro che avevano creduto in un ideale e coerentemente avevano cercato di realizzarlo.

Infine il burino Persichetti dice allo Spirito delle masserizie che giocherà al lotto il numero 18 (spiegando che nella Smorfia tale numero significa “sangue”, sempre per emozionare il pubblico?) e che lui archivia tutto, tranne una lettera inviata alla figlia del proprietario di alcuni mobili rinvenuti, la quale aveva chiesto notizia delle masserizie dei suoi genitori che non li avevano mai “reclamati indietro”. Il che dovrebbe stroncare tutto il plot su cui si basa questo spettacolo: i mobili sono stati abbandonati dagli stessi proprietari, evidentemente perché non ne avevano più bisogno o sarebbe stato troppo complicato farseli mandare nel luogo in cui erano andati a vivere.

Cosa del resto confermata da Piero Delbello in un articolo apparso sul Piccolo del 24 gennaio scorso: nel Magazzino 18 sono conservate “più o meno la metà delle cose che arrivarono subito dopo la guerra dall’Istria, ma che negli anni successivi dalle Prefetture di più città d’Italia continuarono a essere inviate nel capoluogo giuliano. Fatte arrivare dalle varie ditte di spedizioni nelle località di destinazione delle famiglie che ne erano proprietarie, in più casi rimasero nei depositi. Senza che nessuno più le reclamasse. E dunque furono fatte infine convergere in Porto Vecchio, dove oggi occupano una parte del primo piano del 18”.

In pratica si tratta di oggetti che agli esuli (od optanti che dir si voglia) una volta giunti nella città di destinazione, non interessava di conservare, per cui li hanno abbandonati. Cosa comprensibile per i mobili, che forse non potevano trovare posto nelle nuove case consegnate, ma perché non reclamare almeno gli oggetti di famiglia, le fotografie, i quaderni? Quale valore simbolico si vuole attribuire a delle cose che sono state abbandonate perché i loro proprietari se ne sono disinteressati, non sequestrate né rapinate; e con quale sentimento questo materiale viene paragonato ai magazzini dove venivano accatastate le cose rubate ai prigionieri assassinati ad Auschwitz?

Alla fine di tutto si parla delle vittime dell’una e dell’altra parte, e l’autore conclude “io non ho un nome ma potrei averne milioni. Come i profughi di tutto il mondo, costretti a lasciare la propria terra, per sfuggire alla povertà, all’odio, alla guerra”.

Ecco, se Cristicchi fosse partito da queste due belle, significative frasi, ed avesse parlato delle tragedie degli esodi, di tutti gli esodi, senza pretendere di fare storia su un evento specifico (asserendo peraltro di non volerla fare), avrebbe potuto realizzare uno spettacolo di indubbio interesse, emozionando (in questo caso positivamente) e coinvolgendo lo spettatore. Invece il risultato di questa sua ambizione ha prodotto uno spettacolo di propaganda, in quanto il suo intento di creare emozione è degenerato nel voler creare piuttosto suggestione, fornendo agli spettatori dati falsi da cui trarre conclusioni errate.

Come opera di propaganda Magazzino 18 è indiscutibilmente riuscito molto bene: ma per chi come noi ha studiato e conosce la storia di queste terre, vederla stravolta in questo modo allo scopo di denigrare il movimento internazionalista ed antifascista jugoslavo, è francamente intollerabile; ed inoltre, considerando il modo in cui è stato sponsorizzato, a livello mediatico, questo spettacolo, fa sorgere il dubbio che si tratti di un’operazione studiata a tavolino che può rivelarsi molto pericolosa per gli equilibri delicati del confine orientale.

Le citazioni sono tratte da “Magazzino 18 di Simone Cristicchi, regia di Antonio Calenda, testo completo dello spettacolo + CD”, I Quaderni del Teatro, edizioni Il Rossetti – Promo Music, Trieste dicembre 2013.

Claudia Cernigoi

31 gennaio 2014

BIBLIOGRAFIA.

CERNIGOI Claudia, Operazione foibe tra storia e mito, Kappa Vu 2005.

COLUMMI Cristiana (e altri), Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste, 1980.

CONTI Davide, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” 1940-1943, Odradek 2008.

GOBETTI Eric, L’occupazione allegra, Carocci 2007.

MICHIELI Roberta – ZELCO Giuliano, Venezia Giulia la regione inventata, Kappa Vu 2008.

PIRJEVEC Jože, Foibe, Einaudi 2010.

PURINI Piero, Metamorfosi etniche, Kappa Vu 2010.

SCOTTI Giacomo, Goli Otok, LINT 1991.

VOLK Alessandro, Esuli a Trieste, Kappa Vu 2004.

Recensione fatta da http://www.diecifebbraio.info/

Como: il sindaco Pd obbedisce ai fascisti di Militia e sfratta l’Anpi

militia

La notizia è di quelle gravi, gravissime. E la dice lunga sulla degenerazione di un partito che solo in campagna elettorale continua a predicare un antifascismo strumentale che poi nega ogni giorno.

Sabato pomeriggio la locale sezione dell’Anpi di Como e l’Istituto di Storia contemporanea “Pier Amato Perretta” avevano organizzato un incontro pubblico con la storica Alessandra Kersevan all’interno della sala delle conferenze della Circoscrizione 1.

Un incontro all’insegna di quel recupero della memoria storica che lo stato italiano afferma di promuovere e difendere addirittura attraverso l’istituzione di giornate ad hoc. L’incontro mirava a ricordare che “Tra il 1941 e l’8 settembre del 1943, il regime fascista e l’esercito italiano misero in atto un sistema di campi di concentramento in cui furono internati decine di migliaia di jugoslavi: donne, uomini, vecchi, bambini, rastrellati nei villaggi bruciati con i lanciafiamme.

Lo scopo di Mussolini e del generale Roatta, l’ideatore di questo sistema concentrazionario, era quello di eliminare qualsiasi appoggio della popolazione alla Resistenza jugoslava e di eseguire una vera e propria pulizia etnica, sostituendo le popolazioni locali con italiani”.
Ma ai fascisti di Militia l’iniziativa volta a ricordare le responsabilità del regime fascista italiano nelle persecuzioni dei popoli della Yugoslavia occupati ed aggrediti durante l’invasione italiana e tedesca non è piaciuta. Niente di nuovo, si dirà. Senonché il sindaco di Como Mario Lucini, espressione di una giunta di coalizione tra Partito Democratico, Sel (!) e alcune liste civiche ha deciso di obbedire al diktat di quelli di Militia – che accusano Kersevan di “spiccato negazionismo sul dramma delle foibe” – e quindi decide di sfrattare l’iniziativa negando il salone della circoscrizione.
L’amministrazione di Como si è nascosta dietro una sorta di par condicio tra associazioni partigiane e antifasciste ed organizzazioni di estrema destra. Siccome nei giorni scorsi il salone della circoscrizione era stato negato ad una iniziativa di celebrazione di un esponente del regime nazista allora non lo si può concedere neanche alla “parte avversa”.
Di qui il forzato trasloco della conferenza, che alla fine si è tenuta nel salone Bertolio con qualche elemento in più di consapevolezza sull’attualità dei valori dell’antifascismo.

Sul loro sito quelli dell’Associazione Culturale Militia cantano vittoria.

Fonte Contropiano

“Gli anni spezzati”, la peggio fiction

RAI

La sera di martedì 7 gennaio su Rai Uno è andato in onda uno scempio, di cui la Rai dovrebbe chiedere scusa, e i politici o chiunque approvi sul servizio pubblico operazioni di questo tipo dovrebbe chiedere il conto. Insegno storia da cinque anni nei licei, e tutto il lavoro che io, come centinaia di migliaia di insegnanti di liceo e università, faccio per cercare di raccontare, far conoscere, semplificare, provare a condividere e indagare insieme, gli anni Settanta viene smerdato da una roba coma la trilogia-fiction intitolata “Anni spezzati”. Uno dei prodotti peggiori realizzati in Italia negli ultimi anni: un film non solo pessimo da un punto visto artistico e anche tecnico, ma risibile da quello documentario e storico. Un prodotto nocivo, venefico, viscidamente diseducativo.

Chi l’ha scritto, Graziano Diana (anche regista) con due autori alle prime armi – Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti – ha evidentemente ritenuto opportuno prescindere da qualunque serietà di documentazione storica, appoggiandosi a riduzioni da sussidiario copiato male – non dico Wikipedia (che in molti casi è fatta molto meglio). Nei titoli d’apertura non dichiara nemmeno un nome di un consulente storico, nei titoli di coda ne cita tre, nessuno dei quali storico di professione (Adalberto Baldoni, Sandro Provvisionato e Luciano Garibaldi – la cui bibliografia è pubblicata da piccolissimi editori in odore di post-fascismo tipo Nuove Idee o Ares).

Nelle interviste Diana dice che ha ascoltato le voci dei parenti delle vittime della violenza politica anni ’70: non so chi abbia ascoltato né come l’abbia fatto, ma quello che ne ha tratto sono degli sloganucci stereotipati che farebbero passare un bignami per un saggio storico complesso. Nelle interviste Diana dice di aver voluto raccontare quella storia dalla parte di chi, le istituzioni incarnate nelle forze dell’ordine, cercava il dialogo tra rossi e neri: non so che libri abbia letto sulle forze dell’ordine e le istituzioni italiane di quegli anni, non so su quali testi si sia formato la sua idea sugli apparati dello Stato, i politici, i partiti, i vari movimenti, ma se l’avesse scritta Cossiga nel sonno o Claudio Cecchetto, per dire, questa fiction, ci avrebbe messo più complessità.

L’idea di Alessandro Jacchia di raccontare attraverso lo sguardo di un poliziotto romano (la sua voce off!) le vicende complicate che girano intorno a Piazza Fontana, l’autunno del ’69, e la vicenda di Calabresi e Pinelli non è nemmeno revisionista: non è un’idea. È la suggestione di poter prendere la poesia di Pasolini su Valle Giulia, ricavarne un’interpretazione puerile, e pensare di applicarla, a mo’ di pomata, agli eventi di quegli anni: come se fosse una scelta narrativa, fino a realizzare una specie di spottone con toni da soap-opera, colletti larghi, sguardi fissi in camera.

La voce off nasale come una ciancicata tipo un personaggio di Verdone che ti commenta in modo situazionista le immagini di repertorio di una puntata de La storia siamo noi; i riassunti della macrostoria in cui non una sola parola si sottrae dai luoghi comuni (di pensiero e di linguaggio), dai peggiori luoghi comuni; i personaggi ridotti a figurine da vignette della Settimana Enigmistica; le discussioni politiche che sembrano parodie di uno sketch di Guzzanti o dei Gatti di Vicolo dei Miracoli; gli spiegoni (approssimativi, scritti malissimo, errati) ogni 30 secondi; le ragioni delle proteste azzerate a una forma di iperattività giovanile – gli anarchici sembrano gente affetta da sindrome da deficit di attenzione da curare col Ritalin; attori anche bravi come Solfrizzi, Bruschetta, Trabacchi, Calabresi costretti a pronunciare battute che sembrano dei verbali di polizia (Paolo Calabresi e Ninni Bruschetta in certi momenti – poveri! – sembrano dover espiare la loro protervia iconoclasta di Boris), ma anche attori molto meno bravi come il protagonista Emanuele Bosi – con una faccia da pubblicità di un dopobarba che deve dare corpo a un poliziotto di Primavalle nel 1969!; personaggi-cameo come Feltrinelli (vi prego guardate la scena con Feltrinelli e Calabresi…) che hanno la stessa intensità di Gigi Proietti-vigile quando fa lo spot di Vat 69 in Febbre da cavallo.

Confusione, una continua confusione, una virtuosistica confusione nella struttura narrativa; un montaggio da Chiquito e Paquito; un’eterna luce laterale per cui tutti gli attori vivono con metà faccia tagliata da un’ombra plumbea (volutamente omomorfica e omocromatica a quegli anni, spezzati e di piombo?); una ostentata misconoscenza di qualunque modello filmico che si è confrontato con la Storia della contestazione, del terrorismo, etc… – che siano quelli studiati da Cristian Uva o da Demetrio Paolin o da Vanessa Roghi & Luca Peretti, che siano film seminali come Anni di piombo di Margaret Von Trotta o prodotti derivativi come Romanzo di una strage (che avevo stroncato senza appello, ma che nel confronto riluce dello splendore di un Griffith); e la musica onnipresente più di quella che uno si ciuccia da Zara durante i saldi – una musica sempre enfatica, che vorrebbe inquietare, intervallata da pezzi dell’epoca scelti con il criterio di un jukebok andato in corto; e le basette collose, i capelli di Calabresi disegnati che manco Big Jim, il trucco, le parrucche, le scenografie…

(Ditemi! Vi prego ditemi perché nei film italiani degli anni ’70 sembra che il mondo sia una specie di fondale in cui sono stati appiccicati un po’ di poster di Lotta Continua al muro e buttati qua e là nelle stanze dei libretti rossi! Perché in film iperglamour ipercitazionisti degli anni ’70 americani – andate a vedere quel capolavoro di American Hustle – nonostante l’omaggio enfatico all’epoca la scenografia risulta sempre credibile? Forse perché gli scenografi statunitensi non pensano che se uno mette in scena gli anni Settanta deve mostrare che Tutto è anni Settanta, ma ci saranno anche mobili anni Sessanta, anni Cinquanta, anni Venti?!);

Più di tutto, è clamorosa la mancanza di visione politica nel fare un film del genere: paragonatelo con qualunque sceneggiato Rai degli anni ’70, lì ci troverete un’intelligenza, un coraggio, un desiderio civile, una volontà di indagare, di spiegare, una capacità di essere problematici, di avere una prospettiva sociologica – a tutto questo viene ipocritamente e colpevolmente sostituita una sorta di réclame analfabetizzata per la polizia che è tanto brutta da essere mortificante per chiunque abbia fatto politica attiva in quegli anni, ma persino umiliante per la polizia stessa e per chi viene raccontato in modo elogiativo (mi piacerebbe sapere il parere di Mario Calabresi che, pur raccontando come una specie di diario personale, da figlio, la vicenda del padre commissario, in Spingendo la notte più in là , riusciva a essere meno agiografico)…

Potrei anche continuare, ve lo assicuro. E questo scempio storico, artistico, cinematografico, narrativo, ce n’est qu’un debut, come mi verrebbe da dire: ci sono altre quattro puntate, due sul sequestro Sossi, due su Giorgio Venuti e la marcia dei quarantamila. Si può peggiorare, si può raccontare che le Brigate Rosse sparassero per provare le pistole, che Moro e Nathan Never sono la stessa persona e che il sogno dei dirigenti DC era quello di diventare anchor-man della tv per governare l’Italia con i messaggi subliminali del Pranzo è servito, e che la marcia dei quarantamila era la prima vera manifestazione di fitness di massa che ha attraversato l’Italia. Sono pronto a tutto. A scuola, ai miei ragazzi, farò studiare la rivoluzione francese a partire da mie interviste-lampo fatte nel reparto surgelati del Todis su Robespierre e Danton e gli dirò che la Resistenza era un’associazione che faceva trekking sulle montagne per tenersi in forma

Da Micromega online

Da Contropiano

Da “dio, patria e famiglia” a “polizia, magistratura e impresa”

Non è tempo perso tornare sulla fiction della Rai – “Gli anni spezzati” – che viene trasmessa in prima serata in queste settimane, nello sforzo palese di creare una neolingua orwelliana sulla storia, i conflitti e la violenza politica degli anni Settanta nel nostro paese. Pensando soprattutto al presente e al futuro, come si conviene a un’operazione “culturale”, per quanto di profilo infimo come questa.
Qualche notizia in più aiuta a capire l’l’impronta dell’operazione in corso.

La trilogia in sei puntate, dedicate ad un Commissario di polizia (Calabresi) a un magistrato (Sossi) e ad un dirigente Fiat (Venturi), ha il patrocinio dell’Associazione nazionale della Polizia di Stato e dell’Associazione Italiana vittime del terrorismo. Due soggetti quasi “parasindacali”, vocati a rappresentare interessi particolari, per farli “pesare” sia nel discorso pubblico che nelle iniziative legislative e finanziarie.

Secondo il produttore-sceneggiatore, un comitato di consulenti storici – composto da Adalberto Baldoni, Sandro Provvisionato e Luciano Garibaldi – avrebbe dovuto garantire l’”equilibrio delle fonti”. Compito delicato, in una materia simile, e che avrebbe richiesto alte competenze storiografiche. Insomma, degli storici di professione, con cattedre universitarie improtanti e magari pubblicazioni scientifiche alle spalle, meglio se universalmente riconosiute come valide.
Chi sono invece questi “consulenti storici”

Adalberto Baldoni,ha lavorato dal 1972 al 1980 ne Il Secolo d’Italia, organo del Msi (partito nato in continuità diretta con il partito fascista, in barba al dettato costituzionale).Componente del Comitato centrale del Msi (1965-1995). Dirigente nazionale del settore “Immagine e Propaganda” nel biennio 1989-1991. Dopo la svolta di Fiuggi, nel 1995, diventa dirigente nazionale di Alleanza Nazionale, nelle cui liste è stato eletto cinque volte al consiglio comunale di Roma, concludendo l’esperienza nel 2001.

Luciano Garibaldi è autore di diversi libri che provano a riscrivere la Storia dal punto di vista del fascismo, nonché dei due testi da cui ha tratto spunto la fiction Rai. Uno dedicato al giudice Sossi, l’altro al commissario Calabresi. Ha lavorato in tutta la stampa di destra: Il Tempo, Il Giornale, L’Indipendente, Gente.

Infine Sandro Provvisionato, che sembra ricoprire il ruolo di certificatore bipartisan delle consulenze “storiografiche”. Proviene dai gruppi della sinistra, è stato tra i fondatori di Radio Città Futura poi passato all’Ansa. Ha già ricoperto un ruolo simile nel programma “Terra”,di Canale 5, in cui doveva “riequilibrare” le vere e proprie crociate del suo partner, Toni Capuozzo. Gestisce da anni il sito Misteri d’Italia, nel quale convivono documenti e inchieste interessanti, ma anche veri e propri monumenti di dietrologia e depistaggio politico di marca ex-Pci.
Insomma, tre personaggi senza spessore “scientifico” e soprattutto nessuna possibilità di essere considerati al di “sopra delle parti”. Solo un volgare compromesso tra esigenze di riscrittura della Storia da posizioni solo presuntamente opposte.

Eppure non basta questo vizio d’origine a spiegare la capziosità di questa produzione televisiva di massa. La scelta di una fiction a puntate presuppone una decisione politica importante, che giustifica un investimento anche economico rilevante, e punta su uno strumento molto più efficace di un film destinato al circuito cinematografico. Nella serie può scattare infatti la “fidelizzazione” dello spettatore, la prima serata Rai assicura un’audience di milioni di persone, agisce con più forza l’empatia con i protagonisti. Molti ricorderanno le polemiche sui “rischi” connaturati alle serie tv esplose in occasione della fiction sulla Banda della Magliana.

In questo caso i protagonisti e le vittime sono i “buoni” per definizione: il commissario Calabresi (che il testimone Pasquale Valitutti conferma esser stato presente nella stanza della Questura dalla quale venne gettato Giuseppe Pinelli), il giudice Sossi (un’icona delle “toghe nere”, assai poco amato da lavoratori e movimenti, da lui perseguitati nella Genova degli anni Sessanta e Settanta), il dirigente della Fiat Venturi (uno degli organizzatori della “Marcia dei quadri” contro lo sciopero del 1980, che segnò la sconfitta del movimento operaio in Italia).

Gli eroi civili diventano quindi: polizia, magistratura e la maggiore multinazionale italiana. Una “santissima trinità” che sembra voler sostituire quella tradizionale delle forze reazionarie: dio, patria e famiglia. C’è una modernità inquietante in questa sostituzione, in varia misura “necessaria”.

Nel XXI secolo, infatti, nè dio, né la patria né la famiglia sembrano più avere quel potere valoriale stabilizzante sul quale costruire un “senso comune”, un ordine pre-politico. Il “dio denaro” – come scrive Marx – ha assunto maggiore capacità di persuasione e conversione rispetto a quello extraterreno; la patria è stata molto relativizzata dalla dimensione sovranazionale europea, che ormai determina scelte, orizzonti e confini fattuali dei poteri decisionali; la famiglia è stata investita come un tornado dalla modifica degli stili di vita, diventando una delle tante “venerande istituzioni” spazzate via dal carattere “rivoluzionario” del capitalismo.

Il tentativo “culturale” sottostante è dunque quello di cominciare a delineare un “nuovo senso comune” fondato sulla trinità tra disciplina, legalità e mercato. Una trinità di scorta, ben più misera e “terra terra” di quella morente, ma decisiva in una fase dove l’aumento delle disuguaglianze sociali, l’impoverimento massiccio di quote di popolazione e la dominante invisibilità delle oligarchie stanno facendo saltare ogni civilizzazione condivisa e ogni compromesso sociale.

Non per caso. L’attuale è una fase in cui tutte le ragioni del conflitto di classe degli anni Settanta – criminalizzate e deformate da fiction come “Gli anni spezzati” – avrebbero molte più ragioni di allora per prendere corpo e manifestarsi come prospettiva progressiva della società.

Se le vecchie forme della “democrazia rappresentativa” vengono ormai liquidate come inservibili ai fini della governance, la nuova trinità chiamata a “conformare” ogni aspetto della vita politica, sociale e culturale del paese deve soprattutto “dissuadere” ogni tentazione di cambiamento in una direzione “progressiva”. Dunque:

– le imprese (la Fiat del “modello Pomigliano”) assumono il valore di nuovo potere legislativo che obbedisce a priorità “non generali”;

– gli apparati di polizia assumono il valore di potere esecutivo prevalente (esente dal rispetto della legge, come emerge dalla protervia con cui non accettano di esser giudicati per le uccisioni che avvengono nelle questure o per le torture di Bolzaneto);

– la sola magistratura “legittima” è solo quella che non interferisce con la legalità decisa dalle imprese, rivolgendo invece tutta la propria fantasia repressiva contro l’opposizione sociale e/o politica (il “modello Caselli” contro i No Tav, dunque, non certo il Nino Di Matteo che indaga sulla “trattativa Stato-mafia”).

Ma questi tre istituti del “nuovo senso comune” non godono davvero di buona fama tra “la gente”. Per questo diventano necessarie operazioni mediatiche come “Gli anni spezzati”; probabilmente altre ne seguiranno. Strumenti per veicolare la “rivoluzione passiva” nella società e creare una nuova scala di valori e riferimenti, posti di traverso a qualsiasi istanza di liberazione, ribellione, “rovesciamento del tavolo”.

Fascisti a Predappio

-A volte ritornano, verrebbe da dire. In occasione del 90esimo anniversario della Marcia su Roma, che segnò l’ascesa al potere del partito nazionale fascista e di Benito Mussolini, i nostalgici del Ventennio si sono ritrovati a Predappio, in Emilia Romagna, luogo di nascita e sepoltura del Duce, per ricodarlo. Con loro “Don” Giulio Maria Tam, lefebvriano che ha scelto la tonaca ma accanto al segno della croce non disdegna il saluto romano. Don Giulio ha letto il rosario per i camerati prima di lanciarsi in una sonora invettiva contro l’Islam e la politica italiana.Una visita alla villa in cui è nato il duce a Carpena, una foto ricordo nelle stanze di donna Rachele, il corteo con tricolori e simboli fascisti. Il tutto condito da una buona dose di fez, camice nere e saluti romani. Tanto folklore insomma per la celebrazione, che molti partecipanti non considerano solo una commemorazione.

 

La finanza solidale

Un incontro a porte chiuse con 150-200 esponenti della borghesia milanese che potranno tastare con mano la preparazione economica del candidato alle primarie del Pd Matteo Renzi. E anche un modo per allontanarsi dalle polemiche delle ultime ore: «Trovo ingiusto che il quotidiano fondato da Antonio Gramsci scriva che rottamazione è una parola fascistoide. Sentirsi dare del fascista è inaccettabile», ha replicato Renzi all’Unità. L’idea del dibattito, con le regole della Chatham House – secondo le quali i partecipanti sono liberi di utilizzare i contenuti ascoltati nell’incontro ma senza attribuirli ad alcuna fonte specifica – è del gestore Davide Serra, fondatore dell’hedge fund londinese Algebris. Il quale, come privato cittadino, sta supportando Renzi nella stesura della parte economica del suo programma con cui, se batterà Bersani, si presenterà alle elezioni della prossima primavera. A far scattare la scintilla tra i due è stata la comune partecipazione in gioventù al mondo degli scout, una scuola di vita secondo entrambi. All’invito di Serra questa sera risponderanno uomini e donne della finanza, imprenditori, avvocati, tra cui anche qualche nome ben conosciuto.

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