Auguri compagno Andrea

Non vogliamo unirci al coro istituzionale  a quelle corporazioni che hai sempre combattuto, che oggi si ritrovano per dedicarti una Piazza, preferiamo ricordarti  vicino agli ultimi, vicino  a chi è emarginato, nelle mille battaglie che da Partigiano a uomo di strada hai combattuto.

Auguri compagno Andrea

 

 

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7-7-1960 Strage di Reggio Emilia

Il contesto storico-politico

andreotti  e tambroniIl 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di “legge ed ordine”. La sua designazione segna un punto di svolta all’interno di un’acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall’astro nascente della DC Aldo Moro, che nell’ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere “popolare e antifascista” della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze.

Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l’operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l’invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un “governo del Presidente” che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un “gollismo italiano” caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del “partito-Gladio”: Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all’immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).

Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti “camalli”) risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età, in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista.

In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall’olimpionico Raimondo d’Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.

Il 7 luglio

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l’unico spazio consentito – la Sala Verdi, 600 posti – è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: “Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti”, ricorda un testimone, l’allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, “dove c’era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…”

1960-Reggio Emilia“Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza”. Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”.

In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L’agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s’inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”. Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia “Bobi”), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell’Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano “Modugno” grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell’eccidio: “Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue”.

Intanto l’operaio Marino Serri 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l’angolo della strada gridando “Assassini!”: cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.

In piazza Cavour c’è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: “Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due”. Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani – tra i quali è Rovacchi – a resistere: “La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo”.

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d’ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell’ospedale, testimonia di “feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro”. Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti”.

La caduta del governo Tambroni

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che “è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali”. Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per “non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti”: la polizia continua a sparare ad altezza d’uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all’impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.

A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: “mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione”. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di “accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti”. Altri 7 manifestanti rimangono feriti.

Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che “questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino”. Ma il governo è ormai nell’angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l’accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l’incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.

Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell’agente Celani. Il 14 luglio la Corte d’Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l’agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.

Girolamo De Michele

“VLADIMIR ILIC LENIN. Al Partito comunista russo” (di V. Majakovskij)


 

LA STORIA PERDUTA

lenin micio[…]

Ho incontrato un operaio analfabeta.
Non sillabava neppure una parola.
Ma aveva sentito la voce di Lenin
ed egli sapeva tutto.

Ho ascoltato
il racconto d’un contadino siberiano:
espropriarono le terre, le difesero con le baionette
e come un paradiso diventò il villaggio.
Essi mai avevano letto Lenin
né ascoltata la sua parola,
ed erano leninisti.

Ho visto montagne senza erbe né fiori.
Soltanto le nuvole pesavano sulle rocce
e nello spazio di cento chilometri
c’era un solo montanaro,
ma sopra il petto, sul vestito di stracci,
gli scintillava il simbolo di Lenin.

[…]

Quando d’un tratto, dietro la Neva,
dalla stazione di Finlandia,
attraverso il quartiere di Vyborg,
sulla città che già nuota in un velo di ghiaccio
rombò un treno blindato
e di nuovo il gelido vento impetuoso
sollevò le schiumose onde
della rivoluzione.
Camicie e berretti invasero la via Liteiny:
“Lenin è con noi, viva Lenin!”

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Piombino: come l’acciaio resiste la città

piombino Fer­mare l’altoforno è un atto cri­mi­nale. Testo chiaro e sin­te­tico, quello dei volan­tini che a cen­ti­naia pas­sano di mano, durante il blocco pome­ri­diano dell’unica strada di accesso alla città. A distri­buirlo ai pas­santi e alle auto ferme in coda, com­presi i vacan­zieri che devono imbar­carsi per l’Elba, sono gli ope­rai delle Accia­ie­rie.

Dopo il funerale che Grillo ha celebrato alcuni giorni fa, tra i fischi e le contestazioni degli operai della Lucchini, addirittura ad una manifestante che esprimeva dissenso sulla presenza propragandista del leader genovese, i penstallati – noti per la loro democrazia –  strappano il cartellone… Ma il comizio continua e  come sempre il comico carica di populismo e insulti il suo show, dalla peste rossa che li ha inebetiti per anni, arriva a sostenere che avere un lavoro dignitoso è un ricatto imposto dalla politica, per chiudere con la proposta rivoluzionaria del suo movimento, ovvero dare a tutti un reddito di cittadinanza di  circa 800 euro, peccato non dica dove troverebbe i miliardi di euro per farlo (visto che il governo attuale stenta a trovare 80 euro al mese per una parte molto inferiore di lavoratori).

Succede pero’ che i metalmeccanici di Piombino hanno una dignità e ci piace pensare che sia un rilancio della coscienza di classe, un messaggio forte e chiaro per i politicanti: vogliamo avere un lavoro e non un sussidio, vogliamo uno stipendio pieno e non le briciole, vogliamo continuare a produrre quell’acciaio che è l’unico nel paese per fare rotaie. Come puo’ un paese schiacciato dall’ennesima crisi del modo di produzione capitalista, da un capitalismo senza capitali che ha sempre instascato utili e socializzato le perdite, continuare a chiudere i nodi strategici  dell’industria? Ovviamente si ragiona sempre e solo nei termini dettati dalle leggi del mercato, del valore e profitto come totem invalicabili, dal possesso padronale dei mezzi di produzione, tutto deve girare attorno a delle regole che sono scientificamente la causa del problema, ma provare a percorrere vie alternative  allo sfruttamento è impensabile, improponibile, forse non la ricordano neanche gli operai questa via.

Cosa potrebbe fare uno stato davanti all’ennesimo fallimento  di un’azienda di queste proporzioni ? Continuare ad aiutare chi l’ha portata in quella condizioni? Chiuderla come è successo con molte altre ? Continuare ad erogare ammortizzatori sociali come la cassa integrazione?  Se invece provasse invertendo la tendenza a dichiarare il fallimento dei responsabili, con una “statalizzazione” dei mezzi di produzione, per consegnarli  nelle mani dei lavoratori, con un sistema non fondato sul saggio di profitto, sull’accumulazione di capitale, ma con una redistribuzioni degli utili in investimenti per innovazione,ricerca e nuovi posti di lavoro?

Ovviamente allo stato attuale questa ultima considerazione di dare l’opportunità ai lavoratori di gestirsi la propria azienda è un sogno difficilmente realizzabile in una società che misura tutto con denaro, potere, spettacolo,immagine, ma noi pensando alla resistenza degli operai metalmeccanici di Piombino, vogliamo crederci e  continuare a pensare un altro mondo possibile

akaGb

Profezie…

APEflyer

del Gruppo di studio Resistenze Metropolitane

L’ape e il comunista, pubblicato dalla rivista Corrispondenza Internazionale nel 1980, rappresenta il punto di approdo dell’analisi brigatista a nove anni dalla nascita dell’organizzazione. Scritto tra il 1979 e il 1980 dai militanti prigionieri reclusi nelle neonate carceri speciali in regime di articolo 90 (1), il testo appare come il tentativo di sintetizzare le conquiste teoriche e pratiche di un’organizzazione passata, in pochi anni, dagli incendi delle autovetture di qualche capetto inviso agli operai, al rapimento del presidente della Democrazia Cristiana.

Molti sostengono che, in realtà, ne L’ape e il comunista di attuale vi sia ben poco. Non siamo d’accordo. Esistono senz’altro parti dello scritto che possono apparire datate, slegate dalla realtà che ci circonda. Trattandosi di un testo complesso e che risale a più di trent’anni fa, è inevitabile che la sua interpretazione si presti a opposte valutazioni. Vi saranno senz’altro lettori e militanti che reputano “superati” I dannati della terra (2), Fratelli di Soledad (3), o il Che fare di Lenin; ciò non toglie che la scomparsa di questi testi dalle biblioteche, in particolare da quelle dei militanti politici, rappresenta una prospettiva inaccettabile.

Citiamo alcuni di questi passaggi come stimolo e introduzione alla lettura.

A proposito delle teorie del crollo spontaneo del capitalismo:

“La teoria marxista della crisi, nella misura in cui nega la possibilità di uno sviluppo illimitato ed equilibrato dell’accumulazione capitalistica, disperde le nebbie delle concezioni che deducono il comunismo dall’ingiustizia e dalla malvagità del capitalismo e dalla pura volontà rivoluzionaria del proletariato. […] Così, quando i soggettivisti sostengono che l’unica barriera del capitale è la lotta operaia, dimostrano solo di confondere la causa oggettiva della crisi con uno dei fattori che ne accelerano il corso.”

A proposito di certe teorie tanto in voga oggi e che spostano dalla sfera della produzione a quella della circolazione la contraddizione principale del sistema borghese:

“Interpretare le crisi come crisi di sottoconsumo e individuare così la contraddizione principale non nella produzione, ma nella circolazione, implica pertanto la possibilità di compiere un errore gravissimo: ritenere eliminabili le crisi intervenendo sulla circolazione, cioè sul movimento del denaro; sarebbe sufficiente aumentare la massa monetaria in circolazione e il problema sarebbe facilmente risolto, lasciando inalterato il modo di produzione capitalistico.”

Sulla questione della precarizzazione del lavoro, gli autori, analizzando i contenuti del Piano Triennale presentato dal governo italiano nel 1979, anticipano di trentacinque anni la situazione nella quale ci troviamo oggi:

“Si offre al proletariato di sostituire l’utilizzo parziale e illegale del lavoro nero, estendendo le condizioni di precarietà a tutto il mercato del lavoro, generalizzando questi rapporti di sfruttamento attraverso una forma di legittimazione garantita da un controllo concertato tra sindacati-imprenditori-governo.”

Sul destino dell’Italia gli autori furono profetici:

“Se continueremo a rimanere l’anello debole della catena imperialista, saremo il teatro di scontri ferocissimi fra grandi gruppi, terra di conquista delle multinazionali straniere più forti, un cimitero di piccole-medie-grandi imprese spazzate via dalla concorrenza più agguerrita del mondo, una vera colonia dell’epoca attuale. […] Le lavorazioni a maggior valore aggiunto saranno concentrate in USA, RFT (Germania, ndr) e Giappone; a noi resterà solo lo spazio di fare concorrenza nel costo del lavoro ai paesi emergenti.”

Altrettanto profetici lo furono sul reale significato dell’integrazione europea:

“L’operazione Europa è un progetto di ingegneria istituzionale e politica che risponde agli interessi economici esclusivi della borghesia imperialista e, in particolare, del suo segmento più forte, quello tedesco.”

A proposito della relazione tra lotta di classe e lotta rivoluzionaria:

“Alla coscienza della dicotomia tra lavoro salariato-capitale corrisponde una coscienza tradeunionistica; alla coscienza della contraddizione borghesia-proletariato corrisponde la coscienza comunista. Ma quest’ultima non discende dalla semplice esperienza di fabbrica e di lotta economica, la si può conquistare solo attraverso il rapporto della classe operaia con le altre classi e strati, attraverso il rapporto-scontro con la borghesia e il suo Stato, solo attraverso la lotta politica rivoluzionaria.”

A proposito della funzione dello Stato:

“Fuor di metafora, intendiamo dire che lo Stato, se da un lato opera in un rapporto di dipendenza sostanziale dal movimento del capitale, dall’altro maschera questa dipendenza finché gli è possibile, apparendo in superficie come formalmente indipendente. Questa simulazione, precisamente, è la condizione prima della sua funzione globale: quella di impedire la disintegrazione della formazione sociale minata dagli antagonismi di classe e, di conseguenza, garantire la riproduzione dei rapporti sociali e delle classi. […] Tocca ai media, principalmente, trasmettere linearmente e diffondere nei differenti containers e con gli opportuni adattamenti secondo i profili sociali di ciascuno, le ingiunzioni dello Stato: e su di essi riposa la buona riuscita di tutta l’operazione.”

Stimoli, ripetiamo, che suggeriamo solo per introdurre alla lettura del libro, attraverso i passaggi che ne anticipano meglio l’ampiezza teorica e argomentativa.

E’ morto Prospero Gallinari

gallinari
Si è spento stamattina Prospero Gallinari, ex militante delle Brigate Rosse, comunista fin dall’età della ragione


Il suo corpo senza vita è stato trovato nel garage della sua casa, probabilmente in seguito a un malore. Le sue condizioni di salute erano da molti anni precarie, essendo stato colpito dall’infarto ben tre volte, la prima delle quali nel 1982, a Torino, durante uno dei tanti processi che ha subito. Di recente era stato operato anche per un tumore. Aveva 62 anni, compiuti da pochi giorni.
La sua storia è indissolubilmente connessa a quella delle Brigate Rosse, per due episodi soprattutto: l’evasione dal carcere di Treviso, nel gennaio di ’77, e la partecipazione al sequestro di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana.
Di orgine contadina, nato a Reggio Emilia, cresce nei giovani comunisti, prendendo la prima tessera a 14 anni. Ma già a 9 partecipa ai funerali di massa dei “morti di Reggio Emilia”. Con il ’68 – a 17 anni – si allontana dal Pci, prende parte alle riunioni del cosiddetto “gruppo dell’appartamento”, composto da iscritti alla Fgci o al Pci in rotta con il partito ormai “riformista”.

Dallo stesso gruppo vengono molti altri brigatisti reggiani, che avranno un ruolo importante nella stessa fondazione delle Br, come Alberto Franceschini (poi pentito), Lauro Azzolini, Francesco Pelli (morto in carcere di leucemia), Roberto Ognibene, Francesco Bonisoli, Tonino Paroli, ecc.
Arrestato una prima volta nel 1974, insieme ad Alfredo Bonavita, viene processato a Torino in quello che resterà noto come il processo al “nucleo storico” delle Br. Nei primi giorni del gennaio del ’77, però, riesce ad evadere dal carcere di Treviso.
Prende parte al sequestro di Moro prima come componente del nucleo che agisce in via Fani, e poi come uno dei “custodi” del prigioniero, insieme a Mario Moretti, Anna Laura Braghetti e Germano Maccari (a sua volta morto in carcere per un infarto).
Nel maggio del 1979, nella sparatoria successiva all’occupazione della sede regionale della Dc in piazza Nicosia, rimane leggermente ferito. Gli va molto peggio nel settembre dello stesso anno, quando viene colpito a una gamba e alla testa da una raffica di mitra sparata dalla polizia, mentre stava cambiando le targhe a una macchina da usare per un’azione. Si riprende anche da questo “infortunio sul lavoro” e partecipa a tutti i processi che nel frattempo vengono celebrati contro le Br in tutta Italia, quando l’organizzazione guerrigliera – ormai chiaramente alle corde – non era più un pericolo importante.
Partecipa all’elaborazione teorica e storica che prova a dare una lettura anche della sconfitta, combattendo sempre con ironia e decisione “pentiti” e “dissociati”. Nell’82, come detto, il primo infarto, cui ne seguiranno presto altri due. Ciò non impedì, però, di progettare un’evasione da Rebibbia; altri quattro suoi compagni si impegnarono nello scavo di un tunnel chilometrico.

A chi cercava di guadagnarsi una paga con la dietrologia (i costruttori di “misteri”, in genere provenienti proprio dall’ex Pci, ma non solo), e faceva finta di interrogarsi su come avesse potuto un’organizzazione così durare per tanto tempo, un giorno rispose: «Eravamo clandestini per lo Stato, non per le masse. Vi piaccia o non vi piaccia era così l’Italia di quegli anni, altrimenti un’organizzazione come la nostra non avrebbe potuto restare in piedi per tanto tempo».
Nel 1988 è tra i prigionieri che prende atto della fine dell’organizzazione: “Oggi, ottobre 1988 le Brigate Rosse coincidono di fatto con i prigionieri delle Brigate Rosse”. Una presa d’atto esplicitamente motivata con la necessità di non lasciare la sigla a disposizione di provocatori, ecc.
Nel 1996 la sua condanna all’ergastolo viene “sospesa per motivi di salute” e fa ritorno nella sua Reggio Emilia, dove viene accolto dall’affetto e dalla solidarietà di tutti i compagni, anche quelli che non erano stati sulle sue posizioni, ma ne conoscevano l’integrità politica e morale. Anche in questa condizione non mancano le piccole vessazioni quotidiane, come gli orari vincolanti per l’uscita e il rientro a casa (Prospero si guadagna da vivere lavorando, naturalmente).
Nel 2006 si era raccontato con un libro, “Un contadino nella metropoli”.

 Ci uniamo al dolore della sua compagna e di familiari, amici, compagni.

Qui una sua intervista del 2011, due parti.
La prima:

La seconda:

In un’altra intervista, del 2007:

TRATTO DA

http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/13841-e-morto-prospero-gallinari

La rifondazione della sinistra

Dalle grandi promesse e nuovi orizzonti che il partito Bertinottiano proponeva quando entrava in scena  nel lontano 1991 (data scioglimento del P.C.I ) al desolante quadro di fratture-correnti /nascita di partiti  rappresentativi dei deputati fuoriusciti , be’ tutto questo è davvero l’istantanea della situazione politica italiana. L’unione della sinistra è quella che vedete nell’immagine, importante è raggiungere  lo 0, 05 per sperare di avere rimborsi o finanziamenti ai vari loghi comunisti che sono unicamente la rappresentazione di se stessi.

 

 

La seconda crisi generale del capitalismo di estrema attualità

Nei trenta anni (1945-1975) trascorsi dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale la borghesia imperialista ha di nuovo esaurito i margini di accumulazione che si era creata con gli sconvolgimenti e le distruzioni delle due guerre mondiali. Dagli anni settanta il mondocapitalista è entrato in una nuova crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale.(*) L’accumulazione del capitale non può più prose guire nell’ambito degli ordinamenti interni e internazionali esistenti.

Di conseguenza il processo di produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza dell’intera società è sconvolto ora in un punto ora in un altro in misura via via più profonda e sempre più diffusamente. Apparentemente i capitalisti sono alle prese ora con l’inflazione e la stagnazione, ora con l’oscillazione violenta dei cambi tra le monete; qui con l’ingigantirsi dei debiti pubblici, là con la difficoltà di trovare mercati per le merci prodotte; un momento con la crisi e il boom delle Borse e un altro momento con 1a sofferenza dei debiti esteri e la disoccupazione di massa.
Essi e i loro portavoce non possono compren-dere la causa unitaria dei problemi che li assillano Ma la sovrapproduzione di capitale produce i suoi effetti anche se i capitalisti non la  riconoscono e anche se non ne hanno coscienza alcuna gli intellettuali la cui comprensione degli avvenimenti non supera gli orizzonti entro i quali i capitalisti sono rinchiusi dai loro interessi materiali, nonostante che alcuni di questi intellettuali si proclamino marxisti e perfino marxisti-leninisti e marxisti-leninisti-maoisti. I contrasti economici tra i gruppi imperialisti diventano nuovamente antagonisti: la torta da dividere non aumenta quanto necessario per valorizzare tutto il capitaleaccumulato e ogni gruppo può crescere solo a danno degli altri.
In tutti i paesi imperialisti i contrasti economici tra la borghesia imperialista e le masse popolari stanno diventando di nuovo aperta-mente antagonisti. In tutti i paesi imperialisti la borghesia sta eliminando una dopo l’altra le conquiste che le masse lavoratrici avevano strappato o abrogandole (scala mobile, stabilità del posto di lavoro,contratti nazionali collettivi di lavoro, ecc.) o lasciando andare in malora o privatizzando le istituzioni in cui esse si attuavano (scuola dimassa, istituti previdenziali, sistemi sanitari, industrie pubbliche, edilizia pubblica, servizi pubblici, ecc.). Il capitalismo dal volto umano ha fatto il suo tempo. In tutti i paesi imperialisti la borghesia viene via via abolendo quei regolamenti, norme, prassi e istituzioni che nel periodo di espansione hanno mitigato o neutralizzato gli effetti più destabilizzanti e traumatici del movimento dei singoli capitali e le punte estreme dei cicli economici.

Ora, nell’ambito della crisi, ogni frazione di capitale trova che quelle istituzioni sono un impedimento inaccettabile alla libertà dei suoi movimenti per conquistarsi spazio vitale. La liberalizzazione, la privatizzazione delle imprese economiche statali e in generale pubbliche sono all’ordine del giorno in ogni paese imperialista. La parola d’ordine della borghesia è in ogni paese “flessibilità” dei lavoratori,cioè libertà per i capitalisti di sfruttare senza limiti i lavoratori.
Ciò rende instabile in ogni paese imperialista il regime politico,rende ogni paese meno governabile con gli ordinamenti che fino ad ie-
ri avevano funzionato. I tentativi di sostituire pacificamente questi ordinamenti con altri, che in Italia si riassumono nella riforma della Costituzione, vanno regolarmente in fumo. In realtà non si tratta di cambiare regole, ma di decidere quali capitali vanno sacrificati perché altri possano valorizzarsi e nessun capitalista è disposto a sacrificarsi.

Tra capitalisti solo la guerra può decidere. Infatti nelle relazioni tra i gruppi borghesi la parola non è più principalmente all’accordo e alla spartizione, ma è principalmente alla lotta, all’eliminazione e alle armi. Tentativi, a livello interno e internazionale (ONU), di ridurre l’espressione politica dei contrasti proprio perché questi crescono, espansione del ricorso delle classi dirigenti a procedure criminali e a milizie extralegali e private, creazione di barriere elettorali, accrescimento delle competenze dei governi e degli apparati amministrativi a spese delle assemblee elettive, restrizione delle autonomie locali, limitazione per legge degli scioperi e delle proteste, ecc. sono all’ordine del giorno in ogni paese imperialista. Le misure e, ancora più, le operazioni repressive dilagano in ogni paese. L’aumento della repressione delle masse popolari è la risposta che la borghesia dà universalmente a ogni contrasto economico e sociale che essa stessa genera.

Ogni Stato imperialista per ostacolare la crescita dell’instabilità del regime politico nel proprio paese deve sempre più ricorrere a misure che accrescono l’instabilità di altri Stati: dall’abolizione nel 1971 della convertibilità del dollaro in oro e del sistema monetario di Bretton Woods, alla politica degli alti tassi d’interesse e dell’espansione del debito pubbli- co seguita dal governo federale USA negli anni ‘80, alle misure prote- zionistiche e di incentivazione delle esportazioni commerciali sempre più spesso adottate da ogni Stato, alla guerra che si profila tra i sistemi monetari del dollaro e dell’euro, all’aggressione dei paesi oppressi le cui Autorità oppongono ostacoli alla ricolonizzazione (in primo luogo i paesi arabi e musulmani: Iraq, Afghanistan, ecc.).

“Mondializzazione” è diventata la bandiera che copre e giustifica le brigantesche aggressioni degli Stati e dei gruppi imperialisti in ogni angolo del mon-do, la nuova “politica delle cannoniere”. La lotta per la sopravvivenza del suo ordinamento sociale spinge la borghesia imperialista ad allargare e a rendere più spietata la guerra di sterminio(*) non dichiarata che essa conduce contro le masse popolari in ogni angolo del mondo. Milioni di uomini e donne, bambini e anziani, di ogni età, razza e paese, vengono ogni anno uccisi dalle guerre, dalle privazioni, dall’inquinamento,dal saccheggio del territorio, dalla depravazione e da malattie curabili.
Una parte importante dell’umanità è relegata a vivere in condizioni di miseria, di emarginazione sociale, di ignoranza, di abbrutimento intel-lettuale e morale, di precarietà. Ciò contrasta non solo con i sentimenti e le concezioni che oramai gli uomini hanno sviluppato in massa, ma anche con le possibilità materiali e intellettuali disponibili e genera nelle masse popolari una resistenza sempre più diffusa e accanita.

La lotta per la direzione di questa resistenza è l’oggetto della lotta politica del periodo in corso.
La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale ha dato luogo alla seconda crisi generale del capitalismo: una crisi economica che trapassa in crisi politica e culturale. Una crisi mondiale, una crisi di lunga durata.

La maggior parte dei paesi semicoloniali è diventata dapprima un mercato dove i gruppi imperialisti hanno riversato le merci che la sovrapproduzione di capitale rendeva eccedenti; poi un campo in cui gli stessi gruppi hanno impiegato come capitale di prestito i capitali ad opera compiuta li abbandonano e si trasferiscono in altri paesi. I paesi coloniali vengono ridotti nuovamente al rango di colonie, ma ora di colonie collettive dei gruppi imperialisti, sicché nessuno di questi assume alcuna responsabilità per la conservazione a lungo termine delle fonti di profitto e di rendita. L’emigrazione selvaggia e atroce di masse di lavoratori e una sequela interminabile di guerre sono le inevitabili conseguenze di questa nuova colonizzazione.
Nella maggior parte dei primi paesi socialisti(*) i regimi instaurati dai revisionisti moderni si sono trovati dapprima schiacciati nella morsa della crisi economica in corso nei paesi imperialisti da cui si erano resi dipendenti commercialmente, finanziariamente e tecnologicamente, quindi sono crollati rivelando la fragilità politica dei regimi stessi.
La borghesia ha dovuto prendere atto che era impossibile restaurare gradualmente e pacificamente il capitalismo e ha precipitato questi paesi in un turbine di miseria e di guerra, aprendoli alla restaurazione violenta e a qualsiasi costo. Il sistema imperialista li ha ingoiati, ma non riesce a digerirli. Anzi essi hanno accelerato il procedere della crisi generale anche nei paesi imperialisti.
Tutto ciò viene creando una nuova situazione di guerra e di rivoluzione, analoga a quella che esisteva all’inizio del secolo scorso. Il
mondo deve cambiare e inevitabilmente cambierà. Gli ordinamenti attuali dei paesi imperialisti e le attuali relazioni internazionali ostacolano la prosecuzione dell’accumulazione di capitale e quindi saranno inevitabilmente sovvertiti.
Saranno le grandi masse, prendendo l’una o l’altra strada, a “decidere” se il mondo cambierà ancora sotto la direzione della borghesia creando ordinamenti diversi di una società ancora capitalista o se cambierà sotto la direzione della classe operaia e nell’ambito del mo-
vimento comunista, creando una società socialista.

Ogni altra soluzione è esclusa dalle condizioni oggettive esistenti: gli sforzi dei fautori di altre soluzioni in pratica faranno il gioco di una di queste due soluzioni che sono le uniche possibili. Questa è la nuova situazione rivoluzionaria in sviluppo che si sta sviluppando e nella quale si svolge e si svolgerà il nostro lavoro di comunisti. Le divergenze importanti tra i comunisti e la confusione che ancora regna nelle nostre fila riguardano appunto il riconoscimento che siamo nuovamente in una situazione rivoluzionaria in sviluppo e la linea da adottare per sviluppare da essa la rivoluzione e condurla fino all’instaurazione di nuovi paesi socialisti.
La borghesia imperialista cerca di superare l’attuale crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale e conquistarsi così un altro periodo
di ripresa, con l’integrazione degli ex paesi socialisti nel mondo imperialista, con la ricolonizzazione e un maggiore grado di capitalizzazione dell’economia dei paesi semicoloniali e semifeudali, con una distruzione di capitale di dimensioni adeguate negli stessi paesi imperialisti. Essa combina queste tre soluzioni variamente da paese a paese e di fase in fase. Ognuna di queste soluzioni porta anzitutto a un periodo di guerre e di sconvolgimenti. Ogni guerra è e sarà ovviamente presentata alle masse nella veste più lusinghiera: di spedizione umanitaria, di guerra per la pace, di guerra per la giustizia, di guerra per la difesa dei propri diritti e bisogni vitali, di guerra contro il terrorismo, di ultimaguerra.

Ma l’esito di questo periodo e la direzione che prenderà la mobilitazione delle masse che in ogni caso si svilupperà, e che la stessa
borghesia imperialista in ogni caso dovrà promuovere, sarà deciso dalla lotta tra le Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista e le forze soggettive della borghesia imperialista. In definitiva il dilemma è o la rivoluzione precede la guerra o la guerra genera la rivoluzione.
La classe operaia può infatti superare l’attuale situazione rivoluzionaria prendendo la direzione della mobilitazione delle masse popolari e guidandole alla lotta contro la borghesia imperialista fino a conquistare il potere e avviare la transizione dal capitalismo al comunismo su scala maggiore di quanto è avvenuto durante la prima crisi generale. Questa è la via della ripresa del movimento comunista già in atto nel mondo, che ha i suoi punti qualitativamente più alti nelle guerre popolari rivoluzionarie già in fase avanzata in alcuni paesi (Nepal, India, Filippine, Perù, Turchia).

 

ciao Eric

Fonte : http://www.militant-blog.org

«I liberalismi politico ed economico, da soli o in combinazione, non possono fornire la soluzione ai problemi del XXI secolo. È ora di prendere di nuovo Marx sul serio»: così Eric J. Hobsbawm concludeva, nel 2011, la sua raccolta di saggi sullo sviluppo e l’impatto del pensiero di Marx, intitolata significativamente Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo.

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Roma: Chiusa con un blitz infame la casa di Carla Verbano

Giovedi 27 settembre, con un blitz infame, senza preavvisare i compagni e le compagne, la Regione Lazio, proprietaria della casa in cui era in affitto da oltre 40 anni Carla Verbano, ha mandato una squadra di operai che ha blindato la porta con degli infissi laterali di ferro (ma non l’hanno sradicata e non hanno alzato nessun muro esterno così come si era temuto in un primo momento)

Incredibilmente gli operai hanno buttato letteralmente sul pianerottolo il divano sul quale è morto Valerio Verbano, giovane militante di Autonomia Operaia assassinato da un commando fascista il 22 febbraio del 1980.
.Per fortuna il divano è stato recuperato da alcuni compagni e “messo al sicuro”.

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3 settembre 1969: muore Ho Chi Minh

l 3 Settembre ad Hanoi, nel Vietnam del Nord, all’età di 79 anni morì Ho Chi Minh.
All’epoca della morte ancora presidente, Ho Chi Minh ebbe una vita intensissima.
Nato il 19 maggio 1890, si spostò moltissimo in gioventù trasferendosi in Francia, Stati Uniti e Inghilterra. In questi paesi condusse una vita umilissima, lavorando perlopiù come aiuto cuoco. Nonostante il padre fosse un convinto anticolonialista, Ho Chi Minh iniziò ad interessarsi alla politica solamente quando tornò in Francia per la seconda volta, nel 1919, all’età di 29 anni.Avvicinatosi dapprima al partito socialista, divenne poi uno dei fondatori del Partito Comunista Francese.

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