5 giugno 1975…Addio Mara

Mara_CagolAnche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori per Mara Cagol
erano rossi, erano rose rosse
e le ha lasciate lì solo per ricordare
che non bisogna più che il sangue scorra invano
Anche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori
per te erano rossi di rosso desiderio

Sulla collina riecheggiano gli spari di una giustizia che non ci appartiene
di collina in collina soffia un vento pesante
tutto sembra distante, ma tu sei vicina.

Anche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori per Mara Cagol
erano rossi, erano rose rosse
un attimo prima non c’erano l’attimo dopo eccole lì
sono come apparse è stato il sole a scoprirle.
Anche quest’anno qualcuno ha portato dei fiori affinché
fosse possibile non dimenticare la storia e la tragedia
di quell’Italia tradita.

Sulla collina riecheggiano gli spari di una giustizia che non ci appartiene
e di collina in collina soffia un vento pesante
tutto sembra distante ma tu sei vicina.
Sulla collina una battaglia senza vinti né vincitori
di collina in collina soffia un vento incostante
tutto sembra distante, ma tu sei vicina.

da BANDE RUMOROSE  http://www.antiwarsongs.org/chisiamo.php?lang=it

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Brescia quarant’anni dopo, strage senza un colpevole

piazza-della-loggia

Quarant’anni. Un tempo suf­fi­ciente a veder pas­sare due gene­ra­zioni. Nelle scuole, nei par­titi, nei sin­da­cati, in città. E ancora per la magi­stra­tura non c’è un col­pe­vole per la strage del 28 mag­gio 1974. Quella bomba nasco­sta in un cestino, esplosa in Piazza della Log­gia men­tre era in corso una mani­fe­sta­zione anti­fa­sci­sta, fece otto morti e più di cento feriti. E fu forse l’attentato più gra­vido di impli­ca­zioni della sta­gione delle stragi: colpì al cuore il movi­mento dei lavo­ra­tori, nella città con il fer­mento sin­da­cale più temi­bile in Ita­lia, sul cri­nale degli anni ’70.

Le Poste Ita­liane hanno deciso di dedi­care un fran­co­bollo al qua­ran­te­simo anni­ver­sa­rio della strage di Piazza Log­gia, men­tre nelle aule giu­di­zia­rie rico­min­cia — come dispo­sto lo scorso 21 feb­braio dalla Cas­sa­zione — il pro­cesso a carico di due degli impu­tati assolti in primo e secondo grado: il capo dell’organizzazione neo­fa­sci­sta veneta Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, e il col­la­bo­ra­tore del Sid, l’allora ser­vi­zio segreto mili­tare, Mau­ri­zio Tramonte.

Nei loro con­fronti, ha sta­bi­lito la suprema corte, si è veri­fi­cato «un iper­ga­ran­ti­smo distor­sivo della logica e del senso comune» che ha por­tato a con­clu­sioni «illo­gi­che e apo­dit­ti­che» da parte dei giu­dici della corte d’Assise d’Appello di Bre­scia, che il 14 aprile 2012 aveva assolto tutti gli impu­tati. Tra­monte (la «fonte Tri­tone» del Sid), con­si­de­rato infor­ma­tore ed infil­trato dei ser­vizi negli ambienti della destra ever­siva, era un per­so­nag­gio troppo interno ai neo­fa­sci­sti veneti e «non rac­con­tava al mare­sciallo Felli — scri­vono i giu­dici di Cas­sa­zione — tutto cio’ che sapeva o aveva fatto». Men­tre nei con­fronti di Maggi, medico vene­ziano e capo indi­scusso di Ordine Nuovo, sareb­bero stati svi­liti nume­rosi indizi, come il soste­gno allo stra­gi­smo ever­sivo di destra e il fatto che «l’ordigno esplo­sivo sia stato con­fe­zio­nato uti­liz­zando la geli­gnite di pro­prietà di Maggi e Digi­lio», neo­fa­sci­sta esperto di esplo­sivi — quest’ultimo — legato ai ser­vizi sta­tu­ni­tensi, morto nel 2005.

Ma ormai le prove che dove­vano spa­rire sono spa­rite (la piazza fu «lavata» imme­dia­ta­mente dopo l’attentato) e le infor­ma­tive che non dove­vano arri­vare non sono arri­vate. Come quella inviata dai ser­vizi segreti dal cen­tro di Padova a Roma, indi­riz­zate all’allora capo del Sid, Gia­na­de­lio Maletti, e riguar­dante la riu­nione in cui si sarebbe deciso l’attentato: «Maletti su una di que­ste infor­ma­tive scri­verà: “Noti­zia impor­tante, pas­sare alla magi­stra­tura” — ricorda Man­lio Milani, pre­si­dente dell’associazione fami­gliari delle vit­time della strage di Piazza Log­gia — Ma alla magi­stra­tura non arri­ve­ranno mai». Omis­sioni e depi­staggi che hanno accom­pa­gnato tutta la sto­ria delle inda­gini sulla strage del ’74: «Quando Maletti nell’agosto del 74 viene inter­ro­gato dalla magi­stra­tura, dirà che in quel momento — pro­se­gue Milani — i ser­vizi segreti non sape­vano asso­lu­ta­mente nulla. Tiene nasco­sto l’appunto. Nel 2010 abbiamo sen­tito l’ex gene­rale in video­con­fe­renza (Maletti è tut­tora in Suda­frica) la rispo­sta è stata che non si ricor­dava più di quell’aspetto». Al di là delle trame e dei con­tatti asso­dati tra i ser­vizi e gli estre­mi­sti di destra «l’ultima sen­tenza — spiega ancora Milani — ha fis­sato alcuni ele­menti impor­tanti: è asso­dato che tra il ’69 e il ’74 ha ope­rato un unico gruppo neo­fa­sci­sta facente capo a Ordine Nuovo. E che colui che ha costruito l’ordigno por­tato in Piazza Log­gia, Carlo Digi­lio, era già stato con­dan­nato per la strage di Piazza Fon­tana del 12 dicem­bre 1969. Que­sto cer­ti­fica la con­ti­nuità di quel progetto».

Comandanta Laura Villa delle FARC-EP: per produrre cambiamenti fondamentali bisogna prendere decisioni radicali

lauravilla

foto di Prensa Latina

testo di Ida Garberi

“La nostra lotta rivoluzionaria è giusta ed improrogabile,
e pertanto impossibile da sconfiggere”.
Manuel Marulanda Velez 

Il fatto di vivere a Cuba e soprattutto a L’Avana mi ha dato, più di una volta, il privilegio di conoscere persone molto speciali che stanno scrivendo le pagine della storia dell’America Latina.

Questa volta sono i compagni e le compagne, guerriglieri e guerrigliere delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), impegnati nella capitale cubana negli accordi di pace per Colombia, un paese afflitto da una guerra civile dal lontano 1948, quando l’assassinio fascista di Jorge Eliecer Gaitan ha diviso il popolo colombiano in due grandi fronti e che dopo quasi 66 anni continua a macchiare di sangue il suo territorio.

Dopo l’orrendo omicidio, incominciò una lotta armata nel paese, dove nel 1964, si fondarono ufficialmente le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo, un gruppo di uomini e donne che, come canta Fito Paez, quando tutti pensavano che tutto fosse già perso, sono venuti ad offrire i loro cuori.

Sì, perché come disse il Che Guevara, le FARC-EP sono “persone conseguenti con tutti ed ognuno di loro paga puntualmente la sua quota di sacrificio cosciente di ricevere il premio nella soddisfazione del dovere compiuto, coscienti di avanzare con tutti verso l’Uomo Nuovo che si scorge all’orizzonte”, e per questa ragione possono lottare armati con fucili nella selva colombiana, ma anche sedersi al tavolo della pace a L’Avana ed affrontare armati, solo con le parole, un’altra sfida molto difficile.

Nell’Hotel Palco della capitale, ho il gran onore di chiacchierare con la comandanta Laura Villa, una delle guerrigliere presenti nella delegazione delle FARC-EP per i dialoghi di pace.

“Prima di tutto, voglio inviare un saluto fraterno a te e per tutti i lettori della stampa alternativa che fa un lavoro molto importante per informare costruendo verità ed istruire ideologicamente i popoli del mondo”. Così Laura incomincia a rispondermi quando gli domando perché volle unirsi alle FARC-EP: “Sono entrata nella guerriglia perché sono colombiana, nacqui 30 anni fa in un paese dove da molto tempo hanno governato sempre la disuguaglianza e l’ingiustizia. Oggi stesso abbiamo 30 milioni di poveri, nefasti servizi di salute e di educazione ed un livello di disoccupazione spaventoso. Per me vedere il nostro popolo completamente schiavo dell’imperialismo nordamericano è qualcosa di molto doloroso. Io nacqui in una famiglia piccolo-borghese ed ho avuto la fortuna di frequentare l’università e finire i miei studi come medica chirurga. Quando finii il corso all’università, sono incominciati dei grandi dubbi dentro di me su come potevo aiutare Colombia affinché fosse un paese migliore, e subito sono stata sicura, e continuo ad esserlo, che ho scelto la strada giusta per una Colombia più equa per il mio popolo. Chiaro, ho dovuto sacrificare molte cose ma, tutto questo, mi rende una donna ed una persona migliore”.

“Pensai anche di dedicarmi semplicemente ad essere medica per i contadini, tra gente povera, ma mi resi conto che sarei stata una scientifica con le mani legate, perché per i poveri non ci sono medicine, non ci sono letti negli ospedali, la gente rimane prostrata nei servizi di urgenza dove la trattano come se fossero numeri senza volto o merci senza valore. Per ottenere dei cambiamenti fondamentali, bisogna prendere delle decisioni radicali, entrare nelle FARC-EP è stata la decisione più importante della mia vita e non mi pento di niente”.

“Una delle cose migliori di essere una guerrigliera delle FARC-EP è studiare per superarsi, bisogna apprendere conoscenze politiche e militari, a parte di continuare a migliorare nella tua carriera di studi ed imparare ad essere una medica efficiente vivendo nella natura. La selva è un ambiente molto sano, pieno di ossigeno, dove si trovano medicine naturali. Io mi dedico anche ad istruire il popolo affinché possa curarsi, non solo sono medica, bensì anche maestra, abilito infermiere ed infermieri, tecnici e tecniche, è bello vedere come la gente impara ad essere indipendente”.

“Chi come me è medico, deve sapere organizzare la salute per i più di 80 fronti e le distinte compagnie della guerriglia, non si fanno soli interventi di urgenza, bensì cicli programmati per curare varici o ernie, si fanno sverminazioni,… noi non vogliamo rubare allo stato la sua funzione, semplicemente il sistema di salute non esiste per i poveri, non appare da nessuna parte. Le FARC-EP non sono solamente fucili e battaglie, ci preoccupiamo integralmente per gli umili. Per noi, i guerriglieri, è fondamentale non andare all’ospedale, è un luogo molto pericoloso che serve per farci arrestare, non per curarci: sappiamo perfettamente che nelle prigioni colombiane sono più di 8000 i prigionieri politici in condizioni deplorevoli ed il presidente Santos non permette la visita delle organizzazioni dei diritti umani per alleviare le situazioni”.

Parlando della doppia morale di Santos, ricordo a Laura che quando arrivò a Cuba nell’aprile del 2013, col guerrigliero Ignacio Ibañez, Uribe consegnò le coordinate del punto della selva dove loro si sarebbero incontrati con la Croce Rossa per poi volare a L’Avana, arrischiando le loro vite. Questo è solo un piccolo esempio di quello che fa Santos, che dice di cercare la pace e non ha mai concesso un cessate il fuoco per dimostrare la sua vera volontà di abbandonare le armi.

“Io non ho saputo nulla di quello che era successo fino a quando non sono arrivata a Cuba. Uribe consegnò le coordinate ad un alto comando militare dell’esercito creando una situazione ambigua e contraddittoria. Santos aveva detto che non sapeva niente e che avrebbe castigato i colpevoli e fino al giorno di oggi è stata solo una menzogna in più, tutto è caduto nella dimenticanza. L’atteggiamento del presidente Santos è più elettorale che di pace, un’altra incongruenza è il referendum sui dialoghi di pace che ha deciso senza consultarci. È molto duro per noi sviluppare i dialoghi di pace mentre la guerra continua feroce ed i compagni e le compagne muoiono, noi siamo stati gli unici a concedere un cessate il fuoco; ed inoltre si continuano a perseguire le manifestazioni e gli scioperi del popolo, in Colombia l’impunità è totale per chi governa”.

Le FARC-EP hanno ottenuto da poco che lo stato colombiano togliesse l’ordine di cattura di Julian Conrado, guerrigliero che si trovava in Venezuela e che ha potuto volare a L’Avana per incorporarsi ai dialoghi di pace: domando a Laura se questo è un segno positivo per raggiungere l’arrivo a L’Avana di un altro prigioniero politico delle FARC-EP, Simon Trinidad.

“Noi l’aspettiamo con molta fiducia, Simon Trinidad è un delegato plenipotenziario nei dialoghi di pace. Lottiamo fino all’impossibile per vederlo arrivare qui. La lotta che Simon sta facendo nelle prigioni dell’impero nordamericano è impressionante, è in un isolamento inumano perché è un esempio di resistenza rivoluzionaria, tutto quello che facciamo per chiedere la sua libertà è molto poco in confronto al suo valore umano. Julian Conrado sarà un assessore del processo, però prima dovrà risolvere i suoi problemi di salute”.

Come giornalista, io credo che la stampa tradizionale in Colombia è molto ipocrita, non si preoccupa di denunciare la situazione dei prigionieri politici nei carceri, è uno strumento di guerra (nel II Vertice della CELAC a L’Avana, il presidente Rafael Correa definì le multinazionali della stampa come armi di distruzione di massa della verità), si dedica a campagne di discredito, a ripetere 1000 volte una bugia affinché sia una verità: poco tempo fa ha cercato di screditare Laura dicendo che non era medica, che non era qualificata per stare nel tavolo di pace ed ha pubblicato una sua foto con Ivan Marquez e Jesus Santrich su un catamarano, come se stessero villeggiando a L’Avana.

Domando a Laura se si sentì male per tutto questo e lei mi risponde che “non mi preoccupa quello che dice lo stato fascista della Colombia, il momento della foto era un recesso dei dialoghi e c’invitarono, se una stampa ingannevole dice bugie su di noi, dimostra solo quello che è veramente. Io sono orgogliosa di quello che dice il popolo colombiano e dell’energia che ha per fare manifestazioni, in questo momento, contro lo stato, mi permette di continuare con molto coraggio. Hai fatto caso che la stampa fascista elogia le donne della delegazione dello stato, grandi complimenti per loro e noi siamo le fallite, le incompetenti. Le guerrigliere sono quasi la metà della delegazione e tutte abbiamo già dimostrato che siamo disposte a sacrificare la vita per il popolo colombiano”.

È vero quello che dice Laura, inoltre io credo che per nascondere il carattere maschilista e patriarcale dello stato fascista della Colombia dopo l’inizio dei dialoghi, Santos è stato costretto ad incorporare due donne nella sua delegazione… quasi obbligato per la sorprendente presenza di donne tra le FARC-EP.

Laura mi ricorda la triste situazione della donna in Colombia che molte volte come capo di famiglia deve lavorare per mantenere i figli, ricevere salari più bassi degli uomini e lottare senza fermarsi per riuscire a far valere i suoi diritti.

“Noi, le guerrigliere abbiamo un blog, http://www.mujerfariana.co, dove scriviamo articoli sulla realtà nazionale, con uno sguardo femminile e lottatore, raccontiamo le nostre esperienze nella selva, pubblichiamo libri e poemi. Cerchiamo che si faccia coscienza nel paese che la donna è l’attrice principale in tutti i processi, per esempio, è fondamentale per potere ottenere la pace, ed inoltre, la donna è stata e sarà sempre il cuore di ogni Rivoluzione per liberare i popoli, e non lo dico io, ce lo insegna la Storia”.

Nell’ultima domanda, trattiamo il tema del sindaco di Bogotà, Gustavo Petro, che è stato sospeso dal procuratore generale per presunte illegalità.

“Qui tu puoi renderti conto che in Colombia non esiste la democrazia: come può un procuratore generale, funzionario eletto dalle alte sfere dello stato, mettersi al di sopra della volontà del popolo, che ha scelto il sindaco?
Per ciò, il punto della partecipazione politica nei dialoghi di pace è fondamentale e chiave per ottenere armonia e democrazia, è vitale un’assemblea costituente in Colombia per una riforma elettorale, una riforma della giustizia, una riforma delle strutture militari affinché sia una vera pace, con rispetto per la vita e per l’opposizione”.

Auguri Mumia ai tuoi 60 anni rubati

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Filadelfia, 24 aprile 1954 nasce  Wesley Cook, al liceo sceglie il nome in lingua swahili Mumia,sotto l’influenza di un insegnante d’origine kenyota a cui aggiunse Abu-Jamal alla nascita del suo primo figlio, Jamal. All’età di 14 anni, nel 1968, a Filadelfia, Mumia viene arrestato e malmenato per aver protestato contro un meeting del Partito Democratico e del candidato segregazionista alle elezioni presidenziali, George Wallace, ex governatore dell’Alabama.

Poco dopo, fu schedato dall’FBI per aver voluto ribattezzare il suo liceo col nome di Malcolm X. Nel 1969   incaricato dell’informazione nella sezione di Philadelphia del partito delle Pantere Nere. L’FBI lo considerava come una delle persone «da sorvegliare e internare in caso d’allerta nazionale». Fu uno dei bersagli del “Cointelpro” (programma d’infiltrazione e di controspionaggio) di cui sarebbero stati vittime Leonard Peltier e altri membri delle Pante Nere

Divenuto giornalista radio, premiato con numerosi riconoscimenti, Mumia era soprannominato «la voce dei senza-voce» per la sua critica della corruzione della polizia e dei dirigenti politici locali. Dopo il 1978 denunciò la violenta repressione che colpì la comunità MOVE e, nel 1981, seguì il processo contro il suo fondatore, John Africa, che fu infine prosciolto. Il sostegno di Mumia a MOVE esasperò i politici e la polizia di Filadelfia e gli valse il licenziamento da una delle stazioni radio dove lavorava. Per mantenere la sua famiglia, Mumia fu costretto a lavorare come tassista di notte.

Il 9 dicembre 1981, all’alba, Mumia Abu-Jamal fu gravemente ferito nel corso di una sparatoria nel quartiere sud della città, dove aveva appena portato un cliente. Arrestato, fu accusato dell’omicidio di un poliziotto, Daniel Faulkner, ucciso in quella sparatoria. Malgrado i suoi dinieghi e l’assenza di suoi precedenti giudiziari, un’inchiesta molto discussa (a livello delle perizie balistiche, dei rilievi di impronte, delle prove non effettuate etc.) portò all’imputazione di Mumia e alla sua comparizione davanti al tribunale di giustizia della Pennsylvania.

Nel luglio 1982 viene condannato alla pena di morte nonostante, secondo la difesa, diverse contraddizioni nelle prove a suo carico e violazioni dei suoi diritti. Nel giugno 1999 un vecchio sicario, Arnold Beverly, confessò a uno degli avvocati di Mumia di aver ucciso il poliziotto Faulkner, in un quadro di collusioni tra polizia e mafia. Questa confessione non è stata tuttavia tenuta in considerazione.

Intorno al processo e alla condanna di Mumia si è creata una mobilitazione internazionale e Mumia è diventato un simbolo della lotta contro la pena di morte. L’8 ottobre del 2003 sono stati respinti gli ultimi ricorsi, rimandando la questione a livello federale, dove la sua pena avrebbe potuto essere commutata in ergastolo.

Il gruppo musicale Rage Against the Machine si è battuto molto per la sua liberazione, in particolare con le canzoni Freedom e Voice of the voiceless; anche il rapper di New York KRS-One gli ha dedicato la canzone “Free Mumia”. Nell’ottobre 2003 è stato nominato cittadino onorario della città di Parigi dal sindaco Bertrand Delanoë. Nel 2005 la città di Saint-Denis ha deciso di intitolargli una via.

Nel 2007 Colin Firth, come produttore, ha presentato al Festival internazionale del Cinema di Roma, un film-denuncia dal titolo “In prigione la mia intera vita” sulla pena di morte di Mumia Abu-Jamal. Il 27 marzo 2008 è stata infine annullata la sua condanna a morte  e la pena è stata commutata in ergastolo. Il 10 aprile 2012 ha rilasciato la prima intervista dalla prigione dopo 17 anni di isolamento al network televisivo Russia Today

Testo tratto volutamente da wikipedia  per raccontare in sintesi 34 anni di carcere espiati da una persona per le sue idee politiche, la storia degli Stat Uniti è zeppa di queste palesi violazioni di diritti umani, ricordiamo Rubin Carter morto alcuni giorni fa’incastrato e condannato per un omicidio a cui era completamente estraneo, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti condannati a morte con lo stesso sistema di montatura giudiziaria e tutti gli altri innocenti condannati.

Cogliamo l’occasione per ricordare tutti i prigionieri politici rinchiusi da decenni nelle galere di Stato, i sepolti vivi come Cesare Di Lenardo o Paolo Maurizio Ferrari che dopo aver scontato 30 anni (1974-2004)  senza alcun beneficio,permesso,(ricordando che non ha commesso delitti di sangue), esce nel 2004 e si trova un altro mondo, nel 2012  visto che aveva ripreso una vita sociale  viene riarrestato per aver manifestato contro la TAV in Valle susa.

Solidarietà a tutti gli arrestati nell’operazione tramonto del 12 febbraio 2007 con l’accusa di voler costituire il Partito Comunista politico-militare, un reato d’opinione,  non avevano altro che le loro idee e forse una pistola arrugginita e qualche pubblicazione del bollettino clandestino Aurora, diventeranno le nuove Brigate Rosse pronte a colpire, tanto che Ichino da molto prima sotto scorta,dice il PM Bocassini era nel mirino… Chi dibatte seriamente e mette in discussione l’ordine costituito è una mente a cui si deve impedire di pensare e far pensare come successe con tutti i veri comunisti italiani a partire da Gramsci

Il prof. De Tormentis e la pratica della tortura in Italia

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La rivista Diritto penale contemporaneo dedica un’articolo di commento alla sentenza della corte d’appello di Perugia che il 15 ottobre scorso ha riconosciuto, durante il giudizio di revisione della condanna per calunnia inflitta a Enrico Triaca per aver denunciato le torture subite dopo l’arresto nel maggio 1978, l’esistenza sul finire degli anni 70 e i primissimi anni 80 di un apparato statale della tortura messo in piedi per combattere le formazioni politiche rivoluzionarie che praticavano la lotta armata.
«Più che alla ricerca di verità giudiziarie – si spiega nel testo – questa sentenza deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico, secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria».

di Paolo Persichetti
www.penalecontemporaneo.it 4 Aprile 2014

Corte d’appello di Perugia, 15 ottobre 2013, Pres. Est. Ricciarelli [Luca Masera]

1.In un recente articolo di Andrea Pugiotto dedicato al tema della mancanza nel nostro ordinamento del reato di tortura (Repressione penale della tortura e Costituzione: anatomia di un reato che non c’è, in questa Rivista, 27 febbraio 2014), l’autore prende in esame gli argomenti utilizzati più di frequente da chi intenda negare rilevanza al problema, e nel paragrafo dedicato all’argomento per cui la questione “non ci riguarda”, elenca una serie di casi di tortura accertati in sede giudiziaria.

La sentenza della Corte d’appello di Perugia qui disponibile in allegato aggiunge a questo terribile elenco un nuovo episodio, riconducibile peraltro al medesimo pubblico ufficiale già autore di un fatto di tortura citato nel lavoro di Pugiotto.

2. In sintesi la vicenda oggetto della decisione.

Nel maggio 1978 Enrico Triaca viene arrestato nell’ambito delle indagini per il sequestro e l’uccisione dell’on Moro, in quanto sospettato di essere un fiancheggiatore delle Brigate Rosse. Nel corso di un interrogatorio di polizia svoltosi il 17 maggio, il Triaca riferisce di aver aiutato un membro dell’organizzazione a trovare la sede per una tipografia clandestina, e di avere ricevuto dalla medesima persona la pistola, che era stata rinvenuta in sede di perquisizione; il giorno successivo, sempre interrogato dalla polizia, indica altresì il nominativo di alcuni appartenenti all’organizzazione.

Le dichiarazioni rese all’autorità di polizia vengono poi confermate al Giudice istruttore durante un interrogatorio svoltosi alla presenza del difensore. Il 19 giugno, nel corso di un nuovo interrogatorio, il Triaca ritratta quanto affermato in precedenza, affermando “di essere stato torturato e precisando che verso le 23.30 del 17 maggio era stato fatto salire su un furgone in cui si trovavano due uomini con casco e giubbotto, era stato bendato e fatto scendere dopo avere percorso sul furgone un certo tratto, infine era stato denudato e legato su un tavolo: a questo punto mentre qualcuno gli tappava il naso qualcun altro gli aveva versato in bocca acqua in cui era stata gettata una polverina dal sapore indecifrabile; contestualmente era stato incitato a parlare”. In seguito a queste dichiarazioni, il Triaca viene rinviato a giudizio per il delitto di calunnia presso il Tribunale di Roma, che perviene alla condanna senza dare seguito ad alcuno degli approfondimenti istruttori indicati dalla difesa; la sentenza viene poi confermata in sede di appello e di legittimità.

La Corte d’appello di Perugia viene investita della vicenda in seguito all’istanza di revisione depositata dal Triaca nel dicembre 2012. La Corte afferma in primo luogo che “il giudizio di colpevolezza si fondò su argomenti logici, in assenza di qualsivoglia preciso elemento probatorio tale da far apparire impossibile che l’episodio si fosse realmente verificato. Tale premessa è necessaria per comprendere il significato del presente giudizio di revisione, volto ad introdurre per contro testimonianze, aventi la funzione di accreditare specificamente l’episodio della sottoposizione del Triaca allo speciale trattamento denominato waterboarding”. Nel giudizio di revisione vengono dunque assunte le testimonianze di un ex Commissario di Polizia (Salvatore Genova) e di due giornalisti (Matteo Indice e Nicola Rao) che avevano svolto inchieste su alcuni episodi di violenze su detenuti avvenute dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta (la vicenda più nota è quella relativa alle violenze commesse nell’ambito dell’indagine sul sequestro del generale Dozier nel gennaio 1982: è l’episodio cui viene fatto cenno nel lavoro del prof. Pugiotto, citato sopra) ad opera di un gruppo di poliziotti noto tra le forze dell’ordine come “i cinque dell’Ave Maria”, agli ordini del dirigente dell’Ucigos Nicola Ciocia, soprannominato “prof. De Tormentis”. Il Genova (che aveva personalmente assistito agli episodi relativi al caso Dozier) aveva organizzato, in due distinte occasioni, un incontro tra i suddetti giornalisti ed il Ciocia, il quale ad entrambi aveva riferito delle violenze commesse dal gruppo da lui diretto sul Triaca, che era stato il primo indagato per reati di terrorismo ad essere sottoposto alla pratica del waterboarding, in precedenza “sperimentata” su criminali comuni. Sulla base di queste convergenti testimonianze, e ritenendo che “la mancata escussione della fonte diretta non comporta inutilizzabilità di quella indiretta, peraltro costituente fonte diretta del fatto di per sé rilevante della personale rilevazione da parte del Ciocia”, la Corte conclude che “la pluralità delle fonti consente di ritenere provato che un soggetto, rispondente al nome di Nicola Ciocia, confermò di avere, quale funzionario dell’Ucigos al tempo del terrorismo, utilizzato più volte la pratica del waterboarding (…) la stessa pluralità delle fonti, sia pur – sotto tale profilo – indirette, consente inoltre di ritenere suffragato l’assunto fondamentale che a tale pratica fu sottoposto anche Enrico Triaca”. La sentenza di condanna per calunnia a carico del Triaca viene quindi revocata, e viene disposta la trasmissione degli atti alla Procura di Roma per quanto di eventuale competenza a carico del Ciocia (la Corte ovviamente è consapevole del lunghissimo tempo trascorso dei fatti, ma reputa che “la prescrizione va comunque dichiarata e ad essa il Ciocia potrebbe anche rinunciare”).

3. La sentenza in allegato rappresenta solo l’ultima conferma di quanto la tortura sia stata una pratica tutt’altro che sconosciuta alle nostre forze di polizia durante il periodo del terrorismo. La squadra di agenti comandata dal Ciocia ed “esperta” in waterboarding non agiva nell’ombra o all’insaputa dei superiori: a quanto riferito dal Genova, della cui attendibilità la Corte non mostra di aver motivo di dubitare, i metodi dei “cinque dell’Ave Maria” erano ben noti a quanti, nelle forze dell’ordine, si occupavano di terrorismo, ed addirittura la sentenza riferisce come, in un’intervista rilasciata dallo stesso Ciocia, egli riferisca che l’epiteto di “prof. De Tormentis” gli fosse stato attribuito dal vice Questore dell’epoca, Umberto Improta. Quando poi una delle vittime, come il Triaca, trovava il coraggio per denunciare quanto subito, le conseguenze sono quelle riportate nella sentenza allegata: condanna per calunnia, senza che Il Tribunale svolga alcuna indagine per accertare la falsità di quanto riferito.

Il quadro che emerge dalla sentenza è insomma a tinte assai fosche. Negli anni Settanta-Ottanta, operava in Italia un gruppo di funzionari di polizia dedito a pratiche di tortura; e l’esistenza di questo gruppo era ben nota e tollerata all’interno delle forze dell’ordine, anche ai livelli più alti. La magistratura in alcuni casi ha saputo reagire a queste intollerabili forme di illegalità (esemplare è il processo, anch’esso citato nel lavoro di Pugiotto, celebrato presso il Tribunale di Padova nel 1983 in relazione proprio ai fatti relativi al caso Dozier), in altre occasioni, come quella oggetto della sentenza qui in esame, ha preferito voltarsi dall’altra parte, colpevolizzando le vittime della violenza per il fatto di avere voluto chiedere giustizia .

La sentenza non riferisce fatti nuovi: le fonti su cui si basa la decisione sono le testimonianze di due giornalisti, che avevano pubblicato in libri ed articoli le vicende e le confessioni poste a fondamento della revisione. Fa comunque impressione vedere scritto in un provvedimento giudiziario, e non in un reportage giornalistico, che nelle nostre Questure si praticava la tortura; e fa ancora più impressione se si pensa che la metodica utilizzata, il famigerato waterboarding, è la medesima che in anni più recenti è stata utilizzata dai servizi segreti americani per “interrogare” i sospetti terroristi di matrice islamista: passano gli anni, ma la tortura e le sue tecniche non passano di moda.

Ormai sono trascorsi decenni dalle condotte del prof. De Tormentis e della sua squadra, ed al di là del dato formale – posto in luce dalla Corte perugina – che la prescrizione è rinunciabile, davvero non ci pare abbia molto senso immaginare la riapertura di inchieste penali volte a concludersi invariabilmente con una dichiarazione di estinzione del reato, per prescrizione o per morte del reo, considerato il lunghissimo tempo trascorso dai fatti. Più che alla ricerca di verità giudiziarie, la sentenza qui allegata deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico, secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria.

 

Rapimento Moro, ma quali servizi sulla moto Honda di via Fani c’erano due giovani che abitavano nel quartiere

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.


Su via Fani un’onda di dietrologia

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

cb500fk2b2 Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare dalla Algranati: «ad un certo punto sono passati i due cretini di Primavalle ed hanno anche fatto ciao ciao con la manina». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato “Contropiano” la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.

 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:

1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?

2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).

Lettera Honda copiaSi potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:

a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani -l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?

b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.

Drulov copia

 3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.

4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.

Cosa accadde a via Fani la mattina del 16 marzo 1978?
Roma,16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

Sulle recenti rivelazioni
http://www.contropiano.org “Un faro nel buio
Radioblackout.org 2014/03/ Chi c’era dietro le Br? Tanti, tanti proletari
Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Uno sguardo critico su Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
L
otta armata e teorie del complotto

Per una storia sociale della lotta armata
Gli anni 70 è ora di affidarli agli storici-intervista
Steve Wright: operaismo e lotta armata
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne

Insorgenze

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.

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Profezie…

APEflyer

del Gruppo di studio Resistenze Metropolitane

L’ape e il comunista, pubblicato dalla rivista Corrispondenza Internazionale nel 1980, rappresenta il punto di approdo dell’analisi brigatista a nove anni dalla nascita dell’organizzazione. Scritto tra il 1979 e il 1980 dai militanti prigionieri reclusi nelle neonate carceri speciali in regime di articolo 90 (1), il testo appare come il tentativo di sintetizzare le conquiste teoriche e pratiche di un’organizzazione passata, in pochi anni, dagli incendi delle autovetture di qualche capetto inviso agli operai, al rapimento del presidente della Democrazia Cristiana.

Molti sostengono che, in realtà, ne L’ape e il comunista di attuale vi sia ben poco. Non siamo d’accordo. Esistono senz’altro parti dello scritto che possono apparire datate, slegate dalla realtà che ci circonda. Trattandosi di un testo complesso e che risale a più di trent’anni fa, è inevitabile che la sua interpretazione si presti a opposte valutazioni. Vi saranno senz’altro lettori e militanti che reputano “superati” I dannati della terra (2), Fratelli di Soledad (3), o il Che fare di Lenin; ciò non toglie che la scomparsa di questi testi dalle biblioteche, in particolare da quelle dei militanti politici, rappresenta una prospettiva inaccettabile.

Citiamo alcuni di questi passaggi come stimolo e introduzione alla lettura.

A proposito delle teorie del crollo spontaneo del capitalismo:

“La teoria marxista della crisi, nella misura in cui nega la possibilità di uno sviluppo illimitato ed equilibrato dell’accumulazione capitalistica, disperde le nebbie delle concezioni che deducono il comunismo dall’ingiustizia e dalla malvagità del capitalismo e dalla pura volontà rivoluzionaria del proletariato. […] Così, quando i soggettivisti sostengono che l’unica barriera del capitale è la lotta operaia, dimostrano solo di confondere la causa oggettiva della crisi con uno dei fattori che ne accelerano il corso.”

A proposito di certe teorie tanto in voga oggi e che spostano dalla sfera della produzione a quella della circolazione la contraddizione principale del sistema borghese:

“Interpretare le crisi come crisi di sottoconsumo e individuare così la contraddizione principale non nella produzione, ma nella circolazione, implica pertanto la possibilità di compiere un errore gravissimo: ritenere eliminabili le crisi intervenendo sulla circolazione, cioè sul movimento del denaro; sarebbe sufficiente aumentare la massa monetaria in circolazione e il problema sarebbe facilmente risolto, lasciando inalterato il modo di produzione capitalistico.”

Sulla questione della precarizzazione del lavoro, gli autori, analizzando i contenuti del Piano Triennale presentato dal governo italiano nel 1979, anticipano di trentacinque anni la situazione nella quale ci troviamo oggi:

“Si offre al proletariato di sostituire l’utilizzo parziale e illegale del lavoro nero, estendendo le condizioni di precarietà a tutto il mercato del lavoro, generalizzando questi rapporti di sfruttamento attraverso una forma di legittimazione garantita da un controllo concertato tra sindacati-imprenditori-governo.”

Sul destino dell’Italia gli autori furono profetici:

“Se continueremo a rimanere l’anello debole della catena imperialista, saremo il teatro di scontri ferocissimi fra grandi gruppi, terra di conquista delle multinazionali straniere più forti, un cimitero di piccole-medie-grandi imprese spazzate via dalla concorrenza più agguerrita del mondo, una vera colonia dell’epoca attuale. […] Le lavorazioni a maggior valore aggiunto saranno concentrate in USA, RFT (Germania, ndr) e Giappone; a noi resterà solo lo spazio di fare concorrenza nel costo del lavoro ai paesi emergenti.”

Altrettanto profetici lo furono sul reale significato dell’integrazione europea:

“L’operazione Europa è un progetto di ingegneria istituzionale e politica che risponde agli interessi economici esclusivi della borghesia imperialista e, in particolare, del suo segmento più forte, quello tedesco.”

A proposito della relazione tra lotta di classe e lotta rivoluzionaria:

“Alla coscienza della dicotomia tra lavoro salariato-capitale corrisponde una coscienza tradeunionistica; alla coscienza della contraddizione borghesia-proletariato corrisponde la coscienza comunista. Ma quest’ultima non discende dalla semplice esperienza di fabbrica e di lotta economica, la si può conquistare solo attraverso il rapporto della classe operaia con le altre classi e strati, attraverso il rapporto-scontro con la borghesia e il suo Stato, solo attraverso la lotta politica rivoluzionaria.”

A proposito della funzione dello Stato:

“Fuor di metafora, intendiamo dire che lo Stato, se da un lato opera in un rapporto di dipendenza sostanziale dal movimento del capitale, dall’altro maschera questa dipendenza finché gli è possibile, apparendo in superficie come formalmente indipendente. Questa simulazione, precisamente, è la condizione prima della sua funzione globale: quella di impedire la disintegrazione della formazione sociale minata dagli antagonismi di classe e, di conseguenza, garantire la riproduzione dei rapporti sociali e delle classi. […] Tocca ai media, principalmente, trasmettere linearmente e diffondere nei differenti containers e con gli opportuni adattamenti secondo i profili sociali di ciascuno, le ingiunzioni dello Stato: e su di essi riposa la buona riuscita di tutta l’operazione.”

Stimoli, ripetiamo, che suggeriamo solo per introdurre alla lettura del libro, attraverso i passaggi che ne anticipano meglio l’ampiezza teorica e argomentativa.

Mobilitazioni d’autunno:

18e19ottobre

rendere il paese ingovernabile ai vertici della Repubblica Pontificia e fare le prove generali per la costruzione del Governo di Salvezza Nazionale

Aderire e partecipare
alla manifestazione nazionale per “difendere e attuare la Costituzione” del 12 ottobre a Roma;
* allo sciopero generale del 18 ottobre e alla giornata di sollevazione e assedio del 19 ottobre a Roma contro il governo dell’austerità e i diktat dell’UE, per lavoro, reddito, pensione, casa, scuola, salute, beni comuni, diritti e democrazia partecipata;
* Alla mobilitazione in occasione delle udienze del 14 e del 17 ottobre a Roma del processo contro Davide Rosci, Mauro Gentile e gli altri inquisiti per i fatti del 15 ottobre 2011. La solidarietà e il sostegno, senza se e senza ma, a chi è colpito dalla repressione perché si ribella a un ordine sociale di miseria, devastazione e guerra è il primo ed elementare metro per misurare la coerenza, la serietà e la determinazione di chi chiama e partecipa alla mobilitazione per cambiare il corso delle cose, per “difendere e attuare la Costituzione”, “contro il governo delle politiche di austerità”, “per “lavoro, reddito, pensione, casa, scuola, salute, beni comuni, diritti e democrazia partecipata”.

  Il contesto politico
La strage di Lampedusa, il regime che Marchionne vuole imporre in FIAT, l’occupazione militare della Val di Susa, le missioni di guerra mostrano dove ci stanno portando i vertici della Repubblica Pontificia, i loro governi di centro-destra, di centro-sinistra o di larghe intese, la loro Comunità internazionale dei gruppi imperialisti USA, europei e sionisti.
Prima hanno fatto ricorso a un golpe bianco per installare al governo i partiti che avevano perso le elezioni di febbraio. Poi, con il voto di fiducia del 2 ottobre scorso, hanno resuscitato dalle sue stessi ceneri il governo Letta-Napolitano-Belusconi in nome della “stabilità politica”. Cioè per continuare a spremere soldi (che la chiamino Tares anziché Tarsu, Service Tax anziché IMU il risultato non cambia) e a privatizzare (alla faccia dei referendum del 2011 e con risultati di cui le recenti vicende di Telecom e Alitalia sono emblematici), a lasciar andare a pezzi l’apparato produttivo del paese (“sono le leggi del mercato”), a ridurre la spesa pubblica per sanità, istruzione, tutela del territorio, manutenzione delle infrastrutture e altri servizi utili alla collettività, per continuare con le grandi opere speculative, l’acquisto di ami e le missioni di guerra.
La sintesi più efficace è espressa odiosamente e tragicamente proprio a Lampedusa. Le politiche criminali promosse da tutti i governi che si sono alternati negli ultimi decenni stanno provocando la strage continua nel Mediterraneo: l’immagine delle bare dei morti nel naufragio di inizio ottobre, allineate, mantenute in un hangar pulito, allestito con i fiori e pronto ad accogliere telecamere e alti rappresentanti del governo e della UE, è il velo di ipocrisia e menzogna che trasuda da ogni angolo. Nel CIE, fra il fango, gli insetti, accampati e stipati come animali, vengono abbandonate e segregate migliaia di persone in nome della “legalità”. Da una parte le parate del Papa, Letta, Barroso e dall’altra miseria, degrado e morte.
E’ la stessa legalità che strangola i lavoratori e le famiglie delle masse popolari, è la stessa legalità in nome della quale si eseguono sfratti e si chiudono fabbriche, quella per cui si devastano i territori e si specula sulla salute e sulla sanità.
La strage di Lampedusa è il frutto avvelenato della Bossi-Fini approvata dal governo Berlusconi a cui la Turco-Napolitano del governo Prodi ha aperto la strada ed è il proseguimento dell’azione criminale con cui la Marina militare italiana affondò la Kater i Rades su ordine di Napolitano, allora ministro degli Interni del governo Prodi. E’ stato così in ogni campo! Il centro-sinistra ha preparato il terreno e aperto le porte alla banda Berlusconi, il meno peggio ha aperto le porte al peggio. E oggi le “larghe intese” che sorreggono apertamente il governo Letta-Napolitano-Berlusconi, e prima il governo Monti, hanno solo eliminato la finzione che copre da trent’anni la collaborazione tra centro-destra e centro-sinistra nell’attuare il “programma comune” dei poteri forti!
Nessuna salvezza, nessuna soluzione, nessuna via d’uscita positiva verrà da chi ci ha sprofondato nel disastro della crisi del capitalismo, dai loro complici e compari!

Passare dalla difesa all’attacco: puntare in alto, mirare a governare.
In questo contesto non basta, anzi è sbagliata e fuorviante, la parola d’ordine di scendere in piazza, mobilitarsi, anche con forme radicali e decise, per “chiedere al governo” o “pretendere dai padroni” che facciano qualcosa di diverso da ciò che fanno. Chiedere ai padroni, ai banchieri, al Papa di non fare il loro mestiere significa menare il can per l’aia e non ottenere quello che dobbiamo conquistare. Possiamo essere milioni a battere i piedi a terra e a lamentarci, non è il volume dei lamenti, delle proteste o delle rivendicazioni che qualifica il passaggio dalla difesa all’attacco.
Passare dalla difesa all’attacco e mirare in alto per davvero significa porsi l’obiettivo politico, lottare, combattere, per prendere il potere, per prendere in mano le sorti del paese, il proprio destino, il destino delle masse popolari. Non basta chiedere ai padroni, nemmeno con lotte dure oltre che con la concertazione (che tanto, a forza di chiedere, si sbatte la testa contro il fatto che i padroni concedono solo se sono terrorizzati da un movimento popolare in marcia per prendere il potere). Bisogna eliminare i padroni (come classe che dirige e domina la società ) e sostituirli con una nuova classe dirigente della società, le masse popolari organizzate. In questo senso non basta dare battaglia, bisogna osare vincere, governare il paese.
Ecco perché queste mobilitazioni di autunno devono diventare per chi le promuove e le organizza le “prove generali” della formazione di un Comitato di Salvezza Nazionale che rafforza le organizzazioni operaie e popolari e le chiama alla lotta senza tregua per cacciare il governo del golpe bianco Letta-Napolitano-Berlusconi e a costituire un loro governo d’emergenza, il Governo di Blocco Popolare.
Questo è l’obiettivo concreto, la prospettiva realistica, realizzabile, positiva che è all’ordine del giorno dei prossimi mesi per non disperdere in un vicolo cieco (“lotta, lotta, lotta” senza obiettivi realistici) la portata e il valore delle mobilitazioni di queste settimane.

Sul “che fare” dal 20 ottobre in avanti e il fantasma del 15 ottobre 2011.

Intorno alle manifestazioni del 18 e 19 ottobre aleggia il fantasma del 15 ottobre 2011. Alfano, Caselli e i media di regime hanno già lanciato su grande scala l’operazione “allarme terrorismo” contro il movimento NO TAV, per dividerlo, intaccare la forza del suo esempio (no all’opposizione di opinione: contro le misure antipopolari delle autorità si combatte prima per impedire che vengano decise e poi, se vengono comunque prese, per impedirne l’attuazione) e indebolire il ruolo, il sostegno e la solidarietà che ha conquistato a livello nazionale.
Tra i promotori della “via maestra” (Rodotà, Landini, ecc.) e gli esponenti degli organismi e degli aggregati a loro contigui, c’è chi ha già pronte nel cassetto le  “prese di distanze” e i distinguo (un esempio per tutti: i “se e i ma” di Rodotà sull’occupazione militare della Val di Susa), chi salomonicamente si tiene a distanza per non correre il rischio di “essere tirato in ballo” e chi cerca di mettere in connessione le due mobilitazioni (articolo di Alfonso Gianni su il manifesto del 2.10.13).
I promotori e gli organizzatori delle giornate del 18 e 19 ottobre si dividono invece tra chi (preoccupato) è proteso a prevenire un altro 15 ottobre, chi aizza all’assedio e non vuole fare il “cane da guardia” dei “ribelli” che scenderanno in piazza e chi dà un colpo al cerchio e uno alla botte.
Posizioni molto diverse, ma in ogni caso il nodo di fondo è lo stesso: qual è l’obiettivo delle manifestazioni e delle altre iniziative di cui sono promotori? Che fare dal 20 ottobre in poi?
Mettere a punto una lista per le prossime elezioni (gli elettoralisti)? Ma con il voto le masse popolari hanno già “detto” la loro su persone e gruppi che non fanno già ora quello che potrebbero fare e che promettono di fare dopo le elezioni: l’esito dell’esperienza Ingroia-Rivoluzione Civile-Cambiare si può da questo punto di vista parla chiaro!
Unire le lotte intorno a piattaforme rivendicative radicali, da imporre – senza dire come – a governo, padroni, troika… (gli economicisti)?Ma in questi anni di piattaforme rivendicative ne sono state sfornate una dopo l’altra e una più radicale dell’altra. Però senza l’obiettivo di creare un governo deciso e capace di attuarle restano richieste o rivendicazioni a chi non ha nessuna intenzione né interesse ad attuarle, quindi non mobilitano né unificano, esauriscono le nostre forze e alla lunga portano alla rassegnazione e alla disfatta.
Oppure creare le condizioni perché le masse popolari organizzate costituiscano e impongano ai vertici della Repubblica Pontificia e alla Troika un proprio governo che affronti da subito gli effetti più gravi della crisi con misure d’emergenza, misure di cui sono protagoniste determinanti le organizzazioni operaie e popolari perché implicano la rottura con le procedure, regole e leggi del sistema finanziario, bancario e monetario internazionale?
Detto in altri termini: i promotori e gli organizzatori delle mobilitazioni d’autunno devono costituirsi in Comitato di Salvezza Nazionale che nega ogni legittimità al governo Letta-Napolitano-Berlusconi, che si impegna a promuovere la mobilitazione delle masse popolari per affermare i loro interessi e promuove la moltiplicazione e il rafforzamento delle organizzazioni operaie e popolari in modo che formino un loro governo d’emergenza, come fece il CLN dal 9 settembre del 1943 dopo il collasso del fascismo e la fuga del Re.
Questo è il nodo attorno a cui girano (sono le responsabilità che non si assumono) sia i promotori della manifestazione del 12 ottobre sia quelli delle giornate del 18 e 19 ottobre e, in generale, i dirigenti della sinistra dei sindacati di regime e dei sindacati di base, gli esponenti democratici delle amministrazioni locali e della società civile, i portavoce della sinistra borghese e i parlamentari del Movimento 5 Stelle.

Le titubanze e i tentennamenti a imboccare con decisione e iniziativa la strada della “guerra” contro i poteri forti nostrani e la loro comunità internazionale sono anche il motivo per cui la ribellione, l’indignazione e il malcontento crescenti non si incanalano ancora in attività costruttive, efficaci: l’appropriazione organizzata di beni e servizi (spese proletarie, “io non pago”, occupazione di case sfitte, sciopero dei biglietti, ecc.) che assicura a tutta la popolazione i beni e servizi a cui la crisi blocca l’accesso, il rifiuto di pagare imposte, ticket e mutui, costringere le banche a fare crediti alle fabbriche autogestite, ecc.
Ma da una parte scoppiano in gesti individuali di disperazione e dall’altra portano ad azioni “militanti” condotte senza criteri di classe, scoordinate tra loro e non inserite in un percorso di trasformazione generale del paese. Azioni che poi elettoralisti ed economicisti usano come pretesti per attribuire l’inconcludenza (nell’attuale contesto politico) delle loro iniziative non alla linea che adottano (parlare di “attuazione della Costituzione”, senza lavorare per costituire l’unico governo che può attuarla; parlare di “assedio” senza lavorare per l’unico vero assedio, cioè la mobilitazione capillare delle organizzazioni operaie e popolari a formare centri di iniziativa per costituire un loro governo d’emergenza) ma al fatto che le loro iniziative sono disturbate, travisate, deformate, deviate, oscurate, rese sterili dalle azioni “militanti”.

Rendere ingovernabile il paese ai vertici della Repubblica Pontificia

Nessuna contrapposizione tra “buoni”, “pacifici”, “democratici” e “cattivi”, “violenti”, “terroristi”! Gli unici e veri terroristi sono i responsabili della strage di Lampedusa e delle prove di fascismo, della disoccupazione e della precarietà dilaganti, dello scempio della scuola e della sanità pubblica, della devastazione dell’ambiente, della miseria e della disperazione crescenti. Gli unici e veri terroristi siedono al governo, in Vaticano, in Confindustria, nei consigli di amministrazione delle aziende, delle banche e delle società finanziarie, nel FMI, nell’UE, nella BCE.
Bisogna essere decisi e determinati perché non è più tempo di se e di ma, di prudenze, ipocrisie, dilazioni e delazioni. Siamo in guerra, una guerra che uccide milioni di persone per fame, freddo, miseria, per sfruttamento, malattie professionali, incidenti sul lavoro o disoccupazione, per missioni “di pace” e immigrazione, per depressione, alcool e droga, per inquinamento, grandi opere, sofisticazione degli alimenti e malattie curabili, per eventi naturali prevedibili e contenibili. In questa situazione rassegnarsi alle restrizioni e ai sacrifici che padroni, banchieri e speculatori vogliono imporre, sottomettersi alle leggi, alle regole, alle misure delle loro autorità è il comportamento più immorale, più contrario al progresso della società e all’interesse collettivo. E, nel nostro paese, è anche un comportamento “anticostituzionale”. Non è una sparata ad effetto, ma semplicemente prendere atto che le leggi, le regole, le procedure e gli accordi oggi in vigore nella stragrande maggioranza dei casi sono leggi, regole, procedure e accordi che violano la Costituzione. Chi è che applica l’art. 1 (“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”) e 41 (“L’iniziativa economica privata (…) non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana) della Costituzione: i padroni che chiudono e delocalizzano le aziende o gli operai che le occupano per tenerle o rimetterle in funzione, Marchionne o i cassintegrati che picchettano Pomigliano contro i sabati lavorativi comandati? Chi è che applica l’art. 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”): gli attivisti NO MUOS di Niscemi o le forze dell’ordine che li caricano, i tribunali che li inquisiscono e il governo Letta e la giunta Crocetta che, con l’abituale servilismo verso gli USA, vogliono imporre la costruzione di un’altra struttura per le missioni di guerra?
In questa situazione, è un dovere non solo dei comunisti, ma di chiunque abbia a cuore la vita e il benessere del 99% della popolazione, la civiltà e il progresso del paese trasformare l’oppressione in ribellione e moltiplicare nella forma più organizzata possibile l’insubordinazione e la disobbedienza.

Bisogna imparare ad essere costruttivi, imparare ad essere classe dirigente della società. Perché per mettere fine alla crisi del capitalismo e al disastro economico, politico, sociale, ambientale e culturale che essa porta con sé bisogna riorganizzare le attività economiche per produrre i beni e i servizi del tipo e nella quantità necessari alla vita dignitosa della popolazione e al livello di civiltà che l’umanità ha oggi raggiunto anziché per produrre profitti per i capitalisti, promuoverela partecipazione crescente della popolazione alle attività della conoscenza, della ricerca, dell’organizzazione, delle relazioni sociali, della cultura e dell’arte (“lavorare tutti, per lavorare meno”), costruire relazioni tra il nostro e gli altri paesi all’insegna della solidarietà e della collaborazione anziché della concorrenza e della competizione tra paesi e gruppi industriali e finanziari (che inevitabilmente prima o poi sfocia nella guerra). In questa ottica vanno estese e coordinate tutta una serie di iniziative costruttive con cui qua e là, spontaneamente e in ordine sparso sono in corso per far fronte anche solo provvisoriamente agli effetti economici, ecologici, sanitari, morali e intellettuali più devastanti della crisi generale del capitalismo: le decine di fabbriche autogestite e le altre iniziative per riaprire le aziende che i padroni hanno chiuso; tenere aperte quelle a rischio chiusura o ridimensionamento e per aprirne di nuove; le attività di produzione e distribuzione organizzate su base solidaristica locale come quelle che si sono sviluppate in Val di Susa e che sono state presentate agli Stati Generali del Lavoro; la mobilitazione di tecnici, scienziati e quanti hanno esperienza e capacità professionali perché collaborino a mettere a punto misure e provvedimenti alternativi a quelli del governo Letta-Napolitano-Berlusconi nei settori principali della vita del paese; le pressioni sulle amministrazioni locali perché si mettano realmente al “servizio dei cittadini” sviluppando azioni autonome dal governo centrale e usando le risorse, i poteri e i mezzi di cui dispongono prima di tutto per difendere e creare posti di lavoro.

La manifestazione del 12 ottobre indetta con la parola d’ordine “applicare la Costituzione” e le mobilitazioni del 18 ottobre (sciopero generale dei sindacati di base con manifestazione a Roma) e del 19 (sollevazione e assedio dei palazzi, promossa dal movimento per la casa e dai movimenti per i beni comuni, NO TAV, NO MUOS…) sono le principali “scadenze” di questo autunno. In particolare quella del 12 e quella del 18 sono promosse dai due principali aggregati che raccolgono il favore e la fiducia delle masse popolari: l’asse Landini-Rodotà da una parte e l’aggregato “movimentista e radicale” che da qualche anno promuove le mobilitazioni alternative, la nebulosa che gira attorno a Cremaschi e a certi settori dell’USB-Rete dei Comunisti (ieri Comitato NO Debito, oggi Ross@).
Due mobilitazioni e un fiume di parole per affermare o smentire che sono in contrapposizione. Ma lo sono? – leggi tutto (da Resistenza 10/13).

Questa è la strada per rendere il paese ingovernabile ai vertici della Repubblica Pontificia e per costruire una nuova e superiore governabilità ad opera delle masse popolari organizzate: estendere la disobbedienza e la ribellione ai provvedimenti, alle leggi, ai sacrifici che le autorità cercano di imporre nell’interesse di un pugno di capitalisti, di speculatori, di ricchi, formare a ogni livello nuove autorità (democratiche, popolari e contrapposte a quelle ufficiali) che mobilitano e organizzano le masse popolari a prendere in mano la direzione e la gestione di parti crescenti della vita economica, politica e sociale del paese.

Dal Periodico Resistenza Edizioni Rapporti Sociiali

Rivoltare il golpe bianco di Napolitano

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Lettera aperta al Movimento 5 Stelle

All’ombra del golpe bianco con cui Napolitano ha “congelato” le funzioni e il ruolo del Parlamento e ha unilateralmente sospeso l’iter per la formazione di un nuovo governo (che in ogni evidenza, alle condizioni create dalle elezioni di febbraio, non avrebbe potuto essere il governo di cui i vertici della Repubblica Pontificia hanno bisogno), si svolgono le grandi manovre occulte (leggi: tentativi di inciucio) che dovrebbero portare all’elezione di un Presidente della Repubblica che faccia contenti tutti i caporioni del teatrino della politica borghese (leggi: non hanno ancora stabilito chi dovrà soccombere e in cambio di cosa). A lui il compito, poi, di definire i tempi e soprattutto i modi per cercare di “uscire dall’impasse”: governo di larghe intese, nuove elezioni, governo di minoranza, governo tecnico… cioè uno o l’altra delle misure che si riveleranno inutili a fronteggiare la crisi politica e che, anzi, ne aggraveranno il decorso.

L’unica misura possibile per fare fronte alla crisi politica (e a quella economica e ambientale) è la costituzione, qui e subito, di un governo di emergenza popolare. E’ esattamente quello che, con giri, rigiri, colpi di mano, raggiri, tatticismi e inciuci, i vertici della Repubblica Pontificia stanno cercando di evitare.
A quasi 50 giorni di vacanza del governo e di intossicazioni dell’opinione pubblica che arrivano da tutte le parti, la situazione di ingovernabilità e di stallo sta producendo molti e ingestibili problemi e contraddizioni nella classe dominante: sono i vertici della Repubblica Pontificia (industriali, banchieri, affaristi, cardinali e grandi criminali) che suggerendo (o imponendo) a Napolitano di congelare la situazione la stanno tirando per le lunghe fra scontri, regolamenti di conti e “divergenze” su quale sia la forma migliore per fare del prossimo governo lo strumento adeguato a sottomettere o esautorare il Parlamento (che con 163 eletti del M5S è molto meno malleabile del previsto) per attuare le ricette alla crisi di FMI, BCE, UE, USA, Vaticano, ecc. Mentre il “Paese reale” va allo sfascio, le aziende chiudono, si moltiplicano i disoccupati, finiscono i soldi per gli ammortizzatori sociali, vengono smantellati e decadono le strutture pubbliche e i servizi, il sistema sanitario viene saccheggiato e distrutto, la gente si ammazza.
Nello sfascio totale sono i vertici della Repubblica Pontificia che alimentano la campagna di terrorismo dell’opinione pubblica secondo cui “un governo è urgente e necessario, qualunque governo sia” utile a preparare il terreno per gli inciuci e le “larghe intese”.
Ma un qualunque governo che sia espressione loro e che opera su loro mandato, indipendentemente da come si accorderanno (con o senza Berlusconi in primo piano, con o senza Renzi, con o senza un PD unito, ecc.) avrà necessariamente il mandato di applicare il loro programma, quello che conosciamo con i nomi di “salva Italia” e “cresci Italia” che la classe di secchioni di Monti ha propinato con la complicità dei sindacati di regime e con l’ausilio della destra moderata fino a 50 giorni fa.
Noi abbiamo bisogno, i lavoratori hanno bisogno, ne hanno bisogno i disoccupati e i cassintegrati, le centinaia di migliaia di partite IVA, i piccoli artigiani, le piccole aziende, i giovani, le donne e i pensionati, i lavoratori di tutti i settori del pubblico e del privato, abbiamo tutti bisogno di un governo che operi su mandato e per conto di quella parte organizzata (nelle organizzazioni operaie e popolari) delle masse popolari che resistono agli effetti della crisi ed elaborano, in modo sparso e disorganico, le misure urgenti per farvi fronte (e allo stesso tempo per costruire una alternativa di società). Possibile? Mai come oggi. Difficile? Nemmeno più di tanto. Il processo per costruire questo governo non è per nulla lineare, non “fila via liscio”, al contrario è un percorso ad ostacoli fatto di tentativi, prove, esperimenti, avanzamenti e arretramenti, contraddizioni. Ma questo è il solo e unico “nuovo” che ha le gambe per marciare e che, per la sua natura e il suo ruolo, può affermarsi e svilupparsi.
Non elencheremo qui di seguito le mille forze sparse per il paese che hanno un ruolo determinante alla costruzione del governo di emergenza popolare.
Per approfondimenti rimandiamo qui, qui e qui.

Ci concentriamo invece sul fatto che, esattamente come avevamo previsto e in una certa misura abbiamo contribuito a realizzare, la presenza di 163 parlamentari del M5S ha il valore di un macigno sulla zattera piena di falle che teneva a galla la Repubblica Pontificia. Parliamoci chiaro: il M5S ha fatto poco (coscientemente e scientificamente) di quello che potrebbe fare con i suoi eletti. Ma quel poco che ha fatto ha mandato in tilt le istituzioni della Repubblica Pontificia. Le “occupazioni” più o meno simboliche del Parlamento contro il golpe bianco di Napolitano sono, contemporaneamente, la dimostrazione dei limiti attuali del M5S (inteso come il gruppo degli eletti, che comunque non è un monolite) e delle sue potenzialità.
Il limite sta nel fatto che le proteste e le iniziative che ha intrapreso rientrano volontariamente nel solco del rispetto della legalità borghese… non sono iniziative di rottura, sono iniziative di “pressione”, in certi casi riuscite, in altri meno (tanto che la stampa filo-governativa – del governo che verrà – ha fatto degli eletti del M5S degli zimbelli velleitari). E sono iniziative che mobilitano giusto gli eletti, ma non mirano ancora a mobilitare in alcun modo le masse popolari. Insomma, sembra che la volontà di protestare ci sia, ma fino a dove e come i vertici della Repubblica Pontificia lo consentono. Quando si metteranno a mobilitare e sviluppare l’organizzazione e il protagonismo delle masse popolari organizzate, la musica cambierà e l’attuale preoccupazione che serpeggia nelle stanze del potere si trasformerà in panico!
Le potenzialità stanno nel fatto che la trasformazione dei 163 parlamentari del M5S (o il grosso di essi) negli agenti delle organizzazioni operaie e popolari nel Parlamento che si sono candidati ad essere (la loro formula è “portavoce dei cittadini”) sta in ultima istanza proprio nell’azione e nella capacità delle organizzazioni operaie e popolari di richiamarli ad assumere quel ruolo in modo attivo, propositivo e di rottura con il marcio della Repubblica Pontificia.
Commissioni parlamentari. Il balletto sulla convocazione o meno delle Commissioni Parlamentari che ha animato il dibattito politico dei giorni scorsi (e che è una manifestazione del golpe bianco di Napolitano, sorretto dal democratico Grasso a capo del Senato) deve finire subito e può finire subito se i gruppi del M5S a Camera e Senato convocano Commissioni popolari per l’elaborazione di proposte di legge e chiamano a partecipare la miriade di organizzazioni operaie e popolari, la sinistra sindacale, i sindacati di base, i movimenti… e gli altri gruppi parlamentari (SEL) e gli altri singoli parlamentari che sostengono (a parole) di essere d’accordo con la convocazione delle Commissioni parlamentari anche in assenza della formazione del governo.
Ora, subito, adesso: convocare commissioni popolari in Piazza Navona e in Piazza Montecitorio per elaborare i disegni di legge che devono essere approvati dal movimento popolare (annullamento immediato del finanziamento F35, decreto ILVA, TAV, MUOS, eliminazione IMU per le masse popolari, riforme del lavoro e del SSN…). Il criterio è che indipendentemente che sia un iter “legale” è certamente un iter legittimo! Le leggi, gli iter, le norme attuali e vigenti sono “legali” solo nel senso che sono espressione della legalità della banda di affaristi e criminali che ha governato e governa il nostro Paese, nella maggior parte dei casi sono palesemente anticostituzionali e, soprattutto, sono illegittime: chi le promuove sta portando il paese allo sfascio.

Il governo di emergenza popolare non nascerà da elezioni e tantomeno nascerà dal mandato che gli accorderanno i vertici della Repubblica Pontificia. Nascerà sulla base del fatto che un embrione, un Comitato di Salvezza Nazionale (o Comitato di Liberazione Nazionale), inizi a operare come governo ombra, inizi a coinvolgere le forze sane del paese (che ci sono e sono tante…non facciamo qui l’elenco). Un embrione che stimola, spinge e costringe alla mobilitazione anche chi oggi è incerto, che trascina milioni di persone a partecipare attivamente alla rinascita, economica, sociale e morale del nostro Paese.

Costruire il Comitato di Salvezza Nazionale, il governo ombra, l’embrione del Governo di emergenza popolare: è questo il compito di cui il M5S si è trovato a farsi carico seppure non ne fosse consapevole e cosciente. E’ questo l’unica via per essere fedele al mandato che ha chiesto alle masse popolari. E’ l’unico concreto ruolo positivo che può avere per le masse popolari, ed è anche l’unico modo per non finire risucchiato nella cloaca della Repubblica Pontificia e delle sue denigrazioni, provocazioni, sabotaggi e lusinghe.

dal sito  www.carc.it