Terrorismo: concetti….

il “Terrorismo“, una parola che fa paura, anche se spesso non se ne conosce l’esatto significato o una giusta valutazione per questo termine. Ad ogni buon conto tutte le definizioni sono concordi nel definire con questo termine un insieme di atti di violenza commessi da un’organizzazione. Il suo significato, invece, cambia a seconda dei dizionari: il Larousse lo definisce come «ricatto ad un governo» e «soddisfacimento di un odio», il Petit Robert come quello di «impressionare un paese», l’enciclopedia Universalis, invece, aggiunge «la ricerca di un impatto psicologico» e la «creazione di un clima di insicurezza».

Poi ci sono le differenze tra terrorismo armato, ossia atti guerriglia e movimenti minori privi di guerriglia. Le prime sono da considerarsi guerre di persecuzione perseguite da gruppi clandestini.

Le più note sono quelle del FARC (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia), del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) o del LTTE (Tigri della liberazione del Tamil Eelam) altri movimenti terroristici ai quali i media fanno riferimento di frequente sono l’IRA (Irish Republican Army), l’ETA (Euskadi ta askatasuna, Paesi Baschi e libertà), i diversi movimenti independetisti corsi, il FPLP (Fronte popolare di liberazione della Palestina), e naturalmente Al Qaeda  e vari altri gruppi che a questa si rifanno o riferiscono. Andrebbero menzionati vari altri movimenti rivoluzionari Africani, che sono solitamente ignorati dai media, ma estremamente violenti e solitamente di carattere tribale.

Tra le diverse forme di terrorismo va considerata la diversità delle cause rivendicate fatte di varie ragioni e sfumature, economiche, religiose, politiche ecc… per cui non sempre esse sono coincidenti, ad esempio in genere per le autorità europee, il terrorismo e Islam sono per lo più coincidenti.

Un assunto che l’ha fatta da padrone soprattutto dopo l‘11 settembre 2001. Prima di quella data fatidica, solo sei paesi dell’Unione Europea disponevano di normative specifiche in materia di terrorismo (Germania, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Italia e Portogallo).

I fatti dell‘11 settembre hanno portato ad un’armonizzazione delle legislazioni nazionali, creando una base comune di pene e sanzioni (otto anni di prigionia per i partecipanti ad un progetto terrorista, 15 per leadership di un gruppo terrorista) e ad una definizione comune del concetto di terrorismo: «Struttura composta da più di due persone, costituita già da tempo, che agisce secondo modalità concertate per commettere atti terroristici», senza tuttavia precisare cosa sia davvero un atto terroristico.

I paesi si sono adattati alla dimensione internazionalista del terrorismo islamico creando nuovi capi d’imputazione, un maggiore controllo sui movimenti degli stranieri provenienti da zone sensibili e una più accorta sorveglianza sulle forme associative dei popoli islamici (moschee, scuole coraniche e associazioni varie non da ultimo quelle di carità…). Gli stati, per reagire alle critiche mosse contro le loro politiche di sicurezza, legittimano le loro decisioni proponendosi come difensori delle libertà individuali, giustificando in tal modo la necessità di politiche preventive,  che mascherano spesso operati repressivi, violando se ritenuto le libertà individuali e  palese violazione della praivasi

Terrorismo, resistenza e repressione.

Piuttosto che restare intrappolati in questa psicosi collettiva, perché non tentare di indagare sulle motivazioni per cui un ideale (e la sua salvaguardia) portano verso la violenza?

Dostoevskij ha scritto ne “I demoni“: «Partendo dalla libertà assoluta, arrivo al dispotismo assoluto». La realizzazione di un ideale implica, dunque, una forma di violenza? Nella sua pièce “Le mani sporche” (1948), lo scrittore e filosofo Jean Paul Sartre  diceva: «Io ho le mani sporche. Fino ai gomiti. Le ho tuffate nel sangue e nella merda. E ora? Come fai a illuderti che si possa governare senza essere violenti?».
«Potremmo dire che Il vero terrorista sia lo stato?»  È così? L’esercizio del potere può essere considerato una sorta di terrorismo? A seguito di un intervento di Raymond Aubrac, uno dei protagonisti della resistenza francese al regime di Vichy, che rivendicava la definizione di terroristi per sé e per il gruppo di cui ha fatto parte, Jean Pierre Valabrega, psicanalista e scrittore, ha ricordato quale sia la causa prima del terrorismo: la resistenza al terrorismo dello stato.

Tutto comincia dagli stati e da chi detiene ed esercita il potere. Di conseguenza, le ideologie, i credi e le religioni contrapposte, la destra e le sinistre, portano inevitabilmente avanti il regno del terrore. In questo regime dittatoriale fatto dal terrorismo di stato, nascono e si organizzano delle resistenze che si oppongono l’una all’altra. Una lotta che si deve qualificare non come terrorismo ma come anti o contro-terrorismo. La resistenza all’infezione non è un’infezione. La resistenza all’oppressione non è un’oppressione.

Ecco di cosa si dovrebbe discutere: chi sono i terroristi? Chi i contro-terroristi? I movimenti islamici contemporanei si rifanno alla jihad e all’islamismo, ma allo stesso tempo sono contro il consumismo, l’imperialismo e i costumi considerati libertini del mondo occidentale Resta comunque la certezza che i detentori del potere, qualsiasi esso sia, considera terrorista chiunque vi si opponga, e per tale ragione legifera o adotta sistemi repressivi anche tal volta violenti, adducendo un modo tale che “il fine giustifichi sempre i mezzi”.

Annunci

Whi not ? Travaglio al Parlamento Europeo

mast

Mastella sta in Parlamento da trentun’anni, è stato testimone di nozze, nel 2000, del braccio destro di Bernardo Provenzano, Francesco Campanella, l’uomo che fornì a Provenzano i documenti falsi per andare in Francia a operarsi di prostata. Campanella era il segretario dei giovani dell’Udeur.

All’epoca, l’attuale ministro della giustizia gli fece da testimone di nozze insieme all’attuale governatore di Sicilia Salvatore
Cuffaro: il mafioso si sposa e alla sua destra c’è il futuro ministro della Giustizia mentre alla sua sinistra il futuro governatore della Sicilia.
Con questo pedigree è diventato ministro della giustizia; ha una famiglia numerosa in parte a carico dei contribuenti, come ha dimostrato recentemente l’Espresso in un’inchiesta che non ha avuto smentite, non ha sortito alcun risultato né in Parlamento né al governo. Spulciando nei bilanci del giornale ufficiale del partito del ministro Mastella, «Il Campanile», si è scoperto che questo – finanziato dallo Stato italiano con circa un milione e trecentomila euro all’anno vendendo, comprensibil- mente, poche centinaia di copie – si occupa di pagare Mastella nel 2005 con quarantamila euro per compensi giornalistici e di stornare quattor-
dicimila euro per i panettoni e i torroncini che la famiglia Mastella invia come regali di Natale a spese degli italiani.
Ci sono poi dodicimila euro per lo studio legale del figlio del ministro, trentaseimila per le polizze di assicurazione dello stesso figlio. Potete controllare, è tutto documentato su «L’Espresso» di due settimane fa a firmadi un giornalista molto bravo: Marco Lillo. Viaggi aerei della famiglia e, dulcis in fundo, duemila euro al mese al benzinaio di Ceppaloni, paese della provincia di Benevento, dove il figlio del ministro fa il pieno al suo Porsche Cayenne che consuma parecchio.

A un certo punto i destini del ministro Mastella e del Dott. De Magistris si incrociano perché in una delle tre importanti inchieste che conduce il magistrato […] si aggirano alcuni personaggi che hanno ottimi rapporti con gran parte della politica nazionale italiana, tra i quali anche il ministro Mastella.
La legge sull’ordinamento giudiziario approvata lo scorso anno dal Parlamento italiano, ereditata dal governo Berlusconi, ministro Castelli,e lasciata pressoché intatta dal governo Prodi, ministro Mastella, concede al ministro della Giustizia un potere che prima gli era negato: quello di chiedere al Consiglio superiore della Magistratura il trasferimento urgente in via cautelare dei magistrati anche a prescindere dall’accertamento di loro eventuali responsabilità disciplinari.
La scansione temporale di questa inchiesta è la seguente: nel marzo di quest’anno il procuratore capo di Catanzaro toglie a De Magistris la prima delle sue inchieste, Poseidone, riguardante i depuratori mai fatti.
Ha un discreto conflitto di interessi su questa decisione perché il principale indagato dell’inchiesta Poseidone è un deputato di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, socio di studio del figlio della convivente del procuratore Lombardi. Questo accade a marzo.
Nel mese di luglio, nell’altra inchiesta, Why not, viene iscritto nel registro degli indagati il nome di Romano Prodi a proposito di alcuni telefonini in uso ad alcuni suoi collaboratori, in parte indagati: per andare a vedere chi usa quei telefonini la Procura prende questa decisione.
Prodi si comporta correttamente: evita di attaccare la magistratura, cosa che in Italia non accade mai, e dice di essere sereno e di attendere con tranquillità le decisioni dei magistrati.
Passa l’estate. […] Quando ormai tutti sanno che gli investigatori si stanno occupando attivamente del ruolo avuto da Mastella e delle sue telefonate intercettate con due dei principali indagati cioè uno dei principali capi della Compagnia delle Opere – il ramo finanziario di Comunione e Liberazione, organizzazione cattolica molto potente – e un vecchio arnese della Loggia P2, già condannato per la maxitangente Enimont Pisignani, il ministro Mastella chiede al Consiglio superiore della Ma-
gistratura il trasferimento urgente in via cautelare di De Magistris. […]
Il Csm non ritiene che ci siano questi requisiti di urgenza, tant’è che rinvia la decisione a dicembre. Mastella, sempre più preoccupato per queste indagini, corrobora la richiesta di trasferimento con nuove carte arrivate dagli ispettori del suo ministero che da tre anni stazionano quasi in permanenza alla Procura di Catanzaro per occuparsi del Pubblico Ministero De Magistris.

Arrivano al Csm anche carte che contestano l’operato di De Magistris proprio sull’indagine che riguarda Mastella. Mastella, nel frattempo, è andato in Parlamento a dire che non ha chiesto il trasferimento di De Magistris per l’indagine che lo riguarda ma per un’altra: mente spudoratamente perché quando arrivano le carte degli ispettori, si capisce che riguardano anche l’indagine nella quale si parla di Mastella.
[…] De Magistris iscrive Mastella nel registro degli indagati per truffa all’Europa, truffa allo Stato italiani, finanziamento illecito e abuso.
Due giorni dopo, la notizia che è segretissima viene pubblicata da un quotidiano italiano il cui ex vice direttore è molto legato ai servizi segreti, tant’è che prendeva soldi dal servizio segreto militare.
Sul quotidiano «Libero» c’è questa fuga di notizie che lo stesso giorno provoca un effetto devastante: il procuratore generale di Catanzaro, Dott. Dolcino Favi, decide, avendo saputo che De Magistris ha iscritto Mastella sul registro degli indagati di togliergli l’inchiesta con il meccanismo della avocazione.
Il motivo è che visto che Mastella ha chiesto il trasferimento di De Magistris, allora questo ce l’ha con Mastella quindi non può più indagaresu di lui. […]
La stessa argomentazione, al contrario, viene utilizzata per avocarel’indagine […].[A De Magistris, ndr] portano via il fascicolo dalla cassaforte mentre è assente, mandano la posizione stralciata di Mastella al Tribunale dei ministri di Roma – è notizia di oggi [13 novembre 2007, ndr] che lo stesso Tribunale ha dichiarato di non essere competente rimandando le carte a Catanzaro – e a questo punto Mastella dichiara che De Magistris ha deciso di indagare su di lui apposta, per farsi togliere l’inchiesta e fare
il martire.
Questo è sempre il ministro della Giustizia italiano nell’esercizio delle sue funzioni; sembra incredibile a chi non è italiano ma noi abbiamo un ministro della Giustizia così.
Nel frattempo, al consulente tecnico che ha scoperto i rapporti telefonici tra i vari indagati, compreso Mastella, viene revocato l’incarico dal procuratore generale Dolcino Favi il quale, in realtà, è semplicemente un reggente: sta sostituendo un altro che è andato via in attesa che il Consiglio superiore della Magistratura ne nomini un altro. Cosa che accade, ma il reggente, che a questo punto è un autoreggente, continua imperterrito a prendere decisioni che, forse, sarebbe meglio lasciare al titolare in arrivo.
Per completare l’opera, l’Arma dei carabinieri caccia il Capitano Zaccheo che stava conducendo una delle indagini più importanti, l’unica rimasta nelle mani di De Magistris ovvero l’indagine Toghe Lucane.
L’imbarazzo del governo è enorme, perché cercare di cacciare l’unico magistrato che indaga sul capo del governo e sul ministro della Giustizia è una cosa che anche i più tonti capiscono essere ben peggio di quello che aveva cercato di fare, non riuscendoci, il governo Berlusconi.
L’ultimo atto di questa gravissima pantomima è la decisione della Cassazione sul ricorso presentato da De Magistris contro l’avocazione dell’indagine Why not: la Cassazione risponde che non è ammissibile esaminare questo ricorso perché non lo deve presentare il Pubblico Ministero che si è visto scippare l’indagine ma il procuratore capo che gli ha sottratto l’altra e firmato l’avocazione di questa. […]
Vi ho detto che il Tribunale dei ministri ha riconosciuto che il procuratore autoreggente Favi non doveva mandare l’indagine a Roma perché non se ne fanno nulla. Vi leggo per concludere quello che scrive un magistrato di Palermo che fotografa così la situazione dei rapporti tra giustizia e politica, anno domini 2007 regnante il centrosinistra:
«Il ministro, utilizzando questo nuovo potere di chiedere il trasferimento dei magistrati, ha contribuito a creare quel processo a tappe di spoliazione delle inchieste il cui titolare era De Magistris. Utilizzando il grimaldello della legge, la questione De Magistris è diventata una vicenda pilota che mostra i guasti della riforma Mastella. Anche il potere di avocazione, che c’è sempre stato, oggi diventa uno strumento di normalizzazione della magistratura.

Ai tempi del governo Berlusconi,dell’attacco all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, nessuno si era azzardato ad usare lo strumento dell’avocazione di determinate inchieste. Oggi si sta creando nella magistratura un processo progressivo di omologazione, uno degli obiettivi si quali ha puntato la politica. C’è una trasversale insofferenza nei confronti dell’azione di controllo di legalità svolta dai magistrati che rispettano la Costituzione e applicano la legge uguale per tutti».

Antonio Ingroia, procuratore Antimafia a Palermo.

Il Frankenstein del PD

Renzienstein-Junior

di VALERIO GUIZZARDI

In Emilia Romagna c’è una guerra, ormai da tempo, che oppone il Pd a una parte consistente e maggioritaria della Procura e della magistratura giudicante. Per il momento il secondo “esercito” pare vincente: ha detronizzato il Presidente Vasco Errani e ora si avvia, a colpi di avvisi di garanzia, a mettere mano alle primarie per l’elezione del prossimo Presidente. Infatti Matteo Richetti e Stefano Bonaccini, due dei tre candidati avatar di Renzi, sono stati colpiti e affondati. Vedremo in seguito che si deciderà del terzo candidato Roberto Balzani.

Per non perderci in chiacchiere e senza scomodare analisi raffinate potremmo riassumere così: il Pd sta alla Magistratura come gli Usa stanno all’Isis. Prima li hanno creati, organizzati e armati scagliandoli contro il nemico di turno. Poi autonomizzatisi, gli “amici” di un tempo si sono rivolti contro i loro creatori in una strategia di comando e potere propria. Con gli stessi metodi: la decapitazione pubblica mediatizzata.

Questa tattica suicida del Pd è però una storia antica: rimanda infatti almeno ai “favolosi Settanta” quando Pci e Cgil usarono la fazione Picista di Magistratura Democratica contro l’autonomia di classe, nella sua caleidoscopica composizione politica. L’intento, purtroppo riuscito, era di sbarazzarsi non solo delle forme autonome che in quegli anni agivano un conflitto volto ad “abolire lo stato delle cose presenti” ma anche della sua stessa base sociale in continuità strategica con il Compromesso Storico, e la consegna dell’intera classe al modo capitalistico di produzione, allora in piena transizione verso l’era neoliberista.

Oggi hanno cambiato il nome ma non il metodo: sbarazzarsi del nemico, che sia Berlusconi o i movimenti, usando la magistratura come una clava. Ma qualcosa è cambiato. Sì, perché quando si crea un Frankenstein e poi se ne perde il controllo si va incontro a grossi guai. Infatti hanno spinto di fatto la Magistratura a evolversi da un Ordine dello Stato a un Potere autonomo vero e proprio, che ha come obiettivi strategici l’autoconservazione corporativa, anche a mezzo di utili torsioni del Codice penale, comando e privilegi. Ma soprattutto il monopolio della verità in sentenza, la quale viene misurata in ragione della sua utilità alla piena conservazione dello status quo. Che, tra l’altro, sono anche i mezzi di selezione utili ad ottenere di volta in volta, di elezioni dopo elezioni, una “qualità” di governo più morbida e accomodante verso se stesso.

Altrimenti sono guai: infatti, per esempio, ogni volta che il Governo di turno annuncia la riforma di quel Potere partono grappoli di arresti o avvisi di garanzia a scopo dissuasivo verso chiunque voglia provarci. Tattica di guerra si direbbe fino ad ora ben riuscita, visti i risultati.

Ma torniamo da dove eravamo partiti: il piano regionale. Certo qui si gioca una partita importante, foriera di risvolti nazionali di non poco conto. Pare evidente che la Magistratura locale stia tentando di modificare gli antichi equilibri che hanno garantito – dal Pci al Pd – il monopolio del potere dal 25 aprile 1945. E, attraverso questo, il regno incontrastato dei potentati economici di diretto riferimento: il cosiddetto Modello cooperativo emiliano. Quest’ultimo ha, incontestabilmente, trasformato nel tempo quello che dalla seconda metà dell’Ottocento era una virtuosa idea di economia sociale inclusiva, a tratti anche sovversiva dell’allora ordine esistente, in una piovra neoliberista che pompa giganteschi profitti a mezzo di predazione e sfruttamento fino all’osso del lavoro vivo.

Sia chiaro, qui nessuno grida al complotto. Questa guerra tra Magistratura e Pd non ha nulla di nascosto: gli eserciti in campo sono noti, tattiche e strategie evidenti. Per il momento la Magistratura pare vincente, le teste che cadono non si contano più. Il Pd grida berluschianamente «Giustizia a orologeria» e le sue fila sono allo sbando. Vedremo come evolverà la situazione.

A noi non resta che approfittarne e organizzarci per un autunno di lotte che promettiamo molto caldo.

fonte : http://commonware.org/