j have a dream…

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di Bert Roug :

Papa Benedetto XVI aveva ragione: il marxismo non è più utile! Certo, quel marxismo che molti nella Chiesa Cattolica considerano come una ideologia atea che giustificava qualche sorta di crimine. Ma accettare  che il marxismo come lo intende Ratzinger sia lo stesso marxismo che intendeva Marx sarebbe come identificare il cattolicesimo con l’Inquisizione. Si potrebbe allora dire: il cattolicesimo non è più utile. Perché non si può giustificare il mandare al rogo donne considerate streghe o torturare i sospetti di eresia. Ora, fortunatamente il cattolicesimo non può essere identificato con l’Inquisizione, né con la pedofilia di preti e vescovi.
Allo stesso modo, il marxismo non si può confondere con i marxisti che lo hanno usato per diffondere l’ idea di “Stato egemone e Padrone”. Dobbiamo tornare a Marx per sapere cosa è il marxismo, così come dobbiamo ritornare al Vangelo e a Gesù per sapere che cos’è il cristianesimo e a Francesco d’Assisi per sapere cosa è il cattolicesimo. Il Marxismo non è un ideologia, il marxismo è una teoria, un metodo di analisi della realtà.E la realtà, oltre a quella appena enunciata sopra,è che nel corso della storia, in nome delle parole più belle, sono stati commessi i crimini più efferati. In nome della democrazia, gli USA si sono impadroniti di Porto Rico e della base cubana di Guantanamo. In nome del progresso, i paesi dell’Europa occidentale hanno colonizzato i popoli africani e hanno lasciato lì una scia di miseria, di fame, di guerre. In nome della libertà, la regina Vittoria ha promosso in Cina la devastante guerra dell’oppio .
In nome della pace, la Casa Bianca ha commesso il più illegittimo e genocida atto terroristico della storia: le bombe atomiche sopra le popolazioni di Hiroshima e Nagasaki. In nome della libertà, gli Stati Uniti hanno instaurato in quasi tutta l’America Latina, dittature sanguinose.Oggi, il capitalismo è egemone nel mondo. E dei sette miliardi di persone che abitano il pianeta, quattro miliardi vivono al di sotto della soglia di povertà e 1,2 miliardi soffrono di fame cronica.Il capitalismo ha fallito per i due terzi dell’umanità, che non hanno accesso ad una vita degna.
Dove il cristianesimo e il marxismo parlano di solidarietà, il capitalismo ha introdotto la competizione; dove parlano di cooperazione, ha introdotto la concorrenza; dove parlano di rispetto per la sovranità dei popoli, ha introdotto il globocolonialismo. La religione non è un metodo di analisi della realtà. Il marxismo non è una religione. La luce che la fede getta sulla realtà è, piaccia o no al Vaticano, sempre mediata da una ideologia. L’ideologia neoliberista, che identifica il capitalismo e la democrazia, prevale oggi nella coscienza di molti cristiani e impedisce loro di rendersi conto che il capitalismo è intrinsecamente malvagio. L’arcivescovo cattolico di Monaco, Reinhard Marx (l’ironia nel cognome), ha lanciato nel 2011 un libro intitolato “Il Capitale – un patrimonio per l’umanità”. La copertina contiene gli stessi colori e caratteri grafici della prima edizione del Capitale di Karl Marx, pubblicato ad Amburgo nel 1867.
“Marx non è morto ed è necessario prenderlo sul serio”, ha detto il prelato in occasione del lancio del libro. “Dobbiamo confrontarci con l’opera di Karl Marx, che ci aiuta a comprendere le teorie dell’accumulazione capitalistica e del mercamtilismo”.Ora è provato che il capitalismo non garantisce un futuro dignitoso per l’umanità e lo stesso Benedetto XVI lo ha ammesso nell’affermare che “…Dobbiamo cercare nuovi modelli”.
Il marxismo, con l’analizzare le contraddizioni e le carenze del capitalismo, apre una porta di speranza per una società che i cattolici, nella celebrazione eucaristica, caratterizzano come il mondo in cui tutti potranno “condividere la ricchezza della terra e dei frutti del lavoro umano “.
Questo Marx lo chiamava socialismo.

Lettera ad un amica..Perchè essere comunisti.

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Cara…è vero, sembra semplice, ma in fondo non lo è, non lo è mai stato e forse non lo sarà mai. Ma per un comunista, chiedersi il “perche si è comunisti”, nonostante (per un comunista) dovrebbe essere naturale, è una domanda che mette la propria interiorità a disagio. La parte dei “leoni rabbiosi e malati” la fanno sicuramente la caduta dell’ Urss e la storia generale del comunismo del 900…non ancora del tutto elaborata, ma pesa anche l’ attuale situazione di difficoltà che comprensibilmente (ed ingiustificatamente) ci schiaccia sul livello della sopravvivenza immediata.Ma io,te, noi e quella moltitudine di persone che crede e che lotta ancora per certi valori non siamo comunisti  perchè abbiamo letto  il Capitale, ma perchè se lo siamo in un certo modo, cioè nel senso moderno del termine è solo perché lo abbiamo “letto” in una accezione più ampia, nel senso che ce lo siamo fatto  “proprio”.
La spinta profonda ed iniziale ad essere comunisti credo che provenga da una insofferenza, da un senso di profonda inaccettazione per quanto vediamo e sperimentiamo ogni giorno nella nostra vita e, per quanto riusciamo a vedere e sentire, nella vita dei nostri simili. E’ il rifiuto dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza, che è tanto più forte in quanto questa ingiustizia e questa ineguaglianza le sentiamo essere ingiustificate a farci muovere. Eppure, molti (per fortuna!) sono coloro che, mossi da una simile intolleranza, operano o ritengono di operare contro l’oppressione, lo sfruttamento e l’ineguaglianza senza per questo essere o dichiararsi comunisti. Seguaci di religioni e confessioni diverse, aderenti a partiti e movimenti filosofici variegati cercano di operare in tal senso.
Nessuno di questi, però, ha la nostra stessa idea di società futura o i nostri stessi metodi di analisi e di intervento sulla realtà o, soprattutto, ritiene che per risolvere i problemi sociali, sia necessario trasformare la società alla sua radice e cioè a partire dai rapporti di produzione. In effetti noi non siamo neppure i primi comunisti della storia né il comunismo è stato inventato da Marx. L’aspirazione a ristabilire la situazione di eguaglianza tra gli uomini esistente nelle classi è probabilmente vecchia quanto l’esistenza delle classi stesse. Comunisti erano i primi cristiani. Comunisti erano i seguaci di Thomas Müntzer che  guidavano le armate contadine contro i principi tedeschi e si può continuare con altre decine e decine d’esempi.
Ora,leggendo qualche documento,scritto da compagni che conosci, estrapolo qualche spunto che mi ha particolarmente colpito per la lucidità d’ analisi. 

Il primo, riassumendo, parla del comunismo moderno che se pur figlio delle lotte degli sfruttati di ogni tempo e luogo è qualcosa di altro e diverso. E’, come disse Marx al momento di costituire la Prima Internazionale, il superamento della fase delle “sette” e dei progetti utopistici del passato, generosi ma impotenti. Pone come l’ “essere comunisti “moderni” è soprattutto la consapevolezza che oggi, per la prima volta nella storia, il comunismo è possibile. Perché oggi l’esistenza delle classi, derivata dallo sviluppo della divisione del lavoro e necessaria allo sviluppo della capacità produttiva del lavoro umano, non solo non è più necessaria, ma è anzi di ostacolo al libero ed ulteriore sviluppo delle forze produttive della società. In pratica, nella fase storica caratterizzata dall’affermazione definitiva del capitale e dalla contraddizione “lavoro salariato – capitale” si sono create le condizioni per l’abolizione delle classi e quindi dello sfruttamento e dell’ineguaglianza. E’ proprio in questo senso che Marx scrisse una delle frasi per me più belle della storia politico-filosofica: “Il comunismo non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale alle la realtà deve conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente.” Il “presupposto” è il movimento del capitale stesso. Essere comunisti implica, quindi, una specifica concezione del mondo, un determinato metodo di analisi della Storia e della Società e una certa prassi di lotta.O sei comunista o non lo sei, sei altro.

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Whi not ? Travaglio al Parlamento Europeo

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Mastella sta in Parlamento da trentun’anni, è stato testimone di nozze, nel 2000, del braccio destro di Bernardo Provenzano, Francesco Campanella, l’uomo che fornì a Provenzano i documenti falsi per andare in Francia a operarsi di prostata. Campanella era il segretario dei giovani dell’Udeur.

All’epoca, l’attuale ministro della giustizia gli fece da testimone di nozze insieme all’attuale governatore di Sicilia Salvatore
Cuffaro: il mafioso si sposa e alla sua destra c’è il futuro ministro della Giustizia mentre alla sua sinistra il futuro governatore della Sicilia.
Con questo pedigree è diventato ministro della giustizia; ha una famiglia numerosa in parte a carico dei contribuenti, come ha dimostrato recentemente l’Espresso in un’inchiesta che non ha avuto smentite, non ha sortito alcun risultato né in Parlamento né al governo. Spulciando nei bilanci del giornale ufficiale del partito del ministro Mastella, «Il Campanile», si è scoperto che questo – finanziato dallo Stato italiano con circa un milione e trecentomila euro all’anno vendendo, comprensibil- mente, poche centinaia di copie – si occupa di pagare Mastella nel 2005 con quarantamila euro per compensi giornalistici e di stornare quattor-
dicimila euro per i panettoni e i torroncini che la famiglia Mastella invia come regali di Natale a spese degli italiani.
Ci sono poi dodicimila euro per lo studio legale del figlio del ministro, trentaseimila per le polizze di assicurazione dello stesso figlio. Potete controllare, è tutto documentato su «L’Espresso» di due settimane fa a firmadi un giornalista molto bravo: Marco Lillo. Viaggi aerei della famiglia e, dulcis in fundo, duemila euro al mese al benzinaio di Ceppaloni, paese della provincia di Benevento, dove il figlio del ministro fa il pieno al suo Porsche Cayenne che consuma parecchio.

A un certo punto i destini del ministro Mastella e del Dott. De Magistris si incrociano perché in una delle tre importanti inchieste che conduce il magistrato […] si aggirano alcuni personaggi che hanno ottimi rapporti con gran parte della politica nazionale italiana, tra i quali anche il ministro Mastella.
La legge sull’ordinamento giudiziario approvata lo scorso anno dal Parlamento italiano, ereditata dal governo Berlusconi, ministro Castelli,e lasciata pressoché intatta dal governo Prodi, ministro Mastella, concede al ministro della Giustizia un potere che prima gli era negato: quello di chiedere al Consiglio superiore della Magistratura il trasferimento urgente in via cautelare dei magistrati anche a prescindere dall’accertamento di loro eventuali responsabilità disciplinari.
La scansione temporale di questa inchiesta è la seguente: nel marzo di quest’anno il procuratore capo di Catanzaro toglie a De Magistris la prima delle sue inchieste, Poseidone, riguardante i depuratori mai fatti.
Ha un discreto conflitto di interessi su questa decisione perché il principale indagato dell’inchiesta Poseidone è un deputato di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, socio di studio del figlio della convivente del procuratore Lombardi. Questo accade a marzo.
Nel mese di luglio, nell’altra inchiesta, Why not, viene iscritto nel registro degli indagati il nome di Romano Prodi a proposito di alcuni telefonini in uso ad alcuni suoi collaboratori, in parte indagati: per andare a vedere chi usa quei telefonini la Procura prende questa decisione.
Prodi si comporta correttamente: evita di attaccare la magistratura, cosa che in Italia non accade mai, e dice di essere sereno e di attendere con tranquillità le decisioni dei magistrati.
Passa l’estate. […] Quando ormai tutti sanno che gli investigatori si stanno occupando attivamente del ruolo avuto da Mastella e delle sue telefonate intercettate con due dei principali indagati cioè uno dei principali capi della Compagnia delle Opere – il ramo finanziario di Comunione e Liberazione, organizzazione cattolica molto potente – e un vecchio arnese della Loggia P2, già condannato per la maxitangente Enimont Pisignani, il ministro Mastella chiede al Consiglio superiore della Ma-
gistratura il trasferimento urgente in via cautelare di De Magistris. […]
Il Csm non ritiene che ci siano questi requisiti di urgenza, tant’è che rinvia la decisione a dicembre. Mastella, sempre più preoccupato per queste indagini, corrobora la richiesta di trasferimento con nuove carte arrivate dagli ispettori del suo ministero che da tre anni stazionano quasi in permanenza alla Procura di Catanzaro per occuparsi del Pubblico Ministero De Magistris.

Arrivano al Csm anche carte che contestano l’operato di De Magistris proprio sull’indagine che riguarda Mastella. Mastella, nel frattempo, è andato in Parlamento a dire che non ha chiesto il trasferimento di De Magistris per l’indagine che lo riguarda ma per un’altra: mente spudoratamente perché quando arrivano le carte degli ispettori, si capisce che riguardano anche l’indagine nella quale si parla di Mastella.
[…] De Magistris iscrive Mastella nel registro degli indagati per truffa all’Europa, truffa allo Stato italiani, finanziamento illecito e abuso.
Due giorni dopo, la notizia che è segretissima viene pubblicata da un quotidiano italiano il cui ex vice direttore è molto legato ai servizi segreti, tant’è che prendeva soldi dal servizio segreto militare.
Sul quotidiano «Libero» c’è questa fuga di notizie che lo stesso giorno provoca un effetto devastante: il procuratore generale di Catanzaro, Dott. Dolcino Favi, decide, avendo saputo che De Magistris ha iscritto Mastella sul registro degli indagati di togliergli l’inchiesta con il meccanismo della avocazione.
Il motivo è che visto che Mastella ha chiesto il trasferimento di De Magistris, allora questo ce l’ha con Mastella quindi non può più indagaresu di lui. […]
La stessa argomentazione, al contrario, viene utilizzata per avocarel’indagine […].[A De Magistris, ndr] portano via il fascicolo dalla cassaforte mentre è assente, mandano la posizione stralciata di Mastella al Tribunale dei ministri di Roma – è notizia di oggi [13 novembre 2007, ndr] che lo stesso Tribunale ha dichiarato di non essere competente rimandando le carte a Catanzaro – e a questo punto Mastella dichiara che De Magistris ha deciso di indagare su di lui apposta, per farsi togliere l’inchiesta e fare
il martire.
Questo è sempre il ministro della Giustizia italiano nell’esercizio delle sue funzioni; sembra incredibile a chi non è italiano ma noi abbiamo un ministro della Giustizia così.
Nel frattempo, al consulente tecnico che ha scoperto i rapporti telefonici tra i vari indagati, compreso Mastella, viene revocato l’incarico dal procuratore generale Dolcino Favi il quale, in realtà, è semplicemente un reggente: sta sostituendo un altro che è andato via in attesa che il Consiglio superiore della Magistratura ne nomini un altro. Cosa che accade, ma il reggente, che a questo punto è un autoreggente, continua imperterrito a prendere decisioni che, forse, sarebbe meglio lasciare al titolare in arrivo.
Per completare l’opera, l’Arma dei carabinieri caccia il Capitano Zaccheo che stava conducendo una delle indagini più importanti, l’unica rimasta nelle mani di De Magistris ovvero l’indagine Toghe Lucane.
L’imbarazzo del governo è enorme, perché cercare di cacciare l’unico magistrato che indaga sul capo del governo e sul ministro della Giustizia è una cosa che anche i più tonti capiscono essere ben peggio di quello che aveva cercato di fare, non riuscendoci, il governo Berlusconi.
L’ultimo atto di questa gravissima pantomima è la decisione della Cassazione sul ricorso presentato da De Magistris contro l’avocazione dell’indagine Why not: la Cassazione risponde che non è ammissibile esaminare questo ricorso perché non lo deve presentare il Pubblico Ministero che si è visto scippare l’indagine ma il procuratore capo che gli ha sottratto l’altra e firmato l’avocazione di questa. […]
Vi ho detto che il Tribunale dei ministri ha riconosciuto che il procuratore autoreggente Favi non doveva mandare l’indagine a Roma perché non se ne fanno nulla. Vi leggo per concludere quello che scrive un magistrato di Palermo che fotografa così la situazione dei rapporti tra giustizia e politica, anno domini 2007 regnante il centrosinistra:
«Il ministro, utilizzando questo nuovo potere di chiedere il trasferimento dei magistrati, ha contribuito a creare quel processo a tappe di spoliazione delle inchieste il cui titolare era De Magistris. Utilizzando il grimaldello della legge, la questione De Magistris è diventata una vicenda pilota che mostra i guasti della riforma Mastella. Anche il potere di avocazione, che c’è sempre stato, oggi diventa uno strumento di normalizzazione della magistratura.

Ai tempi del governo Berlusconi,dell’attacco all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, nessuno si era azzardato ad usare lo strumento dell’avocazione di determinate inchieste. Oggi si sta creando nella magistratura un processo progressivo di omologazione, uno degli obiettivi si quali ha puntato la politica. C’è una trasversale insofferenza nei confronti dell’azione di controllo di legalità svolta dai magistrati che rispettano la Costituzione e applicano la legge uguale per tutti».

Antonio Ingroia, procuratore Antimafia a Palermo.

“Articoli 18” e battaglie tra fazioni borghesi

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Il lavoro salariato è stato nel tempo ingabbiato da vincoli contrattuali e legali. Ma il rapporto fra salariato e capitalista mal sopporta di sottostare a regole fisse. La forza-lavoro è una merce: in un mercato mutevole, essa dev’essere liberamente disponibile. Il capitalista ha il diritto di utilizzarla come vuole dopo averla comprata, è sua. D’altra parte anche il lavoratore ha il diritto di venderla sul mercato alle condizioni che preferisce: finché non l’ha ancora venduta è sua. E non la vende una volta per tutte come lo schiavo, la vende giorno per giorno, poco per volta. Lo Stato fa da mediatore, ma è uno strumento in mano alla classe dominante. Per questo, da sempre, i comunisti dicono che fra due diritti contrapposti può decidere soltanto la forza.

La tradizione sindacale comunista è sempre stata estranea ai contratti a scadenza fissa, alle troppe leggi per i “diritti” dei lavoratori, ai meccanismi automatici di contrattazione, ai protocolli d’intesa per il rilancio dell’economia ecc. ecc. I comunisti hanno rivendicato una legislazione specifica solo in alcuni casi come per la durata della giornata lavorativa o per il salario minimo garantito a occupati e disoccupati. L’esistenza di troppi vincoli obbliga ad un rigido rispetto del contratto e alla fine i capitalisti con il loro Stato hanno sempre il coltello dalla parte del manico. La lotta proletaria non deve mai essere né regolamentata né preannunciata.

E’ ovvio che da parte borghese si tenti più che mai di evitarla del tutto: le potenzialità di lotta del proletariato moderno sono troppo grandi per essere lasciate senza controllo. Ecco perché si tenta di instaurare una contrattazione perenne in margine ad automatismi prestabiliti per legge… salvo denunciarli quando non fanno più comodo. Fin dai tempi del sindacalismo corporativo fascista la borghesia vuole ingabbiare la lotta di classe con leggi e vincoli, incanalare nella “legalità” tutto il movimento sindacale e farne un dipartimento del ministero del lavoro.

I sindacati si sono adattati a questa esigenza e ormai non hanno più una vitalità propria; sono come vogliono essere: una forza di governo sociale. Hanno un atteggiamento “difesista”, rattoppatore di falle, piagnucoloso. Invece di prendere l’iniziativa corrono dietro a temi imposti dall’avversario. Sono stati a volte persino servili, come nel caso del Protocollo a sostegno della produzione del ’93. Questo sindacalismo avvocatesco, presto copiato anche da frange minori che si credono estremiste, ha frenato la capacità di attacco del proletariato. Lo ha ridotto a lottare esclusivamente in risposta a chi non rispetta le regole, lamentando un eterno “attacco padronale”.

Il sindacalismo corporativo e le politiche del welfare sono nati contemporaneamente. Essi dichiarano apertamente di essere uno strumento per prevenire moti rivoluzionari. Per questo, proprio perché l’inquadramento organizzativo proletario a livello economico è estremamente importante riguardo a ogni sviluppo della lotta di classe, diventa necessaria l’autonomia sindacale. Ma come la si conquista? Se il sindacalismo odierno è integrato nello Stato e per di più questo fenomeno è ormai storico, cioè irreversibile, come si potrà mai rovesciare la situazione?

Evidentemente non è un problema di sindacato, intendendo con questo termine le organizzazioni che conosciamo. Sotto una pressione autentica e indipendente di masse proletarie decise a raggiungere un risultato, nessun sindacato potrebbe resistere: la storia c’insegna che, se entra con esse in conflitto, o è distrutto o è stravolto e costretto a far sue le istanze di base. La chiave del problema è dunque in ciò che fanno la classe e la sua direzione. E’ assurdo assecondare la proliferazione delle istanze sindacali, fotocopie in piccolo di quelle ufficiali, in una mostruosa solidarietà corporativa che in realtà non esce dai limiti istituzionali. Più tragico ancora è l’utilizzo congiunto della forza proletaria per la lotta partigiana contro il Berlusconi di turno a favore di altri borghesi.

Che senso avrebbe la difesa impotente di articoli 18, di contratti pluriennali, di scartoffie su diritti virtuali, di protocolli che legano mani e piedi ai proletari, se essi fossero ben organizzati in un grande movimento e la smettessero di seguire i piagnucolii insopportabili di capi corrotti dall’ideologia del Capitale? Se si ponessero con forza in posizione d’attacco per loro obiettivi indipendenti sotto la direzione di un programma di classe?

“n+1”, rivista sul movimento reale che abolisce lo stato di cose presente

[tratto da www.quinterna.org]

“Trionferanno le idee giuste o trionferà il disastro

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L’Avana, 1°set (Prensa Latina) La stampa cubana pubblica oggi un articolo del leader storico della Rivoluzione, Fidel Castro Ruz

La società mondiale non conosce tregua negli ultimi anni, particolarmente da quando la Comunità Economica Europea, sotto la direzione ferrea ed incondizionata degli Stati Uniti, ha considerato che era arrivata l’ora di saldare i conti con quello che restava di due grandi nazioni che, ispirate nelle idee di Marx, avevano portato a termine la prodezza di mettere fine all’ordine coloniale ed imperialista imposto al mondo dall’Europa e dagli Stati Uniti.

Nell’antica Russia è esplosa una rivoluzione che ha commosso il mondo.

Si aspettava che la prima gran rivoluzione socialista si sarebbe sviluppata nei paesi più industrializzati dell’Europa, come Inghilterra, Francia, Germania e l’Impero Austro-Ungarico. Questa, tuttavia, ha avuto luogo in Russia il cui territorio si estendeva in Asia, dal nord dell’Europa fino al Sud dell’Alaska che era anche stato territorio zarista, venduto per alcuni dollari al paese che sarebbe posteriormente il più interessato nell’attaccare e distruggere la rivoluzione ed il paese che l’ha generata.

La maggiore prodezza del nuovo Stato è stato creare un’Unione capace di raggruppare le sue risorse e condividere la sua tecnologia con gran numero di nazioni deboli e meno sviluppate, vittime inevitabili dello sfruttamento coloniale. Sarebbe o no conveniente nel mondo attuale una vera società di nazioni che rispettasse diritti, credenze, cultura, tecnologie e risorse di luoghi accessibili del pianeta apprezzati da tanti esseri umani, che vorrebbero conoscerli? E non sarebbe molto più giusto che tutte le persone che oggi, in frazioni di secondo, comunicano da un estremo ad un altro del pianeta, vedano negli altri un amico od un fratello e non un nemico disposto a sterminarlo coi mezzi che è stata capace di creare la conoscenza umana?

Per credere che gli esseri umani potrebbero essere capaci di albergare tali obiettivi, penso che non esiste nessun diritto per distruggere città, assassinare bambini, polverizzare abitazioni, a seminare da tutte le parti terrore, fame e morte. In che angolo del mondo potrebbero giustificarsi tali fatti? Se si ricorda che alla fine del massacro dell’ultima contesa mondiale il mondo si illuse con la creazione delle Nazioni Unite, è perché gran parte dell’umanità le ha immaginate con tali prospettive, benché non fossero definiti perfettamente i suoi obiettivi. Un inganno colossale è quello che si  percepisce oggi quando sorgono problemi che insinuano la possibile esplosione di una guerra con l’impiego di armi che potrebbero porre fine all’esistenza umana.

Esistono individui negligenti, apparentemente non pochi, che considerano un merito la loro disposizione a morire, ma soprattutto ad ammazzare per difendere privilegi vergognosi.

Molte persone si meravigliano ascoltando le dichiarazioni di alcuni portavoci europei della NATO quando si esprimono con lo stile ed il volto delle SS naziste. In occasioni perfino si vestono con abiti oscuri in piena estate.

Noi abbiamo un avversario abbastanza poderoso come lo è il nostro vicino più prossimo: gli Stati Uniti. Gli abbiamo avvertiti che avremmo resistito al bloqueo, benché questo potesse implicare un costo molto elevato per il nostro paese. Non c’è peggiore prezzo che capitolare di fronte al nemico che ti aggredisce senza ragione né diritto. Era il sentimento di un popolo piccolo ed isolato. Il resto dei governi di questo emisfero, con rare eccezioni, si erano sommati al poderoso ed influente impero. Non si trattava da parte nostra di un atteggiamento personale, era il sentimento di una piccola nazione che era una proprietà dagli inizi del secolo non solo politica, ma anche economica degli Stati Uniti. La Spagna c’aveva ceduto a questo paese dopo avere sofferto quasi cinque secoli di colonialismo e di un incalcolabile numero di morti e perdite materiali nella lotta per l’indipendenza.

L’impero si è arrogato il diritto di intervenire militarmente a Cuba in virtù di un perfido emendamento costituzionale che ha imposto ad un Congresso impotente ed incapace di resistere. A parte di essere i padroni di quasi tutto a Cuba: abbondanti terre, le maggiori centrali di canna da zucchero, le miniere, le banche e perfino la prerogativa di stampare il nostro denaro, ci proibiva di produrre leguminose sufficienti per alimentare la popolazione.

Quando l’URSS si è disintegrata ed è anche sparito il Campo Socialista, abbiamo continuato a resistere, ed insieme, lo Stato ed il popolo rivoluzionario, proseguiamo la nostra marcia indipendente.

Non desidero, tuttavia, drammatizzare questa storia modesta. Preferisco piuttosto sottolineare che la politica dell’impero è tanto drammaticamente ridicola che non tarderà molto nel passare nell’immondezzaio della storia. L’impero di Adolf Hitler, ispirato nell’avidità, è passato alla storia senza più gloria che l’alito apportato ai governi borghesi ed aggressivi della NATO che li converte nello zimbello dell’Europa e del mondo, col suo euro, che come il dollaro, non tarderà a trasformarsi in carta straccia, chiamata a dipendere dallo yuan ed anche dai rubli, davanti alla vigorosa economia cinese strettamente unita all’enorme potenziale economico e tecnico della Russia.

Qualcosa che si è trasformato in un simbolo della politica imperiale è il cinismo.

Come si conosce, John McCain è stato il candidato repubblicano alle elezioni del 2008. Il personaggio è uscito alla luce pubblica quando nella sua condizione di pilota è stato abbattuto mentre il suo aeroplano bombardava la popolosa città di Hanoi. Un missile vietnamita l’ha raggiunto in pieno volo ed aereo e pilota sono caduti in un lago ubicato nelle vicinanze dalla capitale, attiguo alla città.

Un antico soldato vietnamita già ritirato che si guadagnava la vita lavorando nelle prossimità, vedendo cadere l’aeroplano ed un pilota ferito che tentava di salvarsi si è mosso per soccorrerlo; mentre il vecchio soldato prestava questo aiuto, un gruppo della popolazione di Hanoi che soffriva gli attacchi dell’aviazione, correva per saldare i conti con l’assassino. Lo stesso soldato ha persuaso il popolo a non farlo, perché era già un prigioniero e la sua vita si doveva rispettare. Le stesse autorità yankee hanno dialogato col Governo pregando non agisse contro questo pilota.

A parte le norme del Governo vietnamita di rispetto ai prigionieri, il pilota era figlio di un Ammiraglio dell’Armata degli Stati Uniti che aveva svolto un ruolo riconosciuto nella Seconda Guerra Mondiale e stava ancora occupando un importante incarico.

I vietnamiti avevano catturato un pezzo grosso in questo bombardamento e come è logico, pensando alle conversazioni inevitabili di pace che dovevano mettere fine alla guerra ingiusta che avevano imposto, hanno sviluppato un’amicizia con lui che era molto felice di trarre tutto il vantaggio possibile da questa avventura. Questo, naturalmente, non me l’ha raccontato nessun vietnamita, né io non l’avrei mai domandato. L’ho letto e si adatta completamente a determinati dettagli che ho conosciuto più tardi. Ho anche letto che un giorno Mister McCain aveva scritto che essendo prigioniero in Vietnam, mentre era torturato, ha ascoltato voci in spagnolo che suggerivano ai torturatori che cosa dovevano fare e come farlo. Erano voci di cubani, secondo McCain. Cuba non è mai stata consulente in Vietnam e i militari vietnamiti sapevano benissimo come affrontare la guerra.

Il Generale Giap è stato uno dei capi più brillanti della nostra epoca che in Dien Bien Phu è stato capace di ubicare i cannoni in selve intricate e ripide, fatto che i militari yankee ed europei consideravano impossibile. Con questi cannoni sparavano da un punto tanto prossimo che era impossibile neutralizzarli senza che le bombe nucleari colpissero anche gli invasori. Gli altri passi pertinenti, tutti difficili e complessi, sono stati usati per imporre alle forze circondate europee una resa vergognosa.

La volpe di McCain ha tratto tutto il vantaggio possibile dalle sconfitte militari degli invasori yankee ed europei. Nixon non ha potuto persuadere il suo consigliere di Sicurezza Nazionale Henry Kissinger, neanche quando in momenti di rilassamento gli diceva perché non gli lanciamo una di quelle bombe Henry? La vera bomba è arrivata quando gli uomini del Presidente hanno tentato di spiare gli avversari del partito opposto. Questo sì che non si poteva tollerare!

Nonostante ciò, l’attuazione più cinica del Sig. McCain è stata quella nel Vicino Oriente. Il senatore McCain è l’alleato più incondizionato di Israele nei grovigli del Mossad, qualcosa che né i peggiori avversari sarebbero stati capaci di immaginare. McCain ha partecipato insieme a questo servizio segreto alla creazione dello Stato Islamico che si è impadronito di una parte considerabile e vitale dell’Iraq, come dicono, di un terzo del territorio della Siria. Tale Stato conta già con entrate miliardarie e minaccia Arabia Saudita ed altri Stati di questa complessa regione che gestiscono la parte più importante del petrolio,maggior combustibile al mondo

Non sarebbe preferibile, lottare per produrre più alimenti e prodotti industriali, costruire ospedali e scuole per le migliaia di milioni di esseri umani che ne hanno bisogno disperatamente, promuovere l’arte e la cultura, lottare contro malattie di massa che portano alla morte oltre la metà dei malati, ricercatori scientifici e tecnici che, come sembra, potrebbero eliminare finalmente malattie come , l’ebola, la malaria, la dengue, la chikungunya, il diabete ed altre che colpiscono le funzioni vitali degli esseri umani?

Se oggi risulta possibile prolungare la vita, la salute ed il tempo utile delle persone, se è perfettamente possibile pianificare lo sviluppo della popolazione in virtù della produttività crescente, la cultura e lo sviluppo dei valori umani, che aspettano a farlo?

Trionferanno le idee giuste o trionferà il disastro.

Fidel Castro Ruz

31 agosto 2014

 

 

La crisi: il vero limite della produzione capitalistica è il capitale.

apart toon
“Economisti domestici, riformisti, al lavoro per riprogrammare una nuova politica economica, di riforme, di struttura, strategia industriale, per eliminare gli ostacoli allo sviluppo….” 

Prima di affrontare un’analisi delle leggi che stanno alla base della crisi capitalistica, siamo costretti ad aprire una parentesi “filosofica”: è necessario inanzitutto fare chiarezza sulle posizioni di “sinistra” che, in piena sintonia con i liberisti ed i loro addomesticati economisti borghesi, sostengono superato il Capitale di Marx, in quanto analisi di un “capitale” particolare ed attualmente inesistente, ovvero quello dell’ottocento.

Il portato reazionario di questa tesi balza immediatamente agli occhi, quindi che la borghesia si affanni usando tutti i mezzi per propagandarla è “comprensibile” e anche “giustificabile”;  pero’ che la stessa operazione venga compiuta da gente che si proclama “di sinistra” ci pare tantomeno sospetto e frutto di un’ambigua e notevole dose di doppiezza.
Buttato Marx, in questo modo sbrigativo, nella pattumiera, ci propinano ogni giorno una “nuova teoria”, mutuata – con una verniciatura di rosso scarlatto – dall’ ultima scoperta di qualche professorone di Università…
Ci preme quindi ribadire come Il Capitale di Marx, in quanto analisi scientifica dell’economia capitalistica, sia tutt’altro che superato e resti, anzi, l’unica base per analizzare la società attuale.
Come le crisi finanziarie più importanti degli ultimi decenni e della storia, la crisi finanziaria attuale ha colpito il mondo intero: partita dagli Stati Uniti nel luglio-agosto 2007, con la famosa bolla dei mutui subprime inesigibili, si è trasmessa ai fondi di investimento dei  capitali presi in prestito (hedge funds) che avevano piazzato nelle banche di mezzo mondo i titoli legati ai subprime, cosa che ha interessato le borse di tutte le maggiori capitali mondiali, e allargandosi al di fuori degli Usa si è estesa all’Europa e all’Asia.
Il “panico da 1929 ” che assale i capitalisti ad ogni grave crisi del loro sistema di produzione e della loro organizzazione sociale capitalistica, ha motivi ben materiali. 
Non va mai dimenticato che le crisi capitalistiche nell’epoca dell’imperialismo, ossia nell’epoca di predominio del monopolio e del capitale finanziario sull’intera società, sono tutte di sovrapproduzione; è la sovrapproduzione che mette in crisi tutto il mercato dei mezzi di produzione, dei beni di consumo, dei capitali, “dell’economia reale”.
La crisi finanziaria non è la bolla speculativa in sé ma la manifestazione, sul piano del credito e della valorizzazione del capitale, di una crisi di sovrapproduzione; la sua gravità è dovuta al grado di saturazione dei mercati e alla diminuzione drastica della produzione: se non si vendono le merci prodotte queste non vengono trasformate in valore, il capitale in esse contenuto non si  valorizza; tutta la circolazione del capitale negli ambiti finanziari non può generare autovalorizzazione di capitale se non basandosi sull’aumento continuo della produzione di merci, e quindi di capitali, attraverso uno sfruttamento sempre più intenso e allargato della forza lavoro salariata. 
Il capitalismo può svilupparsi senza entrare nella fase della sovrapproduzione?
No, perché la sovrapproduzione è generata dalla spinta inesorabile, continua e folle di  produzione di merci nella piena anarchia del mercato, merci che devono essere trasformate in denaro in un vortice perpetuo: ad una produzione di merci teoricamente infinita corrisponde un mercato nella pratica limitato. 
Le crisi cicliche del capitalismo anticipano la crisi più profonda e sistemica della struttura  generale del capitalismo; la reazione delle forze borghesi di ogni paese a queste crisi porta inevitabilmente ad una maggiore centralizzazione del potere politico, oltre che economico (interventi dello Stato in sostegno dell’economia), e ad un maggiore dispotismo sociale aggravando le condizioni già peggiorate del proletariato di ogni paese. 
Un proletariato, che pure se intossicato da decenni di politiche e  pratiche di concertativismo sindacale e collaborazionismo politico, resta comunque l’unica forza positiva della produzione capitalistica, unica forza che produce ricchezza senza poterla possedere, unica forza sociale dalla quale la classe borghese estorce sistematicamente plusvalore, unico vero pilastro di tutto il sistema capitalistico.
Senza il lavoro salariato, senza lo sfruttamento del proletariato, il capitalismo non starebbe in piedi. Certo, lo sviluppo tecnico e scientifico  di tutta una serie di lavorazioni e macchinari, se da un lato ha aumentato la capacità produttiva delle aziende, dall’altro ha aumentato la  produttività del lavoro e, perciò, in proporzione ha diminuito il  numero di operai necessari per produrre la stessa quantità di merci di prima. Per quanto si sviluppi il capitalismo, per quanto si sviluppi l’industria, non riuscirà mai ad impiegare nella produzione tutta la quantità di proletari che il suo stesso sviluppo genera. Tendenzialmente, più aumenta la produttività del lavoro, più diminuisce il numero di proletari necessario alla produzione.
Il proletariato mondiale sta scontando decenni di nefasta influenza opportunista da parte di tutte le organizzazioni che lottavano originariamente in nome della difesa delle sue condizioni di vita, di lavoro, dei suoi diritti e delle sue prospettive storiche di classe, ma che, avendo ceduto alla corruzione da parte della borghesia dominante, hanno tradito la causa proletaria sia sul piano della lotta di difesa immediata che su quello più ampio e decisivo della lotta politica per la conquista del potere.
Da decenni le forze  dell’opportunismo ci hanno abituati a credere alle menzogne della democrazia borghese, a credere che i sacrifici che ci obbligano a fare oggi serviranno  per ottenere benefici domani.
Da decenni le forze del collaborazionismo sindacale e politico ci hanno abituati a credere che la lotta di classe, lo sciopero deciso e senza tentennamenti, la risposta dura agli attacchi dei  padroni e dello Stato borghese alle nostre condizioni materiali di vita e lavoro, siano metodi antiquati ormai inefficaci; che era molto più produttivo spostare il perno dello scontro di interessi fra proletari e  borghesi dal terreno della lotta di classe, diretta e a viso aperto, a quello del negoziato, degli accordi fra le parti, della concertazione di obiettivi “comuni” ai quali i proletari dovevano sentirsi “cointeressati”.
Gli opportunisti sono veri e propri luogotenenti della borghesia nelle file del proletariato (Lenin), e fino a quando sarà data loro fiducia e obbedienza i proletari non avranno  alcuna possibilità di difendersi efficacemente dagli attacchi del padronato  e della classe borghese nel suo insieme.
Non è solo una questione di crisi, per cui i padroni appaiono con meno risorse a disposizione per cui  sarebbe inutile e illusorio chiedere aumenti salariali e altre concessioni che comportino spese consistenti anche da parte dello Stato (come ad esempio       l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, il salario medio pieno a tutti o redditi di cittadinanza per disoccupati).
La questione non è sapere se il padrone, o lo Stato, dichiarano di poter concedere o no quella determinata richiesta: è  una questione di forza, e sempre è stata una questione di forza! Nella  misura in cui il proletariato è debole, diviso, frammentato, timoroso, confuso, rispettoso delle regole imposte dalla borghesia e succube dell’influenza delle forze dell’opportunismo sindacale e politico, non otterrà mai nulla che non sia quanto il padrone di schiavi sia disposto o meno a dare.
La vera questione, ed è di questo che  padroni, piccoloborghesi, bonzi sindacali e politicanti parlamentari, governanti, preti e timorati di dio, hanno una fottuta paura, la vera  questione è: quando il proletariato, nelle sue avanguardie, nei suoi strati  più combattivi e sensibili alla causa di classe, si accorgerà di possedere una forza straordinaria, potentissima, in grado di sbrecciare qualsiasi  ostacolo posto sul suo cammino storico di classe? 
Il proletariato rappresenta il lavoro vivo, la vera produzione di profitto: i capitalisti possono avere a disposizione quantità inenarrabili di mezzi di produzione, di impianti, fabbriche, macchinari, materie prime, tecnologie, mezzi di trasporto, ma  se non sfruttano su quei mezzi di produzione, su quegli impianti, in quelle  fabbriche, quei macchinari per la trasformazione delle materie prime, l’unica vera energia viva, e cioè il lavoro salariato, possono  buttare via tutto, perché da solo il profitto non si produce.
Non esiste l’autoproduzione di profitto capitalistico: deve essere estorta dal lavoro  salariato quella quota di plusvalore, sempre più alta, che corrisponde al tempo di lavoro non pagato con salario. E’ da qui che “misteriosamente” il capitale investito cresce di volume, e quindi di valore.
I comunisti sanno, per esperienza, che non basta lottare sul terreno di classe, quindi con mezzi e  metodi di classe, che non dipendano dalle compatibilità con gli interessi  delle aziende, degli utenti, dei consumatori, dei cittadini, dello Stato, ecc. , ma  bisogna lottare in modo organizzato costruendo comitati slegati dagli apparati, dalle grandi centrali sindacali, da ogni corporativismo tricolore perchè possano essere  effettivamente indipendenti dagli interessi, privati e pubblici, del capitalismo.
cscc
✮☭Comitato scrittura collettiva comunista ✮☭

Profezie…

APEflyer

del Gruppo di studio Resistenze Metropolitane

L’ape e il comunista, pubblicato dalla rivista Corrispondenza Internazionale nel 1980, rappresenta il punto di approdo dell’analisi brigatista a nove anni dalla nascita dell’organizzazione. Scritto tra il 1979 e il 1980 dai militanti prigionieri reclusi nelle neonate carceri speciali in regime di articolo 90 (1), il testo appare come il tentativo di sintetizzare le conquiste teoriche e pratiche di un’organizzazione passata, in pochi anni, dagli incendi delle autovetture di qualche capetto inviso agli operai, al rapimento del presidente della Democrazia Cristiana.

Molti sostengono che, in realtà, ne L’ape e il comunista di attuale vi sia ben poco. Non siamo d’accordo. Esistono senz’altro parti dello scritto che possono apparire datate, slegate dalla realtà che ci circonda. Trattandosi di un testo complesso e che risale a più di trent’anni fa, è inevitabile che la sua interpretazione si presti a opposte valutazioni. Vi saranno senz’altro lettori e militanti che reputano “superati” I dannati della terra (2), Fratelli di Soledad (3), o il Che fare di Lenin; ciò non toglie che la scomparsa di questi testi dalle biblioteche, in particolare da quelle dei militanti politici, rappresenta una prospettiva inaccettabile.

Citiamo alcuni di questi passaggi come stimolo e introduzione alla lettura.

A proposito delle teorie del crollo spontaneo del capitalismo:

“La teoria marxista della crisi, nella misura in cui nega la possibilità di uno sviluppo illimitato ed equilibrato dell’accumulazione capitalistica, disperde le nebbie delle concezioni che deducono il comunismo dall’ingiustizia e dalla malvagità del capitalismo e dalla pura volontà rivoluzionaria del proletariato. […] Così, quando i soggettivisti sostengono che l’unica barriera del capitale è la lotta operaia, dimostrano solo di confondere la causa oggettiva della crisi con uno dei fattori che ne accelerano il corso.”

A proposito di certe teorie tanto in voga oggi e che spostano dalla sfera della produzione a quella della circolazione la contraddizione principale del sistema borghese:

“Interpretare le crisi come crisi di sottoconsumo e individuare così la contraddizione principale non nella produzione, ma nella circolazione, implica pertanto la possibilità di compiere un errore gravissimo: ritenere eliminabili le crisi intervenendo sulla circolazione, cioè sul movimento del denaro; sarebbe sufficiente aumentare la massa monetaria in circolazione e il problema sarebbe facilmente risolto, lasciando inalterato il modo di produzione capitalistico.”

Sulla questione della precarizzazione del lavoro, gli autori, analizzando i contenuti del Piano Triennale presentato dal governo italiano nel 1979, anticipano di trentacinque anni la situazione nella quale ci troviamo oggi:

“Si offre al proletariato di sostituire l’utilizzo parziale e illegale del lavoro nero, estendendo le condizioni di precarietà a tutto il mercato del lavoro, generalizzando questi rapporti di sfruttamento attraverso una forma di legittimazione garantita da un controllo concertato tra sindacati-imprenditori-governo.”

Sul destino dell’Italia gli autori furono profetici:

“Se continueremo a rimanere l’anello debole della catena imperialista, saremo il teatro di scontri ferocissimi fra grandi gruppi, terra di conquista delle multinazionali straniere più forti, un cimitero di piccole-medie-grandi imprese spazzate via dalla concorrenza più agguerrita del mondo, una vera colonia dell’epoca attuale. […] Le lavorazioni a maggior valore aggiunto saranno concentrate in USA, RFT (Germania, ndr) e Giappone; a noi resterà solo lo spazio di fare concorrenza nel costo del lavoro ai paesi emergenti.”

Altrettanto profetici lo furono sul reale significato dell’integrazione europea:

“L’operazione Europa è un progetto di ingegneria istituzionale e politica che risponde agli interessi economici esclusivi della borghesia imperialista e, in particolare, del suo segmento più forte, quello tedesco.”

A proposito della relazione tra lotta di classe e lotta rivoluzionaria:

“Alla coscienza della dicotomia tra lavoro salariato-capitale corrisponde una coscienza tradeunionistica; alla coscienza della contraddizione borghesia-proletariato corrisponde la coscienza comunista. Ma quest’ultima non discende dalla semplice esperienza di fabbrica e di lotta economica, la si può conquistare solo attraverso il rapporto della classe operaia con le altre classi e strati, attraverso il rapporto-scontro con la borghesia e il suo Stato, solo attraverso la lotta politica rivoluzionaria.”

A proposito della funzione dello Stato:

“Fuor di metafora, intendiamo dire che lo Stato, se da un lato opera in un rapporto di dipendenza sostanziale dal movimento del capitale, dall’altro maschera questa dipendenza finché gli è possibile, apparendo in superficie come formalmente indipendente. Questa simulazione, precisamente, è la condizione prima della sua funzione globale: quella di impedire la disintegrazione della formazione sociale minata dagli antagonismi di classe e, di conseguenza, garantire la riproduzione dei rapporti sociali e delle classi. […] Tocca ai media, principalmente, trasmettere linearmente e diffondere nei differenti containers e con gli opportuni adattamenti secondo i profili sociali di ciascuno, le ingiunzioni dello Stato: e su di essi riposa la buona riuscita di tutta l’operazione.”

Stimoli, ripetiamo, che suggeriamo solo per introdurre alla lettura del libro, attraverso i passaggi che ne anticipano meglio l’ampiezza teorica e argomentativa.

Le privatizzazioni non sono la soluzione ma il problema

Ass.PrivatizWeb

Premessa
Dismissione del pubblico e azzeramento del controllo popolare

La nostra città, così come molte altre realtà urbane del paese, ha subito le conseguenze, in termini di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di un lungo processo di privatizzazioni e liberalizzazioni.
Questo processo ha portato l’ente pubblico a rinunciare alla sua funzione di erogatore di servizi per trasformarsi progressivamente nel gestore di un “quasi mercato” che risponde esclusivamente a logiche di profitto, da un lato, e a logiche di riduzione dei fondi pubblici dall’altro. Il risultato è che il controllo popolare sui servizi essenziali sia stato completamente azzerato. Questo processo è avvenuto grazie alle sciagurate politiche degli ultimi 20 anni. La propaganda, da destra a sinistra, che giustifica questo tipo di trasformazioni, è quella che fa apparire la privatizzazione come l’unico strumento a disposizione per garantire una maggiore stabilità, la crescita economica o la compensazione laddove il pubblico è carente, per garantire occupazione (non importa a che condizioni), o l’adempimento delle richieste provenienti dall’Europa. Nel discorso neoliberista, chi si oppone a tali operazioni, svelandone il vero obiettivo, viene additato come un conservatore. Che servano a fare cassa o a limitare i costi del lavoro o di gestione, le privatizzazioni in realtà hanno portato solamente ad un aumento dei costi delle utenze e ad un peggioramento delle condizioni dei proletari che vedono diventare un lusso ciò che fino a poco tempo prima era un servizio garantito, contribuendo al peggioramento della condizione di vita dei lavoratori già schiacciati dalla crisi economica e occupazionale.

Privatizzazioni a Parma
Tra multiutility e multinazionali cooperative

Faremo qui degli esempi sintetici di alcune privatizzazioni avvenute a Parma, realizzatesi attraverso lo strumento a scatole cinesi delle società partecipate, per provare a comprendere la complessità delle ricadute sociali che stanno producendo e provare ad ipotizzare forme di mobilitazione che possano contrastarle.
E’ durante le amministrazioni Ubaldi e Vignali che si avvia e si rinforza la privatizzazione dei servizi energetici. Dapprima con la privatizzazione della municipalizzata Amps che, trasformata in Società per azioni, diventa proprietaria della distribuzione dell’energia elettrica, acquistando le reti in mano ad ENEL, poi con la nascita di Enia, che riuniva le ex municipalizzate di Parma, Reggio e Piacenza. Nel 2010 la fusione con Iride (Genova e Torino) dà vita al colosso Iren, una multi-utility “strutturata sul modello di una holding industriale con sede direzionale a Reggio Emilia e sedi operative a Genova, Parma, Piacenza e Torino”. Per il Comune di Parma, il fine di tutti questi passaggi è stato la vendita di capitale per fare cassa e avviare progetti di selvaggia ristrutturazione urbana a fini speculativi. Infatti, il Comune ha incassato da questo processo milioni di euro finiti direttamente nella grande abbuffata dei cantieri che il sindaco Vignali ha aperto in ogni angolo della città. Oggi Iren si occupa nel nostro territorio di tutto ciò che riguarda energia, acqua e lo smaltimento dei rifiuti, compresi discariche ed inceneritori. La privatizzazione del settore energetico è richiesta dalla necessità di profitti sicuri da parte di banche, fondi d’investimento e grandi gruppi capitalistici.
Per quanto riguarda l’utenza, Iren applica una politica tariffaria dettata esclusivamente dalle proprie esigenze di profitto, senza ovviamente che ci sia un adeguamento alle possibilità economiche di ampi strati della popolazione, peraltro oggi colpiti dalla crisi, e senza porsi alcun problema riguardo alle ricadute sociali del proprio agire; si tratta di una multinazionale coinvolta in operazioni estremamente complesse e rischiose che potrebbero generare anche conseguenze inimmaginabili per la popolazione. Le utenze vedono costi ormai insostenibili e i distacchi sono completamente in mano al privato e alla sua volontà di profitto. Dal punto di vista del personale impiegato, oltre a quello impiegatizio, e a parte i pochi operai che si occupano di manutenzione, un’ingente mole di lavoro, dalla raccolta differenziata alla gestione degli sportelli, fino alla nettezza urbana è dato in subappalto a cooperative o imprese private che scaricano i risparmi di gestione su un personale precario e sottopagato.
Anche i servizi sociali, dall’assistenza agli anziani e ai disabili, il “disagio mentale”, i centri giovani, le scuole materne e gli asili nido sono stati in questi anni progressivamente lasciati in mano alle cooperative, grazie a continue esternalizzazioni. Si tratta in realtà di grosse aziende capitalistiche che contano ormai dai 2000 ai 4000 “soci” dipendenti. E’ il caso della cooperativa Pro.Ges, che più che una cooperativa rappresenta un vero colosso, e che ha ramificazioni in diverse regioni d’Italia e all’estero, Organica al potere politico locale attraverso numerosi personaggi ad essa legati, il gruppo industriale cui questa coop fa riferimento si chiama Ge.s.in e si occupa di servizi alla persona, nidi, ospedali, case protette, pulizie, facchinaggio, raccolta differenziata, così come di manutenzione, progettazione, costruzione di impianti elettrici e meccanici, di opere di urbanizzazione e così via…per “attivare sinergie e promuovere rapporti secondo il modello dell’Impresa-Territorio, in ottica di sviluppo e di miglioramento competitivo”. Parmainfanzia (una Spa nata nel 2003, con socio di maggioranza Pro.Ges, e quota comunale del 43%) e Parma Zerosei (costituita nel 2011 dopo una sentenza che impediva l’’ulteriore espansione dell’altra partecipata, a quota comunale del 49% e Pro.Ges del 51%) sono due grossi tentacoli di questo colosso. I soci dipendenti di queste partecipate, pur svolgendo le stesse mansioni e lavorando un monte ore identico a quello dei dipendenti pubblici, vengono pagati considerevolmente meno (all’incirca 300 euro in meno di un lavoratore statale). Ormai hanno il monopolio su quello che è il settore educativo della prima infanzia a livello comunale, e sono in rapida espansione; rispondono principalmente all’esigenza del Comune di risparmiare sulla spesa sociale, di dismettere di fette di personale dipendente e diminuire i costi del lavoro. Le coop diventate multinazionali distruggono il tessuto delle piccole realtà cooperative, sottraendo loro progressivamente gli appalti dell’ente pubblico tramite un servizio erogato in base ad una logica industrializzata di massimo risparmio che spesso produce un abbassamento qualitativo. Il personale assunto tramite queste multinazionali del sociale, dall’educazione alla sanità, è infine più ricattabile. Questo è quello che succede quando l’ente pubblico rinuncia a gestire i servizi fondamentali e trasforma i diritti in merci; la “cittadinanza” è un mercato in cui solo chi può permetterselo può fruirne: i diritti sono diventati privilegi.
In tutti e due gli esempi fatti, assistiamo alla moltiplicazione di un esercito di lavoratori ricattabile, spesso de sindacalizzato (anche perché spesso i dirigenti delle cooperative e i dirigenti dei sindacati confederali si scambiano sovente la poltrona) o che non ha nemmeno la possibilità di accedere alla tutela sindacale, pena l’estromissione dal posto di lavoro. Il clima all’interno di queste piccole e grandi scatole cinesi è quello in cui domina non solo una totale assenza della tutela, ma anche una pesante gerarchia e controllo dei lavoratori.
A fronte di tutto questo si aggiunga, dopo la dismissione e la privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, la totale assenza di mancanza di politiche abitative e di intervento riguardo all’emergenza casa che da almeno un decennio affligge la città, e a cui le uniche risposte sono state, da copione, la creazione di società partecipate (vedi Parmabitare, Casadesso o il progetto Parma Social Housing) . Esse avevano lo scopo di realizzare appartamenti da affittare a canone calmierato, ma il risultato è disastroso: nessun incontro con la domanda dei bandi, l’esclusione delle fette sociali più bisognose, canoni troppo alti per gli inquilini stessi che vi accedono, una morosità elevata e tanti alloggi lasciati sfitti o mai realizzati. Anche in questo caso, la direzione è sempre quella della più completa autonomia alla società privata per la gestione della manutenzione, della riscossione, delle assegnazioni, degli sfratti, e così via.
Non ci sembra che l’attuale amministrazione stia attuando alcun cambio di rotta, trincerandosi dietro alla qualità percepita e la trasparenza (?) dei partners di cui il comune è socio, dimenticando che a fare la qualità dei servizi stessi sono solo i lavoratori (sottopagati e ricattati), ossia gli stessi fruitori dei servizi che dovrebbero essere pubblici e garantiti per tutti. Il mero indicatore della qualità percepita (sul cui grado avremmo anche qualche dubbio), sbandierato a destra e a manca dai diversi assessori, non può essere lo strumento sul quale basare una politica che garantisca dignità e sopravvivenza. Tantomeno le promesse di raccogliere le richieste più volte espresse dai lavoratori o dai sindacati di base che li rappresentano, senza che venga messo in discussione l’intero sistema di sfruttamento costituito dalle partecipate. Le forze di “opposizione”, PD in primis, non oppongono che l’unica rivendicazione, tutta all’interno delle logiche di mercato, della mancanza di offerta e di concorrenza tra privati.

Per invertire la rotta…
In questo panorama, la classe lavoratrice vive una condizione di isolamento e controllo, dato sia dalla divisione del lavoro in appalti, subappalti e miriadi di forme contrattuali, che dalla gestione gerarchica dei diversi “cantieri” che impediscono anche il semplice confronto tra lavoratori di uno stesso settore. La credibilità delle rappresentanze sindacali è praticamente nulla, la delegittimazione della politica è presente a tutti i livelli. E’ per questo necessario pensare a nuove forme di relazione e di aggregazione che probabilmente non possono passare solo per la sindacalizzazione sui luoghi di lavoro, ma darsi su terreni diversificati e correlati tra loro. Pensando ai lavoratori che vivono un rapporto lavorativo che impone l’impossibilità di poter utilizzare le forme storiche (anche le più “normali”) di protesta, dato il livello di ricattabilità e il clima d’intimidazione che sussiste nelle grandi cooperative così come nei subappalti, è necessario attrezzarsi su un livello di inchiesta e di relazioni tra i soggetti che compongono questa popolazione sfruttata che vive anche condizioni di disagio abitativo, di carenza dei servizi e di forme aggregative popolari. Nonostante la retorica da “grande famiglia”, la facciata casalinga che utilizzano queste partecipate, anche per ammorbidire i lavoratori rispetto ai carichi di lavoro, come abbiamo visto, hanno diramazioni nazionali e anche extranazionali; per rompere la divisione sarebbe già un grande passo riuscire a conoscere i lavoratori di altre città che vivono le stesse condizioni che a Parma e con loro individuare campagne di boicottaggio o di lotta, laddove siano presenti sedi dei grandi colossi del sociale o dell’energia come Iren o ProGes.
Non è un caso che in questi anni sempre più spesso le lotte che si affacciano in città (oltre a quelle degli operai delle fabbriche in via di dismissione) e che, di fatto, hanno avuto come obbiettivo esternalizzazioni e privatizzazioni, siano partite da disagi esterni al mondo del lavoro (pensiamo ad esempio ai comitati di genitori contro Parma Zerosei o la Rete diritti in casa contro Iren). Il movimento di lotta per la casa in questi mesi ha lanciato indicazioni importanti in questo senso, riuscendo, con la lotta contro i distacchi per morosità incolpevole portata alla sede Iren, a centrare uno dei nessi che possono portare all’unità di chi come noi subisce sfruttamento, privatizzazioni e crisi. Per questo, questa lotta è lotta di tutti noi.
Chi paga i costi sociali di tutti questi processi è un solo unico soggetto che sia esso utente o lavoratore. A questo va opposto un livello di conoscenza, di conoscenza reciproca, un insieme di azioni e rapporti che riescano ad invertire la direzione. In modo che a pagare il peso sociale di questo progetto di depredazione delle vite e dei territori siano finalmente i veri responsabili.

Collettivo Insurgent City

Rete :  Noi saremo tutto

Di: Franco Piperno

primarie

Non chiederti : posso “io” salvarmi dalla crisi; piuttosto poniti la domanda : possiamo “noi”usare la crisi a nostro vantaggio, come il tempo giusto, l’occasione che ritorna.” A.Blanqui.

L’orizzonte che la crisi in corso va via via delineando è destinato a durare nel breve e nel medio periodo.
In Occidente, la tecno-scienza, la sistematica applicazione della scienza alla produzione, è in grado sì di assicurare la ripresa della crescita economica ma senza un corrispondente aumento del lavoro salariato.
Nel breve periodo,poi,si stima addirittura che per ogni posto di lavoro creato dallo sviluppo dell’automazione vi saranno cinque salariati licenziati nei settori merceologici tradizionali.
Risulta evidente che, in Occidente, il lavoro salariato è ormai avviato verso una contrazione epocale, verso la perdita di quella centralità etico-politica che s’era conquistato nel Novecento, il secolo breve appena trascorso.
Gli effetti di questa contrazione non si limitano alla forza-lavoro, alla sfera degli oggetti,all’immane dissipazione di valori d’uso che sempre si accompagna alla merce invenduta; essa interferisce con l’interiorità la più profonda, con le idee ed i sentimenti del senso comune.
V’è come una interiorizzazione, una sorta di processo d’individualizzazione della crisi,che sollecita, anzi pretende la presa di distanza da quella educazione sentimentale che l’interesse composto, l’accumulazione di capitale,continua a secernere spontaneamente.
L’amore del denaro per il denaro, l’ansia di possederne sempre di più, l’usura; e ancora l’avarizia, la competizione sfrenata, l’insaziabile desiderio di supremazia, di disporre del tempo altrui, l’affrancamento del mezzo dal fine; insomma, quel fascio di passioni tristi divenute, bizzarramente, nel mercato globale, pubbliche virtù viene,dirò così, messo a nudo dalla crisi. Possiamo distintamente riconoscere l’origine, indotta socialmente,di queste attitudini morbose e ripugnanti; e ritrovarne nella nostra stessa interiorità le tracce indelebili. Questa autoanalisi è una sorta di precondizione per porre sotto controllo le passioni tristi, e poi tentare di liberarsene insieme,tramite l’agire collettivo.
Certo, non sarà per niente facile liberarsene per liberarci–l’ideologia dell’interesse composto, una sorta di idolatria del futuro, ha ben scavato per alcuni secoli nel senso comune fino a farvi nido,divenendo una sorta di comune illusione cognitiva, una filosofia spontanea di massa. Occorrerà più di una generazione perché questi bisogni indotti siano sopraffatti dai bisogni naturali,quelli radicali– definiti dal principio di reciprocità, secondo la massima comunista che suona così: da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni.
Il criterio di reciprocità traduce il bisogno di comunità in quanto tale, questo bisogno radicale, naturale, proprio alla specie umana.
Occorrerà una formazione del carattere, una “paideia”, una “Bildung” che può essere conseguita solo nel condividere, nella comunicazione in presenza, “faccia a faccia”, nello scambio ineguale proprio della relazione comunitaria.
Naturalmente, come già faceva osservare J.M.Keynes, milioni di esseri umani continueranno ad alimentare la loro funesta passione d’arricchirsi in fretta; ma “tutti gli altri, cioè noi, non saremo più tenuti ad incoraggiarli, battendo loro le mani.”
Da questo punto di vista, niente appare più ingenuo e provinciale — ci si ricordi dell’americano Ross Perot, antesignano della democrazia elettronica — che la proposta del movimento M5S di porre l’impersonalità della rete come il luogo delle pratiche di democrazia a distanza, dove la gente registra le opinioni o esprime il voto tramite referendum computerizzati, in assoluta astrattezza, come privati dei loro stesso corpi, quindi in condizioni di irresponsabilità e infine di passività.
Possiamo concludere che in Occidente,nel medio periodo,la fabbrica cesserà d’essere “il “locus classicus” del mutamento sociale prodotto dalla accumulazione capitalistica, il luogo del movimento operaio.
A noi sembra che la grande trasformazione stia scegliendo altri luoghi dove impiantarsi, i luoghi che sono all’origine della vita politica, contrapposta alla statualità, alla vita dello stato-nazione. Questi luoghi ci sono familiari,ognuno di noi può riconoscerli,sono quelli abitati da comunità attuali o potenziali; sono il quartiere, il comune, la confederazione tra i comuni.

21 gennaio 1921: NASCE IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA

antoniogramsci

IL PARTITO COMUNISTA

[di Antonio Gramsci]

 

PARTE PRIMA

Dopo il Sorel è divenuto luogo comune riferirsi alle primitive comunità cristiane per giudicare il movimento proletario moderno. Occorre subito dire che il Sorel non è in modo alcuno responsabile della grettezza e della rozzezza spirituale dei suoi ammiratori italiani, come Carlo Marx non è  responsabile  delle assurde pretese ideologiche dei “marxisti”. Sorel è, nel campo della ricerca storica, un “inventore”, egli non può essere imitato, egli non pone al servizio dei suoi aspiranti discepoli un metodo che possa sempre e da tutti applicarsi meccanicamente con risultati di scoperte intelligenti. Per il Sorel, come per la dottrina marxista, il cristianesimo rappresenta una rivoluzione nella pienezza del suo sviluppo, una rivoluzione cioè che è giunta alle sue estreme conseguenze, fino alla creazione di un nuovo ed originale sistema di rapporti morali, giuridici, filosofici, artistici; assumere questi risultati come schemi ideologici di “ogni” rivoluzione, ecco il rozzo e inintelligente tradimento della intuizione storica soreliana, la quale può dare solo origine a una serie di ricerche storiche sui “germi” di una civiltà proletaria che “devono” esistere, se è vero (come è vero per il Sorel) che la rivoluzione proletaria è immanente nel seno della società industriale moderna, e se è vero che anche da essa risulterà una regola di vita originale e un sistema di rapporti assolutamente nuovi, caratteristici della classe rivoluzionaria. Che significato può dunque avere l’affermazione che, a differenza dei primi cristiani, gli operai non sono casti, non sono temperati, non sono originali nel loro metodo di vita? A parte la generalizzazione dilettantesca, per cui gli “operai metallurgici torinesi” ti diventano un’accozzaglia di bruti, che ogni giorno mangiano un pollo arrosto, che ogni notte si ubriacano nei postriboli, che non amano la famiglia, che ricercano nel cinematografo e nell’imitazione scimmiesca delle abitudini borghesi la soddisfazione dei loro ideali di bellezza e di vita morale – a parte questa generalizzazione dilettantesca e puerile, l’affermazione non può affatto diventare presupposto di un giudizio storico: essa equivarrebbe, nell’ordine dell’intelligenza storica, a quest’altra: poiché i cristiani moderni mangiano polli, vanno a donne, si ubriacano, dicono falso testimonio, sono adulteri ecc. ecc., perciò è una leggenda che siano esistiti gli asceti, i martiri, i santi. Ogni fenomeno storico, insomma, deve essere studiato per i suoi caratteri peculiari, nel quadro della attualità reale, come sviluppo della “libertà” che si manifesta in finalità, in istituti, in forme che non possono essere assolutamente confuse e paragonate (altro che metaforicamente) con la finalità, gli istituti, le forme dei fenomeni storici passati. Ogni rivoluzione, la quale, come la cristiana e come la comunista, si attua e può solo attuarsi con un sommovimento delle più profonde e vaste masse popolari, non può che spezzare e distruggere tutto il sistema esistente di organizzazione sociale; chi può immaginare e prevedere le conseguenze immediate che provocherà l’apparizione nel campo della distruzione e della creazione storica delle sterminate moltitudini che oggi non hanno volontà e il potere? Esse, perché non hanno mai “voluto e potuto” pretenderanno vedere materializzati in ogni atto pubblico e privato la volontà e il potere conquistato; esse troveranno misteriosamente ostile tutto l’esistente e vorranno distruggerlo dalle fondamenta; ma appunto per questa immensità della rivoluzione, per questo suo carattere di imprevedibilità e di sconfinata libertà, chi può arrischiare anche una sola ipotesi definitiva sui sentimenti, sulle passioni, sulle iniziative, sulle virtù che si foggeranno in una tale fucina incandescente? Ciò che oggi esiste, ciò che oggi noi vediamo, all’infuori della nostra volontà e della nostra forza di carattere, quali mutamenti potrà subire? Ogni giorno di una tale intensa vita non sarà una rivoluzione? Ogni mutamento nelle coscienze individuali, in quanto ottenuto simultaneamente per tutta l’ampiezza della massa popolare, non avrà risultati inimmaginabili? Niente può essere preveduto, nell’ordine della vita morale e dei sentimenti, partendo dalle constatazioni attuali. Un solo sentimento, divenuto ormai costante, tale da caratterizzare la classe operaia, è dato oggi verificare: quello della solidarietà. Ma l’intensità e la forza di questo sentimento possono essere solo valutate come sostegno della volontà di resistere e di sacrificarsi per un periodo di tempo che anche la scarsa capacità popolare di previsione storica riesce, con una certa approssimazione, a commisurare; esse non possono essere valutate, e quindi assunte come sostegno della volontà storica per il periodo della creazione rivoluzionaria e della fondazione della società nuova, quando sarà impossibile fissare ogni limite temporale nella resistenza e nel sacrificio, poiché il nemico da combattere e da vincere non sarà più fuori del proletariato, non sarà più una potenza fisica esterna limitata e controllabile, ma sarà nel proletariato stesso, nella sua ignoranza, nella sua pigrizia, nella sua massiccia impenetrabilità alle rapide intuizioni, quando la dialettica della lotta delle classi si sarà interiorizzata e in ogni coscienza l’uomo nuovo dovrà, in ogni atto, combattere il “borghese” agli agguati. Perciò il sindacato operaio, organismo che realizza e disciplina la solidarietà proletaria, non può essere motivo e base di previsioni per l’avvenire della civiltà; esso non contiene elementi di sviluppo per la libertà; esso è destinato a subire mutamenti radicali in conseguenza dello sviluppo generale: è determinato, non determinate. Il movimento proletario, nella sua fase attuale, tende ad attuare una rivoluzione nell’organizzazione delle cose materiali e delle forze fisiche; i suoi tratti caratteristici non possono essere i sentimenti e le passioni diffuse nella massa e che sorreggono la volontà della massa; i tratti caratteristici della rivoluzione proletaria possono essere ricercati solo nel partito della classe operaia, nel Partito comunista, che esiste e si sviluppa in quanto è l’organizzazione disciplinata della volontà di fondare uno Stato, della volontà di dare una sistemazione proletaria all’ordinamento delle forze fisiche esistenti e di gettare le basi della libertà popolare. Il Partito comunista è, nell’attuale periodo, la sola istituzione che possa seriamente raffrontarsi alle comunità religiose del cristianesimo primitivo; nei limiti in cui il Partito esiste già, su scala internazionale, può tentarsi un paragone e stabilirsi un ordine di giudizi tra i militanti per la Città di Dio e i militanti per la Città dell’Uomo; il comunista non è certo inferiore al cristiano delle catacombe. Anzi! Il fine ineffabile che il cristianesimo poneva ai suoi campioni è, per il suo mistero suggestivo, una giustificazione piena dell’eroismo, della sete di martirio, della santità; non è necessario [che] entrino in gioco le grandi forze umane del carattere e della volontà per suscitare lo spirito di sacrificio di chi crede al premio celeste e alla eterna beatitudine. L’operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa,  è, dal punto di vista della storia dell’uomo, più grande dello schiavo e dell’artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera. Allo stesso modo Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht son più grandi dei più grandi santi di Cristo. Appunto perché il fine della loro milizia è concreto, umano, limitato, perciò i lottatori della classe operaia sono più grandi dei lottatori di Dio: le forze morali che sostengono la loro volontà sono tanto più misurate quanto più è definito il fine proposto alla volontà. Quale forza di espansione potranno mai acquistare i sentimenti dell’operaio, che, piegato sulla macchina, ripete per otto ore al giorno il gesto professionale, monotono come lo sgranamento del chiuso circolo di una coroncina di preghiera, quando egli sarà “dominatore”, quando sarà la misura dei valori sociali? Il fatto stesso che l’operaio riesca ancora a pensare, pur essendo ridotto a operare senza sapere il come e il perché della sua attività pratica, non è un miracolo? Questo miracolo dell’operaio che quotidianamente conquista la propria autonomia spirituale e la propria libertà di costruire nell’ordine delle idee, lottando contro la stanchezza, contro la noia, contro la monotonia del gesto che tende a meccanizzare e quindi a uccidere la vita interiore, questo miracolo si organizza nel Partito comunista, nella volontà di lotte e di creazione rivoluzionaria che si esprime nel Partito comunista. L’operaio nella fabbrica ha mansioni meramente esecutive. Egli non segue il processo generale del lavoro e della produzione; non è un punto che si muove per creare una linea; è uno spillo conficcato in un luogo determinato e la linea risulta dal susseguirsi degli spilli che una volontà estranea ha disposto per i suoi fini. L’operaio tende a portare questo suo modo di essere in tutti gli ambienti della sua vita; si acconcia facilmente, da per tutto, all’ufficio di esecutore materiale, di “massa” guidata da una volontà estranea alla sua; è pigro intellettualmente, non sa e non vuole prevedere oltre l’immediato, perciò manca di ogni criterio nella scelta dei suoi capi e si lascia illudere facilmente dalle promesse; vuol credere di poter ottenere  senza un grande sforzo da parte sua e senza dover pensare troppo. Il Partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione per cui l’operaio da “esecutore” diviene “iniziatore”, da “massa” diviene “capo” e “guida”, da braccio diviene cervello e volontà; nella formazione del Partito comunista è dato cogliere il germe di libertà che avrà il suo sviluppo e la sua piena espansione dopo che lo Stato operaio avrà organizzato le condizioni materiali necessarie. Lo schiavo o l’artigiano del mondo classico “conosceva se stesso”, attuava la sua liberazione entrando a far parte di una comunità cristiana, dove concretamente sentiva di essere l’eguale, di essere il fratello, perché figlio di uno stesso padre; così l’operaio, entrando a far parte del Partito comunista, dove collabora a “scoprire” e a “inventare” modi di vita originali, dove collabora “volontariamente” alla attività del mondo, dove pensa, prevede, ha una responsabilità, dove è organizzatore oltre che organizzato, dove sente di costituire un’avanguardia che corre avanti trascinando con sé tutta la massa popolare. Il Partito comunista, anche come mera organizzazione si è rivelato forma particolare della rivoluzione proletaria. Nessuna rivoluzione del passato ha conosciuto i partiti; essi sono nati dopo la rivoluzione borghese e si sono decomposti nel terreno della democrazia parlamentare. Anche in questo campo si è verificata l’idea marxista che il capitalismo crea forze che poi non riesce a dominare. I partiti democratici servivano a indicare uomini politici di valore e a farli trionfare nella concorrenza politica; oggi gli uomini di governo sono imposti dalle banche, dai grandi giornali, dalle associazioni industriali; i partiti si sono decomposti in una molteplicità di cricche personali. Il Partito comunista, sorgendo dalle ceneri dei partiti socialisti, ripudia le sue origini democratiche e parlamentari e rivela i suoi caratteri essenziali che sono originali nella storia: la rivoluzione russa è rivoluzione compiuta dagli uomini organizzati nel Partito comunista, che nel partito si sono plasmati una personalità nuova, hanno acquistato nuovi sentimenti, hanno realizzato una vita morale che tende a divenire coscienza universale e fine per tutti gli uomini.

[tratto da “L’Ordine Nuovo”, 4 settembre 1920, II, n. 15 e 9 ottobre 1920, II, n. 17]


PARTE SECONDA

I partiti politici sono il riflesso e la nomenclatura delle classi sociali. Essi sorgono, si sviluppano, si decompongono, si rinnovano, a seconda che i diversi strati delle classi sociali in lotta subiscono spostamenti di reale portata storica, vedono radicalmente mutate le loro condizioni di esistenza e di sviluppo, acquistano una maggiore e più chiara consapevolezza di sé e dei propri vitali interessi. Nell’attuale periodo storico e in conseguenza della guerra imperialista che ha profondamente mutato la struttura dell’apparecchio nazionale e internazionale di produzione e di scambio, è divenuta caratteristica la rapidità con cui si svolge il processo di dissociazione dei partiti politici tradizionali, nati sul terreno della democrazia parlamentare, e del sorgere di nuove organizzazioni politiche: questo processo generale ubbidisce a un’intima logica impalcabile, sostanziata dalle sfaldature delle vecchie classi e dei vecchi ceti e dai vertiginosi trapassi da una condizione ad un’altra di interi strati della popolazione in tutto il territorio dello Stato,e spesso in tutto ilterritorio del dominio capitalistico.

Anche le classi sociali storicamente più pigre e tarde nel differenziarsi, come la classe dei contadini, non sfuggono all’azione energica dei reagenti che dissolvono il corpo sociale; sembra anzi [che] queste classi, quanto più sono state pigre e tarde nel passato, tanto più oggi vogliano celermente giungere alle conseguenze dialetticamente estreme della lotta delle classi, alla guerra civile e alla manomissione dei rapporti economici. Abbiamo visto, in Italia, nello spazio di due anni, sorgere come dal nulla un potente partito della classe contadinesca, il Partito popolare, che nel suo nascere presumeva rappresentare gli interessi economici e le aspirazioni politiche di tutti gli strati sociali della campagna, dal barone latifondista al medio proprietario terriero, dal piccolo proprietario al fittavolo, dal mezzadro al contadino povero.
Abbiamo visto il Partito popolare conquistare quasi cento seggi in Parlamento con liste di blocco, nelle quali avevano l’assoluta prevalenza i rappresentanti del barone latifondista, del grande proprietario dei boschi, del grosso e medio proprietario di fondi, esigua minoranza della popolazione contadina. Abbiamo visto iniziarsi subito e rapidamente diventare spasmodiche nel Partito popolare le lotte interne di tendenza, riflesso della differenziazione che si attuava nelle primitive masse elettorali; le grandi masse dei piccoli proprietari e dei contadini poveri non vollero più essere la passiva massa di manovra per l’attuazione degli interessi dei medi e grandi proprietari; sotto la loro energica pressione il Partito popolare si divise in un’ala destra, in un centro e in una sinistra, e abbiamo visto quindi, sotto la pressione dei contadini poveri, l’estrema sinistra popolare atteggiarsi a rivoluzionaria, entrare in concorrenza con il Partito socialista, divenuto anch’esso rappresentante di vastissime masse contadine; vediamo già la decomposizione del Partito polare, la cui frazione parlamentare e il cui comitato centrale non rappresentano più gli interessi e l’acquistata coscienza di sé delle masse elettorali e delle forze organizzate nei sindacati bianchi, rappresentate invece dagli estremisti, i quali non vogliono perderne il controllo, non possono illuderle con una aziona legale in Palamento e sono quindi portati a ricorrere alla lotta violenta e ad auspicare nuovi istituti politici di governo.
Lo stesso processo di rapida organizzazione e rapidissima dissociazione si è verificato nell’altra corrente politica che volle rappresentare gli interessi dei contadini, l’associazione degli ex combattenti: esso è il riflesso della formidabile crisi interna che travaglia le campagne italiane e si manifesta nei giganteschi scioperi dell’Italia settentrionale e centrale, nell’invasione e spartizione dei latifondi pugliesi, negli assalti a castelli feudali e nell’apparizione nelle città di Sicilia di centinaia e migliaia di contadini armati. Questo profondo sommovimento delle classi contadine scuote fin dalle fondamenta l’impalcatura dello Stato parlamentare democratico. Il capitalismo, come forza politica, viene ridotto alle associazioni sindacali dei proprietari di fabbriche; esso non ha più un patito politico la cui ideologia abbracci anche gli strati piccolo borghesi della città e della campagna, e permetta quindi il permanere di uno Stato legale a larghe basi.
Il capitalismo si vede ridotto ad avere una rappresentanza politica solo nei grandi giornali (400 mila copie di tiratura, mille elettori), e nel Senato, immune, come formazione, dalle azioni e reazioni delle grandi masse popolari, ma senza autorità e prestigio nel paese; perciò la forza politica del capitalismo tende a identificarsi sempre più con l’alta gerarchia militare, con la guardia regia, con gli avventurieri molteplici, pullulanti dopo l’armistizio e aspiranti, ognuno contro gli altri, a diventare il Kornilov (il generale russo Kornilov mosse, nel settembre del 1917, contro Pietrogrado, per schiacciare il governo provvisorio e ricondurre lo zar al potere. Il colpo di mano fallì per la resistenza opposto dai soldati e dagli operai di Pietrogrado, organizzati dai bolscevichi). E il Bonaparte italiano, e perciò la forza politica del capitalismo non può oggi attuarsi che in un colpo di stato militare e nel tentativo di imporre una ferrea dittatura nazionalista che spinga le abbrutite masse italiane a restaurare l’economia col saccheggio a mano armata dei paesi vicini. Esaurita e logorata la borghesia come classe dirigente, coll’esaurirsi del capitalismo come modo di produzione e di scambio, non esistendo nella classe contadina una forza politica omogenea capace di creare uno Stato, la classe operaia è ineluttabilmente chiamata dalla storia ad assumersi la responsabilità di classe dirigente.
Solo il proletariato è capace di creare uno Stato forte e temuto, perché ha un programma di ricostruzione economica, il comunismo, che trova le sue necessarie premesse e condizioni nella fase di sviluppo raggiunta dal capitalismo con la guerra imperialista 1914-18; solo il proletariato può, creando un nuovo organo del diritto pubblico, il sistema dei Soviet, dare una forma dinamica alla fluida e incandescente massa sociale e restaurare un ordine nel generale sconvolgimento delle forze produttive. È naturale e storicamente giustificato che appunto in un periodo come questo si ponga il problema della formazione del Partito comunista, espressione dell’avanguardia proletaria che ha esatta coscienza della sua missione storica, che fonderà i nuovi ordinamenti, che sarà l’iniziatore e il protagonista del nuovo e originale periodo storico. Anche il tradizionale partito politico della classe operaia italiana, il Partito socialista, non è sfuggito al processo di decomposizione di tutte le forme associative, processo che è caratterizzato del periodo che attraversiamo. L’aver creduto di poter salvare la vecchia compagine del Partito dalla sua intima dissoluzione è stato il colossale errore storico degli uomini che dallo scoppio della guerra mondiale ad oggi hanno controllato gli organi di governo della nostra associazione. In verità il Partito socialista italiano, per le sue tradizioni, per le origini storiche delle varie correnti che lo costituirono, per il patto d’alleanza, tacito o esplicito, con la Confederazione Generale del Lavoro (patto che nei congressi, nei Consigli e in tutte le riunioni deliberative serve a dare un potere e un influsso ingiustificato ai funzionari sindacali), per l’autonomia illimitata concessa al gruppo parlamentare (che dà, anche ai deputati nei congressi, nei Consigli e nelle delle deliberazioni di più alta importanza un potere e un influsso simile a quello dei funzionari sindacali e altrettanto ingiustificato), il Partito socialista italiano non differisce per nulla dal “Labour Party” inglese ed è rivoluzionario solo per le affermazioni generali del suo programma. Esso è un conglomerato di partiti; si muove e non può non muoversi pigramente e tardamente; è esposto continuamente a diventare il facile paese di conquista di avventurieri, di carrieristi, di ambiziosi senza serietà e capacità politica; per la sua eterogeneità, per gli attriti innumerevoli dei suoi ingranaggi, logorati e sabotati dalle serve-padrone, non è mai in grado di assumersi il peso e la responsabilità delle iniziative e delle azioni rivoluzionarie che gli avvenimenti incalzanti incessantemente gli impongono. Ciò spiega il paradosso storico per cui in Italia sono le masse che spingono e “educano” il Partito della classe operaia e non è il Partito che guida ed educa le masse. Il Partito socialista si dice assertore delle dottrine marxiste; il Partito dovrebbe quindi avere, in queste dottrine, una bussola per orientarsi nel groviglio degli avvenimenti, dovrebbe possedere quella capacità di previsione storica che caratterizza i seguaci intelligenti della dialettica marxista, dovrebbe avere un piano generale d’azione, basato su questa previsione storica, ed essere in grado di lanciare alla classe operaia in lotta parole d’ordine chiare e precise; invece il partito socialista, il partito assertore del marxismo in Italia, è, come il Partito popolare, come il partito delle classi più arretrate della popolazione italiana, esposto a tutte le pressioni delle masse e si muove e si differenzia  quando già le masse si sono spostate e differenziate. In verità questo Partito socialista, che si proclama guida e maestro delle masse, altro non è che un povero notaio che registra le operazioni compiute spontaneamente dalle masse; questo povero Partito socialista, che si proclama capo della classe operaia, altro non è che gli “impedimenta” dell’esercito proletario. Se questo strano procedere del Partito socialista, se questa bizzarra condizione del partito politico della classe operaia non hanno finora provocato una catastrofe, gli è che in mezzo alla classe operaia, nelle sezioni urbane del Partito, nei sindacati, nelle fabbriche, nei villaggi, esistono gruppi energici di comunisti consapevoli del loro ufficio storico, energici e accorti nell’azione, capaci di guidare e di educare le masse locali del proletariato; gli è che esiste potenzialmente, nel seno del Partito socialista, un Partito comunista, al quale non manca che l’organizzazione esplicita, la centralizzazione e una sua disciplina per svilupparsi rapidamente, conquistare e rinnovare la compagine del partito della classe operaia, dare un nuovo indirizzo alla Confederazione Generale del Lavoro e al movimento cooperativo. Il problema immediato di questo periodo, che succede alla lotta degli operai metallurgici e precede il congresso in cui il Partito deve assumere un atteggiamento serio e preciso di fronte all’Internazionale comunista, è appunto quello di organizzare e centralizzare queste forze comuniste già esistenti e operanti. Il Partito socialista, di giorno in giorno, con una rapidità fulminea, si decompone e va in sfacelo; le tendenze, in un brevissimo giro tempo, hanno già acquistato una nuova configurazione; messi di fronte alle responsabilità dell’azione storica e agli impegni assunti nell’aderire all’internazionale comunista, gli uomini e i gruppi si sono scompigliati, si sono spostati; l’equivoco centrista e opportunista ha guadagnato una parte della direzione del Partito, ha gettato il turbamento e la confusione nelle sezioni. Dovere dei comunisti, in questo generale venir meno delle coscienze, delle fedi, della volontà, in questo imperversare di bassezze, di viltà, di disfattismi è quello di stringersi fortemente in gruppi, di affiatarsi, di tenersi pronti alle parole d’ordine che verranno lanciate. I comunisti sinceri e disinteressati, sulla base delle tesi approvate dal II Congresso della III Internazionale, sulla base della leale disciplina alla suprema autorità del movimento operaio mondiale, devono svolgere il lavoro necessario perché, nel più breve tempo possibile, sia costituita la frazione comunista del Partito socialista italiano, che, per il buon nome del proletariato italiano, deve, nel Congresso di Firenze (La sede del Congresso venne poi spostata a Livorno per ragioni di sicurezza: a Firenze già imperversavano i fascisti, mentre a Livorno i lavoratori tenevano ancora in pugno la situazione), diventare, di nome e di fatto, Partito comunista italiano, sezione della III Internazionale comunista: perché la frazione comunista si costituisca con un apparecchio direttivo organico e fortemente centralizzato, con proprie articolazioni disciplinate in tutti gli ambienti dove lavora, si riunisce e lotta la classe operaia, con un complesso di servizi e di strumenti per il controllo, per l’azione, per la propaganda che la pongano in condizione di funzionare e di svilupparsi fin da oggi come un vero e proprio partito. I comunisti, che nella lotta metallurgica hanno, con la loro energia e il loro spirito di iniziativa, salvato da un disastro la classe operaia, devono giungere fino alle ultime conclusioni del loro atteggiamento e della loro azione: salvare la compagine primordiale (ricostruendola) del Partito della classe operaia, dare al proletariato italiano il Partito comunista che sia capace di organizzare lo Stato operaio e le condizioni per l’avvento della società comunista.

[tratto da “L’Ordine Nuovo”, 4 settembre 1920, II, n. 15 e 9 ottobre 1920, II, n.17]

Il riformismo di”sinistra”: ecco chi ha distrutto il mercato del lavoro

collage12014 da piu’di un lustro stiamo assistendo all’ennesima crisi globale,le contraddizioni del sistema d’accumulazione capitalista si ripropongono ormai da un secolo e le risposte date nel corso degli anni sono sempre state le stesse,colpire e torchiare i lavoratori dipendenti,a colpi di leggi e accordi corporativisti.
I politici di sinistra ed il sindacato che li avrebbero dovuti tutelare sono invece i responsabili delle condizioni devastanti nelle quali versano il mercato del lavoro e le condizioni sociali di chi deve svendere forza-lavoro.
Dagli anni 60/70 periodo storico di lotte e conquiste dei lavoratori e del proletariato,si inizia a registrare nel nostro paese con il tanto decantato “Statuto dei lavoratori” l’istituzionalizzazione dei rapporti di forza tra le classi,tentando di tradurre in norme scritte, quindi concordate-contrattate,tutte le conquiste che il proletariato stava strappando fuori da ogni contrattazione possibile.
Un salto di qualità apparentemente a favore dei lavoratori,ma che invece dietro alle parole“Autonomia del sindacato” nasconde l’attacco frontale a tutto il proletariato,alle sue lotte ed ai suoi interessi,una subordinazione dell’autonomia di classe che diventa”rappresentante”
al tavolo delle trattative nel gioco concertativo fra quelle che chiameranno parti sociali.
Una svolta corporativista che vedrà nei partiti riformisti della sinistra,nei sindacati confederali,i piu’grandi sostenitori della borghesia capitalista,del diktat mercato-merci-accumulazione,dello sfruttamento bieco e senza limiti della forza-lavoro che diventerà nel corso degli anni,il pozzo senza fine dove attingere per porre pezze ai fallimenti del regime economico-finanziario.
Possiamo dubitare del decreto di Sanvalentino e dell’abrogazione della scala mobile ? Di fatto abbiamo degli indicatori economici come in questo caso l’aumento dell’inflazione,che come abbiamo potuto analizzare nel corso degli anni,sono solo cifre e numeri calcolati da quegli stessi economisti-giuslavoristi al servizio degli interessi economici speculativi della borghesia,delle multinazionali,delle banche d’affari,
di quel manipolo di uomini che detiene nelle mani potere di vita e di morte dell’intera popolazione.
Di fatto il valore dei salari rispetto al potere d’acquisto è andato sempre peggio e solo dal 2000 il costo della vita è salito oltre il 30%
mentre i salari sono addirittura scesi.
Come proseguire ad erodere profitto e speculazione dai lavoratori ?
Basta inventarsi nuove formule,nuove regole,nuove concertazioni ed arriviamo all’inizio del delirio degli anni 1995-1997 quando il Ministro del Lavoro Tiziano Treu,in nome di una flessibilità (a senso unico)
del lavoratore,legalizza il tirocinio e introduce il lavoro interinale sopprimendo la LEGGE 23 ottobre 1960, n.1369 che vietava   l’intermediazione ed l’interposizione in prestazioni di lavoro e impiego di manodopera.
Una speculazione di forza-lavoro che non ha precedenti, in pratica due soggetti drenano plusvalore e succhiano linfa dal lavoro salariato,una
rapina legalizzata dallo Stato che farebbe sobbalzare Marx nella tomba,come non fosse bastato lo sfruttamento uomo su uomo,la sinistra raddoppia il furto,con il solito benestare delle parti sociali e quei sindacati che addirittura si infilano a gestire le fiorenti agenzie di lavoro somministrato,senza alcuna dignità,anzi senza nessuna vergogna.
Ma la flessibilità ha ancora spazi di manovra,si puo’ancora intervenire sulla contrattazione su altre forme,tipologie,collaborazioni,
prestazioni ed arriva l’ennesimo Patto sociale,questa volta addirittura il Libro Bianco,una sorta di nuovo statuto dei lavori,si dei lavori perchè a questo punto la figura del lavoratore,la classe sociale storica del proletariato,non ha neanche piu’ un’identità,non ha piu’alcuna
garanzia,in nome della flessibilità e per le leggi del mercato si è scesi nel girone infernale della precarietà,dove i diritti non dei lavoratori,ma i diritti umani sono sospesi,un uomo senza lavoro e come vedremo senza alcun ammortizzatore sociale,è un uomo che non è in salute,un uomo senza reddito è una persona senza un presente,senza un futuro.
Quante sono le forme e le tipologie che i riformisti hanno inventato ? Forse non lo sanno nemmeno piu’ i professionisti della burocrazia,dal
co.co.pro,alla somministrazione,all’apprendistato,al lavoro d’inserimento, al contratto di lavoro ripartito, al lavoro intermittente,al lavoro accessorio, al lavoro occasionale,lavoro parasubordinato,telelavoro…
Ovviamente con questi tipi di contratto l’azienda può assumere lavoratori di tipologia flessibile in base ad un “progetto” in cui indica lo scopo della prestazione e la durata.L’abuso di tali contratti in cui non sono previsti periodi di prova,percorsi professionali che portino all’assunzione a tempo determinato o indeterminato lascia il lavoratore in una situazione psicologico-lavorativa grave,un precariato “cronico” che non ha accesso alla formazione, perde ogni fiducia dalla progettualità di vita come chiedere un prestito.,fare un mutuo e non parliamo di ferie,tredicesime,maternità.malattia,permessi,trattamento di fine rapporto.
A queste riforme contrattuali che hanno portato il mercato del lavoro ed i lavoratori allo stato attuale con una disoccupazione giovanile al 40%, dobbiamo ricordare le altre manovre compiute dai riformisti sull’avanzamento dell’età pensionabile e nuove normative che si sono susseguite negli anni fino al disastro compiuto dalla ministra Fornero ,che dalla giungla di regole e riforme scritte lascia migliaia di lavoratori esodati,ovvero fuori dal mondo del lavoro perchè accompagnati da accordi alla pensione,senza accorgersi (non sappiamo se errore tecnico o addirittura calcolato) che le modifiche fatte ai requisiti,lasciavano questi senza lavoro e senza alcun reddito.
E’gravissimo inoltre che in Italia  a tutte queste precarizzazioni croniche del lavoro,non è seguita alcuna modifica o introduzione di ammortizzatori sociali come succede in quasi tutti gli stati,non abbiamo una vera indennità di disoccupazione perchè quell’elemosina che l’INPS elargisce è anche questa normata da regole folli, in pratica viene pagata ai lavoratori che hanno perso il posto o gli sia scaduto il contratto,quindi che abbiano lavorato tot.settimane nell’anno precedente,è facile comprendere che le persone giovani  nella maggioranza dei casi non hanno mai avuto accesso al mondo del lavoro,non hanno alcun diritto e nessun sostegno.
Mentre per i soliti interessi economici si sono pagati decine di anni di cassa integrazione a grandi aziende che hanno sempre incassato gli utili e scaricato sulla socialità le perdite,inutile dire che su questo la FIAT ha fatto storia,purtroppo è un sistema che ancora in vita, sostenuto solidamente dagli intrecci di potere,corruzione,mafia,voti di scambio.

Aka (Gb)

Il messaggio di fine anno del (n)pci

 

ind60

Che il nuovo anno sia un anno di vittorie!

In definitiva dipende da noi!

Elevando la propria coscienza e sviluppando la propria organizzazione le masse popolari possono creare un nuovo mondo!La borghesia e il clero non sono forti per loro natura: loro non hanno più niente da dare! La loro forza consiste solo nella nostra arretratezza e disorganizzazione! Sta a noi porvi fine!

Imporre alle autorità e alle banche l’attuazione della parola d’ordine “un lavoro utile e dignitoso per tutti”!

Attuare sistematicamente a partire dalle condizioni attuali e basandosi sulle nostre forze la parola d’ordine “un lavoro utile e dignitoso per tutti” e avanzare nella guerra contro la Repubblica Pontificia fino a imporre il Governo di Blocco Popolare e instaurare il socialismo!La Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti americani, europei e sionisti paese per paese sta strozzando le masse popolari con il suo sistema finanziario. Cerca di farlo con meno rumore possibile. Noi al contrario dobbiamo accendere in ogni paese la guerra popolare contro quella Comunità Internazionale e i suoi soci, complici e manutengoli locali. Dobbiamo portare la guerra sul loro terreno. Dobbiamo approfittare del loro sistema finanziario e bancario, usarlo a nostro favore. Con le buone o con le cattive dobbiamo costringere le agenzie bancarie a fare i crediti necessari a mantenere in attività le aziende e a crearne di nuove. Con le buone o con le cattive dobbiamo costringere le autorità locali a collaborare a realizzare la parola d’ordine “un lavoro utile e dignitoso per tutti” e a salvaguardare l’ambiente, il territorio e le condizioni di una vita civile per le masse popolari. Dobbiamo fare di ogni lotta particolare una scuola di comunismo fino a instaurare il socialismo!

 

La via che noi indichiamo è difficile, ma realistica: è l’unica via possibile!

 

Perfino uno spregiudicato esponente della borghesia imperialista italiana, Duccio Valori, direttore centrale dell’IRI prima che Romano Prodi [il predecessore di Monti e Bersani, solo che Prodi è affiliato all’Università Cattolica del Sacro Cuore quanto Monti lo è alla Bocconi dell’Assolombarda] la spezzettasse e vendesse (svendesse), ha più volte spiegato che se l’azienda capitalista XY produce qualcosa che alle condizioni date le costa 100 produrlo ma che alle condizioni date l’azienda XY riesce a vendere solo a 80, conviene alla Società Italia metterci i 20 che mancano, piuttosto che spendere 30 in ammortizzatori sociali per mantenere a fare una vita miserabile gli operai addetti (direttamente o nell’indotto) alle lavorazioni dell’azienda capitalista XY.

Ha ragione Duccio Valori?

No e si!

– No! Per molte buone ragioni di cui ne ricordiamo solo due:

1. niente se non la guerra permanente impedirebbe che prima o poi tutte le società borghesi del mondo o anche solo alcune facessero come la Società Italia; la sua azienda capitalista XY ben presto riuscirebbe a vendere il suo prodotto solo a prezzo 70, 60 e via decrescendo (e la deflazione generale sconvolgerebbe il sistema imperialista mondiale da un altro lato) – e questo basta a spiegare perché le ragioni di Duccio Valori hanno ceduto alle ragioni di Romano Prodi che erano anche quelle di Margaret Thatcher, di Ronald Reagan, di Tony Blair e oggi sono quelle di Bersani, di Monti-Napolitano e di Berlusconi;

2. perché con le semplici e sciocche buone ragioni del geniale borghese Duccio Valori la specie umana sta ottusamente “tagliando il ramo su cui è posata”, distruggendo la Terra in cui per millenni si è sviluppata più o meno felicemente ma con un risultato che tutti possono ammirare comparando ciò che oggi sa fare con quello che sapeva fare anche solo 10 mila anni fa, per non parlare di 100 mila anni fa. Le ragioni dell’ecologia non solo un optional! Sono una scienza agli albori  che la società comunista può affinare applicandola e che applicherà benché neanche i Duccio Valori ne tengano conto.

– Sì! Per molte buone ragioni. In sintesi: gettare ai margini della società a vivere di ammortizzatori sociali gli uomini e le donne che dall’azienda capitalista XY dipendono direttamente o indirettamente (esiste nella società borghese una legge, il moltiplicatore del reddito, per cui un reddito di 5 produce come indotto un reddito di 10 e viceversa la soppressione di un reddito di 5), costringe la Società Italia a dipendere ancora più dalla criminalità organizzata, da quanto di più arretrato e primitivo essa ha in sé, dalla Corte Pontificia che della criminalità organizzata è il baluardo principale e dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti e dei loro emuli e concorrenti di altri paesi e confessioni che riunisce gli esponenti della criminalità mondiale che tormentano l’umanità con le loro esibizioni, i loro lussi, i loro vizi, le loro tradizioni, le loro manie criminali.

 

Allora cosa fare?

I fondatori del movimento comunista, Marx ed Engels, hanno con dovizia di argomenti attinti alla storia e alla sociologia indicato poco più di 150 anni fa la strada che l’umanità ha davanti per uscire dal dilemma Duccio Valori: sostituire l’azienda capitalista che produce beni e servizi con agenzie pubbliche, create e governate democraticamente dagli uomini e donne associati, che producono beni e servizi della quantità e qualità dagli stessi decisi. Essi hanno chiamato comunismo la civiltà costruita sulla piena realizzazione di questa base e hanno chiamato socialismo la fase di transizione dalla società attuale al comunismo. La specie umana ha i mezzi per prendere in mano e gestire collettivamente la produzione e la riproduzione delle condizioni della propria esistenza e per dare il via a un nuovo corso della propria esistenza in cui tutti i suoi esponenti, uomini e donne, dedicheranno una parte infima del loro tempo e della loro energia alla produzione di quanto necessario per soddisfare al livello più alto di civiltà i bisogni strettamente animali di tutti (mangiare, bere, ripararsi dalle intemperie, curare la propria igiene personale e sociale, fisica e mentale) e si dedicheranno tutti alle attività specificamente umane da cui le classi dominanti da quando si sono costituite hanno sistematicamente in ogni paese ed epoca escluso la massa degli uomini e delle donne.

Nei poco più di 150 anni trascorsi, milioni di operai e altri lavoratori in tutto il mondo hanno compreso e fatto proprio il messaggio dei comunisti. Nel Novecento il movimento comunista ha scosso le catene capitaliste che tormentano il mondo e ha impedito che lo strozzassero. Non è però riuscito ad eliminarle. Anzi è stato sconfitto dai caporioni del capitalismo: Churchill, Roosevelt, Pio XII (Papa Pacelli) e tutti gli altri “grandi uomini” della borghesia e del clero del cristianesimo europeo con cui la borghesia ha composto il disaccordo d’un tempo. Essi si sono avvalsi di Hitler e Mussolini e degli altri esponenti della criminalità fascista come loro manutengoli e di Kruscev e degli altri esponenti del revisionismo come portavoce delle loro ragioni all’interno dello stesso movimento comunista. Questo infatti non nasce perfetto come nell’antica mitologia greca Minerva nasceva perfetta dal cervello di Giove. Si fa strada e cresce liberandosi dalle arretratezze in cui la borghesia ha continuato a confinare le masse sfruttate dei paesi imperialisti e dei paesi oppressi.

Perché è stato sconfitto il movimento comunista che nel Novecento a partire dalla Rivoluzione Russa del 1917 aveva mobilitato e suscitato le speranze e l’energia creatrice delle masse oppresse e sfruttate di tutto il mondo e scosso le catene dell’imperialismo mondiale?

È stato sconfitto proprio e solo per i suoi errori che non è riuscito a correggere in tempo utile e per i suoi limiti di comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta delle classi e dei popoli oppressi che non è riuscito a superare in tempo utile. Perché il movimento comunista è un movimento guidato dalla concezione comunista del mondo, ma avanza, si forma e si fa strada “provando e riprovando”, imparando dalla sua esperienza, correggendo i propri errori e superando i propri limiti. Il nuovo Partito comunista italiano ha individuato gli errori e i limiti del glorioso movimento comunista che ci ha preceduto e li ha sinteticamente esposti nel suo Manifesto Programma (2008). In questo ha anche sommariamente indicato la strada che sta seguendo.

 

Quanto a fondo andremo nel pantano in cui la comunità dei gruppi imperialisti americani, europei e sionisti con il suo clero che fa capo alla Corte Pontificia hanno di nuovo immerso l’umanità? Quando supereremo la confusione e la demoralizzazione che la sconfitta ha prodotto nelle file delle masse popolari?

Noi all’inizio di questo nuovo anno non siamo in grado di dirlo. Ma siamo in grado di indicare e abbiamo indicato la strada con cui ne usciremo. Per quanto riguarda le masse popolari italiane, ne usciremo e daremo il nostro contributo affinché tutta l’umanità ne esca, tramite la Guerra Popolare Rivoluzionaria che le masse popolari conducono e con crescente energia e su un fronte via via più vasto condurranno nel nostro paese contro la Repubblica Pontificia e che il nuovo Partito comunista italiano promuove.

Su questa strada avanzeremo anche nel nuovo anno, con fermezza e con onore, con amore per le classi e i popoli oppressi di tutto il mondo e senza pietà verso gli oppressori!

 

È difficile seguire la strada che noi indichiamo?

Certamente è difficile, richiede grande tensione dell’intelligenza e della volontà, grandi sentimenti e grande volontà di vincere a ogni costo; a ognuno di noi comunisti richiede di essere individualmente disposti a sacrificare anche quanto ci è caro e la nostra vita. La strada che noi indichiamo richiede una grande tensione delle forze, è difficile ma è possibile e non ce n’è una più facile. La rivoluzione socialista è possibile, ma non è un pranzo di gala o una conferenza. Quelli che si sono illusi di cambiare il sistema dall’interno, che si sono candidati e si candidano a governare la Repubblica Pontificia lo hanno sperimentato e lo sperimentano anche in queste settimane. La Repubblica Pontificia non si cambia:  bisogna abbatterla!

 

Che tutti gli individui e i gruppi che hanno già prestigio e seguito tra le masse popolari del nostro paese costituiscano il Comitato di Salvezza Nazionale per sollevare nuove forze e condurre senza tregua a fondo la guerra contro la Repubblica Pontificia che distrugge, devasta e ammorba il nostro paese!

Moltiplichiamo Organizzazioni Operaie in ogni azienda, che estendano la loro azione anche all’esterno delle aziende, forti del prestigio e del ruolo sociale della classe operaia!

Moltiplichiamo in ogni zona d’abitazione e località e su ogni tema di lotta Organizzazioni Popolari, che elaborino progetti adeguati alle esigenze delle masse popolari e prendano l’iniziativa per realizzarli e imporli a chi si oppone!

Che le OO e OP a coronamento e potenziamento della loro opera costituiscano il loro governo d’emergenza, il Governo di Blocco Popolare che operi secondo il programma delle Sei Misure Generali!

Per guidare questa grande impresa, costituiamo in ogni azienda, in ogni località, clandestinamente Comitati di Partito: la grande impresa è possibile, ma deve essere guidata con scienza e coscienza e il CdP è in ogni azienda e in ogni località lo Stato Maggiore della GPR contro la Repubblica Pontificia, le sue autorità e le sue istituzioni!

Un saluto ai comunisti, ai rivoluzionari e ai combattenti che sotto ogni cielo in ogni angolo del mondo lottano contro il sistema imperialista: essi aprono all’umanità la via del futuro!

Avanti con forza e con coraggio, con la determinazione dei combattenti dell’Armata Rossa e delle Brigate Garibaldine che hanno sconfitto le armate di Hitler e di Mussolini!

La borghesia imperialista e il clero non hanno futuro!

La Repubblica Pontificia non ha futuro!

La lotta sarà dura, ma la vittoria sarà nostra!

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