Le privatizzazioni non sono la soluzione ma il problema

Ass.PrivatizWeb

Premessa
Dismissione del pubblico e azzeramento del controllo popolare

La nostra città, così come molte altre realtà urbane del paese, ha subito le conseguenze, in termini di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di un lungo processo di privatizzazioni e liberalizzazioni.
Questo processo ha portato l’ente pubblico a rinunciare alla sua funzione di erogatore di servizi per trasformarsi progressivamente nel gestore di un “quasi mercato” che risponde esclusivamente a logiche di profitto, da un lato, e a logiche di riduzione dei fondi pubblici dall’altro. Il risultato è che il controllo popolare sui servizi essenziali sia stato completamente azzerato. Questo processo è avvenuto grazie alle sciagurate politiche degli ultimi 20 anni. La propaganda, da destra a sinistra, che giustifica questo tipo di trasformazioni, è quella che fa apparire la privatizzazione come l’unico strumento a disposizione per garantire una maggiore stabilità, la crescita economica o la compensazione laddove il pubblico è carente, per garantire occupazione (non importa a che condizioni), o l’adempimento delle richieste provenienti dall’Europa. Nel discorso neoliberista, chi si oppone a tali operazioni, svelandone il vero obiettivo, viene additato come un conservatore. Che servano a fare cassa o a limitare i costi del lavoro o di gestione, le privatizzazioni in realtà hanno portato solamente ad un aumento dei costi delle utenze e ad un peggioramento delle condizioni dei proletari che vedono diventare un lusso ciò che fino a poco tempo prima era un servizio garantito, contribuendo al peggioramento della condizione di vita dei lavoratori già schiacciati dalla crisi economica e occupazionale.

Privatizzazioni a Parma
Tra multiutility e multinazionali cooperative

Faremo qui degli esempi sintetici di alcune privatizzazioni avvenute a Parma, realizzatesi attraverso lo strumento a scatole cinesi delle società partecipate, per provare a comprendere la complessità delle ricadute sociali che stanno producendo e provare ad ipotizzare forme di mobilitazione che possano contrastarle.
E’ durante le amministrazioni Ubaldi e Vignali che si avvia e si rinforza la privatizzazione dei servizi energetici. Dapprima con la privatizzazione della municipalizzata Amps che, trasformata in Società per azioni, diventa proprietaria della distribuzione dell’energia elettrica, acquistando le reti in mano ad ENEL, poi con la nascita di Enia, che riuniva le ex municipalizzate di Parma, Reggio e Piacenza. Nel 2010 la fusione con Iride (Genova e Torino) dà vita al colosso Iren, una multi-utility “strutturata sul modello di una holding industriale con sede direzionale a Reggio Emilia e sedi operative a Genova, Parma, Piacenza e Torino”. Per il Comune di Parma, il fine di tutti questi passaggi è stato la vendita di capitale per fare cassa e avviare progetti di selvaggia ristrutturazione urbana a fini speculativi. Infatti, il Comune ha incassato da questo processo milioni di euro finiti direttamente nella grande abbuffata dei cantieri che il sindaco Vignali ha aperto in ogni angolo della città. Oggi Iren si occupa nel nostro territorio di tutto ciò che riguarda energia, acqua e lo smaltimento dei rifiuti, compresi discariche ed inceneritori. La privatizzazione del settore energetico è richiesta dalla necessità di profitti sicuri da parte di banche, fondi d’investimento e grandi gruppi capitalistici.
Per quanto riguarda l’utenza, Iren applica una politica tariffaria dettata esclusivamente dalle proprie esigenze di profitto, senza ovviamente che ci sia un adeguamento alle possibilità economiche di ampi strati della popolazione, peraltro oggi colpiti dalla crisi, e senza porsi alcun problema riguardo alle ricadute sociali del proprio agire; si tratta di una multinazionale coinvolta in operazioni estremamente complesse e rischiose che potrebbero generare anche conseguenze inimmaginabili per la popolazione. Le utenze vedono costi ormai insostenibili e i distacchi sono completamente in mano al privato e alla sua volontà di profitto. Dal punto di vista del personale impiegato, oltre a quello impiegatizio, e a parte i pochi operai che si occupano di manutenzione, un’ingente mole di lavoro, dalla raccolta differenziata alla gestione degli sportelli, fino alla nettezza urbana è dato in subappalto a cooperative o imprese private che scaricano i risparmi di gestione su un personale precario e sottopagato.
Anche i servizi sociali, dall’assistenza agli anziani e ai disabili, il “disagio mentale”, i centri giovani, le scuole materne e gli asili nido sono stati in questi anni progressivamente lasciati in mano alle cooperative, grazie a continue esternalizzazioni. Si tratta in realtà di grosse aziende capitalistiche che contano ormai dai 2000 ai 4000 “soci” dipendenti. E’ il caso della cooperativa Pro.Ges, che più che una cooperativa rappresenta un vero colosso, e che ha ramificazioni in diverse regioni d’Italia e all’estero, Organica al potere politico locale attraverso numerosi personaggi ad essa legati, il gruppo industriale cui questa coop fa riferimento si chiama Ge.s.in e si occupa di servizi alla persona, nidi, ospedali, case protette, pulizie, facchinaggio, raccolta differenziata, così come di manutenzione, progettazione, costruzione di impianti elettrici e meccanici, di opere di urbanizzazione e così via…per “attivare sinergie e promuovere rapporti secondo il modello dell’Impresa-Territorio, in ottica di sviluppo e di miglioramento competitivo”. Parmainfanzia (una Spa nata nel 2003, con socio di maggioranza Pro.Ges, e quota comunale del 43%) e Parma Zerosei (costituita nel 2011 dopo una sentenza che impediva l’’ulteriore espansione dell’altra partecipata, a quota comunale del 49% e Pro.Ges del 51%) sono due grossi tentacoli di questo colosso. I soci dipendenti di queste partecipate, pur svolgendo le stesse mansioni e lavorando un monte ore identico a quello dei dipendenti pubblici, vengono pagati considerevolmente meno (all’incirca 300 euro in meno di un lavoratore statale). Ormai hanno il monopolio su quello che è il settore educativo della prima infanzia a livello comunale, e sono in rapida espansione; rispondono principalmente all’esigenza del Comune di risparmiare sulla spesa sociale, di dismettere di fette di personale dipendente e diminuire i costi del lavoro. Le coop diventate multinazionali distruggono il tessuto delle piccole realtà cooperative, sottraendo loro progressivamente gli appalti dell’ente pubblico tramite un servizio erogato in base ad una logica industrializzata di massimo risparmio che spesso produce un abbassamento qualitativo. Il personale assunto tramite queste multinazionali del sociale, dall’educazione alla sanità, è infine più ricattabile. Questo è quello che succede quando l’ente pubblico rinuncia a gestire i servizi fondamentali e trasforma i diritti in merci; la “cittadinanza” è un mercato in cui solo chi può permetterselo può fruirne: i diritti sono diventati privilegi.
In tutti e due gli esempi fatti, assistiamo alla moltiplicazione di un esercito di lavoratori ricattabile, spesso de sindacalizzato (anche perché spesso i dirigenti delle cooperative e i dirigenti dei sindacati confederali si scambiano sovente la poltrona) o che non ha nemmeno la possibilità di accedere alla tutela sindacale, pena l’estromissione dal posto di lavoro. Il clima all’interno di queste piccole e grandi scatole cinesi è quello in cui domina non solo una totale assenza della tutela, ma anche una pesante gerarchia e controllo dei lavoratori.
A fronte di tutto questo si aggiunga, dopo la dismissione e la privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, la totale assenza di mancanza di politiche abitative e di intervento riguardo all’emergenza casa che da almeno un decennio affligge la città, e a cui le uniche risposte sono state, da copione, la creazione di società partecipate (vedi Parmabitare, Casadesso o il progetto Parma Social Housing) . Esse avevano lo scopo di realizzare appartamenti da affittare a canone calmierato, ma il risultato è disastroso: nessun incontro con la domanda dei bandi, l’esclusione delle fette sociali più bisognose, canoni troppo alti per gli inquilini stessi che vi accedono, una morosità elevata e tanti alloggi lasciati sfitti o mai realizzati. Anche in questo caso, la direzione è sempre quella della più completa autonomia alla società privata per la gestione della manutenzione, della riscossione, delle assegnazioni, degli sfratti, e così via.
Non ci sembra che l’attuale amministrazione stia attuando alcun cambio di rotta, trincerandosi dietro alla qualità percepita e la trasparenza (?) dei partners di cui il comune è socio, dimenticando che a fare la qualità dei servizi stessi sono solo i lavoratori (sottopagati e ricattati), ossia gli stessi fruitori dei servizi che dovrebbero essere pubblici e garantiti per tutti. Il mero indicatore della qualità percepita (sul cui grado avremmo anche qualche dubbio), sbandierato a destra e a manca dai diversi assessori, non può essere lo strumento sul quale basare una politica che garantisca dignità e sopravvivenza. Tantomeno le promesse di raccogliere le richieste più volte espresse dai lavoratori o dai sindacati di base che li rappresentano, senza che venga messo in discussione l’intero sistema di sfruttamento costituito dalle partecipate. Le forze di “opposizione”, PD in primis, non oppongono che l’unica rivendicazione, tutta all’interno delle logiche di mercato, della mancanza di offerta e di concorrenza tra privati.

Per invertire la rotta…
In questo panorama, la classe lavoratrice vive una condizione di isolamento e controllo, dato sia dalla divisione del lavoro in appalti, subappalti e miriadi di forme contrattuali, che dalla gestione gerarchica dei diversi “cantieri” che impediscono anche il semplice confronto tra lavoratori di uno stesso settore. La credibilità delle rappresentanze sindacali è praticamente nulla, la delegittimazione della politica è presente a tutti i livelli. E’ per questo necessario pensare a nuove forme di relazione e di aggregazione che probabilmente non possono passare solo per la sindacalizzazione sui luoghi di lavoro, ma darsi su terreni diversificati e correlati tra loro. Pensando ai lavoratori che vivono un rapporto lavorativo che impone l’impossibilità di poter utilizzare le forme storiche (anche le più “normali”) di protesta, dato il livello di ricattabilità e il clima d’intimidazione che sussiste nelle grandi cooperative così come nei subappalti, è necessario attrezzarsi su un livello di inchiesta e di relazioni tra i soggetti che compongono questa popolazione sfruttata che vive anche condizioni di disagio abitativo, di carenza dei servizi e di forme aggregative popolari. Nonostante la retorica da “grande famiglia”, la facciata casalinga che utilizzano queste partecipate, anche per ammorbidire i lavoratori rispetto ai carichi di lavoro, come abbiamo visto, hanno diramazioni nazionali e anche extranazionali; per rompere la divisione sarebbe già un grande passo riuscire a conoscere i lavoratori di altre città che vivono le stesse condizioni che a Parma e con loro individuare campagne di boicottaggio o di lotta, laddove siano presenti sedi dei grandi colossi del sociale o dell’energia come Iren o ProGes.
Non è un caso che in questi anni sempre più spesso le lotte che si affacciano in città (oltre a quelle degli operai delle fabbriche in via di dismissione) e che, di fatto, hanno avuto come obbiettivo esternalizzazioni e privatizzazioni, siano partite da disagi esterni al mondo del lavoro (pensiamo ad esempio ai comitati di genitori contro Parma Zerosei o la Rete diritti in casa contro Iren). Il movimento di lotta per la casa in questi mesi ha lanciato indicazioni importanti in questo senso, riuscendo, con la lotta contro i distacchi per morosità incolpevole portata alla sede Iren, a centrare uno dei nessi che possono portare all’unità di chi come noi subisce sfruttamento, privatizzazioni e crisi. Per questo, questa lotta è lotta di tutti noi.
Chi paga i costi sociali di tutti questi processi è un solo unico soggetto che sia esso utente o lavoratore. A questo va opposto un livello di conoscenza, di conoscenza reciproca, un insieme di azioni e rapporti che riescano ad invertire la direzione. In modo che a pagare il peso sociale di questo progetto di depredazione delle vite e dei territori siano finalmente i veri responsabili.

Collettivo Insurgent City

Rete :  Noi saremo tutto

Perchè cresce il debito pubblico?

Debito-pubblico-Prima-Repubblica

Il debito pubblico ha ampiamente sfondato nel 2013 il tetto dei 2.000 miliardi.
Come si spiega il fatto che continua a crescere malgrado i sacrifici dei lavoratori? Di chi è la responsabilità?
Dallo scoppio della crisi economica il “debito sovrano”è fortemente aumentato per salvare le banche in fallimento e garantire la sopravvivenza di un sistema criminale, dominato dal capitalismo monopolistico finanziario.Nell’UE gli interventi per fornire liquidità e applicare politiche monetarie espansive,sono stati senza precedenti e hanno inciso in forte misura sui debiti pubblici.
Tra il 2008 e il 2011 i governi UE hanno versato circa 4.500 miliardi di euro ai gruppi finanziari colpiti dalla crisi.In questi stessi anni il debito pubblico totale dell’UE è aumentato in media di 20 punti,dal 60 all’80%.
Son questi colossali salvataggi a beneficio esclusivo e diretto dell’oligarchia finanziaria,questa gigantesca “socializzazione” delle perdite private, imposti dai governiborghesi e dai partiti che li sostengono, a far crescere il debito pubblico, senza peraltro risolvere la crisi dell’economia capitalista.
Dunque,il debito non aumenta a cause delle spese per la protezione sociale,come sostengono i governi e i media borghesi. Tali spese vengono continuamente tagliate dagli stessi governi per favorire ulteriormente le attività speculative dei capitalisti responsabili della crisi (es. con la privatizzazione di sanità pensioni, scuole, trasporti,etc.), secondo un preciso progetto politico antipopolare.
Inoltre, bisogna aggiungere che in Italia l’aumento del debito pubblico nel corso della crisi -è passato dal 2007 al 2013 da 1.628 miliardi a circa 2.100 miliardi, con un aumento che sfiora il 30% – non deriva solo dai fondi pubblici stanziati per salvare le grandi banche, ma anche dall’ammontare degli interessi sul debito pubblico (83 miliardi nel 2013), che per la maggior parte è posseduto dagli stessi gruppi finanziari.
Tale onere–pagato interamente dalla classe operaia e le masse lavoratrici –è aggravato dall’enorme evasione fiscale (150 miliardi annui).
Chi pensa che la borghesia possa generare una classe dirigente che abbia la volontà e la capacità di risolvere il circolo vizioso del debito nell’interesse dei lavoratori, di riformare il sistema finanziario“legale” e quello “ombra”, non ha capito nulla dell’imperialismo,nella migliore delle ipotesi.

Terremoto nel mercato mondiale

Nel 2008, a seguito della crisi economica mondiale scatenata dall’implosione dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti, esce, a cura di Norbert Trenkle del gruppo Krisis, il testo “Weltmartkbeben” (Terremoto nel mercato mondiale), qui tradotto.
Il testo assume un’importanza particolare, nella misura in cui riassume le posizioni che questo gruppo porta avanti da anni e che in qualche modo hanno largamente anticipato la crisi e le sue ragioni. Esso prova a dare una lettura “inattuale” e fuori dal coro della crisi economica in corso,
lettura che può aiutare ad impostare correttamente il problema e a cercare soluzioni più radicali e capaci di intaccarne i meccanismi di fondo.

Per un aiuto alla lettura, sinteticamente ecco i punti “forti” del testo:
la crisi economica mondiale era in corso da lungo tempo e la sua esplosione entro unperiodo più o meno breve era ampiamente prevedibile le cause di questa esplosione non sono da ricercarsi nella malvagità di un numero comunque limitato di avidi speculatori dediti alla finanza più cinica e spietata, ma nel meccanismo di fondo della riproduzione capitalistica stessa. La “rivoluzione microelettronica”, ovvero il passaggio da una produzione seriale meccanica fondata sul lavoro vivo ad una fondata sulla tecnologia microelettronica, ha destrutturato gli apparati produttivi, aumentando in modo esponenziale la produttività del lavoro e al tempo stesso espellendo lavoro vivo. Questo ha determinato un afflusso enorme di merci sul mercato che restano per lo più invendute, interrompendo quindi la loro necessaria valorizzazione, ovvero l’indispensabile trasformazione in valore monetario, e insieme minato la base stessa della creazione di  valore, cioè il lavoro vivo ora espulso dai cicli produttivi, quindi neanche più in grado, come lo voleva per esempio il sistema di regolazione fordista, di concretizzare il ciclo della valorizzazione acquistando la merce prodotta.

Continua a leggere

Cassa depositi e prestiti dove non arrivano le banche

C’è un banca, in Italia, che ha una rete di

14mila sportelli

Dove vanno a finire i soldi versati alle Poste sui libretti e sui buoni fruttiferi da 24 milioni di pensionati, giovani e famiglie? Se li prende la Cdp, la Cassa Depositi e prestiti. Che animale è la Cdp? Loro si sentono un centauro pubblico-privato, che investe soldi dei risparmiatori ma con finalità pubbliche. Può essere il mutuo di 30mila euro al piccolo comune per sistemare la strada interpoderale piuttosto che l’assegno da 1 miliardo per rilevare quote di aziende di Finmeccanica, al fine di salvaguardarne “l’italianità”. O ancora, 18 miliardi la Cdp li ha girati alle banche per bypassare la strozzatura del credito e ne hanno beneficiato finora 53 mila piccole medie imprese. Ma c’è ancora spazio per aumentare i suoi impieghi e per forzare il passo allo sviluppo del Paese, che ne avrebbe tanto bisogno: dalla banda larga ai servizi pubblici locali, all’energia. La Cassa ha un arsenale di 224 miliardi e per i ministri del Tesoro che l’hanno voluta così com’è oggi, da Tremonti a Grilli, la Cdp è l’arma non convenzionale adatta ai tempi. Basti pensare che le sue mosse non vanno ad aumentare il debito pubblico, per cui è l’ideale per i nostri politici sempre affamati di infrastrutture e desiderosi di salvare aziende, anche se il debito è solo spostato in un angolo sotto il tappetino. Allo stato attuale la Cassa è sana e il risparmio postale è al calduccio, anche perché il rimborso è garantito dallo Stato, ma fuori girano personaggi che ad ogni piè sospinto propongono: “facciamolo fare alla Cdp!”, mentre dentro la Cassa ci sono personaggi influenti, impegnati a disegnare “l’economia sociale di mercato”. E chi decide che cos’è per lo sviluppo? Dal presidente Franco Bassanini, all’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini, ai singoli consiglieri e amministratori dei Fondi, vediamo chi sono gli uomini che governano i 224 miliardi del risparmio degli Italiani, chi li ha messi al comando e a quali logiche rispondono e con quali risultati. C’è anche il rischio che il risparmio postale venga usato per garantire affari ai soliti noti, perché la “finalità sociale” chi la controlla e come si misura?

Continua a leggere

La seconda crisi generale del capitalismo di estrema attualità

Nei trenta anni (1945-1975) trascorsi dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale la borghesia imperialista ha di nuovo esaurito i margini di accumulazione che si era creata con gli sconvolgimenti e le distruzioni delle due guerre mondiali. Dagli anni settanta il mondocapitalista è entrato in una nuova crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale.(*) L’accumulazione del capitale non può più prose guire nell’ambito degli ordinamenti interni e internazionali esistenti.

Di conseguenza il processo di produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza dell’intera società è sconvolto ora in un punto ora in un altro in misura via via più profonda e sempre più diffusamente. Apparentemente i capitalisti sono alle prese ora con l’inflazione e la stagnazione, ora con l’oscillazione violenta dei cambi tra le monete; qui con l’ingigantirsi dei debiti pubblici, là con la difficoltà di trovare mercati per le merci prodotte; un momento con la crisi e il boom delle Borse e un altro momento con 1a sofferenza dei debiti esteri e la disoccupazione di massa.
Essi e i loro portavoce non possono compren-dere la causa unitaria dei problemi che li assillano Ma la sovrapproduzione di capitale produce i suoi effetti anche se i capitalisti non la  riconoscono e anche se non ne hanno coscienza alcuna gli intellettuali la cui comprensione degli avvenimenti non supera gli orizzonti entro i quali i capitalisti sono rinchiusi dai loro interessi materiali, nonostante che alcuni di questi intellettuali si proclamino marxisti e perfino marxisti-leninisti e marxisti-leninisti-maoisti. I contrasti economici tra i gruppi imperialisti diventano nuovamente antagonisti: la torta da dividere non aumenta quanto necessario per valorizzare tutto il capitaleaccumulato e ogni gruppo può crescere solo a danno degli altri.
In tutti i paesi imperialisti i contrasti economici tra la borghesia imperialista e le masse popolari stanno diventando di nuovo aperta-mente antagonisti. In tutti i paesi imperialisti la borghesia sta eliminando una dopo l’altra le conquiste che le masse lavoratrici avevano strappato o abrogandole (scala mobile, stabilità del posto di lavoro,contratti nazionali collettivi di lavoro, ecc.) o lasciando andare in malora o privatizzando le istituzioni in cui esse si attuavano (scuola dimassa, istituti previdenziali, sistemi sanitari, industrie pubbliche, edilizia pubblica, servizi pubblici, ecc.). Il capitalismo dal volto umano ha fatto il suo tempo. In tutti i paesi imperialisti la borghesia viene via via abolendo quei regolamenti, norme, prassi e istituzioni che nel periodo di espansione hanno mitigato o neutralizzato gli effetti più destabilizzanti e traumatici del movimento dei singoli capitali e le punte estreme dei cicli economici.

Ora, nell’ambito della crisi, ogni frazione di capitale trova che quelle istituzioni sono un impedimento inaccettabile alla libertà dei suoi movimenti per conquistarsi spazio vitale. La liberalizzazione, la privatizzazione delle imprese economiche statali e in generale pubbliche sono all’ordine del giorno in ogni paese imperialista. La parola d’ordine della borghesia è in ogni paese “flessibilità” dei lavoratori,cioè libertà per i capitalisti di sfruttare senza limiti i lavoratori.
Ciò rende instabile in ogni paese imperialista il regime politico,rende ogni paese meno governabile con gli ordinamenti che fino ad ie-
ri avevano funzionato. I tentativi di sostituire pacificamente questi ordinamenti con altri, che in Italia si riassumono nella riforma della Costituzione, vanno regolarmente in fumo. In realtà non si tratta di cambiare regole, ma di decidere quali capitali vanno sacrificati perché altri possano valorizzarsi e nessun capitalista è disposto a sacrificarsi.

Tra capitalisti solo la guerra può decidere. Infatti nelle relazioni tra i gruppi borghesi la parola non è più principalmente all’accordo e alla spartizione, ma è principalmente alla lotta, all’eliminazione e alle armi. Tentativi, a livello interno e internazionale (ONU), di ridurre l’espressione politica dei contrasti proprio perché questi crescono, espansione del ricorso delle classi dirigenti a procedure criminali e a milizie extralegali e private, creazione di barriere elettorali, accrescimento delle competenze dei governi e degli apparati amministrativi a spese delle assemblee elettive, restrizione delle autonomie locali, limitazione per legge degli scioperi e delle proteste, ecc. sono all’ordine del giorno in ogni paese imperialista. Le misure e, ancora più, le operazioni repressive dilagano in ogni paese. L’aumento della repressione delle masse popolari è la risposta che la borghesia dà universalmente a ogni contrasto economico e sociale che essa stessa genera.

Ogni Stato imperialista per ostacolare la crescita dell’instabilità del regime politico nel proprio paese deve sempre più ricorrere a misure che accrescono l’instabilità di altri Stati: dall’abolizione nel 1971 della convertibilità del dollaro in oro e del sistema monetario di Bretton Woods, alla politica degli alti tassi d’interesse e dell’espansione del debito pubbli- co seguita dal governo federale USA negli anni ‘80, alle misure prote- zionistiche e di incentivazione delle esportazioni commerciali sempre più spesso adottate da ogni Stato, alla guerra che si profila tra i sistemi monetari del dollaro e dell’euro, all’aggressione dei paesi oppressi le cui Autorità oppongono ostacoli alla ricolonizzazione (in primo luogo i paesi arabi e musulmani: Iraq, Afghanistan, ecc.).

“Mondializzazione” è diventata la bandiera che copre e giustifica le brigantesche aggressioni degli Stati e dei gruppi imperialisti in ogni angolo del mon-do, la nuova “politica delle cannoniere”. La lotta per la sopravvivenza del suo ordinamento sociale spinge la borghesia imperialista ad allargare e a rendere più spietata la guerra di sterminio(*) non dichiarata che essa conduce contro le masse popolari in ogni angolo del mondo. Milioni di uomini e donne, bambini e anziani, di ogni età, razza e paese, vengono ogni anno uccisi dalle guerre, dalle privazioni, dall’inquinamento,dal saccheggio del territorio, dalla depravazione e da malattie curabili.
Una parte importante dell’umanità è relegata a vivere in condizioni di miseria, di emarginazione sociale, di ignoranza, di abbrutimento intel-lettuale e morale, di precarietà. Ciò contrasta non solo con i sentimenti e le concezioni che oramai gli uomini hanno sviluppato in massa, ma anche con le possibilità materiali e intellettuali disponibili e genera nelle masse popolari una resistenza sempre più diffusa e accanita.

La lotta per la direzione di questa resistenza è l’oggetto della lotta politica del periodo in corso.
La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale ha dato luogo alla seconda crisi generale del capitalismo: una crisi economica che trapassa in crisi politica e culturale. Una crisi mondiale, una crisi di lunga durata.

La maggior parte dei paesi semicoloniali è diventata dapprima un mercato dove i gruppi imperialisti hanno riversato le merci che la sovrapproduzione di capitale rendeva eccedenti; poi un campo in cui gli stessi gruppi hanno impiegato come capitale di prestito i capitali ad opera compiuta li abbandonano e si trasferiscono in altri paesi. I paesi coloniali vengono ridotti nuovamente al rango di colonie, ma ora di colonie collettive dei gruppi imperialisti, sicché nessuno di questi assume alcuna responsabilità per la conservazione a lungo termine delle fonti di profitto e di rendita. L’emigrazione selvaggia e atroce di masse di lavoratori e una sequela interminabile di guerre sono le inevitabili conseguenze di questa nuova colonizzazione.
Nella maggior parte dei primi paesi socialisti(*) i regimi instaurati dai revisionisti moderni si sono trovati dapprima schiacciati nella morsa della crisi economica in corso nei paesi imperialisti da cui si erano resi dipendenti commercialmente, finanziariamente e tecnologicamente, quindi sono crollati rivelando la fragilità politica dei regimi stessi.
La borghesia ha dovuto prendere atto che era impossibile restaurare gradualmente e pacificamente il capitalismo e ha precipitato questi paesi in un turbine di miseria e di guerra, aprendoli alla restaurazione violenta e a qualsiasi costo. Il sistema imperialista li ha ingoiati, ma non riesce a digerirli. Anzi essi hanno accelerato il procedere della crisi generale anche nei paesi imperialisti.
Tutto ciò viene creando una nuova situazione di guerra e di rivoluzione, analoga a quella che esisteva all’inizio del secolo scorso. Il
mondo deve cambiare e inevitabilmente cambierà. Gli ordinamenti attuali dei paesi imperialisti e le attuali relazioni internazionali ostacolano la prosecuzione dell’accumulazione di capitale e quindi saranno inevitabilmente sovvertiti.
Saranno le grandi masse, prendendo l’una o l’altra strada, a “decidere” se il mondo cambierà ancora sotto la direzione della borghesia creando ordinamenti diversi di una società ancora capitalista o se cambierà sotto la direzione della classe operaia e nell’ambito del mo-
vimento comunista, creando una società socialista.

Ogni altra soluzione è esclusa dalle condizioni oggettive esistenti: gli sforzi dei fautori di altre soluzioni in pratica faranno il gioco di una di queste due soluzioni che sono le uniche possibili. Questa è la nuova situazione rivoluzionaria in sviluppo che si sta sviluppando e nella quale si svolge e si svolgerà il nostro lavoro di comunisti. Le divergenze importanti tra i comunisti e la confusione che ancora regna nelle nostre fila riguardano appunto il riconoscimento che siamo nuovamente in una situazione rivoluzionaria in sviluppo e la linea da adottare per sviluppare da essa la rivoluzione e condurla fino all’instaurazione di nuovi paesi socialisti.
La borghesia imperialista cerca di superare l’attuale crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale e conquistarsi così un altro periodo
di ripresa, con l’integrazione degli ex paesi socialisti nel mondo imperialista, con la ricolonizzazione e un maggiore grado di capitalizzazione dell’economia dei paesi semicoloniali e semifeudali, con una distruzione di capitale di dimensioni adeguate negli stessi paesi imperialisti. Essa combina queste tre soluzioni variamente da paese a paese e di fase in fase. Ognuna di queste soluzioni porta anzitutto a un periodo di guerre e di sconvolgimenti. Ogni guerra è e sarà ovviamente presentata alle masse nella veste più lusinghiera: di spedizione umanitaria, di guerra per la pace, di guerra per la giustizia, di guerra per la difesa dei propri diritti e bisogni vitali, di guerra contro il terrorismo, di ultimaguerra.

Ma l’esito di questo periodo e la direzione che prenderà la mobilitazione delle masse che in ogni caso si svilupperà, e che la stessa
borghesia imperialista in ogni caso dovrà promuovere, sarà deciso dalla lotta tra le Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista e le forze soggettive della borghesia imperialista. In definitiva il dilemma è o la rivoluzione precede la guerra o la guerra genera la rivoluzione.
La classe operaia può infatti superare l’attuale situazione rivoluzionaria prendendo la direzione della mobilitazione delle masse popolari e guidandole alla lotta contro la borghesia imperialista fino a conquistare il potere e avviare la transizione dal capitalismo al comunismo su scala maggiore di quanto è avvenuto durante la prima crisi generale. Questa è la via della ripresa del movimento comunista già in atto nel mondo, che ha i suoi punti qualitativamente più alti nelle guerre popolari rivoluzionarie già in fase avanzata in alcuni paesi (Nepal, India, Filippine, Perù, Turchia).

 

Tutti gli indagati della Regione Lombardia

Con l’arresto dell’assessore alla casa Domenico Zambetti la situazione a Palazzo Lombardia sembra senza ritorno. Per la prima volta la criminalità organizzata riesce a raggiungere un politico di primo piano nel Nord Italia, dopo una serie di scandali che hanno minato la credibilità della presidenza

E siamo a 13, ma difficilmente in questo caso potrà arrivare un premio per la Regione Lombardia. L’arresto di Domenico Zambetti, Pdl, accusato di aver acquistato dalla ‘ndrangheta 4000 voti per 200 mila euro, apre però nuovi ed inquietanti scenari nell’amministrazione di Roberto Formigoni.
I REFERENTI
Si, perché Zambetti, assessore alla casa della Regione, nella sua compravendita, ha di fatto permesso l’ingresso in Regione di due famiglie della ‘ndrangheta già conosciute a Milano visto il loro coinvolgimento nel “buco nero” chiamato Ortomercato. I referenti di Zambetti, il quale senza questi quattromila voti sarebbe arrivato a 7,217, sono un esponente della cosca dei “Morabito – Bruzzaniti”, ovvero Giuseppe D’Agostino, gestore di locali notturni già condannato anni fa per spaccio di droga nei locali dell’Ortomercato, e Costantino Eugenio, referente del clan Mancuso e di professione gestore di negozi.
RASTRELLAMENTO
– Arrestato anche Ambrogio Crespi, fratello del sondaggista Luigi, già condannato in primo grado a sette anni di carcere per la bancarotta della Hdc, in quanto avrebbe dato possibilità ai referenti delle cosche calabresi di attingere al suo bacino elettorale rastrellando preferenze negli ambienti della malavita organizzata. Per restituire il favore Zambetti, oltre a pagare in tre rate la cifra pattuita, ha fatto assumere all’Aler la figlia di uno dei due referenti, promettendo inoltre di attivarsi per far avere lavori a cooperative e ditte vicine ai suoi “mecenati”.
13 INDAGATI
– Scambio elettorale politico-mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione con l’aggravante di aver favorito la ‘ndrangheta. «corruzione» con l’aggravante di aver agevolato la ’ndrangheta, oltre a prove che certificano come le cosche ce l’avessero in pugno, per usare le loro stesse parole. Si tratta del caso più grave mai documentato d’infiltrazione nella politica del Nord Italia da parte della ‘ndrangheta. Dal 2010 ad oggi, anno d’inizio del Formigoni IV, siamo quindi arrivati a 13 indagati tra membri del Consiglio e della Giunta, su 80 eletti, e sicuramente non può definirsi sufficiente la scelta del Presidente di revocare le deleghe a Zambetti, visto il grave caso d’infiltrazione della criminalità organizzata negli affari di Regione Lombardia.
GLI ASSESSORI COINVOLTI
– Zambetti è il quinto assessore delle varie giunte Formigoni ad essere stato arrestato. Gli altri nomi sono Guido Bombarda, già responsabile dell’assessorato alla formazione professionale, Piergianni Prosperini, il “ras” del turismo, Franco Nicoli Cristiani, titolare delle deleghe per ambiente e commercio, e Massimo Ponzoni, assessore alla Protezione civile ed Ambiente. Cerchiamo ora di ripercorrere la loro storia giudiziaria, così da capire quali sono stati i problemi, evidentemente non risolti, in questi ultimi anni.
PROBLEMA FORMAZIONE
– Guido Bombarda venne posto agli arresti domiciliari nel gennaio 2004 con l’accusa di corruzione. All’epoca il Consigliere in forza ad Alleanza Nazionale, già assessore alla Formazione, venne ritenuto colpevole dalla Procura di Milano di aver attestato la costituzione di società di comodo le quali avrebbero organizzato corsi di formazione inesistenti, con tanto di falsa documentazione attestante lo svolgimento di attività didattiche mai realizzate o comunque prive dei requisiti previsti, proprio per ricevere finanziamenti da enti pubblici. Bombarda patteggiò nel 2005 una condanna a 18 mesi di reclusione per tre corsi mai tenuti o realizzati in modo irregolare sul turismo religioso e per una tangente da 110 mila euro. Bombarda dovette anche subìre un sequestro di beni pari a 900 mila euro oltre ad una condanna da parte della Corte dei Conti della Lombardia al pagamento di 1,2 milioni di euro all’erario a risarcimento di un danno di oltre 1,9 milioni.
LA CRESTA DEL PIERGIANNI
– Piergianni Prosperini venne arrestato il 16 dicembre 2009 con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta per appalti sulla pubblicità televisiva della Regione Lombardia. Secondo l’accusa, Prosperini avrebbe incassato una tangente da 230 mila euro su un appalto da 7,5 milioni per promuovere in tv il turismo in Lombardia tra il 2008 e il 2010. I soldi sarebbero stati raccolti attraverso un processo di sovra-fatturazione nei programmi in cui partecipava per attività istituzionale, maturando con Telelombardia, tv locale, un debito personale di 100 mila euro.
PATTEGGIAMENTO
– Per ripianare questa cifra, venne deciso di affidare alla rete regionale l’incarico di pubblicizzare la fiera del turismo, il Bit, del 2008, con alcuni spot e uno speciale il cui costo complessivo, ammontante a 152mila euro, sarebbe stato gonfiato al fine di comprendere anche il debito pregresso dell’assessore. Venne studiato un meccanismo simile anche per Telecity, altra emittente con la quale Prosperini aveva un debito personale di 100 mila euro. In questo caso si scelse di commissionare in favore di tale emittente una serie di 30 tramissioni tematiche da 24 minuti ciascuna, da mandare in onda nel 2008, il tutto al prezzo di 240 mila euro, prezzo gonfiato per coprire il debito dell’assessore. Nonostante le rimostranze di Prosperini, lo scorso 12 marzo 2010 arrivò la richiesta di patteggiamento a 3 anni e 5 mesi, a seguito di un sequestro di 430 mila euro.

ALLA RICERCA DI UN POTERE POLITICO
– Franco Nicoli Cristiani può essere definito senza dubbio un pasdaran Pdl da anteporre allo “strapotere” di Comunione e Liberazione, visto il suo impegno in Regione fin dal 1995, impegno che lo ha portato a ricoprire incarichi sempre più importanti fino ad essere nominato, l’11 maggio 2010, vicepresidente del consiglio regionale. La fine per Nicoli Cristiani arrivò il 30 novembre 2011, giorno del suo arresto per corruzione e traffico illecito di rifiuti nell’ambito di un’inchiesta sulla società Bre-Be-Mi, relativa allo sversamento di rifiuti tossici da acciaieria in otto chilometri di cantiere e sulla discarica di amianto di Cappella Cantone.

LIQUIDAZIONE TRATTENUTA
– Secondo l’accusa, Nicoli Cristiani avrebbe ottenuto favori per l’impresa edile di Gianluca Locatelli in cambio di tangenti. A coadiuvarlo in quest’opera il dirigente dell’Arpa Lombardia Giuseppe Rotondaro, il quale ha spiegato che la tangente scoperta dai magistrati, pari a 100 mila euro e necessaria per sbloccare la discarica, sarebbe servita per coprire i costi del tesseramento del Pdl in Lombardia. Ovvero, Nicoli Cristiani avrebbe pagato così le tessere intestate a dei prestanome ed utilizzate per far valere la sua “corrente” all’interno del Partito. Il 20 dicembre 2011 arrivarono le dimissioni dal Consiglio Regionale, ma il Pirellone decise di trattenere la sua liquidazione, pari a 340 mila euro, per tutelarsi a fronte di eventuali richieste di risarcimento.

IL DELFINO ARENATO
– Massimo Ponzoni entrò in regione nel 2000, a 28 anni, novello enfant-prodige del Pdl brianzolo. Dopo essersi distinto in comune a Desio, arrivò il premio con l’ingresso al Pirellone e la carica di vicepresidente della commissione cultura, formazione, commercio, sport, informazione. La consacrazione arrivò però cinque anni dopo quando prese 19,866 preferenze e l’assessorato alla Protezione Civile, mentre nel 2008 diventa assessore all’ambiente. Le luci della ribalta per lui si spensero improvvisamente il 16 gennaio 2012, quando il tribunale di Monza emise un ordine di custodia cautelare per bancarotta, concussione, corruzione, peculato, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti.

MOSSE ILLECITE
– L’indagine madre fu quella relativa al crac della società “il Pellicano” e si divise subito in due rami. Nel primo i magistrati si occuparono di reati contro il patrimonio, nel secondo hanno verificato l’esistenza di un meccanismo di finanziamento illecito a esponenti politici “in relazione al sostenimento di spese, sia per la campagna elettorale di Ponzoni Massimo sia per fini personali, addebitate a una serie di compagini societarie, riconducibili sempre a Ponzoni e amministrate dall’allora socio e uomo di fiducia Pennati, anche attraverso il ricorso alle false fatturazioni”.

IL DOMINUS DI DESIO E GIUSSANO
– Due le società, Il Pellicano e Immobiliare Mais entrambe con sede a Desio, dichiarate fallite nel 2010, dal Tribunale di Monza, a seguito degli accertamenti condotti. Per quanto riguarda i reati contro la pubblica amministrazione, è stato dimostrato che Ponzoni avrebbe potuto determinare, almeno in parte, i contenuti del Piano di Governo del Territorio, Pgt, di Desio e Giussano, suoi feudi, assicurando a imprenditori a lui vicini cambi di destinazione di terreni “grazie ai legami influenti e al posizionamento di propri uomini di fiducia in ruoli chiave delle varie amministrazioni”. Oggi Ponzoni attende l’esito del processo agli arresti domiciliari. Intanto la Regione gli ha chiesto di restituire 22 mila euro per una serie di arretrati mai saldati comprensivi di una rata per una polizza assicurativa, un’utenza telefonica, settecento euro per spese di rappresentanza non giustificate e la mancata restituzione delle indennità da consigliere segretario percepita anche in seguito al suo arresto del gennaio scorso.

I PESCI “PICCOLI”
– Un album di tutto rispetto. Non c’è che dire. E non è ancora finita. Come ricordato precedentemente, dal 2010 ad oggi sono 13 gli indagati, tra giunta e consiglio. Questi i loro nomi: Roberto Formigoni, Nicole Minetti, Monica Rizzi, Daniele Belotti, Franco Nicoli Cristiani, Domenico Zambetti, Davide Boni, Filippo Penati, Renzo Bossi, Angelo Giammario, Romano La Russa, Massimo Ponzoni, Gianluca Rinaldin. E’ evidente, visti certi numeri, che qualcosa in Regione Lombardia non vada per il verso giusto, indipendentemente dalle accuse al Presidente sui finanziamenti alla Fondazione Maugeri o gli scandali sessuali di Nicole Minetti fino ai “problemini” di Filippo Penati.

LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA
– Abbiamo a che fare con politici i quali si vantano di avere influenze nell’ambito della ‘ndrangheta, come successo a Ponzoni, tanto che il fu giovane rampante venne definito “un capitale sociale” da parte delle cosche calabresi, visto anche i suoi rapporti con il boss Fortunato Stellitano. Le cosche avrebbero inoltre investito sull’anti-Minetti, ovvero Sara Giudice, la quale secondo le prime indagini avrebbe goduto di 400 voti provenienti dalla mafia calabrese, dietro interessamento del padre Vincenzo, anche se qui non c’è alcuna compravendita ma solo vaghe promesse.

ILLECITI DI VARIO GENERE
– Abbiamo un Romano La Russa indagato per finanziamento illecito ai partiti nell’ambito dell’inchiesta sul caso Aler, abbiamo Angelo Giammario, consigliere, accusato di aver intascato una mazzetta da 10 mila euro per appalti sul verde pubblico, di Nicole Minetti e Renzo Bossi si è detto tutto ed il contrario di tutto, abbiamo Monica Rizzi, già assessore allo Sport, costretta alle dimissioni dal suo partito, la Lega Nord ed autrice di dossier finalizzati a favorire la discesa in campo di Renzo Bossi, dossier per la quale è stata anche indagata.

UN PROBLEMA DI ZAMBETTI
– E poi ci sono le dimissioni “strane”, come quella di Stefano Maullu, assessore al Commercio, o di Massimo Buscemi, già titolare della Cultura al Pirellone, autodefinitosi “agnello sacrificale”. D’accordo, al Pirellone non ci sono epigoni di Franco Fiorito, o almeno la magistratura non li ha ancora scovati. La tenacia con la quale Formigoni rimane ancorato sulle sue posizioni, respingendo l’idea di dimissioni in quanto si tratta di un caso “che riguarda solo Zambetti”, dà comunque molto da pensare.

SI FACCIA QUALCOSA
– Vero, sono fatti dei singoli assessori o dei singoli consiglieri, tutti pescati con le mani nella marmellata. Il lungo elenco qui riportato però fa rabbrividire, e non poco, sopratutto per la mancanza di presa di coscienza da parte del Presidente che qui qualcosa non va. E’ vero, quello di Zambetti è un problema personale. Ma ora la ‘ndrangheta è entrata a Palazzo Lombardia dalla porta principale consentendo ad un uomo politico di diventare assessore. Questo fatto non puo’ essere sottovalutato. Se Formigoni è davvero convinto che la sua Regione è un faro per tutta Italia, certamente dovrà prendere atto che è necessario fare qualcosa per il bene del suo territorio e del Paese in generale. Finché si tratta di corruzione passi, ma quando è coinvolta in maniera così conclamata la criminalità organizzata non si può far finta di nulla.

LA RESA DEI CONTI

Ormai tutto sembra chiaro: la Germania vuole allargare la sua influenza in Europa, o meglio vuole dominare economicamente l’Europa, con una politica restrittiva imponendo a tutti di sfiancarsi nella corsa per l’eccessiva riduzione del debito. Ciò procura tanti vantaggi al capitale finanziario tedesco, mandando in recessione l’economia di molti paesi, espellendo dal mercato globale le piccole e medie aziende che lavorano per l’esportazione e favorendo così i processi di concentrazione a guida tedesca. Mentre settant’anni addietro le truppe naziste dilagavano in tutta Europa, ora si conclude un disegno di dominio economico, anziché militare, intrapreso con il Mercato Comune Europeo, seguito dalla Comunità Economica Europea, e sfociato in quella Unione Europea senza Costituzione democratica ed antifascista (come erano quelle di Italia e di Francia) e senza strutture  democratiche statuali, seppur borghesi, basate sulla divisione dei poteri: legislativo, esecutivo, giurisdizionale. Solo due poteri esistono nella UE: a) quello dei governi e dei loro rappresentanti, la Commissione Europea, che stabilisce le direttive che i parlamenti nazionali devono approvare; b) quello della Banca Centrale Europea che dirige la circolazione monetaria e impone diktat ai governi europei deboli, senza essere una banca centrale pubblica con prestazione di ultima istanza, ma di fatto una banca d’investimento di grandi affari al servizio dei gruppi finanziari più forti che la comandano. Commissione Europea e Banca Centrale Europea sono subordinate alle scelte strategiche del governo tedesco e fanno pressioni sugli altri governi, riducendo alla miseria il popolo greco, impoverendo quello portoghese e iniziando l’attacco a quelli spagnolo, italiano e francese.

Così assistiamo da un lato alla speculazione finanziaria con l’aumento dello spread tra i titoli di Stato tedeschi e quelli degli altri paesi dell’euro, sostenuta dai gruppi finanziari inglesi e americani per dare l’assalto all’euro (una moneta che al suo sorgere aveva creato delle difficoltà all’egemonia del dollaro, ma anche della sterlina, perché di fatto impediva che gli USA scaricassero sui paesi stranieri l’inflazione della loro moneta ed il continuo indebitamento pubblico per sostenere le crescenti spese militari che servivano al controllo del mondo!) e dall’altro all’ostinazione tedesca al rigore sul debito pubblico ed alla stampa degli Eurobond da parte della BCE. Nell’articolo della Repubblica on line del 23 novembre che riporta le dichiarazioni di A. Merkel al Parlamento tedesco si legge: “La Bce non può stampare moneta per salvare l’euro”, ribadisce secca, con l’avvertimento alla Grecia del rischio di perdere aiuti se non onora gli impegni, “così come tutti i paesi in difficoltà. (…) E sulla stessa linea arriva da Bruxelles la bozza del rapporto sulla crescita 2012 che sarà esaminato e approvato oggi dalla Commissione europea: “I Paesi in difficoltà dovranno rispettare gli obiettivi fissati per il risanamento dei conti pubblici nonostante possibili cambiamenti dello scenario macroeconomico”.

 

La crisi finanziaria scoppiata come è noto negli USA alla fine del 2007, con i sub-prime sulla casa e con il crollo dei titoli finanziari, cominciando da quelli spazzatura (la finanza creativa che doveva salvare il processo di accumulazione del capitale per demolire l’analisi di Marx!) ed interessando gli istituti finanziari che li possedevano e poi tutti gli altri titoli, si è trasferita in tutto il mondo capitalistico e si è trasformata in crisi economica, proprio per l’intreccio tra il cosiddetto capitale produttivo e quello speculativo (come già analizzato a suo tempo da Lenin), e pertanto crisi finanziaria e crisi economica si sono avviluppate insieme. Il meccanismo di accumulazione del capitale fondato sul saggio del profitto si è inceppato, anche per la commistione tra saggio del profitto e rendita finanziaria. Se non si estorce pluslavoro nel processo D-M-M’-D’, non si può certo inventare il guadagno nel processo D-D’, dove opera solo il capitale bancario. Quando esiste questo guadagno nella forma dell’interesse puro è perché è stato estorto pluslavoro da altre zone del mondo e trasferito nella sede delle Banche, oppure perché le Banche con la loro attività speculativa hanno estorto salari e stipendi alle famiglie con i prestiti che hanno elargito. Se le Banche per le loro operazioni speculative di creare i titoli derivati oppure se per lucrare facili guadagni hanno comprato bond di paesi ora in sofferenza che rischiano il default, sono in scarsità di liquidità e rischiano l’insolvenza, come è successo in America alla grande banca d’investimento Goldman Sach e ad altre, o come sta per succedere a molte banche europee, tedesche comprese, ecco che è corso e che corre in loro aiuto lo Stato. Prima Bush nel 2008 con un fondo di 700 miliardi di dollari, poi Obama nel 2009 allargandolo a 2000 miliardi; infine in Europa i governi si stanno adoperando sia con misure di “rigore per tutti” (azzeramento della spesa sociale, riduzione delle pensioni, dei salari, degli stipendi, privatizzazione dei servizi, aumento dell’IVA e delle imposte indirette) e sia con misure di “equità sociale” a prelevare (con ICI o con patrimoniali vere o mascherate) denaro risparmiato dalla piccola borghesia o denaro lucrato facilmente dalla media borghesia, per salvare il sistema finanziario capitalistico che si trova in una fase di crisi generale. Quindi i lavoratori si trovano in fabbrica il capitalista che gli estorce il pluslavoro e gli dà un salario che non remunera il lavoro erogato, nella società si trovano le Banche e lo Stato che con interessi o con imposte e mancati servizi gli decurtano il salario che portano a casa.

 

Ogni prelievo fiscale oppure ogni riduzione della spesa pubblica non possono certamente risolvere la crisi, perché essa è insita nel processo di accumulazione del capitale. Ma la concorrenza finanziaria che si è sviluppata nel mondo porterà all’esasperazione della crisi ed a sviluppi imprevedibili. In Europa potrà fallire la moneta unica e quindi l’Unione Europea; nel mondo aumenteranno i conflitti bellici per la rispartizione delle aree di influenza. Insomma questa crisi, già definita dallo scrivente “infinita”, rimane ancora senza soluzione ed i popoli restano in balìa degli interessi di alcuni grandi monopoli finanziari. Ripristinare il meccanismo d’accumulazione capitalistico, come detto bloccato in seguito al grande peso del capitale finanziario e della finanza creativa, non è semplice: spingere in avanti questo processo non si può più; indietro, a come era prima il capitalismo, non si può tornare. Tutti i grandi vantaggi che il capitale finanziario ha riscosso con il crollo dei paesi dell’est europeo e dell’URSS li sta perdendo sia per difficoltà intrinseche, sia per l’accanita competizione che si è sviluppata, anche perché le aree di influenza si stanno riducendo con lo sviluppo dei paesi del BRICS, i quali seppur utilizzando capitale finanziario occidentale, lo hanno subordinato sin dall’inizio non alle logiche del liberismo selvaggio (quello che hanno amato e desiderato i grandi gruppi ed i leaders occidentali!) ma a quelle del loro sviluppo nazionale fino a diventare delle economie stabili e competitive in molti settori, soprattutto la Cina. Questi paesi ora  richiedono pian piano la correzione degli squilibri esistenti nel sistema monetario e nel commercio internazionali e ciò significa in futuro un ulteriore limite all’espansione finanziaria e commerciale occidentale.

 

Fermo restando quanto da tempo sostenuto, cioè a dire che la crisi economica del capitalismo (aspetto superficiale dell’iceberg) si innesta sulla crisi ambientale che esso ha determinato e di cui le manifestazioni esteriori si colgono a livello macro (cambiamenti climatici, inquinamenti degli ecosistemi terrestri e marini, ecc) ed a livello micro (territori interessati da alluvioni, smottamenti, siccità, in seguito alle devastazioni determinati dalla ricerca del profitto e del vantaggio individuale verso quello collettivo), siamo ad un passaggio cruciale, epocale, di sopravvivenza e le misure per superare la crisi economica si dovrebbero intrecciare con quelle per superare la crisi ambientale, cioè per trasformare il modo capitalistico di produzione, attraverso un piano di transizione di cui si intravvedono per i paesi europei alcune immediate necessità d’azione: a) rilancio dell’intervento pubblico soprattutto nei settori strategici della finanza, dell’energia, dei trasporti, della difesa e sistemazione del territorio e della produzione dei valori sociali, al posto dei valori di scambio; b) affrontare decisamente e risolutamente la scelta europea con una Costituzione democratica e statuale che rispetti la volontà dei popoli e non delle oligarchie, trasformando la Banca centrale europea in Banca di Stato; altrimenti abbandonare l’Europa delle oligarchie; c) discutere nella comunità internazionale e modificare gli scambi ineguali imposti dall’imperialismo anche creando una moneta di conto per salvaguardare il commercio e non essere sottoposti alle vessazioni delle monete più forti. Solo se nelle organizzazioni politiche e sindacali di classe si incomincia a creare una discussione ed un programma d’azione concreto e non declamando soltanto la fine del capitalismo e l’instaurazione dei rapporti socialisti di produzione (che rappresentano il fine di un lungo processo di trasformazione, altrimenti la storia non ha insegnato nulla!) si potrà superare questa crisi epocale e si potranno delineare nuovi scenari di organizzazione economica e sociale. Dal punto di vista della lotta di classe in Europa (la situazione che conosciamo meglio per la nostra storia) il popolo greco è quello che si trova in prima fila nello scontro di classe e nella maglia più debole del capitalismo europeo. Sta facendo delle lotte stupende organizzato dal KKE e da diversi sindacati di classe. C’è, però, nella posizione tenace del KKE un elemento che non mi convince: il fatto che questo partito non elabora un piano di transizione che unisca alla classe operaia ed ai contadini anche gli strati della piccola borghesia urbana colpiti dalla crisi. Rivendicare la socializzazione dei rapporti di produzione come una prospettiva immediata mi sembra astratto: la Grecia non è un paese altamente industrializzato, in cui le masse popolari sono principalmente rappresentate dagli operai: esistono molti impiegati e molte aziende contadine, artigianali e familiari soprattutto nei settori interessati dal turismo, il quale ha rappresentato una fonte elevata di reddito. Cosa proporre a queste classi e strati sociali che soffrono un processo di impoverimento generale?

Le notti di Taranto, ottobre 2012

Polvere da sparo

Ho pochissime parole per descrivere questo video: è stato girato 4 notti fa….

12 ore di Taranto… il video è un timelapse di circa 12 ore, dalle ore 20:07 alle ore 7:30 del mattino, montato su 4022 scatti fotografici ripresi ogni 10 sec
Data riprese 5 Ottobre 2012 quartiere tamburi
Produzione Aumedia
Realizzazione Andrea Basile

View original post

Renata,Renata,Renata

Il cor(ro)sivo della Militant

Come qualcuno ricorderà due anni or sono, insieme ad altri compagne e compagni, andammo a contestare San Sonetti (patrono dei fascisti del III millennio) in occasione della festa de “Gli Altri” (leggi). Forse ricorderete pure che il nostro “democraticissimo” Piero insieme ad altri redattori del suo giornale ed anime belle dell’a-sinistra aveva da poco sottoscritto un appello promosso da Ca$apound in cui si richiedeva la libertà di marciare anche per i cameratti, fingendo di ignorare che così facendo contribuiva a sdoganare da “sinistra” chi delle aggressioni vigliacche ai danni dei compagni aveva fatto uno stile di vita. Tra le tante stranezze di quella sera una però ci colpì particolarmente: entrando, sul portone del palazzo che ospitava la festa, ci imbattemmo niente di meno che in Renata Polverini la quale, una volta capita la situazione, risalì sull’auto blu e se ne andò. Che cosa ci faceva la fascistissima neopresidente della Regione Lazio alla festa de Gli Altri? Perchè l’avevano invitata? Fra smentite ed imbarazzate ammissioni la cosa suscitò più di qualche battibecco (leggi), ma ora, dopo molti mesi di distanza, siamo finalmente venuti a capo dell’enigma. Da qualche giorno lo scandalo dei finanziamenti pubblici al PDL ha tracimato dalle pagine locali conquistandosi il posto nella cronaca nazionale, così oggi il Corriere della Sera ha pensato bene di pubblicare a pagina 2 una sintetica rendicontazione delle spese sostenute dalla governatrice per le sue campagne pubblicitarie. Fra i 3 milioni di euro che la Polverini ha investito per la sua immagine ci sono anche 18.000 euro versati nelle casse de “Gli Altri”. Insomma, risolto il mistero, era li come finanziatrice di Sansonetti e so(r)ci.

Fonte   http://www.militant-blog.org