“Articoli 18” e battaglie tra fazioni borghesi

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Il lavoro salariato è stato nel tempo ingabbiato da vincoli contrattuali e legali. Ma il rapporto fra salariato e capitalista mal sopporta di sottostare a regole fisse. La forza-lavoro è una merce: in un mercato mutevole, essa dev’essere liberamente disponibile. Il capitalista ha il diritto di utilizzarla come vuole dopo averla comprata, è sua. D’altra parte anche il lavoratore ha il diritto di venderla sul mercato alle condizioni che preferisce: finché non l’ha ancora venduta è sua. E non la vende una volta per tutte come lo schiavo, la vende giorno per giorno, poco per volta. Lo Stato fa da mediatore, ma è uno strumento in mano alla classe dominante. Per questo, da sempre, i comunisti dicono che fra due diritti contrapposti può decidere soltanto la forza.

La tradizione sindacale comunista è sempre stata estranea ai contratti a scadenza fissa, alle troppe leggi per i “diritti” dei lavoratori, ai meccanismi automatici di contrattazione, ai protocolli d’intesa per il rilancio dell’economia ecc. ecc. I comunisti hanno rivendicato una legislazione specifica solo in alcuni casi come per la durata della giornata lavorativa o per il salario minimo garantito a occupati e disoccupati. L’esistenza di troppi vincoli obbliga ad un rigido rispetto del contratto e alla fine i capitalisti con il loro Stato hanno sempre il coltello dalla parte del manico. La lotta proletaria non deve mai essere né regolamentata né preannunciata.

E’ ovvio che da parte borghese si tenti più che mai di evitarla del tutto: le potenzialità di lotta del proletariato moderno sono troppo grandi per essere lasciate senza controllo. Ecco perché si tenta di instaurare una contrattazione perenne in margine ad automatismi prestabiliti per legge… salvo denunciarli quando non fanno più comodo. Fin dai tempi del sindacalismo corporativo fascista la borghesia vuole ingabbiare la lotta di classe con leggi e vincoli, incanalare nella “legalità” tutto il movimento sindacale e farne un dipartimento del ministero del lavoro.

I sindacati si sono adattati a questa esigenza e ormai non hanno più una vitalità propria; sono come vogliono essere: una forza di governo sociale. Hanno un atteggiamento “difesista”, rattoppatore di falle, piagnucoloso. Invece di prendere l’iniziativa corrono dietro a temi imposti dall’avversario. Sono stati a volte persino servili, come nel caso del Protocollo a sostegno della produzione del ’93. Questo sindacalismo avvocatesco, presto copiato anche da frange minori che si credono estremiste, ha frenato la capacità di attacco del proletariato. Lo ha ridotto a lottare esclusivamente in risposta a chi non rispetta le regole, lamentando un eterno “attacco padronale”.

Il sindacalismo corporativo e le politiche del welfare sono nati contemporaneamente. Essi dichiarano apertamente di essere uno strumento per prevenire moti rivoluzionari. Per questo, proprio perché l’inquadramento organizzativo proletario a livello economico è estremamente importante riguardo a ogni sviluppo della lotta di classe, diventa necessaria l’autonomia sindacale. Ma come la si conquista? Se il sindacalismo odierno è integrato nello Stato e per di più questo fenomeno è ormai storico, cioè irreversibile, come si potrà mai rovesciare la situazione?

Evidentemente non è un problema di sindacato, intendendo con questo termine le organizzazioni che conosciamo. Sotto una pressione autentica e indipendente di masse proletarie decise a raggiungere un risultato, nessun sindacato potrebbe resistere: la storia c’insegna che, se entra con esse in conflitto, o è distrutto o è stravolto e costretto a far sue le istanze di base. La chiave del problema è dunque in ciò che fanno la classe e la sua direzione. E’ assurdo assecondare la proliferazione delle istanze sindacali, fotocopie in piccolo di quelle ufficiali, in una mostruosa solidarietà corporativa che in realtà non esce dai limiti istituzionali. Più tragico ancora è l’utilizzo congiunto della forza proletaria per la lotta partigiana contro il Berlusconi di turno a favore di altri borghesi.

Che senso avrebbe la difesa impotente di articoli 18, di contratti pluriennali, di scartoffie su diritti virtuali, di protocolli che legano mani e piedi ai proletari, se essi fossero ben organizzati in un grande movimento e la smettessero di seguire i piagnucolii insopportabili di capi corrotti dall’ideologia del Capitale? Se si ponessero con forza in posizione d’attacco per loro obiettivi indipendenti sotto la direzione di un programma di classe?

“n+1”, rivista sul movimento reale che abolisce lo stato di cose presente

[tratto da www.quinterna.org]

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Passo dopo passo…

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La giunta regionale siciliana di Crocetta ha approvato questa estate la legge sul diritto allo studio. “La Sicilia ha finalmente la possibilità di tutelare e valorizzare il diritto allo studio, ai saperi e alle conoscenze di tutti i ragazzi della nostra terra” hanno proclamato ai primi di agosto il presidente della Regione e l’assessore all’Istruzione e alla formazione professionale, Nelli Scilabra.

UNA SVOLTA STORICA”, “UN CAMBIO DI PASSO IMPORTANTE E STRAORDINARIO” a proposito di passi alla renziana maniera ” che finalmente consente alla Sicilia di non essere più l’unica regione d’Italia a non possedere una legge sul diritto allo studio. Gli alunni di tutte le età, dai più piccoli ai ragazzi delle scuole superiori finalmente avranno una legge che salvaguarderà i loro diritti…La Sicilia deve lasciarsi alle spalle il record nazionale del 25.8% di giovani che abbandonano prematuramente gli studi e ha il dovere di tutelare tutti i giovani che intendono studiare pur non avendo, in molti casi, i mezzi per poterlo fare…”

Ma che belle parole scritte sulla carta!, perchè questo è il punto che RIMANGONO APPUNTO SULLA CARTA!

IL DIRITTO ALLO STUDIO, di cui Crocetta e la sua intoccabile Scilabra si riempiono tanto la bocca, anche quest’anno, alle porte dell’apertura dell’anno scolastico, rischia di essere un DIRITTO A META’ di cui in Sicilia potrà beneficiare, sin dall’inizio in cui suoneranno le campanelle nelle scuole, solo una fetta di studenti mentre un’altra fetta rischia ancora una volta di rimanere illegittimamamente al palo!

Stiamo parlando, purtroppo, ANCORA UNA VOLTA! DEGLI STUDENTI DISABILI, 1200 nelle scuole superiori solo nella provincia o per meglio dire ex provincia di Palermo per non parlare delle altre province siciliane, la cui frequenza a scuola è strettamente legata alla ripartenza dei servizi di assistenza igienico-personale, del trasporto, e dell’ assistenza alla comunicazione.

Servizi di assistenza ESSENZIALI COME LI DEFINISCE TUTTA LA LEGGE VIGENTE, A PARTIRE DALLA COSTITUZIONE, … essenziali per tutelare il diritto allo studio e all’integrazione scolastica dei ragazzi disabili, per i quali a tutt’oggi LE ISTITUZIONI CON IN PRIMIS LA REGIONE DI CROCETTA/SCILABRA cosi’ “solleciti” SOLO A PAROLE! NON HANNO FATTO NULLA DI SERIAMENTE CONCRETO CIRCA LO STANZIAMENTO DELLE RISORSE NECESSARIE PER L’ANNO SCOLASTICO, mentre nel palazzo della ex Provincia si latita in attesa di “UN MIRACOLO”!

E in questo non vediamo nessuna differenza tra governo locale e governo nazionale! Mentre in questi giorni la notizia della “BUONA SCUOLA” del governo RENZI/GIANNINI impazza su tutti i mass media con l’annuncio di una nuova “rivoluzione” che si vuole mettere in campo scolastico denunciamo con forza “SAREBBE QUESTA LA VOSTRA BUONA SCUOLA??? QUELLA IN CUI ANCORA UNA VOLTA SI CONFERMA CHE IN QUESTA SOCIETA’ CAPITALISTA LE DISUGUAGLIANZE E LE DISCRIMINAZIONI SONO UNA NORMA E CHE DIRITTI BASILARI PER LA NOSTRA CONDIZIONE DI VITA, DIRITTO ALLO STUDIO, AL LAVORO… VENGONO SISTEMATICAMENTE ATTACCATI, MENTRE I VOSTRI “DIRITTI” ALLE POLTRONE DEL POTERE, AGLI STIPENDI D’ORO, ALLE RUBERIE, AL MALAFFARE SAREBBERO INTOCCABILI ???

MA LA SOLA DENUNCIA NON BASTA!

NECESSARIA E’SOPRATTUTTO LA LOTTA per resistere agli attacchi e difendere diritti che sono a base

dell’esistenza e della dignità di vita, E PER QUESTO GIA’ DA DOMANI RISCENDEREMO IN CAMPO,

ma con la consapevolezza che la lotta contro il sistema che produce tutto questo è e deve essere ben più ampia.

Precari Coop Sociali – Assistenti igienico-personale agli studenti disabili organizzati nello Slai cobas per il sindacato di classe Palermo

3277660110 – 3408429376

Comunicato Banda Bassotti

Italian Version:

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COMUNICATO DELLA BANDA BASSOTTI

Ci rivolgiamo alla nostra grande Famiglia, a tutti i Banditi senza Tempo, agli Antifascisti, alla Classe Operaia, ai lavoratori, ai disoccupati e agli sfruttati. Dovunque essi siano.
Da molti mesi assistiamo ad una politica del silenzio. In tutta europa non trapelano notizie di quello che il governo nazista di Kiev sta facendo nel Donbass ed in tutta l’Ukraina. La stampa italiana ed europea e’ completamente asservita all’Unione Europea ed alla politica degli Stati Uniti d’America. Nessuna notizia riguardante i bombardamenti sui civili, le persecuzioni di Russi, di comunisti e di chiunque possa sembrare un Partigiano delle milizie Popolari; nessun cenno al fatto che l’”europea” Ukraina sia il più grande laboratorio per il neonazismo internazionale.
Stanchi di questo, in completo accordo con le Milizie Popolari della Novarossija stiamo organizzando una carovana antifascista con raccolta di fondi, portando nelle terre del Donbass la nostra solidarietà antifascista e un concerto. Come già abbiamo fatto in Nicaragua nel 1984, in Salvador nel 1994, in Palestina nel 2004 siamo pronti per questo viaggio. Dal 26 al 30 settembre 2014 saremo nelle terre che resistono all’attacco dei nazisti, visiteremo Novarossija. Il nostro programma prevede un concerto a Rostov on Don, la città che ospita un immenso campo profughi e un concerto in Novarossija. Non possiamo dire dove, impossibile visti i bombardamenti, ma faremo il possibile. A tutti gli antifascisti chiediamo un aiuto economico per il viaggio e per portare materiale alle popolazioni del Donbass. Sappiamo di contare su una grande Famiglia.
Come già in Spagna nel 1936 dove migliaia di Internazionalisti hanno combattuto a fianco della Repubblica di Spagna: NO PASARAN

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English Version: (VIDEO)

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BANDA BASSOTTI STATEMENT

We are addressing this speech to our big Family, to all the timeless Banditos, to the antifascists, to the working class, to all the workers in the world, to the unemployed and to the exploited.
Wherever they are.
In the last few months we have been witnessing a Policy of Silent.
Everywhere in Europe you won’t hear any information about what the fascist government in Kiev is doing in Donbass and in Ukraine. Italian and European press are totally subdued by European Union and United States.
No news on bombing civilians, on persecution of Russians, communists and anybody who appears to be a partisan of the popular Militia; not a word on the fact that the “European” Ukraine is the biggest Workshop of International neo-nazism.
We are tired of all that and, with Novarossjian popular Militia, we are organising a fund rising antifascist Expedition.
We will bringing our antifascist solidarity to Donbass territory with a concert.
As previously done in 1984 in Nicaragua, in 1994 in Salvador, in 2004 in Palestine we are now ready for another journey.
From 26th until 30th September 2014 we will be in that lands who are resisting Nazis attacks. We will visit Novarossija. Our programme is to set up a concert in Rostov on Don, the city who shelters a huge refugee camp, and one in Novarosija. We still don’t know where this will take place due to the bombings, but we will do our best. We are asking all antifascist an economic support to sustain travel expenses and to bring supplies to the Donbass population.
We know we can count on the support of our big Family.
As it happened in Spain in 1936 where thousands of Internationalists fought side by side with the Republic of Spain: NO PASARAN!

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Spanish Version: (VIDEO)

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COMUNICADO DE BANDA BASSOTTI

Este comunicado va dirigido a nuestra gran Familia, a todos los “Banditi senza Tempo”, a los Antifascistas, a la Clase Obrera, a los trabajadores, a los parados y a los explotados de donde quieran que sean.
Hace mucho tiempo que asistimos a una politica de silencio. En ninguna parte de Europa se esta informando sobre lo que el gobierno nazista de Kiev esta llevando a cabo en Donbass y en toda Ukrania. La prensa italiana y europea está completamente al servicio de la Unión Europea y de la politica de los EEUU. Ninguna noticia sobre los bombardeos sobre la poblacion civil, ni sobre la persecucion de rusos, de comunistas ni de cualquiera que pueda parecerse a un Partisano de la milicia Popular; ningun comentario sobre el hecho de que la Ukrania “europea” se haya convertido en el mayor laboratorio para el neonazismo internacional.
Cansados de todo esto y de acuerdo con las Milicias Populares de la Novarossija, estamos organizando una caravana antifascista con la recogida de fondos para llevar a las tierras de Donbass nuestra solidaridad antifascista en forma de concierto.
Como ya lo hicieramos en Nicaragua en 1984, en el Salvador en 1994, en Palestina en 2004, estamos preparados para este nuevo destino. Del 26 al 30 del proximo septiembre estaremos en las tierras que resisten el ataque nazista visitando Novarossija. En nuestro programa esta previstos un concierto en Rostov on Don, ciudad que acoge un inmenso campo de refugiados, y un concierto en Novarossija. No podemos concretar aun dónde será, debido a los continuos bombardeos, pero haremos lo posible. Solicitamos a todos los atifascistas una donacion economica para el desplazamiento y en envio de material a la poblacion de Donbass. Sabemos que contamos con una gran Familia.
Como ya sucediera en Espana en 1936 donde millares de internacionalistas estubieron combatiendo junto al bando repubblicano NO PASARAN!

Euskera Version:

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BASSOTTI BANDAREN MEZUA

Denbora gehiegi daramagu isiltasun politika batean murgilduta. Europako toki oro isiltasuna da nagusi, Kiev-eko gobernu nazistak Donbass eta Ukrania osoan daraman politika ezkutatuz. Italia eta Europa osoko prentsa guztia Europear Batasun eta Estatu Batuen politikaren serbitzari ditugu. Inolako berririk populazio zibilaren aurka gauzatutako bonbardaketei buruz, errusiarren kontrako zapalkuntzei buruz edo eta Herri Miliziaren Partisano antza duen edozeinen aurka egindakoei buruz. Hitz bakar bat ere ez nazioarteko Neonazismoaren mintegi bihurtzen ari de “europer” Ukraniari buruz.
Honetaz ahiturik eta Novarossijako Herri Gudaritzarekin bat eginaz, karabana antifaxista bat eratzen ari gara. Jasotako dirulaguntza Donbasseko lurraldeetara eraman nahi dugu gure helkartasun antifaxista kontzertu moduan adieraziaz.
1984ean Nikaraguan, 1994ean El Salbadorren eta 2004en Palestinan bezala, prest gaude halabehar honi aurre egiteko. Datorren Iraileko 26a-30a bitartean eraso faxistari aurre egiten ari den Novarossija lurretan izango gara. Gure egitarauan, bi ekitaldi: lehena, errefuxiatuen landa erraldoi bihurtu den Rostov on Don hirian emango den kontzertua; bigarrena,Narossijan izango dena. Oraingoz tokiak zehazteke daude, etengabeko bonbardaketek eragotzita.
Antifaxista guztiei diru laguntza ezkertuko genieke desplazamendu eta Donbass-eko bizilagunei eramango materialen kostuari aurre eginteko.
Jakin, badakigu zein zabala den inguruan dugun Familia.
1936ean Espainian gertatu bezala, non milaka internazionalistek Errepublikaren alde burrukatu ziren, EZ DUTE AURRE EGINGO!

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Russian Version: (VIDEO)

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Обращение музыкальной группы “Banda Bassotti”.

Мы обращаемся к нашей большой Семье, к нашим Коллегам, к рабочиму классу, к трудящимся, к безработным и к эксплуатируему классу. Везде, где они есть.
Уже много месяцев как мы наблюдаем политику молчания. По всей Европе не просачиваются новости о том, что делает нацистское правительство Киева в Донбассе и во всей Украине. Итальянская и европейская пресса полностью подвластны Европейскому Союзу и политике Соединенных Штатов Америки. Вомбёжки мирных жителей, преследованиe русских, коммунистов и любого, кто может показаться сторонником Народного ополчения…
Уставшие от всего этого и, в полном согласии с Народным Ополчением Новороссии, мы организуем Антифашистский Караван со сбором средств, неся на земли Донбасса нашу антифашистскую солидарность и благотворительный концерт. Как уже мы сделали это в Никарагуа в 1984 году, в Сальвадоре в 1994 году и в Палестине в 2004 году, мы готовы к этой поездке. С 26 по 30 сентября 2014 года мы будем на землях, которые сопротивляются атаке фашистов, посетим Новороссию. Наша программа включает в себя концерт в Ростове на Дону, в городе, который является домом для огромного лагеря беженцев и концерт в Новороссии. Мы не можем сказать где, это, с учетом бомбардировки невозможно, но мы сделаем всё возможное для его реализации. Просим всех антифашистов поддержать экономически нашу поездку и для передачи необходимого материалa людям Донбасса. Мы знаем, что можем рассчитывать на большую Семью.
Как и в Испании в 1936 году, где тысячи интернационалистов, воевавали вместе в поддержку Испанской Респуплики: NO PASARAN!!

Per Info:
Facebook: https://www.facebook.com/bandabassottiband
Twitter: https://www.twitter.com/banda_bassotti
Email: bassottixdonbass@gmail.com

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Per non dimenti Carlo

 

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La ricostruzione, le immagini, i filmati e le controinchieste che smentiscono completamente le conclusioni di PM e GIP sui fatti di Piazza Alimonda

Il 5 maggio la gip Elena Daloiso ha deciso: archiviazione per Mario Placanica, il carabiniere accusato dell’omicidio di Carlo Giuliani. E non solo in nome della “legittima difesa”, come aveva chiesto il pm Silvio Franz: Daloiso va oltre e assolve Placanica in virtu’ dell’articolo 53 del codice penale, quello che prevede “l’uso legittimo delle armi”. Un precedente pericoloso: a sentire la Procura di Genova, un agente che ti spara addosso in fondo fa solo il suo dovere. Un precedente gia’ visto molte volte nel nostro paese, ma non per questo meno disgustoso.
La decisione del gip (giudice per le indagini preliminari) Daloiso significa che non ci sara’ un processo per i fatti di piazza Alimonda. I termini dell’assoluzione di Placanica sono agghiaccianti: Daloiso assume in toto i risultati delle perizie, “sulla correttezza delle cui metodologie non vi e’ in atto alcun elemento per dubitare”. Ma Daloiso ha mai fatto due ricerche sulla storia di questi periti?
La gip accoglie la tesi del calcinaccio assassino ed assume per provato che “Placanica ha sparato verso l’alto”. Ma e’ stato davvero il carabiniere di leva a sparare a Carlo Giuliani? Daloiso proscioglie anche Filippo Cavataio, che per due volte ha investito con il defender Carlo Giuliani: in fondo, scrive la gip, gli avrebbe inferto solo “lesioni lievi”. La prova? Un’autopsia che lo stesso pubblico ministero aveva definito “superficiale”.
E’ semplice e imbarazzante la verita’ su piazza Alimonda come la racconta la Procura di Genova: neanche un dubbio, a fronte di mille ombre e contraddizioni emerse dall’inchiesta.
E Placanica? “Sara’ un ottimo carabiniere”, si rallegra il suo avvocato; d’altronde, nonostante le menzogne e le reticenze di fronte al Parlamento e alla Procura, nessuno degli alti ufficiali coinvolti ha perso il posto. Anzi, sono stati cosi’ bravi a Genova che li mandano in Iraq.
L’archiviazione di Placanica non chiude solo l’inchiesta sull’omicidio Giuliani, ma cerca di cancellare le responsabilita’ di chi ha gestito l’ordine pubblico in piazza Alimonda  e dai palazzi del potere. Con il rischio molto concreto che questa sentenza diventi la pietra di paragone per gli altri procedimenti su Genova. Ma non sarà un atto giudiziario indecente a chiudere questo capitolo: Genova non si chiude qui e il lavoro di controinchiesta va avanti. Vogliamo la verita’ e non avremo pace fino a quel momento. Non avrete pace, senza giustizia.

Inchiesta di (((i))) indymedia italia che ricordiamo aveva allestito nella scuola Pascoli il media center che venne distrutto con sequestro di computer e hard disk, segui’ nell’edificio di fronte la mattanza della Diaz.

Parte 1)

Parte 2)

Parte 3)

DOMENICA 20 LUGLIO 2014 dalle ore 14.30 Piazza Alimonda

PER NON DIMENTICARLO

MUSICA E INTERVENTI DAL PALCO CON:

Luca Lanzi, Alessio Lega, Marco Rovelli con Jovica Jovic, Renato Franchi e l’Orchestrina del suonatore Jones, Malasuerte FI SUD, LRB Liberdade, Kaosforcause, Pierugo&Marika

Organizza: Comitato Piazza Carlo Giulianiwww.piazzacarlogiuliani.org

Sera: cena presso il Centro Sociale Pinelli, via Fossato Cicala
Prenotazioni: pernondimenticarlogenova@yahoo.it

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“Panebianco cuorenero”…

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Questa mattina alle 13.30 siamo tornati davanti alla porta dell’ufficio del barone Angelo Panebianco nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna per constatare l’ennesimo sperpero di denaro pubblico: i nostri soldi sono stati spesi nel ripulirla dalla vernice rossa generosamente versata in gennaio, quando la potente testa d’uovo del Corriere della Sera invocava una selezione razziale dei lavoratori migranti. Oggi abbiamo murato con cemento, malta e filo spinato quella porta dietro a cui si nasconde il ben pagato servitore dei signori della crisi e della guerra. È un muro che simboleggia quello costruito in Palestina e alle porte dell’Europa, i tanti muri che seminano morte per proteggere i ricchi dai poveri. Un muro che dice basta al razzismo e agli scienziati del massacro sociale.

L’ennesima occasione il barone nero l’ha offerta con il solito editoriale pubblicato domenica sul Corriere, in cui dà degli amichevoli consigli a Renzi, suo socio di affari nelle politiche neoliberali e di austerity: devi fare ancora uno sforzo per diventare un nuovo Blair o una nuova Thatcher, devi calpestare ancora di più diritti e qualità della vita, devi armarti e partire alla guerra. Da un lato, Renzi deve abbassare la pressione fiscale, ma per Panebianco significa una cosa sola: con ancora più decisione, togliere ai poveri per dare ai ricchi. Quello che il barone nero non dice, infatti, è che oggi la fiscalità è uno strumento di concentrazione di ricchezza e rendita nelle mani di pochi, di ulteriore prelievo forzoso dello scarno reddito dei settori sociali più duramente colpiti dalla crisi. Per noi le tasse che vanno combattute sono quelle che strangolano i ceti medi impoveriti, i lavoratori autonomi precarizzati, chi cerca di sfangarsi da vivere con una qualsiasi attività e non riesce ad arrivare alla fine del mese. Combattere le tasse per riappropriarsi del reddito, non per finanziare imprese, speculatori e grandi opere come vorrebbero Panebianco e soci.

Blitz Panebianco (foto Hobo)Dall’altro, il barone nero consiglia caldamente Renzi di affogare gli immigrati nel Mediterraneo, molto di più di quello che già con impegno l’attuale governo – al pari di quelli precedenti – sta facendo. Tutto ciò nel nome della nazione e della razza, ovvero della casta dei potenti. Contro il fantasma dei califfati che bussano alle porte dell’Europa, il barone nero invoca la guerra santa contro gli immigrati, semina islamofobia e predica una nuova crociata neoliberista. Scrive questo, non a caso, nei giorni in cui ancora una volta lo Stato di Israele – di cui il barone nero è notoriamente un acceso tifoso – sta portando avanti il genocidio della popolazione palestinese. Come tutti gli avvoltoi, i Panebianco si alimentano di cadaveri.

Per questo oggi portavamo sui nostri volti le kefiah, divenute simbolo della resistenza palestinese, bandiera della lotta contro l’oppressione. A “incendiare i territori europei” non sono le guerre più o meno sante, ma la povertà e il rifiuto di voler continuare a pagare i costi della crisi creata dai padroni di Panebianco. Quello di cui devono iniziare ad aver paura è l’intifada dei precari, dei disoccupati, dei lavoratori impoveriti. A “tracciare una linea di confine tra ‘noi’ e ‘loro’” ci abbiamo pensato noi: tra noi che paghiamo la crisi e loro che l’hanno creata.

Immaginiamo già il coro che da destra a sinistra si leverà, come in occasione del precedente escrache: grave attacco alla libertà di espressione. Ebbene sì, noi non riconosciamo libertà di espressione a chi ogni giorno calpesta e invita a cancellare – dalle ben remunerate cattedre dell’università e dalle pagine dei giornali dei potenti – la libertà di milioni di persone. L’unica libertà che riconosciamo ai baroni alla Panebianco è di tacere. L’impunità per loro è finita: l’invasione che tanto teme non arriva da improbabili califfati, ma è quella di student@ e precar@ che entrano dalla porta senza chiedere permesso e gli chiedono conto della sua prepotente arroganza.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

Piombino: come l’acciaio resiste la città

piombino Fer­mare l’altoforno è un atto cri­mi­nale. Testo chiaro e sin­te­tico, quello dei volan­tini che a cen­ti­naia pas­sano di mano, durante il blocco pome­ri­diano dell’unica strada di accesso alla città. A distri­buirlo ai pas­santi e alle auto ferme in coda, com­presi i vacan­zieri che devono imbar­carsi per l’Elba, sono gli ope­rai delle Accia­ie­rie.

Dopo il funerale che Grillo ha celebrato alcuni giorni fa, tra i fischi e le contestazioni degli operai della Lucchini, addirittura ad una manifestante che esprimeva dissenso sulla presenza propragandista del leader genovese, i penstallati – noti per la loro democrazia –  strappano il cartellone… Ma il comizio continua e  come sempre il comico carica di populismo e insulti il suo show, dalla peste rossa che li ha inebetiti per anni, arriva a sostenere che avere un lavoro dignitoso è un ricatto imposto dalla politica, per chiudere con la proposta rivoluzionaria del suo movimento, ovvero dare a tutti un reddito di cittadinanza di  circa 800 euro, peccato non dica dove troverebbe i miliardi di euro per farlo (visto che il governo attuale stenta a trovare 80 euro al mese per una parte molto inferiore di lavoratori).

Succede pero’ che i metalmeccanici di Piombino hanno una dignità e ci piace pensare che sia un rilancio della coscienza di classe, un messaggio forte e chiaro per i politicanti: vogliamo avere un lavoro e non un sussidio, vogliamo uno stipendio pieno e non le briciole, vogliamo continuare a produrre quell’acciaio che è l’unico nel paese per fare rotaie. Come puo’ un paese schiacciato dall’ennesima crisi del modo di produzione capitalista, da un capitalismo senza capitali che ha sempre instascato utili e socializzato le perdite, continuare a chiudere i nodi strategici  dell’industria? Ovviamente si ragiona sempre e solo nei termini dettati dalle leggi del mercato, del valore e profitto come totem invalicabili, dal possesso padronale dei mezzi di produzione, tutto deve girare attorno a delle regole che sono scientificamente la causa del problema, ma provare a percorrere vie alternative  allo sfruttamento è impensabile, improponibile, forse non la ricordano neanche gli operai questa via.

Cosa potrebbe fare uno stato davanti all’ennesimo fallimento  di un’azienda di queste proporzioni ? Continuare ad aiutare chi l’ha portata in quella condizioni? Chiuderla come è successo con molte altre ? Continuare ad erogare ammortizzatori sociali come la cassa integrazione?  Se invece provasse invertendo la tendenza a dichiarare il fallimento dei responsabili, con una “statalizzazione” dei mezzi di produzione, per consegnarli  nelle mani dei lavoratori, con un sistema non fondato sul saggio di profitto, sull’accumulazione di capitale, ma con una redistribuzioni degli utili in investimenti per innovazione,ricerca e nuovi posti di lavoro?

Ovviamente allo stato attuale questa ultima considerazione di dare l’opportunità ai lavoratori di gestirsi la propria azienda è un sogno difficilmente realizzabile in una società che misura tutto con denaro, potere, spettacolo,immagine, ma noi pensando alla resistenza degli operai metalmeccanici di Piombino, vogliamo crederci e  continuare a pensare un altro mondo possibile

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La lotta di classe non si arresta! Liberi tutti!

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Partiamo dalla fine, dalla risposta collettiva e di piazza. Ieri oltre 5mila persone hanno sfilato nel centro di Roma per ribadire la vicinanza e la solidarietà ai 17 compagni sottoposti, con diversa intensità, a misure restrittive delle proprie libertà per i fatti dello scorso 31 ottobre quando, a seguito dell’onda lunga nata dopo il 19 ottobre e in occasione della conferenza Stato-Regioni che discuteva le politiche abitative di questo Paese, diverse migliaia di persone presero parola con determinazione sfidando il blocco delle forze dell’ordine in via del Tritone. Il corteo di ieri ha deciso di toccare nuovamente i punti simbolo di quell’ottobre non poi così lontano: partenza da Porta Pia, passaggio a via del Tritone e poi dritti fino alla Prefettura. La riposta, dicevamo, è stata immediata. E non solo romana. In molte città italiane già dal pomeriggio di ieri ci sono stati presidi e cortei di solidarietà; un segno di unità e solidale militanza che lascia ben sperare per le nuove sfide che ci porrà di fronte la prossima primavera. Non si possono tuttavia ignorare alcuni fatti sui quali, dal nostro punto di vista, è bene riflettere avendo chiare quali sono le partite che si giocheranno (in Italia e in Europa) nell’immediato futuro.

La regia, la puntualità, la deterrenza.
Gli arresti comminati ieri a Roma sono solo una parte di una più vasta operazione di polizia messa in piedi sul piano nazionale. Nelle stesse ore in cui la Digos di Roma bussava alle porte dei compagni, a Napoli ed Acerra veniva messa in atto una farsa ai limiti del grottesco. 25 misure cautelari sono state emesse ai danni di esponenti del movimento Precari Bros, per fatti accaduti in diverse manifestazioni che vanno dal 2010 ad oggi, ultima (ma non per importanza) delle quali l’occupazione simbolica della sede nazionale del PD. L’accusa che pesa sul capo di questi compagni è di associazione per delinquere, finalizzata alla commissione di delitti contro l’incolumità pubblica, l’ordine pubblico e la pubblica amministrazione. In particolare viene loro contestata “l’estorsione di lavoro”, in riferimento all’azione alla sede del PD e al Ministero del Lavoro. Nelle ore in cui il balletto tra Letta e Renzi svuota ulteriormente di significato ogni ipotesi elettoralista in un paese che si fa dettare la linea da Bruxelles, i movimenti che rispondono con le lotte quotidiane per la riconquista e la difesa di diritti sociali e politici vengono perseguiti e criminalizzati come associazioni delinquenti, oscurando di fatto le ragioni della protesta e del dissenso. La regia PD, nonostante il cambio di guardia che verrà definito in queste prossime ore, prosegue saldamente nel tentativo di sradicare – tramite la repressione d’apparato – le opzioni di lotta che si schierano (non solo a parole) fuori dal piano di compatibilità proposto. Le operazioni di ieri fanno dunque il paio con le sanzioni contro il Movimento No Tav (sempre nelle agende della magistratura) e con gli 11 obblighi di firma comminati ai militanti di Giugliano impegnati nella lotta contro l’inceneritore. Allo stesso tempo, però, è possibile leggere queste misure come un segnale che la controparte ha lanciato in vista delle prossime scadenze di movimento. A partire da domani, quando a Roma ci sarà un importante corteo per ribadire la volontà di chiudere i CIE; in vista del prossimo 22 febbraio, quando sull’intero territorio nazionale è prevista una giornata di mobilitazione lanciata dalla Val Susa e raccolta in ogni città d’Italia da “tutte quelle realtà che resistono e si battono contro lo spreco delle risorse pubbliche, contro la devastazione del territorio, per il diritto alla casa, per un lavoro dignitoso, sicuro e adeguatamente remunerato”. Un segnale emesso a mo’ di deterrente, per impaurire, per mostrare che il braccio meccanico della repressione è sempre ben oliato. Un segnale, inoltre, che prova a sgonfiare l’attesa sia per il prossimo 15 marzo, quando ci sarà il corteo nazionale contro le politiche repressive , sia per il prossimo 12 aprile, quando si dovrà provare a costruire una grande giornata di lotta contro l’Unione Europea, la controparte irriformabile che va combattuta in una dimensione sociale e politica che sia capace di travalicare i confini nazionali.

Ai 17 compagni romani e ai/alle 25 compagni/e di Napoli ribadiamo la nostra solidarietà, la nostra vicinanza, la nostra complicità nelle lotte.

LIBERARE TUTTI VUOL DIRE LOTTARE ANCORA!

Rete Nazionale Noi Saremo Tutto

Le privatizzazioni non sono la soluzione ma il problema

Ass.PrivatizWeb

Premessa
Dismissione del pubblico e azzeramento del controllo popolare

La nostra città, così come molte altre realtà urbane del paese, ha subito le conseguenze, in termini di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di un lungo processo di privatizzazioni e liberalizzazioni.
Questo processo ha portato l’ente pubblico a rinunciare alla sua funzione di erogatore di servizi per trasformarsi progressivamente nel gestore di un “quasi mercato” che risponde esclusivamente a logiche di profitto, da un lato, e a logiche di riduzione dei fondi pubblici dall’altro. Il risultato è che il controllo popolare sui servizi essenziali sia stato completamente azzerato. Questo processo è avvenuto grazie alle sciagurate politiche degli ultimi 20 anni. La propaganda, da destra a sinistra, che giustifica questo tipo di trasformazioni, è quella che fa apparire la privatizzazione come l’unico strumento a disposizione per garantire una maggiore stabilità, la crescita economica o la compensazione laddove il pubblico è carente, per garantire occupazione (non importa a che condizioni), o l’adempimento delle richieste provenienti dall’Europa. Nel discorso neoliberista, chi si oppone a tali operazioni, svelandone il vero obiettivo, viene additato come un conservatore. Che servano a fare cassa o a limitare i costi del lavoro o di gestione, le privatizzazioni in realtà hanno portato solamente ad un aumento dei costi delle utenze e ad un peggioramento delle condizioni dei proletari che vedono diventare un lusso ciò che fino a poco tempo prima era un servizio garantito, contribuendo al peggioramento della condizione di vita dei lavoratori già schiacciati dalla crisi economica e occupazionale.

Privatizzazioni a Parma
Tra multiutility e multinazionali cooperative

Faremo qui degli esempi sintetici di alcune privatizzazioni avvenute a Parma, realizzatesi attraverso lo strumento a scatole cinesi delle società partecipate, per provare a comprendere la complessità delle ricadute sociali che stanno producendo e provare ad ipotizzare forme di mobilitazione che possano contrastarle.
E’ durante le amministrazioni Ubaldi e Vignali che si avvia e si rinforza la privatizzazione dei servizi energetici. Dapprima con la privatizzazione della municipalizzata Amps che, trasformata in Società per azioni, diventa proprietaria della distribuzione dell’energia elettrica, acquistando le reti in mano ad ENEL, poi con la nascita di Enia, che riuniva le ex municipalizzate di Parma, Reggio e Piacenza. Nel 2010 la fusione con Iride (Genova e Torino) dà vita al colosso Iren, una multi-utility “strutturata sul modello di una holding industriale con sede direzionale a Reggio Emilia e sedi operative a Genova, Parma, Piacenza e Torino”. Per il Comune di Parma, il fine di tutti questi passaggi è stato la vendita di capitale per fare cassa e avviare progetti di selvaggia ristrutturazione urbana a fini speculativi. Infatti, il Comune ha incassato da questo processo milioni di euro finiti direttamente nella grande abbuffata dei cantieri che il sindaco Vignali ha aperto in ogni angolo della città. Oggi Iren si occupa nel nostro territorio di tutto ciò che riguarda energia, acqua e lo smaltimento dei rifiuti, compresi discariche ed inceneritori. La privatizzazione del settore energetico è richiesta dalla necessità di profitti sicuri da parte di banche, fondi d’investimento e grandi gruppi capitalistici.
Per quanto riguarda l’utenza, Iren applica una politica tariffaria dettata esclusivamente dalle proprie esigenze di profitto, senza ovviamente che ci sia un adeguamento alle possibilità economiche di ampi strati della popolazione, peraltro oggi colpiti dalla crisi, e senza porsi alcun problema riguardo alle ricadute sociali del proprio agire; si tratta di una multinazionale coinvolta in operazioni estremamente complesse e rischiose che potrebbero generare anche conseguenze inimmaginabili per la popolazione. Le utenze vedono costi ormai insostenibili e i distacchi sono completamente in mano al privato e alla sua volontà di profitto. Dal punto di vista del personale impiegato, oltre a quello impiegatizio, e a parte i pochi operai che si occupano di manutenzione, un’ingente mole di lavoro, dalla raccolta differenziata alla gestione degli sportelli, fino alla nettezza urbana è dato in subappalto a cooperative o imprese private che scaricano i risparmi di gestione su un personale precario e sottopagato.
Anche i servizi sociali, dall’assistenza agli anziani e ai disabili, il “disagio mentale”, i centri giovani, le scuole materne e gli asili nido sono stati in questi anni progressivamente lasciati in mano alle cooperative, grazie a continue esternalizzazioni. Si tratta in realtà di grosse aziende capitalistiche che contano ormai dai 2000 ai 4000 “soci” dipendenti. E’ il caso della cooperativa Pro.Ges, che più che una cooperativa rappresenta un vero colosso, e che ha ramificazioni in diverse regioni d’Italia e all’estero, Organica al potere politico locale attraverso numerosi personaggi ad essa legati, il gruppo industriale cui questa coop fa riferimento si chiama Ge.s.in e si occupa di servizi alla persona, nidi, ospedali, case protette, pulizie, facchinaggio, raccolta differenziata, così come di manutenzione, progettazione, costruzione di impianti elettrici e meccanici, di opere di urbanizzazione e così via…per “attivare sinergie e promuovere rapporti secondo il modello dell’Impresa-Territorio, in ottica di sviluppo e di miglioramento competitivo”. Parmainfanzia (una Spa nata nel 2003, con socio di maggioranza Pro.Ges, e quota comunale del 43%) e Parma Zerosei (costituita nel 2011 dopo una sentenza che impediva l’’ulteriore espansione dell’altra partecipata, a quota comunale del 49% e Pro.Ges del 51%) sono due grossi tentacoli di questo colosso. I soci dipendenti di queste partecipate, pur svolgendo le stesse mansioni e lavorando un monte ore identico a quello dei dipendenti pubblici, vengono pagati considerevolmente meno (all’incirca 300 euro in meno di un lavoratore statale). Ormai hanno il monopolio su quello che è il settore educativo della prima infanzia a livello comunale, e sono in rapida espansione; rispondono principalmente all’esigenza del Comune di risparmiare sulla spesa sociale, di dismettere di fette di personale dipendente e diminuire i costi del lavoro. Le coop diventate multinazionali distruggono il tessuto delle piccole realtà cooperative, sottraendo loro progressivamente gli appalti dell’ente pubblico tramite un servizio erogato in base ad una logica industrializzata di massimo risparmio che spesso produce un abbassamento qualitativo. Il personale assunto tramite queste multinazionali del sociale, dall’educazione alla sanità, è infine più ricattabile. Questo è quello che succede quando l’ente pubblico rinuncia a gestire i servizi fondamentali e trasforma i diritti in merci; la “cittadinanza” è un mercato in cui solo chi può permetterselo può fruirne: i diritti sono diventati privilegi.
In tutti e due gli esempi fatti, assistiamo alla moltiplicazione di un esercito di lavoratori ricattabile, spesso de sindacalizzato (anche perché spesso i dirigenti delle cooperative e i dirigenti dei sindacati confederali si scambiano sovente la poltrona) o che non ha nemmeno la possibilità di accedere alla tutela sindacale, pena l’estromissione dal posto di lavoro. Il clima all’interno di queste piccole e grandi scatole cinesi è quello in cui domina non solo una totale assenza della tutela, ma anche una pesante gerarchia e controllo dei lavoratori.
A fronte di tutto questo si aggiunga, dopo la dismissione e la privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, la totale assenza di mancanza di politiche abitative e di intervento riguardo all’emergenza casa che da almeno un decennio affligge la città, e a cui le uniche risposte sono state, da copione, la creazione di società partecipate (vedi Parmabitare, Casadesso o il progetto Parma Social Housing) . Esse avevano lo scopo di realizzare appartamenti da affittare a canone calmierato, ma il risultato è disastroso: nessun incontro con la domanda dei bandi, l’esclusione delle fette sociali più bisognose, canoni troppo alti per gli inquilini stessi che vi accedono, una morosità elevata e tanti alloggi lasciati sfitti o mai realizzati. Anche in questo caso, la direzione è sempre quella della più completa autonomia alla società privata per la gestione della manutenzione, della riscossione, delle assegnazioni, degli sfratti, e così via.
Non ci sembra che l’attuale amministrazione stia attuando alcun cambio di rotta, trincerandosi dietro alla qualità percepita e la trasparenza (?) dei partners di cui il comune è socio, dimenticando che a fare la qualità dei servizi stessi sono solo i lavoratori (sottopagati e ricattati), ossia gli stessi fruitori dei servizi che dovrebbero essere pubblici e garantiti per tutti. Il mero indicatore della qualità percepita (sul cui grado avremmo anche qualche dubbio), sbandierato a destra e a manca dai diversi assessori, non può essere lo strumento sul quale basare una politica che garantisca dignità e sopravvivenza. Tantomeno le promesse di raccogliere le richieste più volte espresse dai lavoratori o dai sindacati di base che li rappresentano, senza che venga messo in discussione l’intero sistema di sfruttamento costituito dalle partecipate. Le forze di “opposizione”, PD in primis, non oppongono che l’unica rivendicazione, tutta all’interno delle logiche di mercato, della mancanza di offerta e di concorrenza tra privati.

Per invertire la rotta…
In questo panorama, la classe lavoratrice vive una condizione di isolamento e controllo, dato sia dalla divisione del lavoro in appalti, subappalti e miriadi di forme contrattuali, che dalla gestione gerarchica dei diversi “cantieri” che impediscono anche il semplice confronto tra lavoratori di uno stesso settore. La credibilità delle rappresentanze sindacali è praticamente nulla, la delegittimazione della politica è presente a tutti i livelli. E’ per questo necessario pensare a nuove forme di relazione e di aggregazione che probabilmente non possono passare solo per la sindacalizzazione sui luoghi di lavoro, ma darsi su terreni diversificati e correlati tra loro. Pensando ai lavoratori che vivono un rapporto lavorativo che impone l’impossibilità di poter utilizzare le forme storiche (anche le più “normali”) di protesta, dato il livello di ricattabilità e il clima d’intimidazione che sussiste nelle grandi cooperative così come nei subappalti, è necessario attrezzarsi su un livello di inchiesta e di relazioni tra i soggetti che compongono questa popolazione sfruttata che vive anche condizioni di disagio abitativo, di carenza dei servizi e di forme aggregative popolari. Nonostante la retorica da “grande famiglia”, la facciata casalinga che utilizzano queste partecipate, anche per ammorbidire i lavoratori rispetto ai carichi di lavoro, come abbiamo visto, hanno diramazioni nazionali e anche extranazionali; per rompere la divisione sarebbe già un grande passo riuscire a conoscere i lavoratori di altre città che vivono le stesse condizioni che a Parma e con loro individuare campagne di boicottaggio o di lotta, laddove siano presenti sedi dei grandi colossi del sociale o dell’energia come Iren o ProGes.
Non è un caso che in questi anni sempre più spesso le lotte che si affacciano in città (oltre a quelle degli operai delle fabbriche in via di dismissione) e che, di fatto, hanno avuto come obbiettivo esternalizzazioni e privatizzazioni, siano partite da disagi esterni al mondo del lavoro (pensiamo ad esempio ai comitati di genitori contro Parma Zerosei o la Rete diritti in casa contro Iren). Il movimento di lotta per la casa in questi mesi ha lanciato indicazioni importanti in questo senso, riuscendo, con la lotta contro i distacchi per morosità incolpevole portata alla sede Iren, a centrare uno dei nessi che possono portare all’unità di chi come noi subisce sfruttamento, privatizzazioni e crisi. Per questo, questa lotta è lotta di tutti noi.
Chi paga i costi sociali di tutti questi processi è un solo unico soggetto che sia esso utente o lavoratore. A questo va opposto un livello di conoscenza, di conoscenza reciproca, un insieme di azioni e rapporti che riescano ad invertire la direzione. In modo che a pagare il peso sociale di questo progetto di depredazione delle vite e dei territori siano finalmente i veri responsabili.

Collettivo Insurgent City

Rete :  Noi saremo tutto

#Via la divisa

fedeandro

Manifestazione Nazionale
Ferrara, 15 febbraio 2014
“Fin da bambino e da adolescente la violenza fisica mi ha sempre turbato; addirittura con una scena forte ma di finzione nei film alla tv, capitava che cambiassi canale. Provavo un senso di fastidio sapendo che erano cose che potevano succedere davvero. Non riuscivo a concepire il perché una persona arrivasse ad usare le sue mani, i suoi piedi, la sua ferocia per fare del male a un’altro essere vivente. Mi dicevo: “che senso ha?” Oggi io penso che chi usa la forza in maniera consapevole e provocando dolore senza pentirsene è una persona deviata e non si merita comprensione da nessuno. Mio fratello è morto a pugni, calci e manganellate per mano di 4 violenti in divisa non pentiti. Tali responsabili riprendono il loro lavoro dopo una condanna di omicidio. La domanda è sempre la stessa: che senso ha?”
Questo scriveva Stefano Aldrovandi qualche giorno fa.
Con questo spirito torniamo in piazza.
– per chiedere la destituzione dei 4 poliziotti condannati (per omicidio colposo) per la morte di Federico Aldrovandi;
– per chiedere l’introduzione del numero identificativo – per gli appartenenti delle forze dell’ordne;
– per chiedere l’introduzione del reato di tortura.
CORTEO
Ferrara, 15 febbraio 2014
ore 14 – concentramento via ippodromo
ore 15 – partenza
Percorso: via ippodromo-via bologna-via kennedy-piazza travaglio-porta reno-corso martiri-largo castello-ercole d’este-prefettura
Promuove l’Associazione “Federico Aldrovandi”
Scarica il volantino in formato pdf: volantinomanifestazione.pdf.

Come arrivare.

Per chi arriva in treno.

Dal piazzale della Stazione di Ferrara autobus 4c (circolare, direzione “stazione“) e dal piazzale opposto la Stazione autobus 11 (a/b direzione “Chiesuol del Fosso/Ospedale San Giorgio”) con fermata in Via Bologna Ippodromo (biglietti acquistabili nel punto Tper in Stazione, all’edicola della Stazione, o a bordo con leggero sovrapprezzo). A piedi circa 30/45 minuti.

Per il ritorno da Ercole d’Este a piedi via Corso Biagio Rossetti/Corso Porta Po in circa 20 minuti, oppure autobus 3c (circolare direzione “Stazione“) da Corso Porta Mare e autobus 9 (direzione “Stazione”) e 11 (a/b direzione “Santa Maria Maddalena/Via Vallelunga”) da Viale Cavour.

Per chi arriva in auto.

Dall’uscita Ferrara SUD consigliamo il parcheggio presso il parcheggio gratuito EX MOF ovvero nel parcheggio a pagamento Centro Storico (euro 0,80 l’ora; massimo euro 3,20) ambedue con ingresso in via Darsena e segnalati dalla cartellonistica su Via Bologna. Dai parcheggi Ex MOF/Centro Storico a Via Ippodromo a piedi in circa 20/10 minuti. Da ex MOF autobus 8 (direzione Rivana) da Via Ripagrande Piangipane e fermata in via Goretti Ippodromo (attraversando l’ippodromo dall’interno) o via Del Campo Poletti.
Ritorno da Ercole d’Este a piedi in circa 25/15 minuti, autobus 3c da Corso Biagio Rossetti sino a Piazzale Kennedy.

Dall’uscita Ferrara NORD consigliamo il parcheggio a pagamento Diamanti (per un’ora euro 0,50; tutto il giorno euro 2,00) a pochi passi da Via Ercole d’Este e comodo per il rientro. In alternativa i parcheggi Ex MOF e Centro Storico (vedi sopra). Dal parcheggio Diamanti linea 3c (biglietti disponibili anche a bordo) da Corso Biagio Rossetti direzione “Stazione”, fermata in Via Bologna Ippodromo.
Ritorno da Ercole d’Este a piedi in 5 minuti.

Mappa mezzi pubblici Tper: http://www.tper.it/sites/tper.it/files/SETT_2010_MappalineeFE_web_0.pdf
Info su linee mezzi pubblici e orari: http://www.tper.it/orari/linee

Info in tempo reale sulla disponibilità di posti nei parcheggi: http://www.ferraratua.com/it/

Sugli arresti ad orologeria del 13 febbraio e sulle mobilitazioni dei prossimi mesi

arresti

La mattina del 13 febbraio a Roma sono avvenute numerosi tra arresti e perquisizioni a danno del movimento di lotta per la casa: il risultato di questa operazione è l’emissione di 17 misure cautelari (tra misure di arresti domiciliari e obbligo di firma) contro altrettanti esponenti e militanti delle lotte sociali cittadine (cui vengono imputati svariati reati per la manifestazione del 31 ottobre 2013). A Napoli in contemporanea sono state emesse 25 misure cautelari contro il movimento dei precari BROS per iniziative di lotta svolte tra il 2010 e il 2012 a Napoli e Roma.

Dopo le condanne in 2° grado contro il nostro compagno Mauro Gentile e i compagni teramani imputati nel processo per i fatti del 15 ottobre 2011 ancora una volta i piani alti del Ministero degli Interni, delle forze dell’ordine e della magistratura confezionano un inchiesta fatta su misura per criminalizzare e limitare l’agibilità dei movimenti che nel nostro paese si oppongono alle politiche di “lacrime e sangue” e lottano per la costruzione di un’alternativa fondata sulla dignità e i diritti delle masse popolari.

Questa operazione repressiva non è per nulla casuale. Giunge nel giorno dell’ascesa del mimo (di Berlusconi) Matteo Renzi alla presidenza del consiglio, a due giorni dall’importante manifestazione romana contro il CIE di Ponte Galeria e quattro giorni dopo l’assemblea nazionale del 9 febbraio che ha lanciato le mobilitazioni nazionali che avranno svolgimento in primavera.
Tra i compagni finiti agli arresti domiciliari figurano noti esponenti del movimento romano per il diritto alla casa come Paolo Di Vetta, Luca Faggiano e altri che sono stati tra i principali promotori del movimento sorto il 18-19 ottobre e dell’assemblea nazionale di domenica 9 febbraio che ha deciso per il rilancio del movimento sviluppatosi in autunno.
I vertici della Repubblica Pontificia puntano ad intimidire il movimento per il diritto alla casa e i suoi esponenti. Vogliono che le elezioni europee e il passaggio di consegne tra Letta e Renzi avvengano senza l’intralcio delle mobilitazioni e dei conflitti che agitano il nostro paese. Soprattutto vogliono impedire che nel paese si rafforzi un centro di promozione e sviluppo della mobilitazione contro gli effetti della crisi non sufficientemente ligio ai loro protocolli (le regole scritte e non scritte con cui il personale politico di regime, storicamente, ha cercato di imbrigliare i movimenti negli ultimi decenni). Questo è il motivo per il quale sono finiti agli arresti compagni come Paolo Di Vetta e Luca Faggiano: perchè concretamente la loro azione e quella dei movimenti di lotta per la casa (di cui sono autorevoli esponenti) può dare impulso alla creazione di questo centro di promozione e sviluppo delle mobilitazioni che oggi manca nel nostro paese, perchè le giornate del 18-19 ottobre hanno dimostrato le potenzialità in tal senso del movimento di lotta per la casa e dei suoi esponenti.
Tutto questo è assai pericoloso per il clero e la borghesia del nostro paese che vorrebbero imbrigliare il movimento di lotta per la casa nella trattativa senza sbocchi (come è riuscito a Lupi proprio con gli stessi Di Vetta e Faggiano dopo la manifestazione del 19 ottobre) o a far la parte della truppa cammellata portavoti al servizio di questo o quell’altro teatrante della politica (sorte passata e presente di frazioni importanti dello stesso movimento di lotta per la casa almeno nella città di Roma).
Adesso bisogna mobilitarsi per la liberazione di Di Vetta, Faggiano e degli altri compagni arrestati e sottoposti a restrizioni. Questa è un dovere politico e morale per tutti gli organismi e i movimenti ma ancor di più per i gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle che a più riprese hanno espresso il loro appoggio al movimento sorto il 18-19 ottobre, hanno preso parte alla manifestazione del 31 ottobre e oggi devono mettere a disposizione la propria autorevolezza e visibilità per difendere questo movimento e i suoi esponenti dall’accanimento repressivo.
Soprattutto quel che è più importante è non cedere a ricatti e intimidazioni e avanzare sulla strada tracciata in occasione dell’assemblea del 9 febbraio: andare avanti nell’organizzazione dell’irruzione delle lotte e delle mobilitazioni popolari che sbaragli il teatrino elettorale delle europee, andare avanti nel consolidamento del centro di promozione e sviluppo della mobilitazione sorto il 18-19 ottobre. Questa è la questione al centro delle mobilitazioni dei prossimi mesi. Non si tratta di rivendicare “casa, reddito e dignità” alla “controparte” governativa. Quel che occorre è organizzare il centro che promuove, allarga e sviluppa la mobilitazione delle masse popolari per rendere ingovernabile il paese alla classe dominante e si propone come punto di riferimento e centro di potere alternativo e antagonista ai vertici della Repubblica Pontificia (costruire un Comitato di Salvezza Nazionale), fino a travolgerli e costringerli ad ingoiare l’instaurazione di un Governo d’Emergenza Popolare.
Se “l’assedio dell’austerity” lanciato con l’assemblea del 9 febbraio servirà a quanto fin qui illustrato oppure sarà un accumulo di manifestazioni ingabbiate nelle petizioni a Lupi & co dipende dal ruolo che assumeranno gli autorevoli esponenti e tra questi anche i compagni Di Vetta e Faggiano oggi agli arresti domiciliari.

Ma dipenderà soprattutto dalla qualità delle mobilitazioni che si esprimeranno da qui in avanti e dalla misura in cui queste approfondiranno l’ingovernabilità del paese e alimenteranno la costruzione, dal basso, di una nuova governabilità. Vuol dire mobilitare e mobilitarsi qui ed ora per riaprire le aziende e creare posti di lavoro, vuol dire mobilitarsi per bonificare i territori, vuol dire aprire ed assegnare le milioni di abitazioni vuote, vuol dire organizzare sulla più larga scala la disobbedienza fiscale così come l’esproprio e la redistribuzione dei beni d’uso ecc. Vuol dire sviluppare da un capo all’altro del paese dieci, cento e mille iniziative di base che in ogni campo della vita sociale facciano germogliare dieci, cento, mille centri di potere alternativi al dominio dei vertici putrescenti della Repubblica Pontificia. Così avanza la costruzione della nuova governabilità che occorre al nostro paese per rialzarsi dalle devastazioni arrecate dalla crisi in corso.

Libertà per tutti i compagni arrestati e sottoposti a restrizioni nell’operazione repressiva del 13 febbraio!
Unire le forze per rendere ingovernabile il paese ai vertici della Repubblica Pontificia!
Unire le forze per avanzare sulla via del Governo d’Emergenza Popolare e del Socialismo!

Federazione Lazio del PCARC