Turkey’s Two-Front War

Ankara is now squeezed between the fight against IS in Syria and the fight against the PKK at home.

TTIP altro che Schengen

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Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano

 

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta . Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire

Video del Movimento cinque stelle

https://www.facebook.com/LauraFerraraM5S/videos/1056460797732913/

 

Un povero mondo di pochi ricchi


Davos-2015-infografica_1-300x300Secondo il Rapporto Grandi disuguaglianze crescono di Oxfam, la ricchezza detenuta dall’1% della popolazione mondiale supererà nel 2016 quella del restante 99%. Il fatto che questa disuguaglianza sia in continua e costante crescita rende necessarie misure dirette a invertire la tendenza.

Alla vigilia del World Economic Forum di Davos, il Rapporto denuncia il fatto che l’esplosione della disuguaglianza frena la lotta alla povertà in un mondo dove oltre un miliardo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno, e 1 su 9 non ha nemmeno abbastanza da mangiare.Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, userà quest’anno tutta l’influenza che deriva dal suo ruolo di co-chair al Forum per chiedere un’azione urgente volta ad arginare la marea crescente della disuguaglianza, partendo da una proposta di contrasto reale all’elusione fiscale delle multinazionali e da una spinta verso l’adozione di un trattato globale di lotta ai cambiamenti climatici.

Grandi disuguaglianze crescono è il documento di analisi pubblicato oggi da Oxfam, da cui emerge che l’1% della popolazione ha visto la propria quota di ricchezza mondiale crescere dal 44% del 2009 al 48% del 2014 e che a questo ritmo si supererà il 50% nel 2016. Gli esponenti di questa elite avevano una media di 2,7 milioni di dollari pro capite nel 2014. Del rimanente 52% della ricchezza globale, quasi tutto era posseduto da un altro quinto della popolazione mondiale più agiata, mentre il residuale 5,5% rimaneva disponibile per l’80% del resto del mondo: vale a dire 3,851 dollari a testa, 700 volte meno della media detenuta dal ricchissimo 1%.

“Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% possiede più di tutti noi messi insieme?  – ha detto Winnie  Byanyima – La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e nonostante le molte questioni che affollano l’agenda globale, il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem, con ritmi di crescita preoccupanti.”

“Negli ultimi 12 mesi, i leader mondiali – dal Presidente Obama a Christine Lagarde – hanno più volte ribadito quanto necessario e importante sia affrontare il tema della grande disuguaglianza. Ma ancora poco è stato fatto in termini concreti ed è arrivato il momento per i nostri leader di prendersi carico degli interessi della stragrande maggioranza per intraprendere un cammino verso un mondo più giusto per tutti.”

“Se il quadro rimane quello attuale anche le elite ne pagheranno le conseguenze – afferma Roberto Barbieri, Direttore Generale di Oxfam Italia – perché non affrontare il problema della disuguaglianza riporterà la lotta alla povertà indietro di decenni. I più poveri sono poi colpiti 2 volte: perché hanno accesso a una fetta più piccola della torta e perché in assoluto ci sarà sempre meno torta da spartirsi, visto che la disuguaglianza estrema impedisce la crescita.”

Lo scorso anno, Oxfam ha dominato la scena a Davos, rivelando che gli 85 paperon de’ paperoni del mondo detenevano la ricchezza del 50% della popolazione più povera (3,5 miliardi di persone). Quest’anno il numero è sceso a 80, una diminuzione impressionante dai 388 del 2010. La ricchezza di questi 80 è raddoppiata in termini di liquidità tra il 2009-2014.

Oxfam chiede ai governi di adottare un piano di sette punti per affrontare la disuguaglianza:

  1. contrasto all’elusione fiscale di multinazionali e individui miliardari;
  2. investimento in servizi pubblici gratuiti, come salute e istruzione;
  3. distribuzione equa del peso fiscale, spostando la tassazione da lavoro e consumi verso capitali e ricchezza;
  4. introduzione di salari minimi e graduale adozione di salari dignitosi per tutti i lavoratori;
  5. introduzione di una legislazione ispirata alla parità di retribuzione, e politiche economiche che prevedano una giusta quota per le donne;
  6. reti di protezione sociale per i più poveri, incluso un reddito minimo garantito;
  7. un obiettivo globale di lotta alla disuguaglianza.

Il documento di analisi di oggi, che arriva dopo il rapporto di ottobre Partire a pari merito: eliminare la disuguaglianza estrema per eliminare la povertà estrema, fa luce sul fatto che le grandi ricchezze siano passate alle generazioni successive e che le elite mobilitino ingenti risorse per piegare regole e leggi a loro favore. Più di un terzo dei 1.645 miliardari della classifica Forbes ha ereditato parte o tutta la ricchezza che detiene.

Il 20% dei miliardari ha interessi nei settori finanziario e assicurativo, un gruppo che ha visto la propria liquidità crescere dell’11% nei 12 mesi precedenti a marzo 2014. Questi settori hanno speso 550 milioni di dollari per fare lobby sui decisori politici a Washington e Bruxelles nel 2013. Nel 2012 negli Stati Uniti solo durante il ciclo elettorale, il settore finanziario ha speso 571 milioni di dollari in contributi per le campagne.

I miliardari che hanno interessi nei settori farmaceutico e sanitario hanno visto il loro patrimonio netto collettivo crescere del 47% in un solo anno. Questi settori, durante il 2013, hanno speso oltre 500 milioni di dollari in lobby a Washington e Bruxelles.

La preoccupazione di Oxfam è che il potere di lobby di questi settori possa essere un ostacolo alla riforma del sistema fiscale globale e all’adozione di regole sulla proprietà intellettuale che non precludano l’accesso dei più poveri a medicine salva-vita.

Come più volte ribadito da più parti, Fondo Monetario Internazionale in primis, la disuguaglianza estrema non è soltanto una pessima notizia per gli ultimi del mondo ma anche un danno enorme per la crescita economica.


Assalto al Charlie Hebdo

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PARIGI – Cinque minuti di terrore, 12 vittime e 8 feriti, di cui 5 gravissimi. Sono queste le cifre dell’attacco messo a segno oggi da tre uomini contro la sede del settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi. Killer incappucciati e armati hanno fatto irruzione nella sede del giornale aprendo il fuoco con dei kalashnikov. Tra le persone che hanno perso la vita, 8 giornalisti, due agenti assegnati alla protezione del direttore, un ospite che era stato invitato alla riunione di redazione e il portiere dello stabile. Fra loro il direttore del settimanale, Stephan Charbonnier, detto Charb, e i tre più importanti vignettisti: Cabu, Tignous e Georges Wolinski, molto famoso anche in Italia. Nell’attentato è rimasto ucciso anche l’economista Bernard Maris, azionista della testata parigina e collaboratore di France Inter. Si tratta di un gravissimo “attacco alla libertà di stampa”, il più grave della storia del periodico, più volte finito sotto tiro per i contenuti pubblicati. Sulla copertina di Charlie Hebdo oggi campeggia una foto dello scrittore Michel Houellebecq, al centro di polemiche per il romanzo in uscita oggi “Sottomissione“, che racconta l’arrivo al potere in Francia di un presidente islamico e nel numero odierno è pubblicata una recensione molto positiva dell’editorialista Maris.  Lo scrittore Michel Houellebecq, dopo l’attacco, è stato posto sotto protezione della polizia e i locali della casa editrice Flammarion, che hanno pubblicato il suo ultimo romanzo, sono stati evacuati per motivi di sicurezza.

bilancio dell’attentato è stato confermato dalla Prefettura di Parigi. Quindici minuti prima dell’attacco, il settimanale satirico aveva pubblicato sul profilo Twitter una vignetta su Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico (Is). Gli assalitori, stando al racconto di alcuni testimoni, hanno aperto il fuoco gridando: “Vendicheremo il Profeta” e “Allah u Akbar” (Allah è grande)

 

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Dopo l’attacco nella redazione di Charlie Hebdo, gli assalitori in fuga inseguono e poi uccidono un agente sul marciapiede.

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Deciso l’immediato aumento del livello di allerta attentati terroristici in tutta l’Ile-de-France. Polizia e gendarmi sono stati schierati davanti a scuole, edifici pubblici e redazioni di giornali. Subito dopo l’attentato sono arrivate da ogni parte manifestazioni di cordoglio.

Massima allerta in Italia. Sale il livello di allerta a Roma dopo l’assalto a Parigi. Sono stati potenziati i servizi di vigilanza agli obiettivi sensibili nella capitale e c’è una “particolare attenzione” verso le redazioni giornalistiche. Ma l’attenzione cresce in tutto il Paese: il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha convocato il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo, presso il Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Il Comitato, composto da tutti gli esperti di antiterrorismo delle Forze dell’Ordine e dell’Intelligence, deve esaminare con grande attenzione la minaccia terroristica. E in serata a Porta a Porta ha detto:
“Il livello di allerta è elevatissimo benchè non ci siano tracce concrete di segnali specifici di organizzazioni di eventuali attentati in Italia”.

Assalitori in fuga. Il ministero dell’Interno ha confermato che gli attentatori sono tre: dopo l’attacco sono fuggiti, aggredendo un automobilista e impossessandosi della sua auto. Posti di blocco sono organizzati in tutta Parigi. Durante la fuga, i killer hanno investito un pedone a porte de Pantin, nel 19esimo arrondissement nella zona nord di Parigi. L’auto è stata ritrovata poco dopo per strada, a Rue de Meaux. I tre pare abbiano continuato la fuga con un’altra auto. Al momento, è in corso la caccia all’uomo, a cui partecipano anche unità speciali delle forze di sicurezza.

 

Ballots or Bullets: Democracy and World Power

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Ballots or Bullets:

Democracy and World Power

The principal reason why Washington engages in military wars, sanctions and clandestine operations to secure power abroad is because its chosen clients cannot, and do not, win free and open elections.

A brief survey of recent election outcomes testify to the electoral unattractiveness of Washington-backed clients. The majority of democratic electorates rejects candidates and parties which back the US global agenda: neo-liberal economic policies; a highly militarized foreign policy; Israeli colonization and annexation of Palestine; the concentration of wealth in the financial sector; the military escalation against China and Russia. While the US policy attempts to re-impose the pillage and dominance of the 1990s via recycled client regimes the democratic electorates want to move on toward less bellicose, more inclusive governments, which restore labor and welfare rights.

The US seeks to impose the unipolar world, of the Bush Sr. and Clinton era, failing to recognize the vast changes in the world economy, including the rise of China and Russia as world powers, the emergence of the BRIC and other regional organizations and above all the growth of popular democratic consciousness.

Failing to convince electorates by reason or manipulation, Washington has opted to intervene by force, and to finance organizations to subvert the democratic electoral process. The frequent resort to bullets and economic coercion when ballots fail to produce the “appropriate outcome” testifies to the profoundly reactionary nature of US foreign policy. Reactionary in the double sense of ends and means.

Pragmatically, the imperial centered socio-economic policies deepen inequalities and depress living standards. The means to achieve power, the instruments of policy, include wars, intervention, covert operations, are more akin to extremists, quasi-fascist, far right regimes.

Free Elections and the Rejection of US Clients

US-backed electoral parties and candidates have suffered defeats throughout most of the world, despite generous financial backing and international mass media propaganda campaigns. What is striking about the negative voting outcomes is the fact that the vast majority of adversaries are neither anti-capitalist nor ‘socialist’. What is equally striking is that all of the US clients are rightist or far-rightist parties and leaders. In other words, the polarization is usually between center-left and rightist parties; the choice is between reform or reaction, between an independent or satellite foreign policy.

Washington and Latin America: Masters of Defeats

Over the past decade, Washington has backed losing neo-liberal candidates throughout Latin America and then sought to subvert the democratic outcome.

Bolivia

Since 2005, Evo Morales, the center left leader favoring social reforms and an independent foreign policy, has won three Presidential elections against Washington backed rightist parties, each time by a greater margin. In 2008, he ousted the US ambassador for intervening, expelled the Drug Enforcement Agency (DEA) in 2008, USAID in 2013 and the Military Mission after foiling an aborted coup in Santa Cruz.

Venezuela

The United Socialist Party of Venezuela (PSUV) and its predecessor have won every Presidential and Congressional election (over a dozen) except one over the past 15 years despite US multi-million dollar funding of neo-liberal opposition parties. Unable to defeat the Chavez-led radical-reform government, Washington backed a violent coup (2002), a boss’s lockout (2002/3), and decade’s long paramilitary attacks of pro-democracy leaders and activists.

Ecuador

The US has opposed the center-left government of President Correa for ousting it from the military base in Manta, renegotiating and repudiating some of its foreign debt and backing regional pacts which exclude the US. As a result Washington backed an abortive police led coup in 2010 that was quickly defeated.

Honduras

During democratically elected President Manual Zelaya’s tenure in office, a center-left President, Honduras sought to pursue closer relations with Venezuela in order to receive greater economic aid and to shed its reputation as a US dominated “banana republic”. Washington, unable to defeat him at the ballot box, responded by supporting a military coup (2009) which ousted Zelaya and returned Honduras to the US fold. Since the coup Honduras has experienced more killings of popular leaders-200- than any country in Latin America.

Brazil

The center-left Workers Party has won four straight elections against US backed neo-liberal candidates beginning in 2002 and continuing through the 2014 elections. The US propaganda machine, including NSA’s spying on President Rousseff and the strategic state petrol company, Petrobras, and the international financial press went all out to discredit the reformist center-left government. To no avail! The voters preferred an ‘inclusive’ social liberal regime pursuing an independent foreign policy to an opposition embedded in the discredited socially regressive neo-liberal politics of the Cardoso regime (1994-2002). In the run-up to the 2014 elections Brazilian and US financial speculators attempted to strike fear in the electorate by betting against the currency (real) and driving the stock market into a precipitous fall.

To no avail. Rousseff won with 52% of the vote.

Argentina

In Argentina a massive popular revolt overthrew the US backed neo-liberal regime of De la Rua in 2001. Subsequently, the electorate elected the center-left Kirchner government over the rightist, US backed Menem candidacy in 2003. Kirchner pursued a reformist agenda imposing a moratorium on the debt and combining high economic growth with large scale social expenditures and an independent foreign policy. US opposition escalated with the election of his wife Cristina Fernandez. Financial elites, Wall Street, the US judiciary and Treasury intervened to destabilize the government, after failing to defeat Fernandez’s re-election. Extra-parliamentary financial pressures were matched by political and economic support for rightist politicians in preparation for the 2015 elections.

Earlier, in 1976, the US backed the military coup and political terror that led to the murder of 30,000 activists and militants. In 2014 the US backed a “financial coup” as a federal judge sided with vulture funds, sowing financial terror in international markets against a democratically elected government.

Paraguay

President Fernando Lugo was a moderate former Bishop who pursued a watered-down center-left agenda. Nevertheless, he raised issues that conflicted with Washington’s extremist agenda, including Paraguay’s membership in regional organizations that excluded the US (MERCOSUR). He appealed to the landless rural workers and he retained ties to other Latin American center-left regimes. He was deposed by Congress in 2012 in a highly dubious ‘institutional coup’, quickly supported by the White House and replaced by a straight-line neo-liberal, Federico Franco with tight links to Washington and hostile to Venezuela.

Globalizing US Threats to Democracy

US subversion of democracy when center-left political formations compete for power is not confined to Latin America – it has gone ‘global’.

Ukraine

The most egregious example is the Ukraine, where the US spent over $6 billion in over a decade and a half. Washington financed, organized, and promoted pro NATO shock troops to seize power against an elected regime (Viktor Yanukovych) which tried to balance ties between the West and Russia. In February 2014, an armed uprising and mob action led to the overthrow of the elected government and the imposition of a puppet regime totally beholden to the US. The violent putschists met resistance from a large swathe of pro-democracy activists in the Eastern region. The Kiev junta led by oligarch Petro Poroshenko dispatched air and ground troops to repress the popular resistance with the unanimous backing of the US and EU. When the rightist regime in Kiev moved to impose its rule over the Crimea and to break its military base treaty with Russia, the Crimean citizens voted, by a large margin (85%), to separate and merge with Russia.

In both the Ukraine and Crimea, US policy was directed toward imposing by force, the subordination of democracy to NATO’s drive to encircle Russia and undermine its democratically elected government.

Russia

Following the election of Vladimir Putin to the Presidency, the US organized and financed a large number of opposition “think tanks”, and NGO’s, to destabilize the government. Large scale demonstrations by well-funded NGO’s were given wide play by all the Western mass media.

Failing to secure an electoral majority and after suffering electoral defeats in the executive and legislative elections, Washington and the EU, using the pretext of Russian “intervention” in the Ukraine, launched a full scale economic war on Russia. Economic sanctions were enforced in the hopes of provoking economic collapse and a popular upheaval. Nothing of the sort occurred. Putin gained greater popularity and stature in Russia and consolidated its ties with China and the other BRIC countries.

In sum in the Ukraine, Crimea and Russia, facing independent elected governments, Washington resorted to a mob uprising, military encirclement and an escalation of economic sanctions.

Iran

Iran has periodic elections in which pro and anti-western parties compete. Iran has drawn the wrath of Washington because of its support for Palestinian liberation from the Israeli yoke; its opposition to the Gulf absolutist states; and its ties to Syria, Lebanon (Hezbollah) and post- Saddam Hussain Iraq. As a result, the US has imposed economic sanctions to cripple its economy and finances and has funded pro-Western neo-liberal opposition NGO’s and political factions. Unable to defeat the Islamist power elite electorally, it chooses to destabilize via sanctions in order to disrupt its economy and assassinations of scientists and cyber warfare.

Egypt

Washington backed the Hosni Mubarak dictatorship for over three decades. Following the popular uprising in 2011, which overthrew the regime, Washington retained and strengthened its ties to the Mubarak police, military and intelligence apparatus. While promoting an alliance between the military and the newly elected President Mohammed Morsi, Washington funded NGO’s, who acted to subvert the government through mass demonstrations. The military, under the leadership of US client General Abdel Fattah el-Sisi, seized power, outlawed the Moslem Brotherhood and abolished democratic freedoms.

Washington quickly renewed military and economic aid to the Sisi dictatorship and strengthened its ties with the authoritarian regime. In line with US and Israeli policy, General Sisi tightened the blockade of Gaza, allied with Saudi Arabia and the Gulf despots, strengthened its ties with the IMF and implemented a regressive neo-liberal program by eliminating fuel and food subsidies and lowering taxes on big business.

The US backed coup and restoration of dictatorship was the only way Washington could secure a loyal client relationship in North Africa.

Libya

The US and NATO and Gulf allies launched a war (2011) against the independent, nationalist Libyan government, as the only way to oust the popular, welfare government of Colonel Gaddafi. Unable to defeat him via internal subversion, unable to destabilize the economy, Washington and its NATO partners launched hundreds of bombing missions accompanied by arms transfers to local Islamic satraps, tribal, clans and other violent authoritarian groups. The subsequent ‘electoral process” lacking the most basic political guarantees, fraught by corruption, violence and chaos, led to several competing power centers. Washington’s decision to undermine democratic procedures led to a violent Hobbesian world, replacing a popular welfare regime with chaos and terrorism.

Palestine

Washington has pursued a policy of backing Israeli seizures and colonization of Palestinian territory, savage bombings and the mass destruction of Gaza. Israel, determined to destroy the democratically elected Hamas government, has received unconditional US backing. The Israeli colonial regime has imposed racist, armed colonies throughout the West Bank, financed by the US government, private investors and US Zionist donors. Faced with the choice between a democratically elected nationalist regime, Hamas, and a brutal militarist regime, Israel, US policymakers have never failed to back Israel in its quest to destroy the Palestinian mini-state.

Lebanon

The US, along with Saudi Arabia and Israel, has opposed the freely elected Hezbollah led coalition government formed in 2011. The US backed the Israeli invasion in 2006, which was defeated by the Hezbollah militias. Washington backed the right wing Hariri-led coalition (2008 – 2011) which was marginalized in 2011. It sought to destabilize the society by backing Sunni extremists especially in Northern Lebanon. Lacking popular electoral support to convert Lebanon into a US client state, Washington relies on Israeli military incursions and Syrian based terrorists to destabilize Lebanon’s democratically elected government.

Syria

Syria’s Bashar Assad regime has been the target of US, EU, Saudi and Israeli enmity because of its support for Palestine, its ties with Iraq, Iran, Russia and Hezbollah. Its opposition to the Gulf despotism and its refusal to become a US client state (like Jordan and Egypt) has been another source of NATO hostility. Under pressure from its internal democratic opposition and its external allies, Russia and Iran , the Bashar Assad regime convoked a conference of non-violent opposition parties, leaders and groups to find an electoral solution to the ongoing conflict. Washington and its NATO allies rejected a democratic electoral road to reconciliation. They and their Turkish and Gulf allies financed and armed thousands of Islamic extremists who invaded the country. Over a million refugees and 200,000 dead Syrians were a direct result of Washington’s decision to pursue “regime change” via armed conflict.

China

China has become the world’s largest economy. It has become a leading investment and trading country in the world. It has replaced the US and the EU in Asian, African and Latin American markets. Faced with peaceful economic competition and offers of mutually beneficial free trade agreements, Washington has chosen to pursue a policy of military encirclement, internal destabilization and Pan Pacific integration agreements that excludes China. The US has expanded military deployments and bases in Japan, Australia and the Philippines. It has heightened naval and air force surveillance just beyond China’s limits. It has fanned rival maritime claims of China’s neighbors, encroaching on vital Chinese waterways.

The US has supported violent Uighur separatists, Tibetan terrorists and protests in Hong Kong in order to fragment and discredit China’s rule over its sovereign territory. Fomenting separation via violent means results in harsh repression, which in turn can alienate a domestic constituency and provide grist for the Western media mills. The key to the US countering China’s economic ascent is political: fomenting domestic divisions and weakening central authority. The democratization which Chinese citizens favor has little resonance with US financed ‘democracy’ charades in Hong Kong or separatist violence in the provinces.

Washington’s effort to exclude China from major trade and investment agreements in Asia and elsewhere has been a laughable failure. The principle US “partners”, Japan and Australia are heavily dependent on the Chinese market. Washington’s (free trade) allies in Latin America, namely Colombia, Peru, Chile and Mexico are eager to increase trade with China. India and Russia are signing off on multi-billion dollar trade and investment deals with China! Washington’s policy of economic exclusion miscarried in the first month!

In sum, Washington’s decision to pursue confrontation over conciliation and partnership; military encirclement over co-operation; exclusion over inclusion, goes counter to a democratic foreign policy designed to promote democracy in China and elsewhere. An authoritarian choice in pursuit of unachievable Asian supremacy is not a virtue; it is a sign of weakness and decay.

Conclusion

In our global survey of US policy toward democracy, center-left governments and free elections we find overwhelming evidence of systematic US hostility and opposition. The political essence of the “war on terrorism” is Washington’s world-wide long-term pernicious assault on independent governments, especially center-left democratic regimes engaged in serious efforts to reduce poverty and inequality.

Washington’s methods of choice range from financing rightist political parties via USAID and NGO’s, to supporting violent military coups; from backing street mobs engaged in destabilization campaigns to air and ground invasions. Washington’s animus to democratic processes is not confined to any region, religious, ethnic or racial group. The US has bombed black Africans in Libya; organized coups in Latin America against Indians and Christians in Bolivia; supported wars against Muslims in Iraq, Palestine and Syria; financed neo-fascist “battalions”and armed assaults against Orthodox Christians in the Eastern Ukraine; denounced atheists in China and Russia.

Washington subsidizes and backs elections only when neo-liberal client regimes win. It consistently destabilizes center-left governments which oppose US imperial policies.

None of the targets of US aggression are strictly speaking anti-capitalist. Bolivia, Ecuador, Brazil, Argentina are capitalist regimes which attempt to regulate tax and reduce disparities of wealth via moderate welfare reforms.

Throughout the world, Washington always supports extremist political groups engaged in violent and unconstitutional activity that have victimized democratic leaders and supporters. The coup regime in Honduras has murdered hundreds of rank and file democratic activists, farm workers,and poor peasants.

The US armed Islamic jihadist and ex-pat allies in Libya have fallen out with their NATO mentors and are at war among themselves, engaging in mutual bloodletting.

Throughout the Middle East, South Asia, North Africa, Central America and the Caucuses wherever US intervention has taken place, extreme right-wing groups have served, at least for a time, as Washington and Brussels’ principal allies.

Pro EU-NATO allies in the Ukraine include a strong contingent of neo-Nazis, paramilitary thugs and “mainstream” military forces given to bombing civilian neighborhoods with cluster bombs.

In Venezuela, Washington bankrolls terrorist paramilitary forces and political extremists who murdered a socialist congressional leader and dozens of leftists.

In Mexico the US has advised, finances and backs rightist regimes whose military, paramilitary and nacro-terrorist forces recently murdered and burned alive 43 teachers’ college students, and are deeply implicated in the killing of 100,000 “other” Mexicans, in less than a decade.

Over the past eleven years the US has pumped over $6 billion dollars in military aid to Colombia, funding its seven military bases and several thousand special operations forces and doubling the size of the Colombian military. As a result thousands of civil society and human rights activists, journalists, trade union leaders and peasants, have been murdered. Over 3 million small land -holders have been dispossessed.

The mass media cover up the US option for right wing extremism by describing ruling mass murderers as “center-right regimes” or  as“moderates”: linguistic perversions and grotesque euphemisms are as bizarre as the barbarous activities, perpetrated by the White House.

In the drive for world power, no crime is left undone; no democracy that opposes it is tolerated. Countries as small and marginal as Honduran or Somalia or as great and powerful as Russia and China cannot escape the wrath and covert destabilization efforts of the White House.

The quest for world domination is driven by the subjective belief in the “triumph of the will”. Global supremacy depends entirely on force and violence: ravaging country after country, from carpet bombing of Yugoslavia, Iraq, Afghanistan and Libya to proxy wars in Somalia, Yemen, Ukraine to mass killings in Colombia, Mexico and Syria.

Yet there are limits to the spread of the “killing fields”. Democratic processes are defended by robust citizens’ movements in Venezuela, Ecuador and Bolivia. The spread of imperial backed terrorist seizures of power are stymied by emergence of global powers, China in in the Far East and Russia in Crimea and eastern Ukraine have taken bold steps to limit US imperial expansion.

In the United Nations, the President of the United States and his delegate Samantha Powers rant and rave, in a fit of pure insanity, against Russia as “the greatest world terrorist state” for resisting military encirclement and the violent annexation of the Ukraine.

Extremism, authoritarianism and political insanity know no frontiers. The massive growth of the secret political police, the National Security Agency, the shredding of constitutional guarantees, the conversion of electoral processes into elite controlled multi-billion dollar charades, the growing impunity of police involved in civilian murders, speaks to an emerging totalitarian police – state inside the US as a counterpart to the violent pursuit of world power.

Citizens’ movements, consequential center-left parties and governments, organized workers, in Latin America, Asia and Europe have demonstrated that authoritarian extremist proxies of Washington can be defeated. That disastrous neo-liberal policies can be reverted. That welfare states, reductions in poverty, unemployment and inequalities can be legislated despite imperial efforts to the contrary.

The vast majority of the Americans, here and now, are strongly opposed to Wall Street, big business and the financial sector. The Presidency and the Congress are despised by three quarters of the American public. Overseas wars are rejected. The US public, for its own reasons and interests, shares with the pro-democracy movement’s world-wide, a common enmity toward Washington’s quest for world power. Here and now in the United States of America we must learn and build our own powerful democratic political instruments.

We must, through the force of reason, contain and defeat “the reason of force”: the political insanity that informs Washington’s ‘will to power’. We must degrade the empire to rebuild the republic. We must turn from intervening against democracy abroad to building a democratic welfa

FREE PALESTINE !!!

Nulla da aggiungere…

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Marwan Barghouti

 

 

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Understanding the NWO Agenda

 

 

Understanding the NWO Agenda…. There is a very substantial reason behind the whole New World Order agenda, a reason that is of such extreme importance that it should be the subject of every headline of every news outlet and should head every debate, discussion, forum, think tank and also be the dinner table topic in every household, as it challenges the very future of our existence as a species and it’s urgency couldn’t be greater. Read the following very carefully, then read it again and again until you REALLY and TRULY comprehend what it means… It took ALL OF HUMAN HISTORY until 1830 for the population to reach 1 billion. The 2nd billion was achieved in under 100 years. The 3rd billion was reached in less than 30 years and the fourth billion in less than 15 years. We have a current world population of about 6 billion! At this rate of growth there is NO WAY the earths resources can support humanity for very much longer. If you were to graph human existence over a 1,000 year time frame starting at 1600ad and calculate on that graph; 1)fossil fuels 2)environmental decline 3)pollution 4)deforestation 5)species extinctions etc. etc. you would see they would all start, peak and END within a very, very small sector of that graph… which represents – NOW! This issue needs to be addressed by everyone, because at the moment it is only being addressed by a few… and their solution has much to be desired to say the least. They plan to exterminate 90% of us leaving a fully controllable and sustainable global population of under 500 million to be ruled over, controlled and governed by THE NEW WORLD ORDER ‘ELITES’. Please don’t just take my word for it… research anything and everything for yourself. Knowledge is power, and ignorance is not going to be bliss for very much longer.

                                  « We’re Anonymous. We’re legion. We don’t forgive. We don’t forget. Expect us! »

“Articoli 18” e battaglie tra fazioni borghesi

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Il lavoro salariato è stato nel tempo ingabbiato da vincoli contrattuali e legali. Ma il rapporto fra salariato e capitalista mal sopporta di sottostare a regole fisse. La forza-lavoro è una merce: in un mercato mutevole, essa dev’essere liberamente disponibile. Il capitalista ha il diritto di utilizzarla come vuole dopo averla comprata, è sua. D’altra parte anche il lavoratore ha il diritto di venderla sul mercato alle condizioni che preferisce: finché non l’ha ancora venduta è sua. E non la vende una volta per tutte come lo schiavo, la vende giorno per giorno, poco per volta. Lo Stato fa da mediatore, ma è uno strumento in mano alla classe dominante. Per questo, da sempre, i comunisti dicono che fra due diritti contrapposti può decidere soltanto la forza.

La tradizione sindacale comunista è sempre stata estranea ai contratti a scadenza fissa, alle troppe leggi per i “diritti” dei lavoratori, ai meccanismi automatici di contrattazione, ai protocolli d’intesa per il rilancio dell’economia ecc. ecc. I comunisti hanno rivendicato una legislazione specifica solo in alcuni casi come per la durata della giornata lavorativa o per il salario minimo garantito a occupati e disoccupati. L’esistenza di troppi vincoli obbliga ad un rigido rispetto del contratto e alla fine i capitalisti con il loro Stato hanno sempre il coltello dalla parte del manico. La lotta proletaria non deve mai essere né regolamentata né preannunciata.

E’ ovvio che da parte borghese si tenti più che mai di evitarla del tutto: le potenzialità di lotta del proletariato moderno sono troppo grandi per essere lasciate senza controllo. Ecco perché si tenta di instaurare una contrattazione perenne in margine ad automatismi prestabiliti per legge… salvo denunciarli quando non fanno più comodo. Fin dai tempi del sindacalismo corporativo fascista la borghesia vuole ingabbiare la lotta di classe con leggi e vincoli, incanalare nella “legalità” tutto il movimento sindacale e farne un dipartimento del ministero del lavoro.

I sindacati si sono adattati a questa esigenza e ormai non hanno più una vitalità propria; sono come vogliono essere: una forza di governo sociale. Hanno un atteggiamento “difesista”, rattoppatore di falle, piagnucoloso. Invece di prendere l’iniziativa corrono dietro a temi imposti dall’avversario. Sono stati a volte persino servili, come nel caso del Protocollo a sostegno della produzione del ’93. Questo sindacalismo avvocatesco, presto copiato anche da frange minori che si credono estremiste, ha frenato la capacità di attacco del proletariato. Lo ha ridotto a lottare esclusivamente in risposta a chi non rispetta le regole, lamentando un eterno “attacco padronale”.

Il sindacalismo corporativo e le politiche del welfare sono nati contemporaneamente. Essi dichiarano apertamente di essere uno strumento per prevenire moti rivoluzionari. Per questo, proprio perché l’inquadramento organizzativo proletario a livello economico è estremamente importante riguardo a ogni sviluppo della lotta di classe, diventa necessaria l’autonomia sindacale. Ma come la si conquista? Se il sindacalismo odierno è integrato nello Stato e per di più questo fenomeno è ormai storico, cioè irreversibile, come si potrà mai rovesciare la situazione?

Evidentemente non è un problema di sindacato, intendendo con questo termine le organizzazioni che conosciamo. Sotto una pressione autentica e indipendente di masse proletarie decise a raggiungere un risultato, nessun sindacato potrebbe resistere: la storia c’insegna che, se entra con esse in conflitto, o è distrutto o è stravolto e costretto a far sue le istanze di base. La chiave del problema è dunque in ciò che fanno la classe e la sua direzione. E’ assurdo assecondare la proliferazione delle istanze sindacali, fotocopie in piccolo di quelle ufficiali, in una mostruosa solidarietà corporativa che in realtà non esce dai limiti istituzionali. Più tragico ancora è l’utilizzo congiunto della forza proletaria per la lotta partigiana contro il Berlusconi di turno a favore di altri borghesi.

Che senso avrebbe la difesa impotente di articoli 18, di contratti pluriennali, di scartoffie su diritti virtuali, di protocolli che legano mani e piedi ai proletari, se essi fossero ben organizzati in un grande movimento e la smettessero di seguire i piagnucolii insopportabili di capi corrotti dall’ideologia del Capitale? Se si ponessero con forza in posizione d’attacco per loro obiettivi indipendenti sotto la direzione di un programma di classe?

“n+1”, rivista sul movimento reale che abolisce lo stato di cose presente

[tratto da www.quinterna.org]

Democracy in action

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” TerrorISmo ”

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                                              Terrorismo. Inanzitutto diamone una definizione. 
” Metodo e strumento di lotta politica – volto a sovvertire e destabilizzare una struttura di potere, ma anche a restaurarla o stabilizzarla – che, per imporsi, fa uso di atti di estrema violenza, come attentati e sabotaggi, anche nei confronti di persone innocenti.”Compiere attentati contro civili, in modo da creare un clima di paura, e poi imputarli ai propri avversari politici per screditarli è una vecchia ricetta dei servizi segreti nostrani e anglosassoni  Questa tecnica di destabilizzazione, adattata alla globalizzazione, è sempre attuale.
Nel 2007 cinquanta esperti provenienti da una dozzina di paesi si sono riuniti a Parigi per studiare la similitudine tra la “strategia della tensione”, iniziata durante la Guerra Fredda, e  la “guerra contro il terrorismo”, scattata sulla scia degli attentati dell’11 settembre 2001.
Film documentario con prove indiscutibili sull’inganno globale 11 settembre   

N.A.T.O. : da Gladio ai voli segreti della CIA         

Dalla “strategia della tensione” alla “guerra contro  il terrorismo”. Una semplice carrellata storica è sufficiente a  convincersi della continuità, se non della corrispondenza, di queste due  operazioni, non fosse altro per i suoi mandanti e i luoghi di  applicazione. E a porre la questione della “riattivazione” della rete  “stay-behind” in Europa occidentale.Creata dopo la seconda guerra mondiale, lo stay-behind  (letteralmente: gli uomini lasciati sul territorio dietro la linea del  fronte) doveva costituire in anticipo una rete di resistenza in caso  d’invasione sovietica in Europa occidentale. Indirettamente frutto degli  accordi di Yalta e di Postdam, questa rete era diretta dalla CIA  statunitense e dal MI6 britannico per essere installata in tutta l’Europa occidentale (ossia nella zona d’influenza anglosassone). Essa fu ben presto incorporata nella NATO focus400-38-682dd

Ciononostante, essa non tardò a oltrepassare la sua missione  originale per prevenire qualsiasi influenza comunista nelle democrazie  occidentali. Si specializzò allora nel truccare le elezioni, negli  assassini politici e negli attentati .Ciò è avvenuto principalmente in Italia, dove lo stragismo infiamma gli animi : piazza Fontana, piazza della Loggia, l’ Italicus, l’attentato alla stazione di Bologna nel maggio 1980 .
Lungi dall’arrestarsi alla frontiera italiana, l’azione dello  stay-behind si è estesa a tutti gli stati membri della NATO, compresa la  Francia ( con l’eccezione, ovviamente, degli Stati Uniti, del Canada e  del Regno Unito) 
Molto spesso all’insaputa dei governi degli stati in cui operava.
Ufficialmente disciolta dopo il crollo dell’Unione sovietica, la rete  stay-behind, la cui esistenza sotto il nome di “Gladio” è stata  rivelata solo nel 1990 dal primo ministro italiano Giulio Andreotti , continua oggi la sua attività estendendola a nuovi stati in misura  dell’ampliamento della NATO. Se alcune nazioni, come l’Italia ed il Belgio, hanno condotto alcune inchieste e, in questo ultimo caso, è  previsto un controllo parlamentare al fine di evitare che situazioni del  genere possano ripetersi, nella maggior parte degli stati europei  queste rivelazioni sono passate sotto silenzio. Senza prendere alcuna misura significativa per contrastare questa  organizzazione criminale. Analogamente, sono rimaste nel loro stato di  torpore all’annuncio della scoperta delle prigioni segrete della CIA nel  2005.
     La “strategia della tensione” si è trasformata in “lotta contro il terrorismo”?   
Tale è il punto di vista dello storico svizzero Daniele Ganser,  autore de “L’esercito segreto della NATO” il quale ha condotto  un’inchiesta attraverso l’Europa intera per riannodare i fili di Gladio e  scrivere questa opera unica su questo soggetto. Uno specialista per il quale la “guerra contro il terrorismo” è oggi un  analogo strumento di manipolazione dei popoli occidentali, nel senso  che essa indica dei nuovi falsi responsabili di atti terroristici – i  musulmani – non più per contrastare la “minaccia sovietica” ma per  giustificare la guerra per le risorse condotta dagli Stati Uniti.
Questo punto di vista è stato accreditato dall’ex colonnello  dell’esercito degli Stati Uniti, Oswald Le Winter, che è stato per più  di un decennio il n. 2 della CIA in Europa e il co-presidente del  Comitato clandestino della NATO .  
Egli ha confermato che il suo servizio aveva infiltrato gruppi di estrema sinistra europei e contemporaneamente aveva  reclutato mercenari anti-comunisti di estrema destra; infine,  aveva organizzato  diversi attentati facendoli eseguire dall’estrema destra, ma attribuiti  all’estrema sinistra o da essa rivendicati.
Egli ha altresì dichiarato che la NATO aveva dato ordine di  assassinare il generale francese René Audran, direttore degli Affari  Internazionali del Ministero della Difesa (ossia incaricato di  esportazione di armi), quando fu scoperto che era la fonte delle  informazioni divulgate qualche anno prima dal giornalista italiano Mino  Pecorelli, ’omicidio attribuito ad Action Directe di cui cinque membri furono condannati all’ergastolo gladiob
Proseguendo con la sua tesi, il colonnello LeWinter ha affermato di  aver partecipato, nell’ambito della CIA affiancata dal MI6, alla creazione di Al Qaeda sul modello di Gladio. Sarebbero stati infiltrati alcuni gruppi islamici; dei mercenari sarebbero stati reclutati in altri  ambienti musulmani; e delle operazioni finanziate dai servizi segreti anglosassoni sarebbe state attribuite ai primi ancorché eseguite dai  secondi. Tuttavia, a differenza dei gruppi europei degli anni ’70 e ’80, tutti i gruppi islamici di facciata sarebbero stati riuniti sotto  l’unica etichetta di Al Qaeda. 
Il colonnello LeWinter ha affermato di aver avuto un ultimo contatto  con Osama Bin Laden nel 2003; un episodio che all’epoca aveva avuto eco  nella stampa portoghese.
Lo storico statunitense Webster G. Tarpley, che ha partecipato  telefonicamente da Washington alla riunione, è tornato sull’assassinio del primo ministro italiano Aldo Moro.Tarpley, che all’epoca  viveva a Roma, era stato il primo a rivelare i dettagli del complotto  atlantico che mirava ad impedire la creazione di un governo di unità  nazionale con l’inclusione dei comunisti. Egli ha osservato che le  inchieste successive hanno confermato i suoi lavori, con l’eccezione  dell’individuazione di una società segreta che egli aveva per errore  ricondotta all’Ordine di Malta, laddove si trattava del Grande Oriente  d’Italia (la famosa loggia Propaganda Due detta “P2”, scoperta in  seguito)
Per l’italiano Giulietto Chiesa, ex parlamentare europeo, filosofo e giornalista, la situazione è oggi molto più grave di quello che fosse  durante la Guerra Fredda. In effetti, se nel contesto dello scontro  ideologico tra gli anglo-americani e l’URSS gli uomini di stay-behind  potevano credere di violare le regole democratiche per proteggere le  democrazie, essi oggi non possono che servire gli interessi  anglo-americani ai danni dei loro alleati.
Il 5 ottobre 2001, meno di un mese dopo gli attentati a NewYork e  Washington, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno informato il  Consiglio atlantico della riattivazione di stay-behind contro il “nemico  terrorista” . Essi hanno reclamato la collaborazione degli stati membri  in virtù della mutua assistenza prevista dall’art. 5 della Carta della  NATO in caso di attacco ad un alleato. In seguito, hanno concordato  con l’Unione europea la libertà d’azione di cui avevano bisogno .Infine, hanno negoziato bilateralmente le riforme legislative che  permettessero agli agenti della CIA e del MI6 di agire clandestinamente  in ciascuno degli stati membri.
Adesso, la NATO non è più un’alleanza militare tra uguali, ma  unicamente il luogo d’esecuzione delle decisioni di Washington. Così, recentemente, gli Stati Uniti hanno potuto negoziare con la Polonia e la  Repubblica Ceca l’installazione del loro nuovo sistema missilistico  senza neppure informare il Consiglio atlantico, che ne ha dibattuto a  giochi fatti.
Adesso, la NATO non è più un’alleanza militare tra uguali, ma  unicamente il luogo d’esecuzione delle decisioni di Washington. Così, recentemente, gli Stati Uniti hanno potuto negoziare con la Polonia e la  Repubblica Ceca l’installazione del loro nuovo sistema missilistico  senza neppure informare il Consiglio atlantico, che ne ha dibattuto a  giochi fatti.
 
Gli Stati Uniti, primi finanziatori mondiali del terrorismo      
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Dopo la guerra in Afghanistan contro i sovietici, molti autori hanno  messo in evidenza il ruolo degli Stati Uniti come finanziatori del  terrorismo internazionale. Tuttavia, fino ad ora si trattava solo di  azioni segrete, di cui finora Washington non si era assunta la  paternità. Un passo decisivo è stato compiuto con la Siria: il Congresso  ha approvato il finanziamento e l’armamento di due organizzazioni  rappresentative di Al-Qa’ida. 
 ( In violazione delle risoluzioni 1267 e 1373 del Consiglio di  sicurezza,  Il Congresso degli Stati Uniti ha votato il finanziamento e  l’armamento  del Fronte al-Nusra e dell’Emirato islamico dell’Iraq e del  Levante,  due importanti organizzazioni di Al-Qa’ida e classificate come   “terroriste” dalle Nazioni Unite. Questa decisione sarà valida fino al   30 settembre 2014.)
Ciò che era in precedenza il segreto di Pulcinella ora è diventato la politica ufficiale del “Paese della  libertà”: il terrorismo.
 
La prima settimana della Conferenza di Pace di Ginevra 2 è stata piuttosto movimentata. Purtroppo, l’opinione pubblica occidentale non è stata propriamente informata, vittima delle continue censure che la opprimono.
Questo è davvero il paradosso principale di questa guerra: le immagini sono esattamente il contrario della realtà. Secondo i media  internazionali, il conflitto oppone, da un lato, degli Stati raccoltisi intorno a Washington,e Riyadh, intenti a difendere la democrazia e condurre la lotta mondiale contro il terrorismo, dall’altra la Siria e i suoi alleati russi, che risultano impediti a forza di essere diffamati  come dittature che manipolano il terrorismo.
Se tutti sono ben consapevoli del fatto che l’Arabia Saudita non è  una democrazia, bensì una monarchia assoluta, laddove la tirannia di una famiglia e di una setta controlla un intero popolo, gli Stati Uniti  godono dell’immagine di un democrazia e meglio ancora di “Paese della  libertà”.
Tuttavia, l’informazione principale della settimana è stata censurata  in tutti gli stati membri della NATO: il Congresso degli Stati Uniti si  è riunito segretamente per votare il finanziamento e l’armamento dei  “ribelli in Siria” fino al 30 settembre 2014. Sì, avete letto bene. Il  Congresso tiene incontri segreti che la stampa non può menzionare. Ecco  perché la notizia,originariamente pubblicata dall’agenzia di stampa  britannica Reuters , è stata scrupolosamente ignorata dalla stampa e dai media negli Stati Uniti e dalla maggior parte dei media in Europa occidentale e nel Golfo. Solo gli abitanti del “resto del mondo” avevano il diritto di conoscere  la verità.
La libertà di espressione e il diritto dei cittadini all’informazione  sono ancora i presupposti per la democrazia. Sono meglio rispettati in Siria e Russia che in Occidente.
Poiché nessuno ha letto la legge approvata dal Congresso, non si sa  che cosa essa stabilisca esattamente. Tuttavia, è chiaro che i “ribelli ” in questione non mirano a rovesciare il governo siriano – ci hanno  rinunciato – ma piuttosto a “insanguinarlo”. Ecco perché non si comportano come soldati, ma come terroristi. Sì, di nuovo, avete letto  bene: gli Stati Uniti, presunte vittime di Al-Qa’ida in data 11  Settembre 2001, e poi leader della “guerra globale al terrorismo”,  finanziano il principale focolaio terroristico internazionale in cui  agiscono due organizzazioni ufficialmente subordinate ad Al-Qa’ida (Al-  Nusra e l’Emirato Islamico dell’Iraq e del Levante). Non si tratta più  di una manovra oscura dei servizi segreti, ma piuttosto di una legge,  pienamente assunta, ancorché approvata a porte chiuse per non  contraddire la propaganda.
D’altra parte, ci si chiede in che modo la stampa occidentale – che  da 13 anni imputa ad Al-Qa’ida di essere l’autore degli attentati  dell’11 settembre ignorando la destituzione del presidente George W.  Bush in quel giorno da parte dei militari – potrebbe mai spiegare  all’opinione pubblica la sua decisione. Infatti, la procedura  statunitense di “Continuità di Governo” (CoG) è protetta anch’essa dalla  censura. È anche per questo che, gli occidentali non hanno mai saputo  che, nel corso di quell’11 settembre, il potere era stato trasferito dai  civili ai militari, dalle 10 del mattino fino a sera, e durante tutto  quel giorno gli Stati Uniti erano governati da un’autorità segreta, in  violazione delle loro leggi e della loro costituzione.
Durante la Guerra Fredda, la CIA finanziava lo scrittore George  Orwell affinché immaginasse la dittatura del futuro. Washington ha  creduto così di svegliare le coscienze di fronte alla minaccia  sovietica. 
Ma in realtà, l’URSS non ha mai assomigliato all’incubo di  “1984”, intanto  gli Stati Uniti ne sono diventati l’incarnazione.
Il discorso annuale di Barack Obama sullo stato dell’Unione si è  trasformato in un eccezionale esercizio di menzogne. Davanti ai 538  membri del Congresso che sin dall’inizio lo applaudivano, il presidente  ha dichiarato : “Una cosa non cambierà: la nostra determinazione a non  permettere ai terroristi di lanciare altri attacchi contro il nostro  paese. E ancora: “In Siria, sosterremo l’opposizione che respinge il  programma delle reti terroristiche”.
Eppure, quando la delegazione siriana a Ginevra 2 ha sottoposto – a  quella che s’intendeva rappresentare come la sua “opposizione” – una  mozione, esclusivamente basata sulle risoluzioni 1267 e 1373 del  Consiglio di sicurezza, a condanna del terrorismo, questa è stata  respinta senza causare alcuna protesta da parte di Washington. E per una  buona ragione: il terrorismo sono gli Stati Uniti, e la delegazione  “dell’opposizione” riceve i suoi ordini direttamente dall’ambasciatore  Robert S. Ford, presente in loco.
Robert S. Ford, l’ex assistente di John Negroponte in Iraq. Nei primi  anni ’80, Negroponte, aveva contrastato la rivoluzione nicaraguense  arruolando migliaia di mercenari e alcuni collaboratori locali,  costituendo i cosiddetti “Contras”. La Corte internazionale di  giustizia, vale a dire il tribunale interno delle Nazioni Unite, ha  condannato Washington per questa ingerenza che non osava pronunciare il  proprio nome. Poi, negli anni duemila, Negroponte e Ford riproposero lo  stesso scenario in Iraq. Questa volta però l’intento era di annientare  la resistenza nazionalista facendola combattere da Al Qa’ida.
Mentre i siriani e la delegazione dell’«opposizione» discutevano a  Ginevra, a Washington il presidente, applaudito meccanicamente dal  Congresso, ha continuato il suo esercizio di ipocrisia: “Noi lottiamo  contro il terrorismo non grazie all’intelligence e alle operazioni  militari, ma anche rimanendo fedeli agli ideali della nostra  Costituzione e restando un esempio per il mondo intero(… ). E  continueremo a lavorare con la comunità internazionale per dare al  popolo siriano il futuro che merita: un futuro senza dittatura, senza  terrore e senza paura. “
La guerra condotta dalla NATO e il CCG in Siria ha già causato più di  130mila morti,secondo i dati del MI6, diffusi dall’Osservatorio siriano  per i diritti umani, dove i carnefici attribuiscono la responsabilità  al popolo che osa contrastarli e al suo presidente, Bashar el-Assad.
Le liste nere dei “nemici del bene”
Voglio chiudere questo breve escursus storico, su come l’uso distorto del termine terrorismo in uso da chi regge le fila del potere e dei media al loro servizio, abbiano infamato, perseguitato, incarcerato, torturato, ucciso uomini e donne di ogni paese che per opporsi al regime non hanno esitato a imbracciare le armi.
Dai nostri Partigiani alle formazioni di estrema sinistra negli anni della strategia della tensione e nel corso delle crisi economiche a :
Emiliano Zapata                          (rivoluzionario messicano)
Nelson  Mandela                           ( MK sud Africa Nobel pace)
Ernesto Guevara                           ( rivoluzione Cubana )
José Alberto “Pepe” Mujica     ( Tupamaros Presidente Uruguay)
Yāsser ʿArafāt                                  (OLP Nobel pace)
Subcomandante Marcos             (Eznl messico)
Manuel Marulanda                         (Farc Colombia) 
Abdullah Öcalan                               (PKK Turchia curdo)
questi sono alcuni nomi di persone comuni di varie zone del mondo e di organizzazzioni che come ho già scritto erano considerate terroristiche mentre il loro contributo per l’emancipazione e le lotte per i diritti umani è stato, è , e sarà sempre fondamentale .
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LINK UTILI :  Gladio B fonte 1

                             GladioB.fonte 2

Storify del collettivo Wuming:

 

Per non dimenti Carlo

 

per-non-dimentiCARLO

La ricostruzione, le immagini, i filmati e le controinchieste che smentiscono completamente le conclusioni di PM e GIP sui fatti di Piazza Alimonda

Il 5 maggio la gip Elena Daloiso ha deciso: archiviazione per Mario Placanica, il carabiniere accusato dell’omicidio di Carlo Giuliani. E non solo in nome della “legittima difesa”, come aveva chiesto il pm Silvio Franz: Daloiso va oltre e assolve Placanica in virtu’ dell’articolo 53 del codice penale, quello che prevede “l’uso legittimo delle armi”. Un precedente pericoloso: a sentire la Procura di Genova, un agente che ti spara addosso in fondo fa solo il suo dovere. Un precedente gia’ visto molte volte nel nostro paese, ma non per questo meno disgustoso.
La decisione del gip (giudice per le indagini preliminari) Daloiso significa che non ci sara’ un processo per i fatti di piazza Alimonda. I termini dell’assoluzione di Placanica sono agghiaccianti: Daloiso assume in toto i risultati delle perizie, “sulla correttezza delle cui metodologie non vi e’ in atto alcun elemento per dubitare”. Ma Daloiso ha mai fatto due ricerche sulla storia di questi periti?
La gip accoglie la tesi del calcinaccio assassino ed assume per provato che “Placanica ha sparato verso l’alto”. Ma e’ stato davvero il carabiniere di leva a sparare a Carlo Giuliani? Daloiso proscioglie anche Filippo Cavataio, che per due volte ha investito con il defender Carlo Giuliani: in fondo, scrive la gip, gli avrebbe inferto solo “lesioni lievi”. La prova? Un’autopsia che lo stesso pubblico ministero aveva definito “superficiale”.
E’ semplice e imbarazzante la verita’ su piazza Alimonda come la racconta la Procura di Genova: neanche un dubbio, a fronte di mille ombre e contraddizioni emerse dall’inchiesta.
E Placanica? “Sara’ un ottimo carabiniere”, si rallegra il suo avvocato; d’altronde, nonostante le menzogne e le reticenze di fronte al Parlamento e alla Procura, nessuno degli alti ufficiali coinvolti ha perso il posto. Anzi, sono stati cosi’ bravi a Genova che li mandano in Iraq.
L’archiviazione di Placanica non chiude solo l’inchiesta sull’omicidio Giuliani, ma cerca di cancellare le responsabilita’ di chi ha gestito l’ordine pubblico in piazza Alimonda  e dai palazzi del potere. Con il rischio molto concreto che questa sentenza diventi la pietra di paragone per gli altri procedimenti su Genova. Ma non sarà un atto giudiziario indecente a chiudere questo capitolo: Genova non si chiude qui e il lavoro di controinchiesta va avanti. Vogliamo la verita’ e non avremo pace fino a quel momento. Non avrete pace, senza giustizia.

Inchiesta di (((i))) indymedia italia che ricordiamo aveva allestito nella scuola Pascoli il media center che venne distrutto con sequestro di computer e hard disk, segui’ nell’edificio di fronte la mattanza della Diaz.

Parte 1)

Parte 2)

Parte 3)

DOMENICA 20 LUGLIO 2014 dalle ore 14.30 Piazza Alimonda

PER NON DIMENTICARLO

MUSICA E INTERVENTI DAL PALCO CON:

Luca Lanzi, Alessio Lega, Marco Rovelli con Jovica Jovic, Renato Franchi e l’Orchestrina del suonatore Jones, Malasuerte FI SUD, LRB Liberdade, Kaosforcause, Pierugo&Marika

Organizza: Comitato Piazza Carlo Giulianiwww.piazzacarlogiuliani.org

Sera: cena presso il Centro Sociale Pinelli, via Fossato Cicala
Prenotazioni: pernondimenticarlogenova@yahoo.it

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“Panebianco cuorenero”…

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Questa mattina alle 13.30 siamo tornati davanti alla porta dell’ufficio del barone Angelo Panebianco nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna per constatare l’ennesimo sperpero di denaro pubblico: i nostri soldi sono stati spesi nel ripulirla dalla vernice rossa generosamente versata in gennaio, quando la potente testa d’uovo del Corriere della Sera invocava una selezione razziale dei lavoratori migranti. Oggi abbiamo murato con cemento, malta e filo spinato quella porta dietro a cui si nasconde il ben pagato servitore dei signori della crisi e della guerra. È un muro che simboleggia quello costruito in Palestina e alle porte dell’Europa, i tanti muri che seminano morte per proteggere i ricchi dai poveri. Un muro che dice basta al razzismo e agli scienziati del massacro sociale.

L’ennesima occasione il barone nero l’ha offerta con il solito editoriale pubblicato domenica sul Corriere, in cui dà degli amichevoli consigli a Renzi, suo socio di affari nelle politiche neoliberali e di austerity: devi fare ancora uno sforzo per diventare un nuovo Blair o una nuova Thatcher, devi calpestare ancora di più diritti e qualità della vita, devi armarti e partire alla guerra. Da un lato, Renzi deve abbassare la pressione fiscale, ma per Panebianco significa una cosa sola: con ancora più decisione, togliere ai poveri per dare ai ricchi. Quello che il barone nero non dice, infatti, è che oggi la fiscalità è uno strumento di concentrazione di ricchezza e rendita nelle mani di pochi, di ulteriore prelievo forzoso dello scarno reddito dei settori sociali più duramente colpiti dalla crisi. Per noi le tasse che vanno combattute sono quelle che strangolano i ceti medi impoveriti, i lavoratori autonomi precarizzati, chi cerca di sfangarsi da vivere con una qualsiasi attività e non riesce ad arrivare alla fine del mese. Combattere le tasse per riappropriarsi del reddito, non per finanziare imprese, speculatori e grandi opere come vorrebbero Panebianco e soci.

Blitz Panebianco (foto Hobo)Dall’altro, il barone nero consiglia caldamente Renzi di affogare gli immigrati nel Mediterraneo, molto di più di quello che già con impegno l’attuale governo – al pari di quelli precedenti – sta facendo. Tutto ciò nel nome della nazione e della razza, ovvero della casta dei potenti. Contro il fantasma dei califfati che bussano alle porte dell’Europa, il barone nero invoca la guerra santa contro gli immigrati, semina islamofobia e predica una nuova crociata neoliberista. Scrive questo, non a caso, nei giorni in cui ancora una volta lo Stato di Israele – di cui il barone nero è notoriamente un acceso tifoso – sta portando avanti il genocidio della popolazione palestinese. Come tutti gli avvoltoi, i Panebianco si alimentano di cadaveri.

Per questo oggi portavamo sui nostri volti le kefiah, divenute simbolo della resistenza palestinese, bandiera della lotta contro l’oppressione. A “incendiare i territori europei” non sono le guerre più o meno sante, ma la povertà e il rifiuto di voler continuare a pagare i costi della crisi creata dai padroni di Panebianco. Quello di cui devono iniziare ad aver paura è l’intifada dei precari, dei disoccupati, dei lavoratori impoveriti. A “tracciare una linea di confine tra ‘noi’ e ‘loro’” ci abbiamo pensato noi: tra noi che paghiamo la crisi e loro che l’hanno creata.

Immaginiamo già il coro che da destra a sinistra si leverà, come in occasione del precedente escrache: grave attacco alla libertà di espressione. Ebbene sì, noi non riconosciamo libertà di espressione a chi ogni giorno calpesta e invita a cancellare – dalle ben remunerate cattedre dell’università e dalle pagine dei giornali dei potenti – la libertà di milioni di persone. L’unica libertà che riconosciamo ai baroni alla Panebianco è di tacere. L’impunità per loro è finita: l’invasione che tanto teme non arriva da improbabili califfati, ma è quella di student@ e precar@ che entrano dalla porta senza chiedere permesso e gli chiedono conto della sua prepotente arroganza.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni