Struggle Of Kurds

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ESCLUSIVO: Il fallimento etico – Perché mi sono dimesso dalla Nazioni Unite

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Anders Kompass in caso di fallimento delle Nazioni Unite di sostenere i suoi principi

Con Anders Kompass

Con il tempo ho riportato l’ abuso sessuale dei bambini da forze di pace in Repubblica Centrafricana nel 2014, avevo lavorato per le Nazioni Unite per quasi 20 anni.

Non esiste una gerarchia in orrore e la brutalità ho assistito durante questi due decenni – massacri, torture, uccisioni, lo spostamento delle popolazioni – ma un bambino di otto-anno-vecchio ragazzo che descrive in dettaglio gli abusi sessuali da parte delle forze di pace lo scopo di proteggere lui è la tipo di conto Vorrei che non avrei mai dovuto leggere.

Mi piacerebbe anche visto un sacco di disfunzione delle Nazioni Unite nel corso degli anni, ma non ero preparato per come l’organizzazione potrebbe far fronte a tali eventi, con il conseguente scandalo – e con me.

Il colera ad Haiti, la corruzione in Kosovo, omicidio in Ruanda, insabbiamento dei crimini di guerra nel Darfur: in troppe occasioni l’ONU non riesce a sostenere i principi e le norme stabilite nel suo statuto, regole e regolamenti. Purtroppo, ci sembra di essere testimoni sempre più personale delle Nazioni Unite meno preoccupati di rispettare le norme etiche del servizio civile internazionale, che con il fare tutto ciò che è più conveniente – o meno probabilità di causare problemi – per sé o per gli Stati membri.

Perché?

Principalmente, perché il costo per l’individuo di comportamento etico è percepita come troppo grande. Detto in altro modo, il beneficio per l’individuo di non comportarsi eticamente è percepito come superiore al costo di prendere una posizione etica.

 

La paura e un sentimento di inutilità

Il personale hanno paura. Questo timore si basa sull’esperienza diffusa. Molti membri dello staff sono stati vittime di ritorsioni o sono stati testimoni di ritorsione nei confronti di coloro che hanno preso posizioni etiche impopolari (inclusa la segnalazione su comportamenti non etici interni), sotto forma di sidelining, molestie, trasferimenti improvvisi, valutazioni poveri, e non rinnovo dei contratti . Essi sono convinti che il sistema non li protegge.

“Le Nazioni Unite tiene raramente impiegati per tenere conto di comportamenti non etici, in particolare quelli in posizioni di potere.”

Quello che è successo a me ha notevolmente rafforzato questa convinzione. Ho agito eticamente quando ho segnalato l’abuso sessuale infantile in CAR alle autorità di contrasto esterni. Li ho fornito i dettagli di cui avevano bisogno, nel bel mezzo di una guerra civile, per trovare e proteggere le vittime in fretta; fermare i colpevoli; e ottenere informazioni da investigatori delle Nazioni Unite. Eppure mi è stato chiesto di dimettersi, mi è stato sospeso dal mio lavoro dopo il mio rifiuto di farlo, e mi è stato pubblicamente messa alla berlina da alti funzionari delle Nazioni Unite e le loro portavoce nel corso di un periodo di mesi pur essendo indagato per impropriamente rivelare informazioni riservate.

Nonostante questo, più personale sarebbe affrontare questa paura se correre il rischio ha portato a gravi follow-up, comprese le indagini e la punizione. Ma, dall’alto verso il basso, la leadership delle Nazioni Unite non riesce a prendere posizioni di principio, in particolare quando ci potrebbe essere ramificazioni politiche. Un chiaro esempio recente è stata del segretario generale decisione di rimuovere Arabia Saudita da una lista di partiti che uccidono o mutilano i bambini a causa delle minacce di ritirare i finanziamenti.

“Sistema di responsabilità delle Nazioni Unite è rotto. E ‘semplicemente non funziona.”

Le Nazioni Unite tiene raramente impiegati per tenere conto di comportamenti non etici, in particolare quelli in posizioni di potere. Anche quando lo fa, una punizione significativa segue raramente. sistema di responsabilità delle Nazioni Unite è rotto. E ‘semplicemente non funziona.

L’ONU ha sostenuto il sistema interno di giustizia ha funzionato nel mio caso. Questo è assurdo. Sotto pressione sostenuta dagli Stati membri, il segretario generale è stato costretto a nominare un pannello esterno per indagare in modo indipendente il problema. Si è riscontrato che il capo del soggetto molto Nazioni Unite che dovrebbe, per mandato, hanno indagato sul caso abdicò l’indipendenza del corpo e abusato la sua autorità. Ma né lei né molti altri che hanno abusato della loro autorità a vari livelli, compresi ignorando i rapporti terribili di bambini abusi sessuali, sono stati puniti.

Il risultato inevitabile di casi come questo è che i membri dello staff che si trovano o che testimoniano questa impunità perdono la loro fiducia nel sistema – so che ho fatto.

Nel mio paese, la Svezia, i ministri uscire per le accuse di appropriazione indebita l’equivalente di $ 10 di denaro pubblico. Al contrario, alle Nazioni Unite, il personale ha trovato di aver nascosto l’abuso sessuale dei bambini, o di aver mostrato un comportamento discutibile, non si sentono la necessità di dimettersi; né l’organizzazione cerca il loro licenziamento.

A peggiorare le cose, quelli che prendono una posizione etica, ma impopolare, anche segnalato la cattiva condotta degli altri, hanno imparato che il dolore della divulgazione e ritorsioni supera di gran lunga qualsiasi vantaggio: il sistema è ingombrante, il processo si protrae, cambiamenti strutturali per affrontare i problemi evidenziati non necessariamente derivarne e la compensazione è spesso minima.

“Gli standard etici all’interno dell’ONU non migliorerà fino a quando i responsabili … sono personalmente fatto soffrire per le loro azioni.”

Dopo mesi di attesa angosciosa, sono stato esonerato da entrambe le entità esterne e interne che hanno indagato il mio caso. Ciò significa che essendo stato ritratto come colpevole dalle Nazioni Unite – oltre quello che sembrava un lungo periodo di tempo – e poi essendo stato riconosciuto come innocente, c’era una ragionevole aspettativa che i principi di giustizia che l’organizzazione predica per gli Stati membri avrebbero stato applicato. Tuttavia, per quanto ne so e fino a questa data, l’ONU non ha né preso alcuna iniziativa per affrontare le questioni sistemiche di responsabilità interna sollevata dal comportamento dei funzionari delle Nazioni Unite verso di me, e non ha avviato alcun processo di riparazione per le ” conseguenze molto reali negativi ” subito da me e la mia famiglia e riconosciuto dal pannello esterno.

Avrei potuto applicata alla controversia delle Nazioni Unite Tribunale di riparazione, ma, se concessa, questo avrebbe consisteva quasi esclusivamente di compensazione monetaria, con i soldi provenienti dal bilancio dell’ONU – generosamente fornito dai contribuenti di tutto il mondo – piuttosto che dalla stipendio di coloro che effettivamente commesso reati.

standard etici all’interno dell’ONU non migliorerà fino a quando i responsabili di cattiva condotta, piuttosto che l’organizzazione, sono personalmente fatto soffrire per le loro azioni.

Quindi, se passa attraverso il sistema delle Nazioni Unite è inefficace o addirittura dannoso per se stessi, cosa personale che si sentono fortemente circa le questioni etiche non indirizzati fanno? Beh … loro perdite.

Perdite come ultima risorsa

Perdite costringono le Nazioni Unite ad agire su temi eticamente interessanti che sono volutamente ignorati o nascosti da coloro internamente responsabili. Un leaker utilizza la leva di opinione pubblica. Ciò significa che il personale delle Nazioni Unite affidano la difesa dell’etica al pubblico esterno, piuttosto che ai manager all’interno dell’organizzazione.

Questo è quanto è fatto male.

Aveva un certo numero di membri del personale indignati non trapelare informazioni sul mio caso alle ONG e alla stampa, che probabilmente sarebbe stato licenziato nel 2015 o dimesso per disperazione e l’umiliazione, con la mia – e della mia famiglia – forza morale minato. Se non fosse per quelle organizzazioni, organi di stampa, e gli individui sconosciuti, la verità sarebbe stato sepolto all’interno delle Nazioni Unite. Sono enormemente grato a tutti loro – ma altrettanto triste che il loro intervento era necessario.

“Se non posso essere utile e continuare a lottare per quello che ho sempre creduto, allora è il mio tempo di andare.”

violazioni dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo, la corruzione e lo sfruttamento in Bosnia-Erzegovina, gli abusi in corso da forze di pace in una serie di missioni di pace – Il mondo sa solo di loro, perché qualcuno ha rotto il silenzio e trapelato. Questo sta rapidamente diventando una risposta sistemica al fallimento etico delle Nazioni Unite.

Eppure l’organizzazione reagisce a questi scandali punendo coloro che cercano di tenere una posizione etica, nascondendo la verità, per quanto possibile, e cercando di rafforzare il suo controllo sulle informazioni. Invece di creare una cultura che accoglie whistleblowing come un’opportunità per rafforzare i valori e gli standard organizzativi, l’ONU promuove un clima di paura e emargina gli individui visti come non toeing la linea.

Anche dopo tutta la polvere si erano stabiliti sul mio caso, mi ha mai fatto sentire che mi è stato pienamente accettato di nuovo a bordo come membro dello staff di valore. In effetti, è diventato impossibile per me contribuire significativamente più a lungo. E, se non posso essere utile e continuare a lottare per quello che ho sempre creduto, allora è il mio tempo di andare.

Ecco perché, dopo 21 anni di servizio, mi sono dimesso dalla Nazioni Unite.

Credo ancora nella difesa dei diritti umani. Continuo a credere che un’organizzazione universale è necessaria per migliorare le possibilità di pace e di progresso mondiale. Ma credo anche che, senza grandi cambiamenti volti a resuscitare un comportamento etico all’interno delle Nazioni Unite, l’organizzazione non sarà in grado di affrontare con successo le sfide di oggi e di domani.

E, su quest’ultimo punto, la mia esperienza è purtroppo mi ha lasciato scettico.

Fonte : http://www.irinnews.org/opinion/2016/06/17/exclusive-ethical-failure-%E2%80%93-why-i-resigned-un

TTIP altro che Schengen

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Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano

 

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta . Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire

Video del Movimento cinque stelle

https://www.facebook.com/LauraFerraraM5S/videos/1056460797732913/

 

La poesia Dedicato alle donne curde

 

                           Buon 8 Marzo

 

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La poesia

Abdulla Goran (Poeta curdo 1904 -1962)
Dedicato alle donne curde
Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà,
come l’uragano,
tutte le porte.
Io vado… madre…
Se non torno,
la mia anima sarà parola…
per tutti i poeti.
Le donne curde combattono eroicamente per impedire che Kobane finisca definitivamente nelle mani dei terroristi islamici dell’Isis. Mentre la vicina Turchia li tradisce e il mondo intero volta le spalle, i curdi ci danno una storica lezione di eroismo vero.

FREE PALESTINE !!!

Nulla da aggiungere…

#PALESTINALIBERA  #FREEPALESTINE #ԱԶԱՏ PALESTINE #FREE ПАЛЕСТИНА #PALESTINA LLIURE

#בחינם פלסטין  #ILMAINEN PALESTIINAN #PALESTINE LIBRE #უფასო PALESTINE #ελεύθερη Παλαιστίνη

#VRIJ PALESTINA #DARMOWE PALESTINE #GRATUIT PALESTINA #бЕСПЛАТНО ПАЛЕСТИНА

#ФРЕЕ ПАЛЕСТИНЕ #PALESTINA LIBRE #FRIA PALESTINA #FREIES PALÄSTINA  #ÜCRETSİZ FİLİSTİN

#БЕЗКОШТОВНО ПАЛЕСТИНА  #

Marwan Barghouti

 

 

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ROJAVA : SYRIA’S SECRET REVOLUTION

Is the Middle East’s newest country a territory called “Rojava”? Out of the chaos of Syria’s civil war, mainly Kurdish leftists have forged an egalitarian, multi-ethnic mini-state run on communal lines. But with ISIS Jihadists attacking them at every opportunity — especially around the beleaguered city of Kobane, how long can this idealistic social experiment last? From the frontlines to the refugee camps, Our World has gained exclusive access to Rojava, and a revealing snapshot of Syria’s secret revolution.

Stefano Cucchi: tutti assolti

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L’odissea kafkiana di Stefano Cucchi e un’indagine patchwork

Capire la vicenda kafkiana occorsa a Stefano Cucchi, morto un anno fa nel reparto protetto dell’ospedale Pertini, dopo un arresto per droga, non è impresa facile. Troppi i protagonisti di questa storia: ben tre istituzioni pubbliche come l’Arma dei carabinieri, l’amministrazione penitenziaria e il sistema sanitario. Però, tra chi ha avuto a che vedere con Cucchi in quei giorni, a diverso titolo, fa salire il numero a ben oltre i tredici indagati dalla procura di Roma. La sua “odissea”, al contrario di tragedie analoghe come quella di Federico Aldrovandi, ad esempio, non si è esaurita in un unico episodio e cioè, fermo-botte-decesso. Cucchi è stato custodito per poco più di sei giorni dalle mani dello Stato, passando per fasi diverse, in un crescendo di tragedia che l’indagine della procura di Roma, nelle persone dei pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy, ha spiegato in questo modo: Stefano è stato picchiato da tre agenti penitenziari nelle celle del Tribunale in attesa del processo. Poi, all’ospedale Pertini è stato “abbandonato” dai medici che non hanno fatto il necessario per salvarlo quando ormai era evidente che fosse in pericolo di vita. Tutta la vicenda, però, è costellata da uno straordinario numero di errori, casualità, coincidenze su cui un giallista, portato a mettere in relazione i fatti e cercando di ricostruire un quadro accettabile almeno da un punto di vista logico, avrebbe trovato materiale interessante di riflessione. Ci aiuteremo con un elenco di fatti emersi dalle carte dell’indagine, certamente incompleto ma sufficiente a fare emergere alcune domande.

-Al momento dell’arresto, il verbale dei carabinieri riporta erroneamente che Cucchi era senza fissa dimora e che non aveva un avvocato di fiducia. Eppure, nell’apposita casella il nome del legale di famiglia viene scritto con esattezza. Questo vuol dire che qualcuno, ai militari, doveva pur averlo detto. Inoltre, che fosse senza fissa dimora risultava anche nelle carte dell’udienza preliminare, ragion per cui al giovane, che era poco più che un incensurato e a cui erano stati trovati addosso pochi grammi di hashish, furono negati gli arresti domiciliari. Contro di lui c’era anche l’accusa di spaccio firmata in caserma da un suo amico che poi, davanti al pm, disse di essere stato costretto dai carabinieri a firmare quell’accusa.

-Stefano Cucchi, dopo l’arresto e dopo la perquisizione notturna nella casa dei genitori (pur essendo, nelle carte, senza fissa dimora) viene riportato in caserma in via del Calice intorno alle 2, come affermato dal maggiore Unali, responsabile della Compagnia Casilina. Nelle celle della caserma di via degli Armenti, dove passerà il resto della notte, giungerà alle 4: un tempo decisamente lungo per trovare il luogo di pernottamento (le celle di via del Calice erano inagibili), visto che in quelle ore i carabinieri non erano impegnati in altra attività perché Stefano era l’unico presente in caserma, oltre ai militari.

-Nella notte, in via degli Armenti, si sente male intorno alle 5. Viene chiamato il 118 ma lui non si fa visitare. Nella penombra della cella, però, l’infermiere Ponzo dichiara di aver intravisto “un’ecchimosi alla regione zigomatica destra”, non molto diversa da quella visibile ore dopo nella foto fatta alla matricola del carcere di Regina Coeli.

-Al momento dell’accompagnamento alle celle della caserma di via degli Armenti, il carabiniere Gianluca Colicchio nota alcuni arrossamenti sul viso di Stefano e, interrogato successivamente dai pm, raccontò che al momento dell’ispezione Stefano mostrò la sua cinta rotta. “Che mi devo togliere la cinta che m’hanno rotto?”, chiese al carabiniere. Il militare disse di non aver chiesto al ragazzo il motivo della rottura di quella cinta dei pantaloni.

-La mattina dopo Cucchi doveva essere trasferito in tribunale. Il carabiniere Francesco Di Sano della caserma di via degli Armenti dichiarava ai giudici che Cucchi lamentava dolori al costato e di non poter camminare, tanto che Di Sano lo aiutò a salire le scale (le celle si trovano in fondo ad una scalinata ripida). Perché non poteva salire le scale da solo? Cucchi aveva da poco compiuto 31 anni, era giovane e, nonostante la magrezza e l’uso di stupefacenti, frequentava una palestra dove si era recato proprio poche ore prima dell’arresto come, secondo la sua famiglia, sarebbe attestato da un badge con orario di entrata.

-Il carabiniere Pietro Schirone, che la mattina successiva, con un collega, aveva l’incarico di portare Cucchi all’udienza in tribunale, quando vide il ragazzo notò due ematomi evidenti intorno agli occhi, gli stessi che erano visibili al momento della foto segnalazione in carcere. Circostanza che il militare confermò ai pm. Schirone, giunto con Cucchi in tribunale, incontrò casualmente i suoi colleghi della caserma Appia (quelli che avevano arrestato poche ore prima Stefano) e chiese loro se si fossero resi conto delle condizioni del ragazzo.

-I militari della caserma Appia avevano appena accompagnato due giovani albanesi fermati il giorno prima che raccontarono agli inquirenti di aver parlato con Stefano nei pochi attimi prima del trasferimento nei sotterranei del tribunale. “Chi ti ha picchiato?”, gli chiesero dopo aver visto la sua difficoltà a reggersi in piedi. “I carabinieri ma non quelli che mi hanno portato qui”, rispose Stefano, specificando. Una testimonianza che però non venne considerata valida per l’indagine. Eppure la convergenza di diverse testimonianze, peraltro specifica come quella dei due albanesi, avrebbe meritato un approfondimento.

-Il momento delle eventuali percosse subite da Cucchi viene fatto risalire dalla perizia dei consulenti nominati dalla famiglia tra le 13 e le 14,05 del 16 ottobre. Quindi in tribunale (presumibilmente sotto le celle), subito dopo la sua permanenza in aula. Eppure, il padre di Stefano lo vide in udienza, intorno alle 12, lo abbracciò da vicino e notò un gonfiore anomalo sul volto. Alle 14 circa un medico lo visitò e certificò i segni sul viso e le difficoltà di deambulazione. Ma lui, invece, ha due vertebre rotte, L3 e quarta coccigea come riferito poi dall’ospedale Fatebenefratelli. Un detenuto del Gambia (unico testimone d’accusa), vicino di cella di Stefano al tribunale, dice al pm di aver sentito i rumori del pestaggio nei sotterranei di piazzale Clodio. Cucchi, però, potrebbe essere stato picchiato in due momenti differenti e i colpi ricevuti sul viso non necessariamente potrebbero essere contemporanei a quelli subiti alla schiena, ben più gravi per i quali occorse poi il ricovero d’urgenza.

-Il percorso kafkiano della vicenda di Stefano Cucchi si è incontrato col destino del dottor Rolando Degli Angioli, medico del Regina Coeli che visitò il ragazzo al momento del suo ingresso. Accortosi della gravità della situazione, dispose il ricovero per accertamenti alle 16, 45. Il ragazzo venne portato al Fatebenefratelli, vicino alcune centinaia di metri, circa tre ore dopo. Il medico si arrabbiò per quel ritardo. Pochi mesi dopo, al ritorno da un’aspettativa di lavoro, il dottor Degli Angioli non venne reintegrato. La commissione parlamentare presieduta dal senatore Ignazio Marino, che indagò sul caso Cucchi, dopo aver ascoltato il medico concluse che “era stato mobbizzato”. Lui inviò due lettere di raccomandata ricevuta ritorno per essere riammesso al lavoro. Non ebbe risposta. La versione della dirigenza sanitaria del carcere fu, invece, che dal termine dell’aspettativa, il 7 marzo 2010, il medico non si fece più sentire. La direzione sanitaria sottolineò di essere rammaricata del fatto perché il dottor Degli Angioli lavorava da sei anni nel carcere e si era fatto sempre apprezzare per aver risolto casi sanitari anche complicati. Il medico ha aperto una vertenza di lavoro con l’amministrazione del penitenziario.

-Il capitolo dell’ospedale Pertini è l’ultimo e i medici e gli infermieri, se le accuse della procura saranno confermate, non hanno scampo: Stefano Cucchi è stato abbandonato a sé stesso, le cure sono state inadeguate, fu sottovalutata la gravità della sua condizione clinica. Le loro responsabilità sono molteplici e iniziano quando il medico di turno, la dottoressa Rosa Caponnetti, secondo l’accusa, chiese un’autorizzazione specifica all’amministrazione penitenziaria per ricoverare Cucchi. In carcere le sue condizioni si erano aggravate e l’amministrazione del Regina Coeli aveva scelto quel reparto del Pertini, poco adatto per un paziente affetto da acuzie (anche i consulenti della procura stessa, nella loro relazione, presentarono forti critiche a questa scelta perché quel reparto era inidoneo e non attrezzato per le condizioni di Stefano). Al dirigente dell’amministrazione penitenziaria, Claudio Marchiandi, anch’egli indagato, venne fatto firmare un documento palesemente falso in cui Stefano Cucchi veniva descritto in condizione generali “toniche e trofiche”, discretamente alimentato e senza le gravi patologie di cui soffriva (e che in precedenza erano state già certificate dal Fatebenefratelli). Marchiandi, fuori dell’orario d’ufficio (era sabato e pare che il dirigente si trovasse fuori Roma con i familiari) arrivò di corsa al Pertini e firmò (“un procedimento assolutamente fuori dall’ordinario – dirà una delle infermiere ascoltate in procura – in tanti anni di lavoro qui non avevo mai vista tanta urgenza”). I sanitari del Pertini che hanno ricevuto la richiesta di rinvio a giudizio sono nove. Ora, il dubbio è questo: si tratta di persone incensurate, madri e padri di famiglia ed è presumibile credere che fino ad allora fossero sempre stati cittadini rispettosi della legge. Che tutti insieme e contemporaneamente e nello stesso luogo abbiano deciso improvvisamente di delinquere senza pensare alle conseguenze, risulta veramente difficile da credere. Eppure è accaduto. Quel comportamento che si può definire, con un termine benevolo, “sciatteria professionale”, non può avere colpito come una sindrome nove professionisti che fino ad allora avevano lavorato, con tutta probabilità, in maniera regolare. A meno che non ci sia stata una direttiva. Un ordine da qualcosa o da qualcuno allo scopo di segregare lontano da occhi indiscreti Stefano le cui condizioni, piano piano, si stavano aggravando. Così si spiegherebbe la difficoltà di Stefano di vedere il suo avvocato, per cui faceva il diavolo a quattro, un diritto continuamente negato, rifiutando parte del cibo e delle cure, complicandosi così da solo una già complicata situazione clinica. Per non parlare della perizia disposta dalla procura ed effettuata dal professor Arbarello, che non mette in relazione i traumi subiti da Stefano e l’insorgenza di patologie come la bradicardia, una delle concause di morte. Una perizia, però, che non dà spiegazioni sui motivi che scatenarono il mortale scompenso metabolico di Stefano. Perché in sei giorni Stefano soffrì di questo insieme di patologie. Se non c’è un fattore scatenante (il pestaggio subito poche ore prima), allora la bradicardia, la cachessia, i problemi idroelettrolitici riscontrati dall’autopsia potevano colpirlo in qualsiasi momento. Anche in casa, per esempio. La perizia di parte civile, invece, individuò invece in una scheggia della vertebra L3 che pigiò in quei sei giorni sul sacco durale del midollo spinale del ragazzo, la causa della sua innaturale postura, della sua sofferenza e della sua morte. Ma quest’ipotesi non fu accolta dagli investigatori. Potremmo finire qui. Si potrebbero aggiungere altre “stranezze” come l’impossibilità per i periti di parte civile di fotografare, subito dopo la morte, il corpo martoriato di Stefano, ridotto ad una specie di alieno, e che soltanto il gesto caritatevole di qualcuno che quelle foto fece di “straforo” rese possibile quella terribile visione a tutti. Perché anche questo? Nessuna delle riflessioni fatte può rappresentare una prova di colpevolezza o assoluzione per nessuno ma i tasselli dell’indagine rischiano di disegnare un effetto patchwork se non si mettono in relazione i fatti accaduti e i motivi con un esercizio di logica. Alle tante domande di questa vicenda kafkiana, infatti, sembra mancare la parola “perché”.

 

Di Politica, razzismo, storie vere …

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Di: Gb☭☆
                                    
 In questo paese dove sfortunatamente il microfono è sempre in mano alle teste di cazzo si susseguono inarrestabili parole che ripetere sarebbe assolutamente oltraggioso. E allora capita di ascoltare i fascio-leghisti riversare puro odio e razzismo sull’ “immigrato di turno”. Ma voi, merde d’uomini, pensate veramente di non dovere nulla a queste popolazioni?
Vi tenete stretto il vostro benessere come se fosse tutto merito vostro. Lo pensate davvero? Eppure noi abbiamo sfruttato per anni il terzo mondo, siamo arrivati li e  li  abbiamo messi a lavorare sulle loro terre per estrarre quello che ci piaceva di più, li abbiamo sottopagati e poi ci siamo portati via i frutti. Diamanti, petrolio, oro terre e donne.
Tutto per soddisfare la nostra sfacciata mania di possesso e di ricchezza. Dove siamo passati abbiamo lasciato aridità, fame, miseria e qualche  tonnellata di scorie malsane . 
Gli USA hanno deportato milioni di autoctoni su navi, che non avevano nulla da invidiare ai treni della deportazione nazisti, per portarli a lavorare nei campi di cotone. Sempre la stessa illuminata democrazia occidentale mandava spie ad uccidere i capi di una delle due fazioni in lotta facendo ricadere la colpa sull’altra fazione in modo da scatenare l’ennesima guerra civile ad appannaggio delle malefiche industrie belliche tanto americane quanto europee. Nonostante tutti questi crimini non siamo ancora appagati ed ancora la “grande industria petrolifera” di casa nostra devasta la zona del delta del Niger con il petrolio, inquinando il fiume e rendendo impossibile la pesca agli abitanti. Ancora gli americani sganciano bombe chiamate “libertà” su paesi il cui unico crimine è possedere petrolio, distruggono tutto e tutti con le bombe intelligenti e poi appaltano la ricostruzione a ditte del loro paese. Proviamo per sfizio a fare un conto di tutti i soldi che dobbiamo al terzo mondo e restituiamoli, scommettiamo che il flusso migratorio avrà un’improvvisa inversione?
Quando vi comprate un diamante guardate dentro a tutte le sue cazzo di facce e ci vedrete uno dei tanti disgraziati annegati nel canale di Sicilia. Smettetela di credere che il solo fatto di essere fuori di prigione basti a considerarvi innocenti e quando guardate i vostri figli provate a vederveli  scomparire sotto gli occhi…perché se foste nati “nell’altra parte” quei vostri ragazzi obesi con l’iphone  non sarebbero probabilmente arrivati a vent’anni e quindi voi forse non sareste vissuti abbastanza per concepirli….alla faccia di altre centinaia di migliaia di bambini che crepano ogni anno e delle quali morti, soprattutto voi razzisti di merda, vi rendete complici compiacenti. Quando vi si mette davanti all’ oggettiva realtà e non avete argomenti per il contradditorio affidate la vostra falsa pietas all’ immaginetta strappa lacrime o alla donazione onlus. Al massimo  incolpate i vostri governi….Dimenticando che li scegliete voi, i vostri rappresentanti, quelli che danno voce ai concetti che anche VOI esprimete e di cui siete portatori sani. Quindi, razzisti dei miei coglioni, spero che gli immigrati che tanto odiate vi restituiscano almeno in parte ciò che avete direttamente od indirettamente, fatto passare  loro…..anche se so che sono troppo occupati a salvarsi la pelle per badare a delle merde come voi e non lo faranno.
 
“In qualsiasi modo si svolga la storia degli uomini, sono gli uomini che la fanno, perseguendo ognuno i suoi propri fini consapevolmente voluti, e sono precisamente i risultati di queste numerose volontà operanti in diverse direzioni, i risultati delle loro svariati ripercussioni sul mondo esteriore, che costituiscono la storia.”

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 Morale della favola.

L’attacco continuo alle  condizioni di vita e di quel poco “lavoro” che rimane, i tagli alla sanità, alla scuola, il restringimento dei diritti, non solo ci fa tornare indietro di cento anni, ma sta trasformando la società in una grande caserma. Uffici e fabbriche (Fiat in testa), in campi di concentramento in cui l’unica legge applicata è quella del padrone, senza alcuna mediazione e non per nulla si è persino discusso (udite, udite) di impiegare sistemi di sorveglianza per controllare i lavoratori.

 Per secoli la cultura dominante ha insegnato alle classi sottomesse la rassegnazione, a inchinarsi e accettare le sofferenze con cristiana o altra religiosa pazienza, come se il potere dei potenti di turno fosse frutto di una volontà divina e non degli uomini di una determinata classe sociale che difende i suoi interessi. Ora ai nostri giorni, tenta di plagiarla (ed in parte ci riesce benissimo) con l’ informazione pilotata dai media mainstream di regime. Allo stesso tempo, per naturale osmosi,  si è cercato in tutti i modi di soffocare qualsiasi moto di ribellione attentasse all’ incolumità della sacre istituzioni. Le sacre istituzioni come  il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il WTO, la BCE che tutelano e difendono gli interessi della borghesia; “borghesia”, una vecchia parola ormai in disuso degli anni ’70, che rappresenta una delle classi sociali nelle quali viene tipicamente suddivisa la società capitalista e riguarda colui o coloro  che possiedono i capitali. Il pensiero predominante in chi li possiede è quello di arrogarsi diritti su tutto e su tutti e di dare continuità intrinseca a questi diritti trasformandoli in leggi creando, di fatto, una democrazia delegata e questo al di là dalle forme di governo e degli schieramenti politici. La crisi della democrazia italiana ha raggiunto gli aspetti di una farsa, di una commedia che sarebbe esilarante se non fossero in gioco i destini di milioni di cittadini e lavoratori, ai quali le forze politiche di governo non riescono e non possono offrire soluzioni per il miglioramento delle loro condizioni di vita sempre più precarie. La dirigenza del Partito Democratico, nonostante la confusione imperante al suo interno, sembra essere entrata sempre più nell’orbita di quei poteri capitalistici italiani ed internazionali che vorrebbero modificare la Costituzione antifascista nel nome della governabilità e degli interessi delle grandi imprese e delle banche ed anche se il sig.Renzi cerca di incantare il vas
to pubblico con i giochi di prestigio, la realtà ed il suo prospettarsi sul futuro non sembra godere delle stesse illusioni. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile oltre il 12%, mentre quello giovanile raggiunge il 40%; continua ad essere elevato il numero di ore di cassa integrazione; la povertà relativa supera il 12%, quella assoluta quasi il 7%; le imprese continuano a chiudere ad un ritmo impressionante; i contratti del pubblico impiego sono ancora bloccati.
 
I partiti e i movimenti della pseudosinistra, a fronte di questi dati, elaborano le più disparate teorie come, ad esempio, quelle di discutere  vari progetti di trasformazione della società cercando nuovi modelli di sviluppo piu equo fondato sulla lotta ai privilegi. Oppure, altri ancora, facendo in modo di attribuire allo Stato un ruolo di direzione economica ancorato a due fondamentali criteri: quello di favorire uno sviluppo produttivo fondato sul soddisfacimento dei bisogni reali dei cittadini e sulla sostenibilità ambientale; quello della promozione di uno sviluppo tecnologico che garantisca al tempo stesso la piena occupazione e il miglioramento generale degli stili di vita.
 
Questo potrebbe  benissimo avvenire attraverso il parlamento e con il partito borghese che meglio sappia rappresentarlo…. Ma in quest’epoca  non possono esistere partiti comunisti che esercitano praticamente gli interessi del proletariato e al tempo stesso praticano la lotta parlamentare ….sarebbe  corruzione economica e culturale, complotto simil-mafioso. La crisi, la disoccupazione, lo sfruttamento non si risolvono né con le riforme istituzionali e costituzionali, né con le lotte sindacali, pure importanti. Il capitalismo, per noi Comunisti, va abbattuto, fatevene una ragione!
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Whi not ? Travaglio al Parlamento Europeo

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Mastella sta in Parlamento da trentun’anni, è stato testimone di nozze, nel 2000, del braccio destro di Bernardo Provenzano, Francesco Campanella, l’uomo che fornì a Provenzano i documenti falsi per andare in Francia a operarsi di prostata. Campanella era il segretario dei giovani dell’Udeur.

All’epoca, l’attuale ministro della giustizia gli fece da testimone di nozze insieme all’attuale governatore di Sicilia Salvatore
Cuffaro: il mafioso si sposa e alla sua destra c’è il futuro ministro della Giustizia mentre alla sua sinistra il futuro governatore della Sicilia.
Con questo pedigree è diventato ministro della giustizia; ha una famiglia numerosa in parte a carico dei contribuenti, come ha dimostrato recentemente l’Espresso in un’inchiesta che non ha avuto smentite, non ha sortito alcun risultato né in Parlamento né al governo. Spulciando nei bilanci del giornale ufficiale del partito del ministro Mastella, «Il Campanile», si è scoperto che questo – finanziato dallo Stato italiano con circa un milione e trecentomila euro all’anno vendendo, comprensibil- mente, poche centinaia di copie – si occupa di pagare Mastella nel 2005 con quarantamila euro per compensi giornalistici e di stornare quattor-
dicimila euro per i panettoni e i torroncini che la famiglia Mastella invia come regali di Natale a spese degli italiani.
Ci sono poi dodicimila euro per lo studio legale del figlio del ministro, trentaseimila per le polizze di assicurazione dello stesso figlio. Potete controllare, è tutto documentato su «L’Espresso» di due settimane fa a firmadi un giornalista molto bravo: Marco Lillo. Viaggi aerei della famiglia e, dulcis in fundo, duemila euro al mese al benzinaio di Ceppaloni, paese della provincia di Benevento, dove il figlio del ministro fa il pieno al suo Porsche Cayenne che consuma parecchio.

A un certo punto i destini del ministro Mastella e del Dott. De Magistris si incrociano perché in una delle tre importanti inchieste che conduce il magistrato […] si aggirano alcuni personaggi che hanno ottimi rapporti con gran parte della politica nazionale italiana, tra i quali anche il ministro Mastella.
La legge sull’ordinamento giudiziario approvata lo scorso anno dal Parlamento italiano, ereditata dal governo Berlusconi, ministro Castelli,e lasciata pressoché intatta dal governo Prodi, ministro Mastella, concede al ministro della Giustizia un potere che prima gli era negato: quello di chiedere al Consiglio superiore della Magistratura il trasferimento urgente in via cautelare dei magistrati anche a prescindere dall’accertamento di loro eventuali responsabilità disciplinari.
La scansione temporale di questa inchiesta è la seguente: nel marzo di quest’anno il procuratore capo di Catanzaro toglie a De Magistris la prima delle sue inchieste, Poseidone, riguardante i depuratori mai fatti.
Ha un discreto conflitto di interessi su questa decisione perché il principale indagato dell’inchiesta Poseidone è un deputato di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, socio di studio del figlio della convivente del procuratore Lombardi. Questo accade a marzo.
Nel mese di luglio, nell’altra inchiesta, Why not, viene iscritto nel registro degli indagati il nome di Romano Prodi a proposito di alcuni telefonini in uso ad alcuni suoi collaboratori, in parte indagati: per andare a vedere chi usa quei telefonini la Procura prende questa decisione.
Prodi si comporta correttamente: evita di attaccare la magistratura, cosa che in Italia non accade mai, e dice di essere sereno e di attendere con tranquillità le decisioni dei magistrati.
Passa l’estate. […] Quando ormai tutti sanno che gli investigatori si stanno occupando attivamente del ruolo avuto da Mastella e delle sue telefonate intercettate con due dei principali indagati cioè uno dei principali capi della Compagnia delle Opere – il ramo finanziario di Comunione e Liberazione, organizzazione cattolica molto potente – e un vecchio arnese della Loggia P2, già condannato per la maxitangente Enimont Pisignani, il ministro Mastella chiede al Consiglio superiore della Ma-
gistratura il trasferimento urgente in via cautelare di De Magistris. […]
Il Csm non ritiene che ci siano questi requisiti di urgenza, tant’è che rinvia la decisione a dicembre. Mastella, sempre più preoccupato per queste indagini, corrobora la richiesta di trasferimento con nuove carte arrivate dagli ispettori del suo ministero che da tre anni stazionano quasi in permanenza alla Procura di Catanzaro per occuparsi del Pubblico Ministero De Magistris.

Arrivano al Csm anche carte che contestano l’operato di De Magistris proprio sull’indagine che riguarda Mastella. Mastella, nel frattempo, è andato in Parlamento a dire che non ha chiesto il trasferimento di De Magistris per l’indagine che lo riguarda ma per un’altra: mente spudoratamente perché quando arrivano le carte degli ispettori, si capisce che riguardano anche l’indagine nella quale si parla di Mastella.
[…] De Magistris iscrive Mastella nel registro degli indagati per truffa all’Europa, truffa allo Stato italiani, finanziamento illecito e abuso.
Due giorni dopo, la notizia che è segretissima viene pubblicata da un quotidiano italiano il cui ex vice direttore è molto legato ai servizi segreti, tant’è che prendeva soldi dal servizio segreto militare.
Sul quotidiano «Libero» c’è questa fuga di notizie che lo stesso giorno provoca un effetto devastante: il procuratore generale di Catanzaro, Dott. Dolcino Favi, decide, avendo saputo che De Magistris ha iscritto Mastella sul registro degli indagati di togliergli l’inchiesta con il meccanismo della avocazione.
Il motivo è che visto che Mastella ha chiesto il trasferimento di De Magistris, allora questo ce l’ha con Mastella quindi non può più indagaresu di lui. […]
La stessa argomentazione, al contrario, viene utilizzata per avocarel’indagine […].[A De Magistris, ndr] portano via il fascicolo dalla cassaforte mentre è assente, mandano la posizione stralciata di Mastella al Tribunale dei ministri di Roma – è notizia di oggi [13 novembre 2007, ndr] che lo stesso Tribunale ha dichiarato di non essere competente rimandando le carte a Catanzaro – e a questo punto Mastella dichiara che De Magistris ha deciso di indagare su di lui apposta, per farsi togliere l’inchiesta e fare
il martire.
Questo è sempre il ministro della Giustizia italiano nell’esercizio delle sue funzioni; sembra incredibile a chi non è italiano ma noi abbiamo un ministro della Giustizia così.
Nel frattempo, al consulente tecnico che ha scoperto i rapporti telefonici tra i vari indagati, compreso Mastella, viene revocato l’incarico dal procuratore generale Dolcino Favi il quale, in realtà, è semplicemente un reggente: sta sostituendo un altro che è andato via in attesa che il Consiglio superiore della Magistratura ne nomini un altro. Cosa che accade, ma il reggente, che a questo punto è un autoreggente, continua imperterrito a prendere decisioni che, forse, sarebbe meglio lasciare al titolare in arrivo.
Per completare l’opera, l’Arma dei carabinieri caccia il Capitano Zaccheo che stava conducendo una delle indagini più importanti, l’unica rimasta nelle mani di De Magistris ovvero l’indagine Toghe Lucane.
L’imbarazzo del governo è enorme, perché cercare di cacciare l’unico magistrato che indaga sul capo del governo e sul ministro della Giustizia è una cosa che anche i più tonti capiscono essere ben peggio di quello che aveva cercato di fare, non riuscendoci, il governo Berlusconi.
L’ultimo atto di questa gravissima pantomima è la decisione della Cassazione sul ricorso presentato da De Magistris contro l’avocazione dell’indagine Why not: la Cassazione risponde che non è ammissibile esaminare questo ricorso perché non lo deve presentare il Pubblico Ministero che si è visto scippare l’indagine ma il procuratore capo che gli ha sottratto l’altra e firmato l’avocazione di questa. […]
Vi ho detto che il Tribunale dei ministri ha riconosciuto che il procuratore autoreggente Favi non doveva mandare l’indagine a Roma perché non se ne fanno nulla. Vi leggo per concludere quello che scrive un magistrato di Palermo che fotografa così la situazione dei rapporti tra giustizia e politica, anno domini 2007 regnante il centrosinistra:
«Il ministro, utilizzando questo nuovo potere di chiedere il trasferimento dei magistrati, ha contribuito a creare quel processo a tappe di spoliazione delle inchieste il cui titolare era De Magistris. Utilizzando il grimaldello della legge, la questione De Magistris è diventata una vicenda pilota che mostra i guasti della riforma Mastella. Anche il potere di avocazione, che c’è sempre stato, oggi diventa uno strumento di normalizzazione della magistratura.

Ai tempi del governo Berlusconi,dell’attacco all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, nessuno si era azzardato ad usare lo strumento dell’avocazione di determinate inchieste. Oggi si sta creando nella magistratura un processo progressivo di omologazione, uno degli obiettivi si quali ha puntato la politica. C’è una trasversale insofferenza nei confronti dell’azione di controllo di legalità svolta dai magistrati che rispettano la Costituzione e applicano la legge uguale per tutti».

Antonio Ingroia, procuratore Antimafia a Palermo.