Sono un hacker in prigione, non sono un criminale. Sono un attivista Jeremy Hammond

 In carcere, mi è stato chiesto molto sull’hacking e soprattutto su’Anonymous , perché ovviamente c’è interesse per nuove tecnologie come Bitcoin per soldi o scure per frode. After all, convicts – like hackers – develop their own codes and ethics, and they are constantly finding ways to scam and exploit cracks in the system. Dopo tutto, i detenuti – come gli hacker – sviluppano i propri codici e l’etica e stanno costantemente cercando modi di truffa e sfruttare le crepe nel sistema.

Il messaggio anti-governo dell’Anonymous anonima vera tra i prigionieri che sono stati feriti, condannati e immagazzinati. . Quindi, quando senti parlare di siti web governativi e di poliziotti impacciati, i miei colleghi spesso mi dicono cose come: “È bello vedere che le persone finalmente fanno qualcosa”. Quel rifiuto di stabiliti percorsi riformisti per raggiungere il cambiamento sociale è il motivo per cui Anonymous continua Come forza da tenere conto, è reso ancora più evidente dalla presenza di maschere di Guy Fawkes alle proteste di Ferguson, nel Missouri – e oltre.

Gli hacker sono un gruppo controverso, caotico e comunemente frainteso. Many of us have been arrested, from Mercedes Haefer and Andrew Auernheimer to Mustafa Al-Bassam and more, and few outside observers get that Anonymous is not a monolithic entity but a wide spectrum of backgrounds, politics and tactics. Molti di noi sono stati arrestati, da Mercedes Haefer e Andrew Auernheimer a Mustafa Al-Bassam e altri e pochi osservatori esterni ottengono che l’Anonimo non è un’entità monolitica ma un ampio spettro di sfondi, politiche e tattiche. . Il giornalista Barrett Brown lo prende, ma continua ad aspettare la sua condanna per aver semplicemente collegato al materiale imbattuto .  E così ho condiviso un nuovo libro con i miei compagni di stato dall’antropologo e l’autrice Gabriella Coleman ha chiamato Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy: The Many Faces of Anonymous .

 Il libro cronizza lo sviluppo di Anonymous dai suoi giorni di truffatori truccati al suo coinvolgimento in Occupy Wall Street e nella primavera araba, alle sfide di hacking di LulzSec e AntiSec e di tutte le parole fatte dal gruppo da Stratfor, l’azienda di intelligence che ho attaccato nel 2012. Ma è più che una scadenza scritta da un outsider: Coleman ha trascorso anni in decine di chat room e ha viaggiato nel mondo per incontrare hacker. Alcuni, come i miei seguaci di LulzSec nel Regno Unito, non ho sentito parlare da quando abbiamo collaborato a vari hack e successivi arresti, quindi sono stato particolarmente felice di sapere come hanno mantenuto vivo lo spirito.

Sono stato particolarmente colpito dalle interazioni di Coleman con Hector Monsegur, ovvero Sabu, informatore dell’FBI, che è responsabile di molti dei nostri arresti e che è stato rilasciato questa primavera dopo la sua “straordinaria collaborazione” con l’FBI .  Una delle poche persone che lo incontrassero faccia a faccia fino a quando non ha dato un’intervista a Charlie Rose questo mese, Coleman ha avuto sensazioni che sono parallele a me: Sabu mi ha tradito.

Come tutti gli altri , Coleman era convinta della credibilità di strada di Sabu perché parlò duramente e si vantava del suo accesso alle continue operazioni di hacking. . Sì, io sono un leader nativo , lui direbbe.  Posso condurre tutto questo movimento da solo se voglio vivere come un dittatore. Che cazzo c’è con tutti i ronzio? Leggendo queste e centinaia di altre citazioni infuriative in retrospettiva, si pone la domanda: come avremmo potuto essere così stupidi?

Stava facendo la bocca su Twitter per stabilire il proprio status di gatekeeper auto-nominato. Coleman sostiene che questo “avanguardismo dell’hacker” – basandosi su un numero scelto per fare tutti gli attacchi o agire come portavoce – è stato disatteso dalla meritocrazia populista di Anonymous e ci ha lasciato più vulnerabili all’infiltrazione e all’arresto.

 Nonostante la “Sabutage”, la fase 2011 AntiSec di Anonymous – quando un piccolo ma efficace gruppo di noi ha assunto tutti da Sony a Fox News – potrebbe essere stato il periodo più attivo ed efficace del movimentoAll’altezza di Occupy Wall Street, Anon stava guadagnando l’esperienza di protesta stradale e la maturità politica.  Gli hack si sono scalati in numero e in gravità, puntando sui simboli della disuguaglianza economica e la brutalità della polizia e in molti modi Anonimi si stava diventando più decentralizzato, più aperto e sufficientemente tatticamente diversificato per rappresentare il futuro del hattivismo – e forse anche parte del futuro Dell’attivismo.

Il libro di Coleman non è un’approvazione indiscussa: non siamo sempre legali e siamo spesso casuali, incoerenti e politicamente inesatti... Persone come Sabu non lo fanno e anche i procuratori anti-hacker non ne hanno certamente.

Siamo condannati come criminali senza coscienze, licenziati come ragazzi anti-sociali senza una causa, o sospesi come cyber-terroristi per giustificare lo stato di sorveglianza in espansione.  Ma l’ hacktivismo esiste all’interno della storia dei movimenti della giustizia sociale. L’ hacktivismo è ancora il futuro, ed è bene vedere che la gente continua a fare qualcosa.

ESCLUSIVO: Il fallimento etico – Perché mi sono dimesso dalla Nazioni Unite

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Anders Kompass in caso di fallimento delle Nazioni Unite di sostenere i suoi principi

Con Anders Kompass

Con il tempo ho riportato l’ abuso sessuale dei bambini da forze di pace in Repubblica Centrafricana nel 2014, avevo lavorato per le Nazioni Unite per quasi 20 anni.

Non esiste una gerarchia in orrore e la brutalità ho assistito durante questi due decenni – massacri, torture, uccisioni, lo spostamento delle popolazioni – ma un bambino di otto-anno-vecchio ragazzo che descrive in dettaglio gli abusi sessuali da parte delle forze di pace lo scopo di proteggere lui è la tipo di conto Vorrei che non avrei mai dovuto leggere.

Mi piacerebbe anche visto un sacco di disfunzione delle Nazioni Unite nel corso degli anni, ma non ero preparato per come l’organizzazione potrebbe far fronte a tali eventi, con il conseguente scandalo – e con me.

Il colera ad Haiti, la corruzione in Kosovo, omicidio in Ruanda, insabbiamento dei crimini di guerra nel Darfur: in troppe occasioni l’ONU non riesce a sostenere i principi e le norme stabilite nel suo statuto, regole e regolamenti. Purtroppo, ci sembra di essere testimoni sempre più personale delle Nazioni Unite meno preoccupati di rispettare le norme etiche del servizio civile internazionale, che con il fare tutto ciò che è più conveniente – o meno probabilità di causare problemi – per sé o per gli Stati membri.

Perché?

Principalmente, perché il costo per l’individuo di comportamento etico è percepita come troppo grande. Detto in altro modo, il beneficio per l’individuo di non comportarsi eticamente è percepito come superiore al costo di prendere una posizione etica.

 

La paura e un sentimento di inutilità

Il personale hanno paura. Questo timore si basa sull’esperienza diffusa. Molti membri dello staff sono stati vittime di ritorsioni o sono stati testimoni di ritorsione nei confronti di coloro che hanno preso posizioni etiche impopolari (inclusa la segnalazione su comportamenti non etici interni), sotto forma di sidelining, molestie, trasferimenti improvvisi, valutazioni poveri, e non rinnovo dei contratti . Essi sono convinti che il sistema non li protegge.

“Le Nazioni Unite tiene raramente impiegati per tenere conto di comportamenti non etici, in particolare quelli in posizioni di potere.”

Quello che è successo a me ha notevolmente rafforzato questa convinzione. Ho agito eticamente quando ho segnalato l’abuso sessuale infantile in CAR alle autorità di contrasto esterni. Li ho fornito i dettagli di cui avevano bisogno, nel bel mezzo di una guerra civile, per trovare e proteggere le vittime in fretta; fermare i colpevoli; e ottenere informazioni da investigatori delle Nazioni Unite. Eppure mi è stato chiesto di dimettersi, mi è stato sospeso dal mio lavoro dopo il mio rifiuto di farlo, e mi è stato pubblicamente messa alla berlina da alti funzionari delle Nazioni Unite e le loro portavoce nel corso di un periodo di mesi pur essendo indagato per impropriamente rivelare informazioni riservate.

Nonostante questo, più personale sarebbe affrontare questa paura se correre il rischio ha portato a gravi follow-up, comprese le indagini e la punizione. Ma, dall’alto verso il basso, la leadership delle Nazioni Unite non riesce a prendere posizioni di principio, in particolare quando ci potrebbe essere ramificazioni politiche. Un chiaro esempio recente è stata del segretario generale decisione di rimuovere Arabia Saudita da una lista di partiti che uccidono o mutilano i bambini a causa delle minacce di ritirare i finanziamenti.

“Sistema di responsabilità delle Nazioni Unite è rotto. E ‘semplicemente non funziona.”

Le Nazioni Unite tiene raramente impiegati per tenere conto di comportamenti non etici, in particolare quelli in posizioni di potere. Anche quando lo fa, una punizione significativa segue raramente. sistema di responsabilità delle Nazioni Unite è rotto. E ‘semplicemente non funziona.

L’ONU ha sostenuto il sistema interno di giustizia ha funzionato nel mio caso. Questo è assurdo. Sotto pressione sostenuta dagli Stati membri, il segretario generale è stato costretto a nominare un pannello esterno per indagare in modo indipendente il problema. Si è riscontrato che il capo del soggetto molto Nazioni Unite che dovrebbe, per mandato, hanno indagato sul caso abdicò l’indipendenza del corpo e abusato la sua autorità. Ma né lei né molti altri che hanno abusato della loro autorità a vari livelli, compresi ignorando i rapporti terribili di bambini abusi sessuali, sono stati puniti.

Il risultato inevitabile di casi come questo è che i membri dello staff che si trovano o che testimoniano questa impunità perdono la loro fiducia nel sistema – so che ho fatto.

Nel mio paese, la Svezia, i ministri uscire per le accuse di appropriazione indebita l’equivalente di $ 10 di denaro pubblico. Al contrario, alle Nazioni Unite, il personale ha trovato di aver nascosto l’abuso sessuale dei bambini, o di aver mostrato un comportamento discutibile, non si sentono la necessità di dimettersi; né l’organizzazione cerca il loro licenziamento.

A peggiorare le cose, quelli che prendono una posizione etica, ma impopolare, anche segnalato la cattiva condotta degli altri, hanno imparato che il dolore della divulgazione e ritorsioni supera di gran lunga qualsiasi vantaggio: il sistema è ingombrante, il processo si protrae, cambiamenti strutturali per affrontare i problemi evidenziati non necessariamente derivarne e la compensazione è spesso minima.

“Gli standard etici all’interno dell’ONU non migliorerà fino a quando i responsabili … sono personalmente fatto soffrire per le loro azioni.”

Dopo mesi di attesa angosciosa, sono stato esonerato da entrambe le entità esterne e interne che hanno indagato il mio caso. Ciò significa che essendo stato ritratto come colpevole dalle Nazioni Unite – oltre quello che sembrava un lungo periodo di tempo – e poi essendo stato riconosciuto come innocente, c’era una ragionevole aspettativa che i principi di giustizia che l’organizzazione predica per gli Stati membri avrebbero stato applicato. Tuttavia, per quanto ne so e fino a questa data, l’ONU non ha né preso alcuna iniziativa per affrontare le questioni sistemiche di responsabilità interna sollevata dal comportamento dei funzionari delle Nazioni Unite verso di me, e non ha avviato alcun processo di riparazione per le ” conseguenze molto reali negativi ” subito da me e la mia famiglia e riconosciuto dal pannello esterno.

Avrei potuto applicata alla controversia delle Nazioni Unite Tribunale di riparazione, ma, se concessa, questo avrebbe consisteva quasi esclusivamente di compensazione monetaria, con i soldi provenienti dal bilancio dell’ONU – generosamente fornito dai contribuenti di tutto il mondo – piuttosto che dalla stipendio di coloro che effettivamente commesso reati.

standard etici all’interno dell’ONU non migliorerà fino a quando i responsabili di cattiva condotta, piuttosto che l’organizzazione, sono personalmente fatto soffrire per le loro azioni.

Quindi, se passa attraverso il sistema delle Nazioni Unite è inefficace o addirittura dannoso per se stessi, cosa personale che si sentono fortemente circa le questioni etiche non indirizzati fanno? Beh … loro perdite.

Perdite come ultima risorsa

Perdite costringono le Nazioni Unite ad agire su temi eticamente interessanti che sono volutamente ignorati o nascosti da coloro internamente responsabili. Un leaker utilizza la leva di opinione pubblica. Ciò significa che il personale delle Nazioni Unite affidano la difesa dell’etica al pubblico esterno, piuttosto che ai manager all’interno dell’organizzazione.

Questo è quanto è fatto male.

Aveva un certo numero di membri del personale indignati non trapelare informazioni sul mio caso alle ONG e alla stampa, che probabilmente sarebbe stato licenziato nel 2015 o dimesso per disperazione e l’umiliazione, con la mia – e della mia famiglia – forza morale minato. Se non fosse per quelle organizzazioni, organi di stampa, e gli individui sconosciuti, la verità sarebbe stato sepolto all’interno delle Nazioni Unite. Sono enormemente grato a tutti loro – ma altrettanto triste che il loro intervento era necessario.

“Se non posso essere utile e continuare a lottare per quello che ho sempre creduto, allora è il mio tempo di andare.”

violazioni dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo, la corruzione e lo sfruttamento in Bosnia-Erzegovina, gli abusi in corso da forze di pace in una serie di missioni di pace – Il mondo sa solo di loro, perché qualcuno ha rotto il silenzio e trapelato. Questo sta rapidamente diventando una risposta sistemica al fallimento etico delle Nazioni Unite.

Eppure l’organizzazione reagisce a questi scandali punendo coloro che cercano di tenere una posizione etica, nascondendo la verità, per quanto possibile, e cercando di rafforzare il suo controllo sulle informazioni. Invece di creare una cultura che accoglie whistleblowing come un’opportunità per rafforzare i valori e gli standard organizzativi, l’ONU promuove un clima di paura e emargina gli individui visti come non toeing la linea.

Anche dopo tutta la polvere si erano stabiliti sul mio caso, mi ha mai fatto sentire che mi è stato pienamente accettato di nuovo a bordo come membro dello staff di valore. In effetti, è diventato impossibile per me contribuire significativamente più a lungo. E, se non posso essere utile e continuare a lottare per quello che ho sempre creduto, allora è il mio tempo di andare.

Ecco perché, dopo 21 anni di servizio, mi sono dimesso dalla Nazioni Unite.

Credo ancora nella difesa dei diritti umani. Continuo a credere che un’organizzazione universale è necessaria per migliorare le possibilità di pace e di progresso mondiale. Ma credo anche che, senza grandi cambiamenti volti a resuscitare un comportamento etico all’interno delle Nazioni Unite, l’organizzazione non sarà in grado di affrontare con successo le sfide di oggi e di domani.

E, su quest’ultimo punto, la mia esperienza è purtroppo mi ha lasciato scettico.

Fonte : http://www.irinnews.org/opinion/2016/06/17/exclusive-ethical-failure-%E2%80%93-why-i-resigned-un

Lettera aperta al direttore dell’FBI James Comey: E ‘tempo di dare le dimissioni.

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Direttore dell’FBI James Comey,

Le suoe recenti dichiarazioni e le azioni nel caso di Apple vs FBI hanno messo in chiaro: hai perso contatto con la realtà nella vostra crociata sbagliata contro la tecnologia di crittografia di base. È più volte dichiarato, sotto giuramento , che l’FBI non aveva alternative diverse da costringere Apple per costruire una backdoor in iPhone San Bernardino, una pretesa rapidamente smentite. dalla tecnologia e gli esperti di sicurezza  Se le sue dichiarazioni al Congresso non erano definitive bugie, implicano che siete profondamente ignoranti della tecnologia di base. In questa età moderna,  è inaccettabile per uno che occupi la tua posizione. Ma cattiva gestione molto pubblico del FBI del caso Apple è solo l’ultimo esempio della vostra pericolosa mancanza di giudizio e di rispetto per le libertà civili. I media non può parlare, ma ricordiamo che si è autorizzati programma di sorveglianza nazionale di Bush massiccia, illegale; che è approvato tecniche di tortura come il waterboarding; che si è spostato senza sforzo dal DOJ per appaltatori della difesa e di hedge fund tavole e ora per l’FBI. Abbiamo paura che dopo tutti questi anni senza controllo, avete perso di vista di ciò che è bene per la democrazia americana.

Direttore Comey, sei fuori dai binari e il vostro comportamento estremo sta mettendo in pericolo la vita.

Sappiamo tutti che il caso di Apple v. FBI era circa più di un iPhone. Premendolo, si ammesso tanto te stesso. Questo è stato solo il più recente di molti tentativi di aggirare la Costituzione, in nome della lotta al terrorismo. Ma la cosa peggiore è che la vostra missione contro la crittografia non è solo un attacco contro le nostre libertà civili, è un attacco alla nostra tutta la nostra sicurezza e la sicurezza pubblica. La crittografia protegge i nostri ospedali, aeroporti e centrali elettriche. La vostra ossessione per demonizzare la tecnologia di sicurezza di base potrebbe ledere gravemente la nostra sicurezza nazionale.

Non siamo le uniche persone che si preoccupano per te. Attuali e gli ex direttori della NSA sono espressi contro di voi. NSA direttore Adm. Mike Rogers ha definito la campagna del FBI contro la crittografia una ” perdita di tempo. ” Rogers ritiene che end-to-end di crittografia è fondamentale per il futuro di questo paese.

Quando anche la NSA pensa che stai spiando troppo duro, è il momento di dimettersi.

Sei stato perseguire questo percorso distruttivo per un lungo periodo di tempo. Come Vice Procuratore Generale sotto il presidente Bush, hai aiutato inventare la sorveglianza di massa illegale di tutti gli americani, in parte costringendo il Foreign Intelligence Surveillance Court segreto alla gomma timbrare un drammaticamente ampliato (e illegale) lettura della legge di sorveglianza, la creazione e successivamente sostenere la NSA del programma di intercettazioni senza mandato.

Forse la parte più sconvolgente di tutto ciò è che, mentre l’FBI sotto la sua guida si è impegnata ad attività pericolose e illegali, si è astenuto dal fare una parte fondamentale del tuo lavoro: indagare sui crimini commessi dal potere politico. Invece di perseguire banche, è letteralmente lavorare per loro. Non hai nemmeno letto il rapporto torture infame, che dettaglia l’attività palesemente illegale dal governo e anche l’FBI.

Perché non hai indagato tortura? Forse perché avete autorizzato “Enhanced tecniche di interrogatorio”, come il waterboarding , o forse perché lei personalmente spinto in avanti un caso in cui un americano cittadino fu imprigionato e torturato e sul suolo americano per anni senza un processo.

Abbiamo scritto a voi oggi, perché è troppo è troppo.

Stai male la propria reputazione, ma si sta anche farci del male. Hai perso di vista ciò che è importante e ciò che così tante persone amano ed il valore sull’America. Se si continua come direttore dell’FBI, crediamo che fare del male irrevocabile per il nostro paese. Vi imploriamo di dimettersi.

Indagini in Italia su Erdoğan e figlio (italiano e inglese)

Fonte sott.net

Indagini in Italia su attività criminali del presidente turco Recep Tayyip Erdogan potrebbe essere necessaria la collaborazione delle autorità di Svizzera, Malesia e l’Austria per risolvere il caso, da parte di  un parlamentare dell’opposizione partito democratico popolare (HDP)  Aykut Erdogdu detto Sputnik Turkiye.

A differenza di scandali precedenti e indagini in Turchia, che sono state spazzate sotto il tappeto, questa indagine può effettivamente portare a qualche risultato, secondo Erdogdu. Un partecipante in precedenti inchieste, Erdogdu ritiene che le accuse contro il figlio di Recep Tayyip Erdogan , Bilal, potrebbe essere legittime, se  viene effettuata un’indagine internazionale.

“Qualche tempo fa, sono state svolte indagini contro le società coinvolte in corruzione in Turchia. Come risultato di queste ricerche, si è constatato che  funzionari di alto rango e politici in Turchia hanno ricevuto grandi tangenti. La storia non ha avuto l’appropriata giudiziaria follow-up, ed è stato semplicemente spazzato sotto il tappeto “, ha detto Erdogdu Sputnik Turkiye.

A ‘Bosphorous mafia’?

Secondo il giornalista italiano Alessandro De Pascale, un giornalista  di affari internazionali per il quotidiano Il Manifesto,recenti viaggi personali  Bilal Erdogan in Italia utilizzando le credenziali diplomatiche sono stati oggetto di maggior attenzione

“Questa è la mafia Bosforo . L’inchiesta che é iniziato nel dicembre 2013 hanno innervosito il  governo perché molte figure vicino a AKP partito di Erdogan (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) sono stati coinvolte. E quando le telefonate del presidente, in cui chiedeva al figlio Bilal per nascondere il denaro in un luogo sicuro, urgentemente è stato fornito con passaporti diplomatici  emessi a lui e alla sua famiglia “, ha detto De Pascale Sputnik Italia.

Il viaggio di Sia Bilal Erdogan in l’Italia era personale o aveva altri scopi  è compito degli investigatori italiani scoprirlo, De Pascale ha aggiunto.

“La ragione politica è che il risultato delle elezioni del giugno 2015 avrebbe potuto essere sfavorevole per Erdogan e il suo partito, così come per i suoi figli, che sono il ramo d’azienda di Erdogan politico, al potere in Turchia ininterrottamente dal 2003. Di conseguenza, la tesi sembra plausibile, con l’invio di Bilal in Italia, Erdogan stava cercando di organizzare una base di riserva per un eventuale sconfitta alle elezioni, che non è accaduto nel mese di novembre 2015 “, ha detto De Pascale Sputnik Italia.

Il dibattito è stato più caldo in Turchia , dove HDP vicepresidente Gursel Tekin ha recentemente fatto una dichiarazione riscaldata.
“In effetti, Bilal Erdogan è fino al collo in complicità con il terrorismo, ma fino a quando il padre resta in carica che sarà immune da ogni accusa giudiziaria”, ha detto Tekin in una intervista ai media turchi nel mese di agosto.

Tekin ha poi aggiunto che la Bmz Ltd. società di navigazione è un “un affare di famiglia e presidente parenti stretti di Erdogan detengono azioni in BMZ con uso di fondi pubblici e prestiti illeciti da banche turche.”

Le dichiarazioni sono state fatte prima di un giro di vite politica a seguito delle elezioni turche novembre 2015, soffocando il clima politico del paese.

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INGLESE

As Italy continues its criminal investigation against the son of Turkey’s President, the chances of it finding money laundering pathways may depend on politics and mafia connections.

Italy’s investigation into criminal activities by Turkish President Recep Tayyip Erdogan may have to look to authorities in Switzerand, Malaysia and Austria to solve the case, Turkish parliamentarian from the opposition People’s Democratic Party (HDP) Aykut Erdogdu told Sputnik Turkiye.

Unlike previous scandals and investigations in Turkey, which were swept under the carpet, this investigation may actually result in some results, according to Erdogdu. A participant in previous investigations, Erdogdu believes that charges against Recep Tayyip Erdogan’s son, Bilal, could be legitimate, if the investigation is made international.

“Some time ago, we conducted the investigation against companies involved in bribery in Turkey. As a result of these investigations, it was found that high-ranking civil servants and politicians in Turkey have received large bribes. The story did not received the appropriate judicial follow-up, and was simply swept under the carpet,” Erdogdu told Sputnik Turkiye.

A ‘Bosphorous Mafia’?According to Italian journalist Alessandro De Pascale, an international affairs commentator for Il Manifesto newspaper, Bilal Erdogan’s recent personal trips to Italy using diplomatic credentials could have created more scrutiny.

“This is the Bosphorus Mafia. The investigation that started in December 2013 made the government nervous because many figures close to Erdogan’s party AKP (Justice and Development Party) were involved. And when the President’s phone calls surfaced, in which he asked his son Bilal to hide money in a safe place, urgency was added with which diplomatic passports have been issued to him and his family,” De Pascale told Sputnik Italia.

Whether Bilal Erdogan’s trip to Italy was personal or had other intentions is up to Italian investigators to decide, De Pascale added.

“The political reason is that the outcome of the June 2015  elections could have been unfortunate for Erdogan and his party, as well as for his children, who are the business branch of Erdogan the politician, ruling Turkey continuously since 2003. Therefore, the opposition’s thesis seems plausible, that by sending Bilal to Italy, Erdogan was trying to arrange a spare base for possible defeat in the elections, which did not happen in November 2015,” De Pascale told Sputnik Italia.

The debate was more lively in Turkey, where HDP vice-chairman Gursel Tekin recently made a heated statement.

“In fact, Bilal Erdoğan is up to his neck in complicity with terrorism, but as long as his father holds office he will be immune from any judicial prosecution,” Tekin said in an interview to Turkish media in August.

Tekin then added that Bmz Ltd. shipping company is a “a family business and president Erdoğan’s close relatives hold shares in BMZ and they misused public funds and took illicit loans from Turkish banks.”

The statements were made before a political crackdown that followed the November 2015 Turkish elections, stifling the country’s political climate.

 

Assalto al Charlie Hebdo

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PARIGI – Cinque minuti di terrore, 12 vittime e 8 feriti, di cui 5 gravissimi. Sono queste le cifre dell’attacco messo a segno oggi da tre uomini contro la sede del settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi. Killer incappucciati e armati hanno fatto irruzione nella sede del giornale aprendo il fuoco con dei kalashnikov. Tra le persone che hanno perso la vita, 8 giornalisti, due agenti assegnati alla protezione del direttore, un ospite che era stato invitato alla riunione di redazione e il portiere dello stabile. Fra loro il direttore del settimanale, Stephan Charbonnier, detto Charb, e i tre più importanti vignettisti: Cabu, Tignous e Georges Wolinski, molto famoso anche in Italia. Nell’attentato è rimasto ucciso anche l’economista Bernard Maris, azionista della testata parigina e collaboratore di France Inter. Si tratta di un gravissimo “attacco alla libertà di stampa”, il più grave della storia del periodico, più volte finito sotto tiro per i contenuti pubblicati. Sulla copertina di Charlie Hebdo oggi campeggia una foto dello scrittore Michel Houellebecq, al centro di polemiche per il romanzo in uscita oggi “Sottomissione“, che racconta l’arrivo al potere in Francia di un presidente islamico e nel numero odierno è pubblicata una recensione molto positiva dell’editorialista Maris.  Lo scrittore Michel Houellebecq, dopo l’attacco, è stato posto sotto protezione della polizia e i locali della casa editrice Flammarion, che hanno pubblicato il suo ultimo romanzo, sono stati evacuati per motivi di sicurezza.

bilancio dell’attentato è stato confermato dalla Prefettura di Parigi. Quindici minuti prima dell’attacco, il settimanale satirico aveva pubblicato sul profilo Twitter una vignetta su Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico (Is). Gli assalitori, stando al racconto di alcuni testimoni, hanno aperto il fuoco gridando: “Vendicheremo il Profeta” e “Allah u Akbar” (Allah è grande)

 

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Dopo l’attacco nella redazione di Charlie Hebdo, gli assalitori in fuga inseguono e poi uccidono un agente sul marciapiede.

http://video.repubblica.it/embed/dossier/assalto-al-charlie-hebdo/parigi-attacco-a-hebdo-il-colpo-di-grazia-all-agente/188183/187087&width=570&height=321

Deciso l’immediato aumento del livello di allerta attentati terroristici in tutta l’Ile-de-France. Polizia e gendarmi sono stati schierati davanti a scuole, edifici pubblici e redazioni di giornali. Subito dopo l’attentato sono arrivate da ogni parte manifestazioni di cordoglio.

Massima allerta in Italia. Sale il livello di allerta a Roma dopo l’assalto a Parigi. Sono stati potenziati i servizi di vigilanza agli obiettivi sensibili nella capitale e c’è una “particolare attenzione” verso le redazioni giornalistiche. Ma l’attenzione cresce in tutto il Paese: il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha convocato il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo, presso il Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Il Comitato, composto da tutti gli esperti di antiterrorismo delle Forze dell’Ordine e dell’Intelligence, deve esaminare con grande attenzione la minaccia terroristica. E in serata a Porta a Porta ha detto:
“Il livello di allerta è elevatissimo benchè non ci siano tracce concrete di segnali specifici di organizzazioni di eventuali attentati in Italia”.

Assalitori in fuga. Il ministero dell’Interno ha confermato che gli attentatori sono tre: dopo l’attacco sono fuggiti, aggredendo un automobilista e impossessandosi della sua auto. Posti di blocco sono organizzati in tutta Parigi. Durante la fuga, i killer hanno investito un pedone a porte de Pantin, nel 19esimo arrondissement nella zona nord di Parigi. L’auto è stata ritrovata poco dopo per strada, a Rue de Meaux. I tre pare abbiano continuato la fuga con un’altra auto. Al momento, è in corso la caccia all’uomo, a cui partecipano anche unità speciali delle forze di sicurezza.

 

Stefano Cucchi: tutti assolti

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L’odissea kafkiana di Stefano Cucchi e un’indagine patchwork

Capire la vicenda kafkiana occorsa a Stefano Cucchi, morto un anno fa nel reparto protetto dell’ospedale Pertini, dopo un arresto per droga, non è impresa facile. Troppi i protagonisti di questa storia: ben tre istituzioni pubbliche come l’Arma dei carabinieri, l’amministrazione penitenziaria e il sistema sanitario. Però, tra chi ha avuto a che vedere con Cucchi in quei giorni, a diverso titolo, fa salire il numero a ben oltre i tredici indagati dalla procura di Roma. La sua “odissea”, al contrario di tragedie analoghe come quella di Federico Aldrovandi, ad esempio, non si è esaurita in un unico episodio e cioè, fermo-botte-decesso. Cucchi è stato custodito per poco più di sei giorni dalle mani dello Stato, passando per fasi diverse, in un crescendo di tragedia che l’indagine della procura di Roma, nelle persone dei pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy, ha spiegato in questo modo: Stefano è stato picchiato da tre agenti penitenziari nelle celle del Tribunale in attesa del processo. Poi, all’ospedale Pertini è stato “abbandonato” dai medici che non hanno fatto il necessario per salvarlo quando ormai era evidente che fosse in pericolo di vita. Tutta la vicenda, però, è costellata da uno straordinario numero di errori, casualità, coincidenze su cui un giallista, portato a mettere in relazione i fatti e cercando di ricostruire un quadro accettabile almeno da un punto di vista logico, avrebbe trovato materiale interessante di riflessione. Ci aiuteremo con un elenco di fatti emersi dalle carte dell’indagine, certamente incompleto ma sufficiente a fare emergere alcune domande.

-Al momento dell’arresto, il verbale dei carabinieri riporta erroneamente che Cucchi era senza fissa dimora e che non aveva un avvocato di fiducia. Eppure, nell’apposita casella il nome del legale di famiglia viene scritto con esattezza. Questo vuol dire che qualcuno, ai militari, doveva pur averlo detto. Inoltre, che fosse senza fissa dimora risultava anche nelle carte dell’udienza preliminare, ragion per cui al giovane, che era poco più che un incensurato e a cui erano stati trovati addosso pochi grammi di hashish, furono negati gli arresti domiciliari. Contro di lui c’era anche l’accusa di spaccio firmata in caserma da un suo amico che poi, davanti al pm, disse di essere stato costretto dai carabinieri a firmare quell’accusa.

-Stefano Cucchi, dopo l’arresto e dopo la perquisizione notturna nella casa dei genitori (pur essendo, nelle carte, senza fissa dimora) viene riportato in caserma in via del Calice intorno alle 2, come affermato dal maggiore Unali, responsabile della Compagnia Casilina. Nelle celle della caserma di via degli Armenti, dove passerà il resto della notte, giungerà alle 4: un tempo decisamente lungo per trovare il luogo di pernottamento (le celle di via del Calice erano inagibili), visto che in quelle ore i carabinieri non erano impegnati in altra attività perché Stefano era l’unico presente in caserma, oltre ai militari.

-Nella notte, in via degli Armenti, si sente male intorno alle 5. Viene chiamato il 118 ma lui non si fa visitare. Nella penombra della cella, però, l’infermiere Ponzo dichiara di aver intravisto “un’ecchimosi alla regione zigomatica destra”, non molto diversa da quella visibile ore dopo nella foto fatta alla matricola del carcere di Regina Coeli.

-Al momento dell’accompagnamento alle celle della caserma di via degli Armenti, il carabiniere Gianluca Colicchio nota alcuni arrossamenti sul viso di Stefano e, interrogato successivamente dai pm, raccontò che al momento dell’ispezione Stefano mostrò la sua cinta rotta. “Che mi devo togliere la cinta che m’hanno rotto?”, chiese al carabiniere. Il militare disse di non aver chiesto al ragazzo il motivo della rottura di quella cinta dei pantaloni.

-La mattina dopo Cucchi doveva essere trasferito in tribunale. Il carabiniere Francesco Di Sano della caserma di via degli Armenti dichiarava ai giudici che Cucchi lamentava dolori al costato e di non poter camminare, tanto che Di Sano lo aiutò a salire le scale (le celle si trovano in fondo ad una scalinata ripida). Perché non poteva salire le scale da solo? Cucchi aveva da poco compiuto 31 anni, era giovane e, nonostante la magrezza e l’uso di stupefacenti, frequentava una palestra dove si era recato proprio poche ore prima dell’arresto come, secondo la sua famiglia, sarebbe attestato da un badge con orario di entrata.

-Il carabiniere Pietro Schirone, che la mattina successiva, con un collega, aveva l’incarico di portare Cucchi all’udienza in tribunale, quando vide il ragazzo notò due ematomi evidenti intorno agli occhi, gli stessi che erano visibili al momento della foto segnalazione in carcere. Circostanza che il militare confermò ai pm. Schirone, giunto con Cucchi in tribunale, incontrò casualmente i suoi colleghi della caserma Appia (quelli che avevano arrestato poche ore prima Stefano) e chiese loro se si fossero resi conto delle condizioni del ragazzo.

-I militari della caserma Appia avevano appena accompagnato due giovani albanesi fermati il giorno prima che raccontarono agli inquirenti di aver parlato con Stefano nei pochi attimi prima del trasferimento nei sotterranei del tribunale. “Chi ti ha picchiato?”, gli chiesero dopo aver visto la sua difficoltà a reggersi in piedi. “I carabinieri ma non quelli che mi hanno portato qui”, rispose Stefano, specificando. Una testimonianza che però non venne considerata valida per l’indagine. Eppure la convergenza di diverse testimonianze, peraltro specifica come quella dei due albanesi, avrebbe meritato un approfondimento.

-Il momento delle eventuali percosse subite da Cucchi viene fatto risalire dalla perizia dei consulenti nominati dalla famiglia tra le 13 e le 14,05 del 16 ottobre. Quindi in tribunale (presumibilmente sotto le celle), subito dopo la sua permanenza in aula. Eppure, il padre di Stefano lo vide in udienza, intorno alle 12, lo abbracciò da vicino e notò un gonfiore anomalo sul volto. Alle 14 circa un medico lo visitò e certificò i segni sul viso e le difficoltà di deambulazione. Ma lui, invece, ha due vertebre rotte, L3 e quarta coccigea come riferito poi dall’ospedale Fatebenefratelli. Un detenuto del Gambia (unico testimone d’accusa), vicino di cella di Stefano al tribunale, dice al pm di aver sentito i rumori del pestaggio nei sotterranei di piazzale Clodio. Cucchi, però, potrebbe essere stato picchiato in due momenti differenti e i colpi ricevuti sul viso non necessariamente potrebbero essere contemporanei a quelli subiti alla schiena, ben più gravi per i quali occorse poi il ricovero d’urgenza.

-Il percorso kafkiano della vicenda di Stefano Cucchi si è incontrato col destino del dottor Rolando Degli Angioli, medico del Regina Coeli che visitò il ragazzo al momento del suo ingresso. Accortosi della gravità della situazione, dispose il ricovero per accertamenti alle 16, 45. Il ragazzo venne portato al Fatebenefratelli, vicino alcune centinaia di metri, circa tre ore dopo. Il medico si arrabbiò per quel ritardo. Pochi mesi dopo, al ritorno da un’aspettativa di lavoro, il dottor Degli Angioli non venne reintegrato. La commissione parlamentare presieduta dal senatore Ignazio Marino, che indagò sul caso Cucchi, dopo aver ascoltato il medico concluse che “era stato mobbizzato”. Lui inviò due lettere di raccomandata ricevuta ritorno per essere riammesso al lavoro. Non ebbe risposta. La versione della dirigenza sanitaria del carcere fu, invece, che dal termine dell’aspettativa, il 7 marzo 2010, il medico non si fece più sentire. La direzione sanitaria sottolineò di essere rammaricata del fatto perché il dottor Degli Angioli lavorava da sei anni nel carcere e si era fatto sempre apprezzare per aver risolto casi sanitari anche complicati. Il medico ha aperto una vertenza di lavoro con l’amministrazione del penitenziario.

-Il capitolo dell’ospedale Pertini è l’ultimo e i medici e gli infermieri, se le accuse della procura saranno confermate, non hanno scampo: Stefano Cucchi è stato abbandonato a sé stesso, le cure sono state inadeguate, fu sottovalutata la gravità della sua condizione clinica. Le loro responsabilità sono molteplici e iniziano quando il medico di turno, la dottoressa Rosa Caponnetti, secondo l’accusa, chiese un’autorizzazione specifica all’amministrazione penitenziaria per ricoverare Cucchi. In carcere le sue condizioni si erano aggravate e l’amministrazione del Regina Coeli aveva scelto quel reparto del Pertini, poco adatto per un paziente affetto da acuzie (anche i consulenti della procura stessa, nella loro relazione, presentarono forti critiche a questa scelta perché quel reparto era inidoneo e non attrezzato per le condizioni di Stefano). Al dirigente dell’amministrazione penitenziaria, Claudio Marchiandi, anch’egli indagato, venne fatto firmare un documento palesemente falso in cui Stefano Cucchi veniva descritto in condizione generali “toniche e trofiche”, discretamente alimentato e senza le gravi patologie di cui soffriva (e che in precedenza erano state già certificate dal Fatebenefratelli). Marchiandi, fuori dell’orario d’ufficio (era sabato e pare che il dirigente si trovasse fuori Roma con i familiari) arrivò di corsa al Pertini e firmò (“un procedimento assolutamente fuori dall’ordinario – dirà una delle infermiere ascoltate in procura – in tanti anni di lavoro qui non avevo mai vista tanta urgenza”). I sanitari del Pertini che hanno ricevuto la richiesta di rinvio a giudizio sono nove. Ora, il dubbio è questo: si tratta di persone incensurate, madri e padri di famiglia ed è presumibile credere che fino ad allora fossero sempre stati cittadini rispettosi della legge. Che tutti insieme e contemporaneamente e nello stesso luogo abbiano deciso improvvisamente di delinquere senza pensare alle conseguenze, risulta veramente difficile da credere. Eppure è accaduto. Quel comportamento che si può definire, con un termine benevolo, “sciatteria professionale”, non può avere colpito come una sindrome nove professionisti che fino ad allora avevano lavorato, con tutta probabilità, in maniera regolare. A meno che non ci sia stata una direttiva. Un ordine da qualcosa o da qualcuno allo scopo di segregare lontano da occhi indiscreti Stefano le cui condizioni, piano piano, si stavano aggravando. Così si spiegherebbe la difficoltà di Stefano di vedere il suo avvocato, per cui faceva il diavolo a quattro, un diritto continuamente negato, rifiutando parte del cibo e delle cure, complicandosi così da solo una già complicata situazione clinica. Per non parlare della perizia disposta dalla procura ed effettuata dal professor Arbarello, che non mette in relazione i traumi subiti da Stefano e l’insorgenza di patologie come la bradicardia, una delle concause di morte. Una perizia, però, che non dà spiegazioni sui motivi che scatenarono il mortale scompenso metabolico di Stefano. Perché in sei giorni Stefano soffrì di questo insieme di patologie. Se non c’è un fattore scatenante (il pestaggio subito poche ore prima), allora la bradicardia, la cachessia, i problemi idroelettrolitici riscontrati dall’autopsia potevano colpirlo in qualsiasi momento. Anche in casa, per esempio. La perizia di parte civile, invece, individuò invece in una scheggia della vertebra L3 che pigiò in quei sei giorni sul sacco durale del midollo spinale del ragazzo, la causa della sua innaturale postura, della sua sofferenza e della sua morte. Ma quest’ipotesi non fu accolta dagli investigatori. Potremmo finire qui. Si potrebbero aggiungere altre “stranezze” come l’impossibilità per i periti di parte civile di fotografare, subito dopo la morte, il corpo martoriato di Stefano, ridotto ad una specie di alieno, e che soltanto il gesto caritatevole di qualcuno che quelle foto fece di “straforo” rese possibile quella terribile visione a tutti. Perché anche questo? Nessuna delle riflessioni fatte può rappresentare una prova di colpevolezza o assoluzione per nessuno ma i tasselli dell’indagine rischiano di disegnare un effetto patchwork se non si mettono in relazione i fatti accaduti e i motivi con un esercizio di logica. Alle tante domande di questa vicenda kafkiana, infatti, sembra mancare la parola “perché”.

 

4-8-1974 : 40 anni fa la strage Italicus


Nella notte una bomba esplode nella vettura numero 5 dell’espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall’esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l’odore dolciastro e nauseabondo della morte»

I due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. ‘Mettetevi in salvo’, abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. ‘Vieni via da lì’, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».

I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l’esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest’ultimo, Margherita Luddi».

Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l’autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.

Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare della magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l’arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l’ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l’avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.

Comunque, all’inizio del ’75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all’arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L’uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l’Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.

Le indagini sull’Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il fronte dell’omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serranda del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del ’75 viene arrestato a Milano l’avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d’ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l’alloggio dell’avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell’alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all’avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito.

da “Gli anni del terrorismo” di Giorgio Bocca

Per non dimenti Carlo

 

per-non-dimentiCARLO

La ricostruzione, le immagini, i filmati e le controinchieste che smentiscono completamente le conclusioni di PM e GIP sui fatti di Piazza Alimonda

Il 5 maggio la gip Elena Daloiso ha deciso: archiviazione per Mario Placanica, il carabiniere accusato dell’omicidio di Carlo Giuliani. E non solo in nome della “legittima difesa”, come aveva chiesto il pm Silvio Franz: Daloiso va oltre e assolve Placanica in virtu’ dell’articolo 53 del codice penale, quello che prevede “l’uso legittimo delle armi”. Un precedente pericoloso: a sentire la Procura di Genova, un agente che ti spara addosso in fondo fa solo il suo dovere. Un precedente gia’ visto molte volte nel nostro paese, ma non per questo meno disgustoso.
La decisione del gip (giudice per le indagini preliminari) Daloiso significa che non ci sara’ un processo per i fatti di piazza Alimonda. I termini dell’assoluzione di Placanica sono agghiaccianti: Daloiso assume in toto i risultati delle perizie, “sulla correttezza delle cui metodologie non vi e’ in atto alcun elemento per dubitare”. Ma Daloiso ha mai fatto due ricerche sulla storia di questi periti?
La gip accoglie la tesi del calcinaccio assassino ed assume per provato che “Placanica ha sparato verso l’alto”. Ma e’ stato davvero il carabiniere di leva a sparare a Carlo Giuliani? Daloiso proscioglie anche Filippo Cavataio, che per due volte ha investito con il defender Carlo Giuliani: in fondo, scrive la gip, gli avrebbe inferto solo “lesioni lievi”. La prova? Un’autopsia che lo stesso pubblico ministero aveva definito “superficiale”.
E’ semplice e imbarazzante la verita’ su piazza Alimonda come la racconta la Procura di Genova: neanche un dubbio, a fronte di mille ombre e contraddizioni emerse dall’inchiesta.
E Placanica? “Sara’ un ottimo carabiniere”, si rallegra il suo avvocato; d’altronde, nonostante le menzogne e le reticenze di fronte al Parlamento e alla Procura, nessuno degli alti ufficiali coinvolti ha perso il posto. Anzi, sono stati cosi’ bravi a Genova che li mandano in Iraq.
L’archiviazione di Placanica non chiude solo l’inchiesta sull’omicidio Giuliani, ma cerca di cancellare le responsabilita’ di chi ha gestito l’ordine pubblico in piazza Alimonda  e dai palazzi del potere. Con il rischio molto concreto che questa sentenza diventi la pietra di paragone per gli altri procedimenti su Genova. Ma non sarà un atto giudiziario indecente a chiudere questo capitolo: Genova non si chiude qui e il lavoro di controinchiesta va avanti. Vogliamo la verita’ e non avremo pace fino a quel momento. Non avrete pace, senza giustizia.

Inchiesta di (((i))) indymedia italia che ricordiamo aveva allestito nella scuola Pascoli il media center che venne distrutto con sequestro di computer e hard disk, segui’ nell’edificio di fronte la mattanza della Diaz.

Parte 1)

Parte 2)

Parte 3)

DOMENICA 20 LUGLIO 2014 dalle ore 14.30 Piazza Alimonda

PER NON DIMENTICARLO

MUSICA E INTERVENTI DAL PALCO CON:

Luca Lanzi, Alessio Lega, Marco Rovelli con Jovica Jovic, Renato Franchi e l’Orchestrina del suonatore Jones, Malasuerte FI SUD, LRB Liberdade, Kaosforcause, Pierugo&Marika

Organizza: Comitato Piazza Carlo Giulianiwww.piazzacarlogiuliani.org

Sera: cena presso il Centro Sociale Pinelli, via Fossato Cicala
Prenotazioni: pernondimenticarlogenova@yahoo.it

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7-7-1960 Strage di Reggio Emilia

Il contesto storico-politico

andreotti  e tambroniIl 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di “legge ed ordine”. La sua designazione segna un punto di svolta all’interno di un’acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall’astro nascente della DC Aldo Moro, che nell’ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere “popolare e antifascista” della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze.

Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l’operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l’invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un “governo del Presidente” che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un “gollismo italiano” caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del “partito-Gladio”: Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all’immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).

Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti “camalli”) risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età, in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista.

In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall’olimpionico Raimondo d’Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.

Il 7 luglio

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l’unico spazio consentito – la Sala Verdi, 600 posti – è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: “Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti”, ricorda un testimone, l’allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, “dove c’era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…”

1960-Reggio Emilia“Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza”. Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”.

In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L’agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s’inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”. Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia “Bobi”), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell’Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano “Modugno” grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell’eccidio: “Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue”.

Intanto l’operaio Marino Serri 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l’angolo della strada gridando “Assassini!”: cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.

In piazza Cavour c’è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: “Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due”. Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani – tra i quali è Rovacchi – a resistere: “La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo”.

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d’ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell’ospedale, testimonia di “feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro”. Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti”.

La caduta del governo Tambroni

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che “è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali”. Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per “non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti”: la polizia continua a sparare ad altezza d’uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all’impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.

A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: “mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione”. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di “accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti”. Altri 7 manifestanti rimangono feriti.

Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che “questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino”. Ma il governo è ormai nell’angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l’accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l’incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.

Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell’agente Celani. Il 14 luglio la Corte d’Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l’agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.

Girolamo De Michele

Brescia quarant’anni dopo, strage senza un colpevole

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Quarant’anni. Un tempo suf­fi­ciente a veder pas­sare due gene­ra­zioni. Nelle scuole, nei par­titi, nei sin­da­cati, in città. E ancora per la magi­stra­tura non c’è un col­pe­vole per la strage del 28 mag­gio 1974. Quella bomba nasco­sta in un cestino, esplosa in Piazza della Log­gia men­tre era in corso una mani­fe­sta­zione anti­fa­sci­sta, fece otto morti e più di cento feriti. E fu forse l’attentato più gra­vido di impli­ca­zioni della sta­gione delle stragi: colpì al cuore il movi­mento dei lavo­ra­tori, nella città con il fer­mento sin­da­cale più temi­bile in Ita­lia, sul cri­nale degli anni ’70.

Le Poste Ita­liane hanno deciso di dedi­care un fran­co­bollo al qua­ran­te­simo anni­ver­sa­rio della strage di Piazza Log­gia, men­tre nelle aule giu­di­zia­rie rico­min­cia — come dispo­sto lo scorso 21 feb­braio dalla Cas­sa­zione — il pro­cesso a carico di due degli impu­tati assolti in primo e secondo grado: il capo dell’organizzazione neo­fa­sci­sta veneta Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, e il col­la­bo­ra­tore del Sid, l’allora ser­vi­zio segreto mili­tare, Mau­ri­zio Tramonte.

Nei loro con­fronti, ha sta­bi­lito la suprema corte, si è veri­fi­cato «un iper­ga­ran­ti­smo distor­sivo della logica e del senso comune» che ha por­tato a con­clu­sioni «illo­gi­che e apo­dit­ti­che» da parte dei giu­dici della corte d’Assise d’Appello di Bre­scia, che il 14 aprile 2012 aveva assolto tutti gli impu­tati. Tra­monte (la «fonte Tri­tone» del Sid), con­si­de­rato infor­ma­tore ed infil­trato dei ser­vizi negli ambienti della destra ever­siva, era un per­so­nag­gio troppo interno ai neo­fa­sci­sti veneti e «non rac­con­tava al mare­sciallo Felli — scri­vono i giu­dici di Cas­sa­zione — tutto cio’ che sapeva o aveva fatto». Men­tre nei con­fronti di Maggi, medico vene­ziano e capo indi­scusso di Ordine Nuovo, sareb­bero stati svi­liti nume­rosi indizi, come il soste­gno allo stra­gi­smo ever­sivo di destra e il fatto che «l’ordigno esplo­sivo sia stato con­fe­zio­nato uti­liz­zando la geli­gnite di pro­prietà di Maggi e Digi­lio», neo­fa­sci­sta esperto di esplo­sivi — quest’ultimo — legato ai ser­vizi sta­tu­ni­tensi, morto nel 2005.

Ma ormai le prove che dove­vano spa­rire sono spa­rite (la piazza fu «lavata» imme­dia­ta­mente dopo l’attentato) e le infor­ma­tive che non dove­vano arri­vare non sono arri­vate. Come quella inviata dai ser­vizi segreti dal cen­tro di Padova a Roma, indi­riz­zate all’allora capo del Sid, Gia­na­de­lio Maletti, e riguar­dante la riu­nione in cui si sarebbe deciso l’attentato: «Maletti su una di que­ste infor­ma­tive scri­verà: “Noti­zia impor­tante, pas­sare alla magi­stra­tura” — ricorda Man­lio Milani, pre­si­dente dell’associazione fami­gliari delle vit­time della strage di Piazza Log­gia — Ma alla magi­stra­tura non arri­ve­ranno mai». Omis­sioni e depi­staggi che hanno accom­pa­gnato tutta la sto­ria delle inda­gini sulla strage del ’74: «Quando Maletti nell’agosto del 74 viene inter­ro­gato dalla magi­stra­tura, dirà che in quel momento — pro­se­gue Milani — i ser­vizi segreti non sape­vano asso­lu­ta­mente nulla. Tiene nasco­sto l’appunto. Nel 2010 abbiamo sen­tito l’ex gene­rale in video­con­fe­renza (Maletti è tut­tora in Suda­frica) la rispo­sta è stata che non si ricor­dava più di quell’aspetto». Al di là delle trame e dei con­tatti asso­dati tra i ser­vizi e gli estre­mi­sti di destra «l’ultima sen­tenza — spiega ancora Milani — ha fis­sato alcuni ele­menti impor­tanti: è asso­dato che tra il ’69 e il ’74 ha ope­rato un unico gruppo neo­fa­sci­sta facente capo a Ordine Nuovo. E che colui che ha costruito l’ordigno por­tato in Piazza Log­gia, Carlo Digi­lio, era già stato con­dan­nato per la strage di Piazza Fon­tana del 12 dicem­bre 1969. Que­sto cer­ti­fica la con­ti­nuità di quel progetto».

9 Maggio 1978 : In ricordo di Peppino Impastato

peppinoRicordo di Salvo Vitale:
Il mio rapporto di conoscenza con Peppino non è cronologicamente definibile: lo ricordo quando frequentavamo il Liceo Classico di Partinico: io ero qualche anno più avanti, ma consideravo con simpatia quel gruppo molto affiatato di compagni di Cinisi. Scelse la mia stessa facoltà, filosofia.
Navigavamo in un arcano desiderio di giustizia sociale e di eguaglianza che non trovava particolari sbocchi di riferimento istituzionale. Ci prestavamo qualche libro, lui “Stato e Anarchia”, di Bakunin, io ” Stato e rivoluzione” di Lenin, lui Rimbaud, io Prevert, lui gli scritti di Mao, io quelli di Sartre e Marcuse.
Maturammo le più belle esperienze di lotta nel ’68 con le lotte per l’esproprio delle terre di Punta Raisi: avevo laggiù una casa che finì col diventare un punto di ritrovo. Il gruppo, che veniva a piedi da Cinisi, ( circa tre chilometri), era molto eterogeneo: nel corso di incontri improvvisati qualche contadino ci comunicava le sue paure di perdere la terra e il lavoro, qualche altro mi guardava con deferenza, perché scrivevo sul giornale “L’Ora”, c’era chi partecipava animosamente alle discussioni, chi se ne andava sotto un ulivo a masturbarsi ( -” Manueli, chi fai?” – “Minchia, è bellu”), chi non rinunciava alla sua veste di credente, (” Dio in cielo e Mao in terra”), chi non riusciva a sganciarsi dall’ombra del papà-partito.
I miei quattro anni di differenza mi consentivano un maggiore filtro di lettura e di razionalizzazione nelle analisi e nelle decisioni, mentre Peppino definiva subito la possibilità dell’intervento forte e immediato.
Ricordo le lunghe notti passate all’università occupata, la paura di aggressione da parte dei fascisti o della polizia, le estenuanti letture dei classici del marxismo di cui
3 era fornita la biblioteca della Facoltà, le oceaniche assemblee in cui noi, quattro gatti del PCD’I ml, riuscivamo a mettere in minoranza Corradino Mineo, che proponeva di metter fine all’occupazione, accusandolo di non so quali tresche col Rettore e con i professori.
Una volta che ero andato a trovare Peppino, suo padre mi disse: “Ci u dicissi lei. Nun m’interessa si fa politica. L’importanti è ca si pigghia un pezzu di carta”. Provai a convincerlo ed egli mi sfidò a una singolare scommessa: avremmo sostenuto l’esame di Storia delle dottrine politiche senza toccare libro: lui prese ventotto, io trenta, ma solo perché conoscevo l’argomento del corso monografico. Per il resto non volle più sentirne: sosteneva che l’Università è un veicolo della subcultura borghese, una fabbrica d’ignoranza al servizio del potere .
Poi ci perdemmo di vista, io in Sardegna, vicino a “Servire il popolo”, lui, dopo qualche simpatia per il “Manifesto”, (1972) dentro “Lotta Continua”.
Andavo a trovarlo quando tornavo in Sicilia ed egli aveva sempre del materiale politico di prima mano da darmi. In uno di questi incontri mi mostrò alcune lettere che lo invitavano “amichevolmente” a non occuparsi più degli edili, e che lasciavano intravedere chiare minacce di morte nel caso avesse continuato.
Organizzammo insieme lo spettacolo che diede l’avvio al circolo “Musica e Cultura”, ma, in rapporto a questa esperienza , provavo qualche momento di disagio: non mi ero scrollato l’esperienza del ’68 mentre intorno impazzava il ’77. Ritenevo importante stare tra la gente e non chiusi in una stanza : molti mi sembravano più zombies o cacciatori di sesso che soggetti politici, cioè patologia del rivoluzionarismo; erano maturate alcune esperienze che non avevo vissuto, delle quali, quando rientrai, rimaneva in piedi Radio Aut.
Nel settembre del ’77 Peppino mi diede una scossa: “- Mi sembra che non te ne importi più niente. Fatti vedere, vieni a trasmettere” ” -” Ci sto. Ma senza “menate”: fioretto per la gente comune e rasoio per gli “amici”, con un obiettivo: allargare l’area del consenso”.
Iniziammo un sodalizio quasi disperato: avessimo avuto altri mezzi e altra gente avremmo scelto altre strade più violente per lottare contro la mafia, ma accanto a noi c’era solo molto “personale” promosso a “politico”: c’era molto bisogno d’amore, di sesso, di scarico delle tensioni e solo in pochissimi rifiutavamo l’erba, per fumare un’ideologia e una pratica d’intervento che per noi era seme, per i destinatari era invece pura follia o spaventata curiosità.
Di quegli otto mesi di intenso impegno conservo ancora qualche rimorso: ho tirato e fatto tirare la corda più di quanto Peppino avesse fatto sino allora, stimolando la sua naturale aggressività e lasciandogli sviscerare senza remore la sua grande conoscenza degli ambienti mafiosi e politici di Cinisi; ho cercato di elevare ad arte e a strumento di civile lotta politica la satira e ho finito con lo scordarmi che, quando la ridicolizzazione e la denuncia aperta intaccano interessi e credibilità, scattano sistemi di risposta e controffensive che, in una terra di barbarie e di violenza come quella in cui ci siamo mossi, prevedono anche la pena di morte.

Il sindacato della licenza di uccidere

fede

Ci sembra il caso di riportare unicamente il testo dell’Ansa, senza i commenti che ognuno di voi saprà fare con altrettanta indignazione.

Circa cinque minuti di applausi e delegati in piedi alla sessione pomeridiana del Congresso nazionale del Sap, il sindacato autonomo di Polizia, per tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte del 18enne Federico Aldrovandi durante un controllo il 25 settembre del 2005 a Ferrara: Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani.

I tre agenti presenti al congresso del Sap, sono stati condannati dalla Corte di Cassazione il 21 giugno del 2012 per eccesso colposo in omicidio colposo a tre anni e sei mesi, tre anni dei quali coperti dall’indulto. Oltre ai tre poliziotti presenti al congresso riminese, nel caso Aldrovandi era coinvolta anche un’altra poliziotta, Monica Segatto. I quattro hanno trascorso alcuni mesi in carcere.

“Mi si rivolta lo stomaco. E’ terrificante”, reagisce Patrizia Moretti, madre di Federico. “Cosa significa? Che si sostiene chi uccide un ragazzo in strada? Chi ammazza i nostri figli? E’ estremamente pericoloso”.

Il capo della polizia Alessandro Pansa aveva da poco lasciato la sala dopo aver parlato delle “nuove regole d’ingaggio” in ordine pubblico che si rendono necessarie dopo gli abusi documentati in occasione degli incidenti dello scorso 12 aprile a Roma.