Breve storia della nascita del P.C.I.

Nel 1921 si tenne a Livorno il XVII Congresso del Partito Socialista: la frazione comunista guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, che non riteneva più possibile continuare a rimanere nel vecchio partito, abbandonò i lavori e il 21 gennaio si riunì nel congresso fondativo del Partito Comunista d’Italia – sezione dell’Internazionale Comunista.
Su come si realizzò la scissione, gli stessi Gramsci e Togliatti espressero più tardi un giudizio parzialmente autocritico, e in effetti nel breve periodo essa contribuì ad indebolire ulteriormente la capacità di resistenza del proletariato che, pur continuando in gran parte a far riferimento al PSI, rimase disorientato dalla durissima lotta intestina apertasi a sinistra.
Il primo Segretario del partito fu Amadeo Bordiga, ma la sua direzione, settaria ed estremista, fu messa sotto accusa al III congresso del PCd’I (Lione, 1926) ed egli fu estromesso dal gruppo dirigente: prevalse, cioè, la linea elaborata da Gramsci e Palmiro Togliatti nelle Tesi di Lione, dove si ponevano le premesse per la costruzione di un partito di massa e veniva svolta un’acuta analisi del fascismo, cogliendone le tendenze all’imperialismo e alla guerra. Questo ragionamento venne poi ripreso da Togliatti qualche anno più tardi in quella che resta sicuramente la riflessione più lucida sul regime, Le lezioni sul fascismo: qui troviamo una delle più limpide definizioni del fascismo, “regime reazionario di massa“.

Con le leggi speciali, “fascistissime”, del 1926 tutti i partiti e i sindacati furono dichiarati illegali e anche il PCd’I fu parzialmente decapitato, coi suoi dirigenti imprigionati o inviati al confino: lo stesso Gramsci restò in carcere dieci anni e morì subito dopo essere stato liberato, nel 1937; molti quadri, però, riuscirono ad espatriare, concentrandosi soprattutto a Parigi e a Mosca e il PCd’I si organizzò nella clandestinità: nonostante la repressione fascista riuscì a sopravvivere, e fu anzi l’unica forza politica antifascista che per tutto il ventennio continuò tenacemente ad operare. Questo fu dovuto essenzialmente a due fattori: il grande spirito di sacrificio e la ferrea organizzazione del partito leninista, ovvero la capacità, che il PCd’I conservò anche nei momenti più difficili, di mantenere profondi legami con il popolo.
Di rilievo alcuni momenti di forte tensione all’interno del gruppo dirigente: nel 1938, dopo la firma del patto di non aggressione fra URSS e Germania, alcuni esponenti di primo piano come Umberto Terracini e Camilla Ravera giudicarono inaccettabile questo accordo e furono espulsi dal partito (salvo venir riammessi appena finita la guerra). Prima ancora Gramsci aveva esplicitamente dissentito sul modo in cui veniva gestito il PCUS dopo la morte di Lenin e per questa ragione, pur mantenendo formalmente la carica di Segretario, fu di fatto emarginato: evidentemente la grande acutezza di Gramsci, oltre al fatto che si trovava in carcere, gli aveva consentito di cogliere nel Testamento di Lenin ciò che altri non seppero o non vollero vedere.

Assai numerosi furono i militanti comunisti che accorsero nelle Brigate Internazionali, formatesi in appoggio della Repubblica durante la guerra civile spagnola, e molti dirigenti del PCd’I ebbero un ruolo di primissimo piano (oltre a Togliatti, Luigi Longo, Vittorio Vidali – il leggendario Carlos, comandante il 5° Regimiento – Giuliano Pajetta e tanti altri).
Decisivo fu il contributo dei comunisti durante la Resistenza: le Brigate Garibaldi furono le principali formazioni combattenti (a cui si affiancarono i raggruppamenti organizzati da Giustizia e Libertà, dal PSI e dalla DC, e quelli senza uno specifico orientamento politico) e dei circa 45.000 partigiani morti oltre 30.000 erano comunisti.

Con il rientro in Italia nel 1944 di Palmiro Togliatti da Mosca, il PCI (il nuovo nome fu adottato dopo lo scioglimento del Komintern, nel ’43) si conquistò subito un ruolo primario nel processo politico: in un famoso discorso tenuto a Salerno (marzo 1944) Togliatti propose, vincendo anche forti riserve interne, di rinviare senz’altro a guerra finita il dibattito sulla questione istituzionale (sì o no alla monarchia), poiché era assolutamente vitale che tutti gli italiani fossero uniti intorno all’obiettivo principale, la cacciata e la sconfitta dei tedeschi (svolta di Salerno). Malgrado la contrarietà di azionisti e socialisti questa linea fu adottata da tutto il CLN

La svolta indicata da Togliatti veniva resa nota nella risoluzione conclusiva dei lavori del Consiglio nazionale del partito e nell’intervista che lo stesso Togliatti aveva rilasciato all’Unità il 2 aprile successivo. In
quella circostanza fu avanzata la proposta di rinviare la soluzione delle
questioni istituzionali alle decisioni di un’Assemblea nazionale costituente
che si sarebbe dovuta convocare subito dopo la fine del conflitto; per il
momento, si proponeva, di creare un nuovo governo provvisorio, rappresentativo di tutti i partiti antifascisti, che fosse in grado di creare un esercito in grado di combattere risolutamente contro i tedeschi ed i fascisti.

La risoluzione scaturita dal I Consiglio dava assicurazioni a tutti gli italiani, indipendentemente dalla loro collocazione sociale o politica, che la l’azione del PCI era tesa essenzialmente a liberare il paese dai tedeschi e dai fascisti.

Dei lavori di quel Consiglio nazionale non esiste traccia di un verbale degli
interventi; tuttavia, nonostante che il leader del partito avesse tracciato
le linee di un radicale capovolgimento di strategia rispetto agli obiettivi
perseguiti nei mesi precedenti ed alle aspettative dei propri militanti, non
risulta vi fossero state voci di opposizione alla linea di Togliatti.

La mancanza di un dissenso può risultare incomprensibile se si considera l’azione politica dei dirigenti comunisti prima dell’arrivo di Togliatti e il
giudizio che esprimevano sul governo Badoglio.

All’indomani dell’otto settembre, infatti, la contrapposizione
tra il governo e il CLN, soprattutto, con le sue componenti azioniste e socialiste ostili ad ogni forma di collaborazione con la monarchia (2), andò accentuandosi e ciò diede luogo, nel corso dell’inverno 1943-44, ad uno stato di tensione senza vie d’uscita.

L’impasse politica si rifletté anche nelle strutture del partito
comunista, il quale si stava riorganizzando soprattutto grazie all’opera
e alla tenacia dei vecchi militanti di base ed al reclutamento di nuove forze,
per lo più composte da giovani operai e intellettuali. In quella prima
fase, molti nuclei comunisti sorsero in modo quasi spontaneo, stabilendo,
per tutta una prima fase, labili legami con le strutture organizzate del PCI;
in mancanza di stretti collegamenti col centro dirigente, le loro istanze
“rivoluzionarie” sembravano non essere al corrente dello sviluppo
della strategia di unità antifascista che il movimento comunista internazionale aveva promosso a partire dall’estate del 1941 (3). Per cui, in determinate zone, dove operavano gruppi spontanei e scollegati dal centro dirigente, si ebbero casi di <<vera e propria insurrezione, specie in Sicilia, in Calabria e in Puglia, dove gli esponenti locali davano in modo caotico parole d’ordine ispirate alla prospettiva di una rivoluzione socialista imminente

Anche se tra i delegati del I Consiglio nazionale del PCI circolava la <<sensazione comune che la mossa di Togliatti avesse rimesso in corsa le sinistre […] spostato il loro treno da un binario morto>> , indubbiamente la prospettiva indicata dal leader del PCI suonava come una sconfessione delle posizioni politiche assunte dai dirigenti comunisti all’interno dei vari CLN.

Il dibattito sulle nuove prospettive non registrò dissensi di fondo, all’interno del gruppo dirigente, nelle settimane successive: i maggiori dirigenti comunisti,
<<non avanzano mai un momento, nel corso dell’intenso dibattito
interno, l’ipotesi che ci si possa opporre alla svolta. Chi parla di
accettazione entusiastica, chi di convinzione, chi più semplicemente
di spirito di disciplina, per motivare il proprio assenso>>.

Nelle settimane
successive risultò inconsistente la possibilità che si formasse,
dentro il PCI, un’opposizione alla svolta politica: per giunta, essa
avrebbe potuto trovare alimento dal sommovimento sociale e politico in atto nel paese. Le obiezioni alla strategia togliattiana si appuntarono più
sul metodo con cui i quadri vennero investiti della dirompente novità
politica, che sulla sostanza stessa della proposta.
Non c’è dubbio che quella sorprendente adesione derivasse anche
dal convincimento che in qualche modo si dovesse uscire dall’impasse
politica in cui si era arenato il PCI (e non solo quello, ma tutto il movimento
antifascista organizzato nel CLN) , ma ciò non spiega compiutamente
le ragioni di una così immediata adesione alla svolta politica indicata
dal leader comunista, se non si considerano alcuni elementi di fondo che caratterizzavano la natura del PCI, la sua peculiare identità, il suo modo di essere.

Uno di questi
era legato all’indiscusso carisma di cui godeva Togliatti tra i comunisti
italiani. Gli operai e i giovani intellettuali che avevano imboccato la via
della lotta partigiana ed il cui approdo al comunismo era dovuto spesso ad
una crisi ideale maturata nelle file delle organizzazioni giovanili fasciste,
sentivano un grande rispetto per gli uomini che avevano affrontato il carcere o l’esilio per resistere al fascismo. Per essi Togliatti rappresentava
la continuità storica con il movimento rivoluzionario, colui che aveva
diretto il Comintern negli anni di “ferro e di fuoco”,
in stretta collaborazione con Stalin.

Il legame con l’URSS, la sua mitizzazione in quanto <<patria del socialismo>>,
era un sentimento che aveva profonde radici nel partito: radici che, com’è
stato osservato, erano state gettate <<dai dirigenti e da loro tenacemente
irrobustite e amorevolmente curate […] Non a caso, infatti, il rapporto
con l’URSS costituì l’unico terreno su cui non esistette
mai nel partito, una contrapposizione tra destra e sinistra, tra “duri”
e “moderati”, tra riformisti e massimalisti>>.

L’altro elemento che può spiegare la mancanza di vistose reazioni contrastanti  la proposta di Togliatti, veniva dalla peculiare concezione del partito e dal modello politico organizzativo che ispirava le regole della sua vita interna.
Nonostante la trasformazione del PCI, nell’immediato dopoguerra, in
partito di massa, cioè, in organizzazione politica che, secondo una
definizione di Amendola, si proponeva di <<aderire alle pieghe della
società>>, tuttavia, l’organizzazione comunista mantenne
sostanzialmente una struttura elitaria e autoreferente.

E’ stato ampiamente osservato, al di là delle loro posizioni politiche, nei
dirigenti comunisti restava ferma la forzatura soggettivista, giacobino-leninista, che assegnava all’iniziativa del partito la sola responsabilità
e il compito di trasformare la realtà. Occorre infatti considerare
che Lenin, aveva posto il problema del partito politico marxista in maniera
del tutto diversa rispetto al modello che si era affermato nei movimenti socialisti dell’Europa occidentale, proprio partendo da una critica radicale allo “spontaneismo” in quanto ritenuto inadeguato all’obiettivo
del rovesciamento della società capitalistica.

Secondo la concezione “spontaneista”, il proletariato moderno,
entra oggettivamente in contraddizione con i rapporti di produzione (capitalistici) che ne frenano lo sviluppo; la rivoluzione proletaria, quindi, non è che il punto terminale del processo di evoluzione e di sviluppo del capitalismo.

Lenin contrappose a questa concezione economicista e linearmente evoluzionista del processo storico che porta al socialismo, l’idea che non vi fosse un passaggio spontaneo dalla lotta economica e sindacale alla lotta politica (e, quindi, alla “coscienza di classe”) e che, il percorso da
un livello ad un altro, non fosse né continuo, né lineare. La
coscienza politica “di classe”, poteva essere portata solo dall’esterno
della lotta economica e questa funzione non poteva che essere assolta dal
partito rivoluzionario.

Coerente con
questa concezione del partito era l’esigenza che <<l’organizzazione
dei rivoluzionari deve comprendere prima di tutto e principalmente uomini
la cui professione sia l’azione rivoluzionaria. […] Tale organizzazione
necessariamente non deve essere molto estesa e deve essere quanto più
clandestina è possibile>>.

Quanto questa impostazione organizzativa venisse enfatizzata dalla situazione di clandestinità e dalla durezza della repressione poliziesca è comprensibile, com’è evidente che, in queste circostanze, i rapporti, all’interno del partito di Lenin, indipendentemente dalle concezioni soggettive, non erano conformi ai principi della partecipazione e della gestione democratica a tutti i livelli.

Lenin, dunque, da una certa teoria generale del partito, trasse un preciso
sistema di principi organizzativi che concorsero a formare il cosiddetto <<centralismo democratico>>. Questi principi, reinterpretati più tardi nella forma centralizzatrice e oltre i confini del loro spirito originario, hanno comunque regolato la vita interna e la tradizione dei partiti comunisti lungo utta la loro storia.

Nella vita interna e, quindi nel modo di essere dei partiti comunisti erano
operanti due elementi che, indubbiamente, hanno maggiormente condizionato la loro vita interna. Innanzitutto, l’esistenza di un gruppo dirigente che veniva formandosi nel corso delle vicende storiche, attraverso il metodo della cooptazione, che funzionava come elemento di “sintesi” tra <<esperienza immediata della classe operaia>> e la tradizione rivoluzionaria. In secondo luogo, il fatto che la formazione della volontà politica collettiva avveniva attraverso un dibattito, ma che si svolgeva principalmente all’interno dei vari organismi di partito ed attraverso successive sintesi unitarie dall’alto verso il basso.

E’ evidente
come questi meccanismi di vita interna, che avevano una ragion d’essere
se applicati ad un partito di quadri, sia pur di grande livello intellettuale,
che operava nella clandestinità, con una strategia orientata all’insurrezione e alla rapida conquista del potere quale era quello bolscevico, avrebbe portato a risultati profondamente diversi quando furono applicati a partiti che gestivano
il potere statale (quale era quello staliniano) o a partiti di massa che agivano nella legalità, operavano sui grandi movimenti di riforma e adottava una strategia graduale e pacifica di transizione al socialismo (quale era quello italiano).

Togliatti si rese conto di questo fatto evidente ed anche del contesto storico-sociale
in cui agiva il PCI all’indomani delle riacquistate libertà democratiche.
La strategia togliattiana, non fu impostata in funzione della conquista del
potere con un’azione risolutiva, ma mirò al <<radicamento
nella società italiana, tale da renderne, se non impossibile, certo
fortemente traumatica l’ipotesi di una sua espulsione o cancellazione
dal nuovo sistema politico>> .

Si poneva la necessità, di strutturare l’organizzazione del partito
in funzione della nuova realtà politica, ma con un’attenzione
costante a non pregiudicarne il carattere e la natura stessa di partito giacobino-leninista, che assegnava solamente a se stesso la funzione di interpretare e trasformare la realtà.

La struttura interna del <<partito nuovo>> di Togliatti, più che una
originale sintesi, fu, com’è stato osservato, <<un amalgama
empirico>> di svariate concezioni organizzative, sebbene tutte
funzionali al progetto politico elaborato dal gruppo dirigente, nella nuova
fase della vita politica italiana. Il PCI del dopoguerra si formò,
quindi, con un’ambiguità di fondo, in quanto si trattava di rendere
compatibili le caratteristiche di un partito di massa con le qualità
di un partito di quadri.

Indubbiamente,però, fino a metà degli anni cinquanta, questa peculiarità
ebbe un carattere positivo e dinamico nel processo di espansione e di radicamento del PCI nella società italiana. Protagonisti di questo processo furonoproprio i <<rivoluzionari di professione>>, quei quadri, cioè,
che forgiatisi nella lotta clandestina e durante la Resistenza, si trasformarono in funzionari spinti ancora dalla passione per l’organizzazione diretta delle masse e della protesta sociale.

Ma proprio per effetto di questa “diversità”, la formazione
complessiva della linea politica nel PCI fu sempre un fatto complicato. Lo
schema secondo cui la <<linea>> era stabilita dal Congresso ed
attuata dal Comitato centrale fu, in gran parte, un fatto fittizio. Se era
una realtà che le assise congressuali del partito comunista italiano
rappresentassero sempre un momento di grande discussione e di consultazione degli iscritti, era pur vero che i confini della dialettica interna erano fissati in partenza dall’esistenza di un documento congressuale che già definiva la piattaforma da discutere, in quanto sintesi unitaria e finale presentata dal gruppo dirigente già prima di avviare il dibattito di base.

Le tesi congressuali
erano quindi, il risultato di un accordo politico già realizzato a
priori dall’intero vertice del partito, che venivano poi presentate
agli iscritti come la <<linea>> che doveva essere <<difesa>>
e <<applicata>>. Ciascuno, all’interno del suo organismo,
o in una tribuna congressuale poteva esprimere un dissenso, ma il partito,
come “macchina” e struttura era impegnato a sostenere la <<linea>>.

Era un meccanismo originato da un complesso di regole scritte e non scritte:
ma la sua efficacia pratica era indubbia. Il momento congressuale era più
una grande manifestazione politica che una sede in cui si confrontavano idee e si apportavano contributi alla discussione. La sua stessa composizione, l’ordinamento dei suoi lavori era tale da rendere assai limitate le scelte effettive che esso era chiamato a compiere. Il fatto che le tesi congressuali fossero il risultato di una mediazione di vertice e non un documento con più formulazioni che individuavano opzioni alternative lasciava spazio solo per
<<accentuazioni>>, <<sottolineature>>. Ne è
prova il fatto che mai un congresso del PCI ha minimamente modificato le scelte politiche che, prima ancora dell’inizio della discussione, il gruppo
dirigente aveva effettuato.

Analogamente,il Comitato centrale, organo di quasi duecento persone, riunito quattro o cinque volte l’anno, per due giorni, su temi per lo più generali, difficilmente poteva operare come organo dirigente effettivo. Il principio di unità tra discussione e direzione era sostanzialmente lasciato in sospeso: di fatto esso era un organismo all’interno del quale si costituivano gli organismi effettivi di direzione (Ufficio politico, Direzione, Segreteria) che non operavano come organi esecutivi per la gestione operativa del partito ma come veri organi di direzione politica nel Comitato centrale e sul Comitato centrale.

Le scelte politiche fondamentali, dunque, erano compiute da un gruppo dirigente ristretto e dotato
di un forte potere, che aveva tutti gli strumenti statutari e organizzativi
per farle accettare dall’insieme del partito. Il diritto dei militanti
di esprimere ad ogni livello il dissenso era più teorico che effettivo:
costituivano voci, opinioni di cui si teneva conto, ma la possibilità
che esse si coagulassero sino a correggere sostanzialmente le scelte già
fatte era del tutto teorica.

Il limite al dispiegarsi della democrazia interna stava non tanto nei fattori
soggettivi, nella carenza di discussione e di elaborazione dentro le strutture di partito, quanto nel fatto che la teoria e la pratica del centralismo democratico precludevano la possibilità di valutare e decidere tra proposte alternative sulle opzioni politiche che si affacciavano al dibattito

 

2 thoughts on “Breve storia della nascita del P.C.I.

    • Ma pare se non ricordiamo male Bombacci indosso’ la camicia nera dopo la parentesi di Livorno, fascista convinto aderi’ alla Repubblica sociale e fini’ appeso in piazzale Loreto,.
      Ora chiamarlo il vero fondatore del PCI per chi come Gramsci ha subito le purghe e per tutti i morti per la Resistenza e nei campi di sterminio è un insulto alla loro memoria.
      Ecco questo ci dice Bombacci un voltagabbana come tanti allora e tuttora, di destra o sinistra che siano, non concepiamo i traditori

      saluti comunisti

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