Lettera ad un amica..Perchè essere comunisti.

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Cara…è vero, sembra semplice, ma in fondo non lo è, non lo è mai stato e forse non lo sarà mai. Ma per un comunista, chiedersi il “perche si è comunisti”, nonostante (per un comunista) dovrebbe essere naturale, è una domanda che mette la propria interiorità a disagio. La parte dei “leoni rabbiosi e malati” la fanno sicuramente la caduta dell’ Urss e la storia generale del comunismo del 900…non ancora del tutto elaborata, ma pesa anche l’ attuale situazione di difficoltà che comprensibilmente (ed ingiustificatamente) ci schiaccia sul livello della sopravvivenza immediata.Ma io,te, noi e quella moltitudine di persone che crede e che lotta ancora per certi valori non siamo comunisti  perchè abbiamo letto  il Capitale, ma perchè se lo siamo in un certo modo, cioè nel senso moderno del termine è solo perché lo abbiamo “letto” in una accezione più ampia, nel senso che ce lo siamo fatto  “proprio”.
La spinta profonda ed iniziale ad essere comunisti credo che provenga da una insofferenza, da un senso di profonda inaccettazione per quanto vediamo e sperimentiamo ogni giorno nella nostra vita e, per quanto riusciamo a vedere e sentire, nella vita dei nostri simili. E’ il rifiuto dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza, che è tanto più forte in quanto questa ingiustizia e questa ineguaglianza le sentiamo essere ingiustificate a farci muovere. Eppure, molti (per fortuna!) sono coloro che, mossi da una simile intolleranza, operano o ritengono di operare contro l’oppressione, lo sfruttamento e l’ineguaglianza senza per questo essere o dichiararsi comunisti. Seguaci di religioni e confessioni diverse, aderenti a partiti e movimenti filosofici variegati cercano di operare in tal senso.
Nessuno di questi, però, ha la nostra stessa idea di società futura o i nostri stessi metodi di analisi e di intervento sulla realtà o, soprattutto, ritiene che per risolvere i problemi sociali, sia necessario trasformare la società alla sua radice e cioè a partire dai rapporti di produzione. In effetti noi non siamo neppure i primi comunisti della storia né il comunismo è stato inventato da Marx. L’aspirazione a ristabilire la situazione di eguaglianza tra gli uomini esistente nelle classi è probabilmente vecchia quanto l’esistenza delle classi stesse. Comunisti erano i primi cristiani. Comunisti erano i seguaci di Thomas Müntzer che  guidavano le armate contadine contro i principi tedeschi e si può continuare con altre decine e decine d’esempi.
Ora,leggendo qualche documento,scritto da compagni che conosci, estrapolo qualche spunto che mi ha particolarmente colpito per la lucidità d’ analisi. 

Il primo, riassumendo, parla del comunismo moderno che se pur figlio delle lotte degli sfruttati di ogni tempo e luogo è qualcosa di altro e diverso. E’, come disse Marx al momento di costituire la Prima Internazionale, il superamento della fase delle “sette” e dei progetti utopistici del passato, generosi ma impotenti. Pone come l’ “essere comunisti “moderni” è soprattutto la consapevolezza che oggi, per la prima volta nella storia, il comunismo è possibile. Perché oggi l’esistenza delle classi, derivata dallo sviluppo della divisione del lavoro e necessaria allo sviluppo della capacità produttiva del lavoro umano, non solo non è più necessaria, ma è anzi di ostacolo al libero ed ulteriore sviluppo delle forze produttive della società. In pratica, nella fase storica caratterizzata dall’affermazione definitiva del capitale e dalla contraddizione “lavoro salariato – capitale” si sono create le condizioni per l’abolizione delle classi e quindi dello sfruttamento e dell’ineguaglianza. E’ proprio in questo senso che Marx scrisse una delle frasi per me più belle della storia politico-filosofica: “Il comunismo non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale alle la realtà deve conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente.” Il “presupposto” è il movimento del capitale stesso. Essere comunisti implica, quindi, una specifica concezione del mondo, un determinato metodo di analisi della Storia e della Società e una certa prassi di lotta.O sei comunista o non lo sei, sei altro.

Un comunista ritiene che il comunismo è possibile perché è necessario e questo aldilà dei facili stereotipi delle menti piccole.Il capitalismo produce insieme il massimo di razionalità ed il massimo di irrazionalità, il massimo di ricchezza ed il massimo di povertà, il massimo delle possibilità di sviluppo dell’individuo ed il massimo della frustrazione e dell’oppressione individuale. In nessuna altra società del passato la scienza ha avuto un così grande ruolo e soprattutto un così grande influsso sulla produzione, attraverso la tecnologia. Ma la scienza non permea veramente né la comprensione della vita, né la gestione complessiva della società. Eppure il modo di produzione capitalistico si presenta come razionale. Quanto più l’azienda è grande tanto più è governata da un piano razionale in base al quale viene stabilita la suddivisione del lavoro. L’obiettivo di tale pianificazione è ridurre il tempo di lavoro necessario alla produzione della merce. Per ottenere questo risultato la forza produttiva del lavoro viene incrementata e vengono introdotte le macchine.
Ma come tutti o quasi sappiamo la riduzione del tempo di lavoro necessario e l’introduzione di macchine e tecnologie sempre più avanzate non si traduce in maggiore ricchezza e minore fatica per tutti. Il principio del movimento del capitale, infatti, non è la soddisfazione dei bisogni umani ma la massimizzazione dei profitti, l’accumulazione fine a se stessa, attraverso l’aumento dello sfruttamento del lavoratore, mentre la riduzione del tempo di lavoro necessario è finalizzata alla competizione tra i capitali. Così alla razionalità della divisione del lavoro nelle singole unità di capitale corrisponde l’irrazionalità anarchica della divisione generale del lavoro nella concorrenza che caratterizza il sistema economico complessivo. E il sogno di una umanità libera dalla fatica e dal bisogno si traduce in un incubo per la maggior parte della popolazione: sovrapproduzione di mezzi di produzione, di merci, di lavoratori, orari di lavoro che si allungano, intensità del lavoro che aumenta. Si arriva infine al paradosso estremo: quanto maggiore è la ricchezza accumulata tanto più grande è la povertà prodotta. E si assiste alla crescita della povertà in mezzo all’abbondanza. Anzi, il fenomeno dei “poveri che lavorano” non è un effetto imprevisto e accidentale dell’economia del capitale, ma ne è ragione d’esistenza, obbligo ai bassi salari e causa di alti profitti. Fatti questi di cui abbiamo testimonianza (oltre che qui da noi) proprio nel paese più ricco e potente del mondo, gli Usa, dove, accanto ad una immane ricchezza, si allungano le file dei senza casa e cresce una umanità senza diritto alla salute, ad una vecchiaia dignitosa, ad una infanzia educata e protetta e senza lo stesso lavoro.
 
Il lavoratore, però, col capitale non perde solo il controllo sulla ricchezza prodotta, ma anche sulla sua stessa attività lavorativa, sempre più parcellizzata, ripetitiva, esecutiva, mentre la razionalità della pianificazione aziendale si manifesta come costrizione, dispotismo sui lavoratori. Non sono gli uomini, i produttori, a dominare le forze produttive, controllandole e dirigendole, ma sono le forze produttive a dominarli, come se, anziché il prodotto dell’attività umana, fossero forze naturali che incombono, minacciando di scatenarsi con tutta la loro furia cieca sulla società. Come avviene in tutta la sua devastante evidenza proprio nel corso delle crisi che immancabilmente e periodicamente scuotono la società del capitale ed il cui superamento è possibile, entro i rapporti di produzione dominanti, solo attraverso immani distruzioni di ricchezza, che ristabiliscono le condizioni per la ripresa del processo d’accumulazione. La distruzione di ricchezza diventa così necessità, allo scopo di produrre altra e sempre più grande ricchezza. Una logica irrazionale anima il capitale, la quale raggiunge il suo apice nella guerra, fenomeno sorto con la civiltà e le classi, ma che con il capitalismo assume una necessarietà e una violenza mai viste e crescenti. E’ in antitesi alla natura caotica, irrazionale, anarchica e indipendente dal controllo dei produttori che il comunismo è “dicibile”.
 
Il comunismo si sostanzia proprio come razionalità, pianificazione e controllo delle forze produttive. Ma non si tratta dell’applicazione di una razionalità meccanica, deterministica alla realtà da parte di una intelligenza o di una elìte superiori. Il comunismo è, per un Comunista, la riconduzione delle forze produttive della società sotto il controllo dei produttori liberamente associati, secondo un piano razionale. Quindi, il comunismo non è soltanto (neanche nella sua fase iniziale, quella socialista) proprietà collettiva (e tantomeno soltanto statale) dei mezzi di produzione, come invece si è troppo spesso sottolineato e praticato nelle esperienze del socialismo realizzato, ma è soprattutto gestione collettiva delle forze di produzione della società. E questo significa non solo il controllo della distribuzione dei risultati del lavoro, cioè del plus-prodotto, ma anche la ricomposizione della scissione tra lavoro intellettuale e manuale, cioè tra direzione ed esecuzione. 
 
La questione centrale, dunque, è quella del come si esercita tale controllo. Ed il come riguarda il rapporto tra la classe lavoratrice e lo Stato, ovvero la trasformazione dello Stato da entità separata e contrapposta alla maggioranza della società civile, i lavoratori salariati, in un organismo sempre più partecipato dalle masse e quindi sempre meno “Stato”. E’ in questo senso che Marx e Lenin parlano di “abolizione” dello Stato. Il comunismo è dunque l’unica vera democrazia possibile basata sulla libera associazione tra gli individui produttori ed orientata alla liberazione delle loro potenzialità ed inclinazioni. E’ il contrasto stridente tra “ieri e oggi”  il presupposto del comunismo. Mentre nelle società e nei modi di produzione precedenti la povertà e il dominio di classe apparivano “inevitabili”, oggi lo sviluppo delle forze produttive consentirebbe la soddisfazione dei bisogni dell’umanità, rendendo inutile e perciò ancora più intollerabile l’oppressione di classe.
Essere comunisti oggi vuol dire riconoscere la necessità e la possibilità del comunismo in quanto detto fino ad ora. Vuol dire rintracciare le basi del comunismo nella società odierna, nella quale, se da una parte il capitale si contrappone ai lavoratori come potenza sempre più grande ed ostile, dall’altra crea, molto più che nel passato, i necessari presupposti per la sua trasformazione in una forma sociale superiore. La progressiva concentrazione monopolistica dei capitali, l’aumento delle differenze sociali, la finanziarizzazione dell’economia, la crisi generale di sovrapproduzione e soprattutto la creazione del mercato mondiale sono, in questo senso, elementi determinanti della possibilità del comunismo.
 
Certo: nessuno può parlare di “immediata” attuabilità del comunismo. Numerose sono le “mediazioni” che questo richiede. Ma, cerchiamo di intenderci, sarebbe un errore relegare la necessità del comunismo in una lontana prospettiva da raggiungere chissà quando. Intenderla come una specie di faro che brilla alla fine di un percorso chissà quanto lungo.La questione del comunismo non può che informare di sé l’azione odierna dei comunisti, perché già oggi le contraddizioni del capitale vengono impietosamente allo scoperto e pongono delle domande cui si può rispondere solo andando alla radice, ai rapporti di produzione. Lo vediamo tutti che il mercato ed il privato non sono più in grado di sostenere i compiti posti dallo sviluppo delle forze produttive in questa fase di nuova mondializzazione dei mercati e di riproposizione della crisi generale. L’involucro costituito dai rapporti privati di proprietà viene lacerato in più parti e lo Stato è di nuovo invocato, dagli stessi capitalisti a sostegno dell’economia… In tale situazione si rivela tutta la fragilità di un sistema che si pretendeva, fino a ieri, come eterno.
Si ripresenta così non solo la possibilità di proporre di nuovo il superamento del capitalismo, ma si riacquista anche la legittimità a parlare di regolazione, di pianificazione razionale dell’economia, di proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Elementi questi non da interpretare come “programma massimo” o da tenere come prospettiva per il futuro, ma da far vivere, anche parzialmente, nelle lotte e nelle proposte della vita politica di ogni giorno. 
Per me, per i miei e altrui Compagni “essere comunisti oggi” vuol dire comprendere la necessità dell’elemento soggettivo e della volontà cosciente. Non basta essere coscienti della realtà del capitale. Solo se tale coscienza si organizza e conquista le masse diventa una forza materiale che può trasformare la realtà. E condizione necessaria per arrivare a questo sono il partito e la lotta politica. E’ vero, pensare tutto questo ci si sente piccoli e inadeguati, specie se si guarda al nostro stato attuale, me ne rendo conto. Ma la forza di un movimento di trasformazione sta nella capacità di elevarsi dall’immediato, senza perdere il contatto con la realtà, per immaginare il futuro.
Se la fantasia è sogno staccato dalla realtà, l’immaginazione è capacità di pensare una realtà diversa, a partire dalla realtà stessa e dunque capacità di agire in modo alternativo. Ed è di immaginazione e coraggio che abbiamo bisogno! Il coraggio di mantenere una posizione che possa apparire “antistorica” (che guarda caso è la parola preferita dai revisionisti ignoranti)  perché in una situazione in cui i margini di mediazione si riducono e la lotta di classe viene inasprita dal capitale c’è un solo modo di assolvere al compito principale dei comunisti: indicare la direzione. Essere comunisti oggi, dunque, vuol dire avere coraggio, il coraggio di pensare e praticare il futuro.
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