Le privatizzazioni non sono la soluzione ma il problema

Ass.PrivatizWeb

Premessa
Dismissione del pubblico e azzeramento del controllo popolare

La nostra città, così come molte altre realtà urbane del paese, ha subito le conseguenze, in termini di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di un lungo processo di privatizzazioni e liberalizzazioni.
Questo processo ha portato l’ente pubblico a rinunciare alla sua funzione di erogatore di servizi per trasformarsi progressivamente nel gestore di un “quasi mercato” che risponde esclusivamente a logiche di profitto, da un lato, e a logiche di riduzione dei fondi pubblici dall’altro. Il risultato è che il controllo popolare sui servizi essenziali sia stato completamente azzerato. Questo processo è avvenuto grazie alle sciagurate politiche degli ultimi 20 anni. La propaganda, da destra a sinistra, che giustifica questo tipo di trasformazioni, è quella che fa apparire la privatizzazione come l’unico strumento a disposizione per garantire una maggiore stabilità, la crescita economica o la compensazione laddove il pubblico è carente, per garantire occupazione (non importa a che condizioni), o l’adempimento delle richieste provenienti dall’Europa. Nel discorso neoliberista, chi si oppone a tali operazioni, svelandone il vero obiettivo, viene additato come un conservatore. Che servano a fare cassa o a limitare i costi del lavoro o di gestione, le privatizzazioni in realtà hanno portato solamente ad un aumento dei costi delle utenze e ad un peggioramento delle condizioni dei proletari che vedono diventare un lusso ciò che fino a poco tempo prima era un servizio garantito, contribuendo al peggioramento della condizione di vita dei lavoratori già schiacciati dalla crisi economica e occupazionale.

Privatizzazioni a Parma
Tra multiutility e multinazionali cooperative

Faremo qui degli esempi sintetici di alcune privatizzazioni avvenute a Parma, realizzatesi attraverso lo strumento a scatole cinesi delle società partecipate, per provare a comprendere la complessità delle ricadute sociali che stanno producendo e provare ad ipotizzare forme di mobilitazione che possano contrastarle.
E’ durante le amministrazioni Ubaldi e Vignali che si avvia e si rinforza la privatizzazione dei servizi energetici. Dapprima con la privatizzazione della municipalizzata Amps che, trasformata in Società per azioni, diventa proprietaria della distribuzione dell’energia elettrica, acquistando le reti in mano ad ENEL, poi con la nascita di Enia, che riuniva le ex municipalizzate di Parma, Reggio e Piacenza. Nel 2010 la fusione con Iride (Genova e Torino) dà vita al colosso Iren, una multi-utility “strutturata sul modello di una holding industriale con sede direzionale a Reggio Emilia e sedi operative a Genova, Parma, Piacenza e Torino”. Per il Comune di Parma, il fine di tutti questi passaggi è stato la vendita di capitale per fare cassa e avviare progetti di selvaggia ristrutturazione urbana a fini speculativi. Infatti, il Comune ha incassato da questo processo milioni di euro finiti direttamente nella grande abbuffata dei cantieri che il sindaco Vignali ha aperto in ogni angolo della città. Oggi Iren si occupa nel nostro territorio di tutto ciò che riguarda energia, acqua e lo smaltimento dei rifiuti, compresi discariche ed inceneritori. La privatizzazione del settore energetico è richiesta dalla necessità di profitti sicuri da parte di banche, fondi d’investimento e grandi gruppi capitalistici.
Per quanto riguarda l’utenza, Iren applica una politica tariffaria dettata esclusivamente dalle proprie esigenze di profitto, senza ovviamente che ci sia un adeguamento alle possibilità economiche di ampi strati della popolazione, peraltro oggi colpiti dalla crisi, e senza porsi alcun problema riguardo alle ricadute sociali del proprio agire; si tratta di una multinazionale coinvolta in operazioni estremamente complesse e rischiose che potrebbero generare anche conseguenze inimmaginabili per la popolazione. Le utenze vedono costi ormai insostenibili e i distacchi sono completamente in mano al privato e alla sua volontà di profitto. Dal punto di vista del personale impiegato, oltre a quello impiegatizio, e a parte i pochi operai che si occupano di manutenzione, un’ingente mole di lavoro, dalla raccolta differenziata alla gestione degli sportelli, fino alla nettezza urbana è dato in subappalto a cooperative o imprese private che scaricano i risparmi di gestione su un personale precario e sottopagato.
Anche i servizi sociali, dall’assistenza agli anziani e ai disabili, il “disagio mentale”, i centri giovani, le scuole materne e gli asili nido sono stati in questi anni progressivamente lasciati in mano alle cooperative, grazie a continue esternalizzazioni. Si tratta in realtà di grosse aziende capitalistiche che contano ormai dai 2000 ai 4000 “soci” dipendenti. E’ il caso della cooperativa Pro.Ges, che più che una cooperativa rappresenta un vero colosso, e che ha ramificazioni in diverse regioni d’Italia e all’estero, Organica al potere politico locale attraverso numerosi personaggi ad essa legati, il gruppo industriale cui questa coop fa riferimento si chiama Ge.s.in e si occupa di servizi alla persona, nidi, ospedali, case protette, pulizie, facchinaggio, raccolta differenziata, così come di manutenzione, progettazione, costruzione di impianti elettrici e meccanici, di opere di urbanizzazione e così via…per “attivare sinergie e promuovere rapporti secondo il modello dell’Impresa-Territorio, in ottica di sviluppo e di miglioramento competitivo”. Parmainfanzia (una Spa nata nel 2003, con socio di maggioranza Pro.Ges, e quota comunale del 43%) e Parma Zerosei (costituita nel 2011 dopo una sentenza che impediva l’’ulteriore espansione dell’altra partecipata, a quota comunale del 49% e Pro.Ges del 51%) sono due grossi tentacoli di questo colosso. I soci dipendenti di queste partecipate, pur svolgendo le stesse mansioni e lavorando un monte ore identico a quello dei dipendenti pubblici, vengono pagati considerevolmente meno (all’incirca 300 euro in meno di un lavoratore statale). Ormai hanno il monopolio su quello che è il settore educativo della prima infanzia a livello comunale, e sono in rapida espansione; rispondono principalmente all’esigenza del Comune di risparmiare sulla spesa sociale, di dismettere di fette di personale dipendente e diminuire i costi del lavoro. Le coop diventate multinazionali distruggono il tessuto delle piccole realtà cooperative, sottraendo loro progressivamente gli appalti dell’ente pubblico tramite un servizio erogato in base ad una logica industrializzata di massimo risparmio che spesso produce un abbassamento qualitativo. Il personale assunto tramite queste multinazionali del sociale, dall’educazione alla sanità, è infine più ricattabile. Questo è quello che succede quando l’ente pubblico rinuncia a gestire i servizi fondamentali e trasforma i diritti in merci; la “cittadinanza” è un mercato in cui solo chi può permetterselo può fruirne: i diritti sono diventati privilegi.
In tutti e due gli esempi fatti, assistiamo alla moltiplicazione di un esercito di lavoratori ricattabile, spesso de sindacalizzato (anche perché spesso i dirigenti delle cooperative e i dirigenti dei sindacati confederali si scambiano sovente la poltrona) o che non ha nemmeno la possibilità di accedere alla tutela sindacale, pena l’estromissione dal posto di lavoro. Il clima all’interno di queste piccole e grandi scatole cinesi è quello in cui domina non solo una totale assenza della tutela, ma anche una pesante gerarchia e controllo dei lavoratori.
A fronte di tutto questo si aggiunga, dopo la dismissione e la privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, la totale assenza di mancanza di politiche abitative e di intervento riguardo all’emergenza casa che da almeno un decennio affligge la città, e a cui le uniche risposte sono state, da copione, la creazione di società partecipate (vedi Parmabitare, Casadesso o il progetto Parma Social Housing) . Esse avevano lo scopo di realizzare appartamenti da affittare a canone calmierato, ma il risultato è disastroso: nessun incontro con la domanda dei bandi, l’esclusione delle fette sociali più bisognose, canoni troppo alti per gli inquilini stessi che vi accedono, una morosità elevata e tanti alloggi lasciati sfitti o mai realizzati. Anche in questo caso, la direzione è sempre quella della più completa autonomia alla società privata per la gestione della manutenzione, della riscossione, delle assegnazioni, degli sfratti, e così via.
Non ci sembra che l’attuale amministrazione stia attuando alcun cambio di rotta, trincerandosi dietro alla qualità percepita e la trasparenza (?) dei partners di cui il comune è socio, dimenticando che a fare la qualità dei servizi stessi sono solo i lavoratori (sottopagati e ricattati), ossia gli stessi fruitori dei servizi che dovrebbero essere pubblici e garantiti per tutti. Il mero indicatore della qualità percepita (sul cui grado avremmo anche qualche dubbio), sbandierato a destra e a manca dai diversi assessori, non può essere lo strumento sul quale basare una politica che garantisca dignità e sopravvivenza. Tantomeno le promesse di raccogliere le richieste più volte espresse dai lavoratori o dai sindacati di base che li rappresentano, senza che venga messo in discussione l’intero sistema di sfruttamento costituito dalle partecipate. Le forze di “opposizione”, PD in primis, non oppongono che l’unica rivendicazione, tutta all’interno delle logiche di mercato, della mancanza di offerta e di concorrenza tra privati.

Per invertire la rotta…
In questo panorama, la classe lavoratrice vive una condizione di isolamento e controllo, dato sia dalla divisione del lavoro in appalti, subappalti e miriadi di forme contrattuali, che dalla gestione gerarchica dei diversi “cantieri” che impediscono anche il semplice confronto tra lavoratori di uno stesso settore. La credibilità delle rappresentanze sindacali è praticamente nulla, la delegittimazione della politica è presente a tutti i livelli. E’ per questo necessario pensare a nuove forme di relazione e di aggregazione che probabilmente non possono passare solo per la sindacalizzazione sui luoghi di lavoro, ma darsi su terreni diversificati e correlati tra loro. Pensando ai lavoratori che vivono un rapporto lavorativo che impone l’impossibilità di poter utilizzare le forme storiche (anche le più “normali”) di protesta, dato il livello di ricattabilità e il clima d’intimidazione che sussiste nelle grandi cooperative così come nei subappalti, è necessario attrezzarsi su un livello di inchiesta e di relazioni tra i soggetti che compongono questa popolazione sfruttata che vive anche condizioni di disagio abitativo, di carenza dei servizi e di forme aggregative popolari. Nonostante la retorica da “grande famiglia”, la facciata casalinga che utilizzano queste partecipate, anche per ammorbidire i lavoratori rispetto ai carichi di lavoro, come abbiamo visto, hanno diramazioni nazionali e anche extranazionali; per rompere la divisione sarebbe già un grande passo riuscire a conoscere i lavoratori di altre città che vivono le stesse condizioni che a Parma e con loro individuare campagne di boicottaggio o di lotta, laddove siano presenti sedi dei grandi colossi del sociale o dell’energia come Iren o ProGes.
Non è un caso che in questi anni sempre più spesso le lotte che si affacciano in città (oltre a quelle degli operai delle fabbriche in via di dismissione) e che, di fatto, hanno avuto come obbiettivo esternalizzazioni e privatizzazioni, siano partite da disagi esterni al mondo del lavoro (pensiamo ad esempio ai comitati di genitori contro Parma Zerosei o la Rete diritti in casa contro Iren). Il movimento di lotta per la casa in questi mesi ha lanciato indicazioni importanti in questo senso, riuscendo, con la lotta contro i distacchi per morosità incolpevole portata alla sede Iren, a centrare uno dei nessi che possono portare all’unità di chi come noi subisce sfruttamento, privatizzazioni e crisi. Per questo, questa lotta è lotta di tutti noi.
Chi paga i costi sociali di tutti questi processi è un solo unico soggetto che sia esso utente o lavoratore. A questo va opposto un livello di conoscenza, di conoscenza reciproca, un insieme di azioni e rapporti che riescano ad invertire la direzione. In modo che a pagare il peso sociale di questo progetto di depredazione delle vite e dei territori siano finalmente i veri responsabili.

Collettivo Insurgent City

Rete :  Noi saremo tutto

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