“Gli anni spezzati”, la peggio fiction

RAI

La sera di martedì 7 gennaio su Rai Uno è andato in onda uno scempio, di cui la Rai dovrebbe chiedere scusa, e i politici o chiunque approvi sul servizio pubblico operazioni di questo tipo dovrebbe chiedere il conto. Insegno storia da cinque anni nei licei, e tutto il lavoro che io, come centinaia di migliaia di insegnanti di liceo e università, faccio per cercare di raccontare, far conoscere, semplificare, provare a condividere e indagare insieme, gli anni Settanta viene smerdato da una roba coma la trilogia-fiction intitolata “Anni spezzati”. Uno dei prodotti peggiori realizzati in Italia negli ultimi anni: un film non solo pessimo da un punto visto artistico e anche tecnico, ma risibile da quello documentario e storico. Un prodotto nocivo, venefico, viscidamente diseducativo.

Chi l’ha scritto, Graziano Diana (anche regista) con due autori alle prime armi – Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti – ha evidentemente ritenuto opportuno prescindere da qualunque serietà di documentazione storica, appoggiandosi a riduzioni da sussidiario copiato male – non dico Wikipedia (che in molti casi è fatta molto meglio). Nei titoli d’apertura non dichiara nemmeno un nome di un consulente storico, nei titoli di coda ne cita tre, nessuno dei quali storico di professione (Adalberto Baldoni, Sandro Provvisionato e Luciano Garibaldi – la cui bibliografia è pubblicata da piccolissimi editori in odore di post-fascismo tipo Nuove Idee o Ares).

Nelle interviste Diana dice che ha ascoltato le voci dei parenti delle vittime della violenza politica anni ’70: non so chi abbia ascoltato né come l’abbia fatto, ma quello che ne ha tratto sono degli sloganucci stereotipati che farebbero passare un bignami per un saggio storico complesso. Nelle interviste Diana dice di aver voluto raccontare quella storia dalla parte di chi, le istituzioni incarnate nelle forze dell’ordine, cercava il dialogo tra rossi e neri: non so che libri abbia letto sulle forze dell’ordine e le istituzioni italiane di quegli anni, non so su quali testi si sia formato la sua idea sugli apparati dello Stato, i politici, i partiti, i vari movimenti, ma se l’avesse scritta Cossiga nel sonno o Claudio Cecchetto, per dire, questa fiction, ci avrebbe messo più complessità.

L’idea di Alessandro Jacchia di raccontare attraverso lo sguardo di un poliziotto romano (la sua voce off!) le vicende complicate che girano intorno a Piazza Fontana, l’autunno del ’69, e la vicenda di Calabresi e Pinelli non è nemmeno revisionista: non è un’idea. È la suggestione di poter prendere la poesia di Pasolini su Valle Giulia, ricavarne un’interpretazione puerile, e pensare di applicarla, a mo’ di pomata, agli eventi di quegli anni: come se fosse una scelta narrativa, fino a realizzare una specie di spottone con toni da soap-opera, colletti larghi, sguardi fissi in camera.

La voce off nasale come una ciancicata tipo un personaggio di Verdone che ti commenta in modo situazionista le immagini di repertorio di una puntata de La storia siamo noi; i riassunti della macrostoria in cui non una sola parola si sottrae dai luoghi comuni (di pensiero e di linguaggio), dai peggiori luoghi comuni; i personaggi ridotti a figurine da vignette della Settimana Enigmistica; le discussioni politiche che sembrano parodie di uno sketch di Guzzanti o dei Gatti di Vicolo dei Miracoli; gli spiegoni (approssimativi, scritti malissimo, errati) ogni 30 secondi; le ragioni delle proteste azzerate a una forma di iperattività giovanile – gli anarchici sembrano gente affetta da sindrome da deficit di attenzione da curare col Ritalin; attori anche bravi come Solfrizzi, Bruschetta, Trabacchi, Calabresi costretti a pronunciare battute che sembrano dei verbali di polizia (Paolo Calabresi e Ninni Bruschetta in certi momenti – poveri! – sembrano dover espiare la loro protervia iconoclasta di Boris), ma anche attori molto meno bravi come il protagonista Emanuele Bosi – con una faccia da pubblicità di un dopobarba che deve dare corpo a un poliziotto di Primavalle nel 1969!; personaggi-cameo come Feltrinelli (vi prego guardate la scena con Feltrinelli e Calabresi…) che hanno la stessa intensità di Gigi Proietti-vigile quando fa lo spot di Vat 69 in Febbre da cavallo.

Confusione, una continua confusione, una virtuosistica confusione nella struttura narrativa; un montaggio da Chiquito e Paquito; un’eterna luce laterale per cui tutti gli attori vivono con metà faccia tagliata da un’ombra plumbea (volutamente omomorfica e omocromatica a quegli anni, spezzati e di piombo?); una ostentata misconoscenza di qualunque modello filmico che si è confrontato con la Storia della contestazione, del terrorismo, etc… – che siano quelli studiati da Cristian Uva o da Demetrio Paolin o da Vanessa Roghi & Luca Peretti, che siano film seminali come Anni di piombo di Margaret Von Trotta o prodotti derivativi come Romanzo di una strage (che avevo stroncato senza appello, ma che nel confronto riluce dello splendore di un Griffith); e la musica onnipresente più di quella che uno si ciuccia da Zara durante i saldi – una musica sempre enfatica, che vorrebbe inquietare, intervallata da pezzi dell’epoca scelti con il criterio di un jukebok andato in corto; e le basette collose, i capelli di Calabresi disegnati che manco Big Jim, il trucco, le parrucche, le scenografie…

(Ditemi! Vi prego ditemi perché nei film italiani degli anni ’70 sembra che il mondo sia una specie di fondale in cui sono stati appiccicati un po’ di poster di Lotta Continua al muro e buttati qua e là nelle stanze dei libretti rossi! Perché in film iperglamour ipercitazionisti degli anni ’70 americani – andate a vedere quel capolavoro di American Hustle – nonostante l’omaggio enfatico all’epoca la scenografia risulta sempre credibile? Forse perché gli scenografi statunitensi non pensano che se uno mette in scena gli anni Settanta deve mostrare che Tutto è anni Settanta, ma ci saranno anche mobili anni Sessanta, anni Cinquanta, anni Venti?!);

Più di tutto, è clamorosa la mancanza di visione politica nel fare un film del genere: paragonatelo con qualunque sceneggiato Rai degli anni ’70, lì ci troverete un’intelligenza, un coraggio, un desiderio civile, una volontà di indagare, di spiegare, una capacità di essere problematici, di avere una prospettiva sociologica – a tutto questo viene ipocritamente e colpevolmente sostituita una sorta di réclame analfabetizzata per la polizia che è tanto brutta da essere mortificante per chiunque abbia fatto politica attiva in quegli anni, ma persino umiliante per la polizia stessa e per chi viene raccontato in modo elogiativo (mi piacerebbe sapere il parere di Mario Calabresi che, pur raccontando come una specie di diario personale, da figlio, la vicenda del padre commissario, in Spingendo la notte più in là , riusciva a essere meno agiografico)…

Potrei anche continuare, ve lo assicuro. E questo scempio storico, artistico, cinematografico, narrativo, ce n’est qu’un debut, come mi verrebbe da dire: ci sono altre quattro puntate, due sul sequestro Sossi, due su Giorgio Venuti e la marcia dei quarantamila. Si può peggiorare, si può raccontare che le Brigate Rosse sparassero per provare le pistole, che Moro e Nathan Never sono la stessa persona e che il sogno dei dirigenti DC era quello di diventare anchor-man della tv per governare l’Italia con i messaggi subliminali del Pranzo è servito, e che la marcia dei quarantamila era la prima vera manifestazione di fitness di massa che ha attraversato l’Italia. Sono pronto a tutto. A scuola, ai miei ragazzi, farò studiare la rivoluzione francese a partire da mie interviste-lampo fatte nel reparto surgelati del Todis su Robespierre e Danton e gli dirò che la Resistenza era un’associazione che faceva trekking sulle montagne per tenersi in forma

Da Micromega online

Da Contropiano

Da “dio, patria e famiglia” a “polizia, magistratura e impresa”

Non è tempo perso tornare sulla fiction della Rai – “Gli anni spezzati” – che viene trasmessa in prima serata in queste settimane, nello sforzo palese di creare una neolingua orwelliana sulla storia, i conflitti e la violenza politica degli anni Settanta nel nostro paese. Pensando soprattutto al presente e al futuro, come si conviene a un’operazione “culturale”, per quanto di profilo infimo come questa.
Qualche notizia in più aiuta a capire l’l’impronta dell’operazione in corso.

La trilogia in sei puntate, dedicate ad un Commissario di polizia (Calabresi) a un magistrato (Sossi) e ad un dirigente Fiat (Venturi), ha il patrocinio dell’Associazione nazionale della Polizia di Stato e dell’Associazione Italiana vittime del terrorismo. Due soggetti quasi “parasindacali”, vocati a rappresentare interessi particolari, per farli “pesare” sia nel discorso pubblico che nelle iniziative legislative e finanziarie.

Secondo il produttore-sceneggiatore, un comitato di consulenti storici – composto da Adalberto Baldoni, Sandro Provvisionato e Luciano Garibaldi – avrebbe dovuto garantire l’”equilibrio delle fonti”. Compito delicato, in una materia simile, e che avrebbe richiesto alte competenze storiografiche. Insomma, degli storici di professione, con cattedre universitarie improtanti e magari pubblicazioni scientifiche alle spalle, meglio se universalmente riconosiute come valide.
Chi sono invece questi “consulenti storici”

Adalberto Baldoni,ha lavorato dal 1972 al 1980 ne Il Secolo d’Italia, organo del Msi (partito nato in continuità diretta con il partito fascista, in barba al dettato costituzionale).Componente del Comitato centrale del Msi (1965-1995). Dirigente nazionale del settore “Immagine e Propaganda” nel biennio 1989-1991. Dopo la svolta di Fiuggi, nel 1995, diventa dirigente nazionale di Alleanza Nazionale, nelle cui liste è stato eletto cinque volte al consiglio comunale di Roma, concludendo l’esperienza nel 2001.

Luciano Garibaldi è autore di diversi libri che provano a riscrivere la Storia dal punto di vista del fascismo, nonché dei due testi da cui ha tratto spunto la fiction Rai. Uno dedicato al giudice Sossi, l’altro al commissario Calabresi. Ha lavorato in tutta la stampa di destra: Il Tempo, Il Giornale, L’Indipendente, Gente.

Infine Sandro Provvisionato, che sembra ricoprire il ruolo di certificatore bipartisan delle consulenze “storiografiche”. Proviene dai gruppi della sinistra, è stato tra i fondatori di Radio Città Futura poi passato all’Ansa. Ha già ricoperto un ruolo simile nel programma “Terra”,di Canale 5, in cui doveva “riequilibrare” le vere e proprie crociate del suo partner, Toni Capuozzo. Gestisce da anni il sito Misteri d’Italia, nel quale convivono documenti e inchieste interessanti, ma anche veri e propri monumenti di dietrologia e depistaggio politico di marca ex-Pci.
Insomma, tre personaggi senza spessore “scientifico” e soprattutto nessuna possibilità di essere considerati al di “sopra delle parti”. Solo un volgare compromesso tra esigenze di riscrittura della Storia da posizioni solo presuntamente opposte.

Eppure non basta questo vizio d’origine a spiegare la capziosità di questa produzione televisiva di massa. La scelta di una fiction a puntate presuppone una decisione politica importante, che giustifica un investimento anche economico rilevante, e punta su uno strumento molto più efficace di un film destinato al circuito cinematografico. Nella serie può scattare infatti la “fidelizzazione” dello spettatore, la prima serata Rai assicura un’audience di milioni di persone, agisce con più forza l’empatia con i protagonisti. Molti ricorderanno le polemiche sui “rischi” connaturati alle serie tv esplose in occasione della fiction sulla Banda della Magliana.

In questo caso i protagonisti e le vittime sono i “buoni” per definizione: il commissario Calabresi (che il testimone Pasquale Valitutti conferma esser stato presente nella stanza della Questura dalla quale venne gettato Giuseppe Pinelli), il giudice Sossi (un’icona delle “toghe nere”, assai poco amato da lavoratori e movimenti, da lui perseguitati nella Genova degli anni Sessanta e Settanta), il dirigente della Fiat Venturi (uno degli organizzatori della “Marcia dei quadri” contro lo sciopero del 1980, che segnò la sconfitta del movimento operaio in Italia).

Gli eroi civili diventano quindi: polizia, magistratura e la maggiore multinazionale italiana. Una “santissima trinità” che sembra voler sostituire quella tradizionale delle forze reazionarie: dio, patria e famiglia. C’è una modernità inquietante in questa sostituzione, in varia misura “necessaria”.

Nel XXI secolo, infatti, nè dio, né la patria né la famiglia sembrano più avere quel potere valoriale stabilizzante sul quale costruire un “senso comune”, un ordine pre-politico. Il “dio denaro” – come scrive Marx – ha assunto maggiore capacità di persuasione e conversione rispetto a quello extraterreno; la patria è stata molto relativizzata dalla dimensione sovranazionale europea, che ormai determina scelte, orizzonti e confini fattuali dei poteri decisionali; la famiglia è stata investita come un tornado dalla modifica degli stili di vita, diventando una delle tante “venerande istituzioni” spazzate via dal carattere “rivoluzionario” del capitalismo.

Il tentativo “culturale” sottostante è dunque quello di cominciare a delineare un “nuovo senso comune” fondato sulla trinità tra disciplina, legalità e mercato. Una trinità di scorta, ben più misera e “terra terra” di quella morente, ma decisiva in una fase dove l’aumento delle disuguaglianze sociali, l’impoverimento massiccio di quote di popolazione e la dominante invisibilità delle oligarchie stanno facendo saltare ogni civilizzazione condivisa e ogni compromesso sociale.

Non per caso. L’attuale è una fase in cui tutte le ragioni del conflitto di classe degli anni Settanta – criminalizzate e deformate da fiction come “Gli anni spezzati” – avrebbero molte più ragioni di allora per prendere corpo e manifestarsi come prospettiva progressiva della società.

Se le vecchie forme della “democrazia rappresentativa” vengono ormai liquidate come inservibili ai fini della governance, la nuova trinità chiamata a “conformare” ogni aspetto della vita politica, sociale e culturale del paese deve soprattutto “dissuadere” ogni tentazione di cambiamento in una direzione “progressiva”. Dunque:

– le imprese (la Fiat del “modello Pomigliano”) assumono il valore di nuovo potere legislativo che obbedisce a priorità “non generali”;

– gli apparati di polizia assumono il valore di potere esecutivo prevalente (esente dal rispetto della legge, come emerge dalla protervia con cui non accettano di esser giudicati per le uccisioni che avvengono nelle questure o per le torture di Bolzaneto);

– la sola magistratura “legittima” è solo quella che non interferisce con la legalità decisa dalle imprese, rivolgendo invece tutta la propria fantasia repressiva contro l’opposizione sociale e/o politica (il “modello Caselli” contro i No Tav, dunque, non certo il Nino Di Matteo che indaga sulla “trattativa Stato-mafia”).

Ma questi tre istituti del “nuovo senso comune” non godono davvero di buona fama tra “la gente”. Per questo diventano necessarie operazioni mediatiche come “Gli anni spezzati”; probabilmente altre ne seguiranno. Strumenti per veicolare la “rivoluzione passiva” nella società e creare una nuova scala di valori e riferimenti, posti di traverso a qualsiasi istanza di liberazione, ribellione, “rovesciamento del tavolo”.

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