Mobilitazioni d’autunno:

18e19ottobre

rendere il paese ingovernabile ai vertici della Repubblica Pontificia e fare le prove generali per la costruzione del Governo di Salvezza Nazionale

Aderire e partecipare
alla manifestazione nazionale per “difendere e attuare la Costituzione” del 12 ottobre a Roma;
* allo sciopero generale del 18 ottobre e alla giornata di sollevazione e assedio del 19 ottobre a Roma contro il governo dell’austerità e i diktat dell’UE, per lavoro, reddito, pensione, casa, scuola, salute, beni comuni, diritti e democrazia partecipata;
* Alla mobilitazione in occasione delle udienze del 14 e del 17 ottobre a Roma del processo contro Davide Rosci, Mauro Gentile e gli altri inquisiti per i fatti del 15 ottobre 2011. La solidarietà e il sostegno, senza se e senza ma, a chi è colpito dalla repressione perché si ribella a un ordine sociale di miseria, devastazione e guerra è il primo ed elementare metro per misurare la coerenza, la serietà e la determinazione di chi chiama e partecipa alla mobilitazione per cambiare il corso delle cose, per “difendere e attuare la Costituzione”, “contro il governo delle politiche di austerità”, “per “lavoro, reddito, pensione, casa, scuola, salute, beni comuni, diritti e democrazia partecipata”.

  Il contesto politico
La strage di Lampedusa, il regime che Marchionne vuole imporre in FIAT, l’occupazione militare della Val di Susa, le missioni di guerra mostrano dove ci stanno portando i vertici della Repubblica Pontificia, i loro governi di centro-destra, di centro-sinistra o di larghe intese, la loro Comunità internazionale dei gruppi imperialisti USA, europei e sionisti.
Prima hanno fatto ricorso a un golpe bianco per installare al governo i partiti che avevano perso le elezioni di febbraio. Poi, con il voto di fiducia del 2 ottobre scorso, hanno resuscitato dalle sue stessi ceneri il governo Letta-Napolitano-Belusconi in nome della “stabilità politica”. Cioè per continuare a spremere soldi (che la chiamino Tares anziché Tarsu, Service Tax anziché IMU il risultato non cambia) e a privatizzare (alla faccia dei referendum del 2011 e con risultati di cui le recenti vicende di Telecom e Alitalia sono emblematici), a lasciar andare a pezzi l’apparato produttivo del paese (“sono le leggi del mercato”), a ridurre la spesa pubblica per sanità, istruzione, tutela del territorio, manutenzione delle infrastrutture e altri servizi utili alla collettività, per continuare con le grandi opere speculative, l’acquisto di ami e le missioni di guerra.
La sintesi più efficace è espressa odiosamente e tragicamente proprio a Lampedusa. Le politiche criminali promosse da tutti i governi che si sono alternati negli ultimi decenni stanno provocando la strage continua nel Mediterraneo: l’immagine delle bare dei morti nel naufragio di inizio ottobre, allineate, mantenute in un hangar pulito, allestito con i fiori e pronto ad accogliere telecamere e alti rappresentanti del governo e della UE, è il velo di ipocrisia e menzogna che trasuda da ogni angolo. Nel CIE, fra il fango, gli insetti, accampati e stipati come animali, vengono abbandonate e segregate migliaia di persone in nome della “legalità”. Da una parte le parate del Papa, Letta, Barroso e dall’altra miseria, degrado e morte.
E’ la stessa legalità che strangola i lavoratori e le famiglie delle masse popolari, è la stessa legalità in nome della quale si eseguono sfratti e si chiudono fabbriche, quella per cui si devastano i territori e si specula sulla salute e sulla sanità.
La strage di Lampedusa è il frutto avvelenato della Bossi-Fini approvata dal governo Berlusconi a cui la Turco-Napolitano del governo Prodi ha aperto la strada ed è il proseguimento dell’azione criminale con cui la Marina militare italiana affondò la Kater i Rades su ordine di Napolitano, allora ministro degli Interni del governo Prodi. E’ stato così in ogni campo! Il centro-sinistra ha preparato il terreno e aperto le porte alla banda Berlusconi, il meno peggio ha aperto le porte al peggio. E oggi le “larghe intese” che sorreggono apertamente il governo Letta-Napolitano-Berlusconi, e prima il governo Monti, hanno solo eliminato la finzione che copre da trent’anni la collaborazione tra centro-destra e centro-sinistra nell’attuare il “programma comune” dei poteri forti!
Nessuna salvezza, nessuna soluzione, nessuna via d’uscita positiva verrà da chi ci ha sprofondato nel disastro della crisi del capitalismo, dai loro complici e compari!

Passare dalla difesa all’attacco: puntare in alto, mirare a governare.
In questo contesto non basta, anzi è sbagliata e fuorviante, la parola d’ordine di scendere in piazza, mobilitarsi, anche con forme radicali e decise, per “chiedere al governo” o “pretendere dai padroni” che facciano qualcosa di diverso da ciò che fanno. Chiedere ai padroni, ai banchieri, al Papa di non fare il loro mestiere significa menare il can per l’aia e non ottenere quello che dobbiamo conquistare. Possiamo essere milioni a battere i piedi a terra e a lamentarci, non è il volume dei lamenti, delle proteste o delle rivendicazioni che qualifica il passaggio dalla difesa all’attacco.
Passare dalla difesa all’attacco e mirare in alto per davvero significa porsi l’obiettivo politico, lottare, combattere, per prendere il potere, per prendere in mano le sorti del paese, il proprio destino, il destino delle masse popolari. Non basta chiedere ai padroni, nemmeno con lotte dure oltre che con la concertazione (che tanto, a forza di chiedere, si sbatte la testa contro il fatto che i padroni concedono solo se sono terrorizzati da un movimento popolare in marcia per prendere il potere). Bisogna eliminare i padroni (come classe che dirige e domina la società ) e sostituirli con una nuova classe dirigente della società, le masse popolari organizzate. In questo senso non basta dare battaglia, bisogna osare vincere, governare il paese.
Ecco perché queste mobilitazioni di autunno devono diventare per chi le promuove e le organizza le “prove generali” della formazione di un Comitato di Salvezza Nazionale che rafforza le organizzazioni operaie e popolari e le chiama alla lotta senza tregua per cacciare il governo del golpe bianco Letta-Napolitano-Berlusconi e a costituire un loro governo d’emergenza, il Governo di Blocco Popolare.
Questo è l’obiettivo concreto, la prospettiva realistica, realizzabile, positiva che è all’ordine del giorno dei prossimi mesi per non disperdere in un vicolo cieco (“lotta, lotta, lotta” senza obiettivi realistici) la portata e il valore delle mobilitazioni di queste settimane.

Sul “che fare” dal 20 ottobre in avanti e il fantasma del 15 ottobre 2011.

Intorno alle manifestazioni del 18 e 19 ottobre aleggia il fantasma del 15 ottobre 2011. Alfano, Caselli e i media di regime hanno già lanciato su grande scala l’operazione “allarme terrorismo” contro il movimento NO TAV, per dividerlo, intaccare la forza del suo esempio (no all’opposizione di opinione: contro le misure antipopolari delle autorità si combatte prima per impedire che vengano decise e poi, se vengono comunque prese, per impedirne l’attuazione) e indebolire il ruolo, il sostegno e la solidarietà che ha conquistato a livello nazionale.
Tra i promotori della “via maestra” (Rodotà, Landini, ecc.) e gli esponenti degli organismi e degli aggregati a loro contigui, c’è chi ha già pronte nel cassetto le  “prese di distanze” e i distinguo (un esempio per tutti: i “se e i ma” di Rodotà sull’occupazione militare della Val di Susa), chi salomonicamente si tiene a distanza per non correre il rischio di “essere tirato in ballo” e chi cerca di mettere in connessione le due mobilitazioni (articolo di Alfonso Gianni su il manifesto del 2.10.13).
I promotori e gli organizzatori delle giornate del 18 e 19 ottobre si dividono invece tra chi (preoccupato) è proteso a prevenire un altro 15 ottobre, chi aizza all’assedio e non vuole fare il “cane da guardia” dei “ribelli” che scenderanno in piazza e chi dà un colpo al cerchio e uno alla botte.
Posizioni molto diverse, ma in ogni caso il nodo di fondo è lo stesso: qual è l’obiettivo delle manifestazioni e delle altre iniziative di cui sono promotori? Che fare dal 20 ottobre in poi?
Mettere a punto una lista per le prossime elezioni (gli elettoralisti)? Ma con il voto le masse popolari hanno già “detto” la loro su persone e gruppi che non fanno già ora quello che potrebbero fare e che promettono di fare dopo le elezioni: l’esito dell’esperienza Ingroia-Rivoluzione Civile-Cambiare si può da questo punto di vista parla chiaro!
Unire le lotte intorno a piattaforme rivendicative radicali, da imporre – senza dire come – a governo, padroni, troika… (gli economicisti)?Ma in questi anni di piattaforme rivendicative ne sono state sfornate una dopo l’altra e una più radicale dell’altra. Però senza l’obiettivo di creare un governo deciso e capace di attuarle restano richieste o rivendicazioni a chi non ha nessuna intenzione né interesse ad attuarle, quindi non mobilitano né unificano, esauriscono le nostre forze e alla lunga portano alla rassegnazione e alla disfatta.
Oppure creare le condizioni perché le masse popolari organizzate costituiscano e impongano ai vertici della Repubblica Pontificia e alla Troika un proprio governo che affronti da subito gli effetti più gravi della crisi con misure d’emergenza, misure di cui sono protagoniste determinanti le organizzazioni operaie e popolari perché implicano la rottura con le procedure, regole e leggi del sistema finanziario, bancario e monetario internazionale?
Detto in altri termini: i promotori e gli organizzatori delle mobilitazioni d’autunno devono costituirsi in Comitato di Salvezza Nazionale che nega ogni legittimità al governo Letta-Napolitano-Berlusconi, che si impegna a promuovere la mobilitazione delle masse popolari per affermare i loro interessi e promuove la moltiplicazione e il rafforzamento delle organizzazioni operaie e popolari in modo che formino un loro governo d’emergenza, come fece il CLN dal 9 settembre del 1943 dopo il collasso del fascismo e la fuga del Re.
Questo è il nodo attorno a cui girano (sono le responsabilità che non si assumono) sia i promotori della manifestazione del 12 ottobre sia quelli delle giornate del 18 e 19 ottobre e, in generale, i dirigenti della sinistra dei sindacati di regime e dei sindacati di base, gli esponenti democratici delle amministrazioni locali e della società civile, i portavoce della sinistra borghese e i parlamentari del Movimento 5 Stelle.

Le titubanze e i tentennamenti a imboccare con decisione e iniziativa la strada della “guerra” contro i poteri forti nostrani e la loro comunità internazionale sono anche il motivo per cui la ribellione, l’indignazione e il malcontento crescenti non si incanalano ancora in attività costruttive, efficaci: l’appropriazione organizzata di beni e servizi (spese proletarie, “io non pago”, occupazione di case sfitte, sciopero dei biglietti, ecc.) che assicura a tutta la popolazione i beni e servizi a cui la crisi blocca l’accesso, il rifiuto di pagare imposte, ticket e mutui, costringere le banche a fare crediti alle fabbriche autogestite, ecc.
Ma da una parte scoppiano in gesti individuali di disperazione e dall’altra portano ad azioni “militanti” condotte senza criteri di classe, scoordinate tra loro e non inserite in un percorso di trasformazione generale del paese. Azioni che poi elettoralisti ed economicisti usano come pretesti per attribuire l’inconcludenza (nell’attuale contesto politico) delle loro iniziative non alla linea che adottano (parlare di “attuazione della Costituzione”, senza lavorare per costituire l’unico governo che può attuarla; parlare di “assedio” senza lavorare per l’unico vero assedio, cioè la mobilitazione capillare delle organizzazioni operaie e popolari a formare centri di iniziativa per costituire un loro governo d’emergenza) ma al fatto che le loro iniziative sono disturbate, travisate, deformate, deviate, oscurate, rese sterili dalle azioni “militanti”.

Rendere ingovernabile il paese ai vertici della Repubblica Pontificia

Nessuna contrapposizione tra “buoni”, “pacifici”, “democratici” e “cattivi”, “violenti”, “terroristi”! Gli unici e veri terroristi sono i responsabili della strage di Lampedusa e delle prove di fascismo, della disoccupazione e della precarietà dilaganti, dello scempio della scuola e della sanità pubblica, della devastazione dell’ambiente, della miseria e della disperazione crescenti. Gli unici e veri terroristi siedono al governo, in Vaticano, in Confindustria, nei consigli di amministrazione delle aziende, delle banche e delle società finanziarie, nel FMI, nell’UE, nella BCE.
Bisogna essere decisi e determinati perché non è più tempo di se e di ma, di prudenze, ipocrisie, dilazioni e delazioni. Siamo in guerra, una guerra che uccide milioni di persone per fame, freddo, miseria, per sfruttamento, malattie professionali, incidenti sul lavoro o disoccupazione, per missioni “di pace” e immigrazione, per depressione, alcool e droga, per inquinamento, grandi opere, sofisticazione degli alimenti e malattie curabili, per eventi naturali prevedibili e contenibili. In questa situazione rassegnarsi alle restrizioni e ai sacrifici che padroni, banchieri e speculatori vogliono imporre, sottomettersi alle leggi, alle regole, alle misure delle loro autorità è il comportamento più immorale, più contrario al progresso della società e all’interesse collettivo. E, nel nostro paese, è anche un comportamento “anticostituzionale”. Non è una sparata ad effetto, ma semplicemente prendere atto che le leggi, le regole, le procedure e gli accordi oggi in vigore nella stragrande maggioranza dei casi sono leggi, regole, procedure e accordi che violano la Costituzione. Chi è che applica l’art. 1 (“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”) e 41 (“L’iniziativa economica privata (…) non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana) della Costituzione: i padroni che chiudono e delocalizzano le aziende o gli operai che le occupano per tenerle o rimetterle in funzione, Marchionne o i cassintegrati che picchettano Pomigliano contro i sabati lavorativi comandati? Chi è che applica l’art. 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”): gli attivisti NO MUOS di Niscemi o le forze dell’ordine che li caricano, i tribunali che li inquisiscono e il governo Letta e la giunta Crocetta che, con l’abituale servilismo verso gli USA, vogliono imporre la costruzione di un’altra struttura per le missioni di guerra?
In questa situazione, è un dovere non solo dei comunisti, ma di chiunque abbia a cuore la vita e il benessere del 99% della popolazione, la civiltà e il progresso del paese trasformare l’oppressione in ribellione e moltiplicare nella forma più organizzata possibile l’insubordinazione e la disobbedienza.

Bisogna imparare ad essere costruttivi, imparare ad essere classe dirigente della società. Perché per mettere fine alla crisi del capitalismo e al disastro economico, politico, sociale, ambientale e culturale che essa porta con sé bisogna riorganizzare le attività economiche per produrre i beni e i servizi del tipo e nella quantità necessari alla vita dignitosa della popolazione e al livello di civiltà che l’umanità ha oggi raggiunto anziché per produrre profitti per i capitalisti, promuoverela partecipazione crescente della popolazione alle attività della conoscenza, della ricerca, dell’organizzazione, delle relazioni sociali, della cultura e dell’arte (“lavorare tutti, per lavorare meno”), costruire relazioni tra il nostro e gli altri paesi all’insegna della solidarietà e della collaborazione anziché della concorrenza e della competizione tra paesi e gruppi industriali e finanziari (che inevitabilmente prima o poi sfocia nella guerra). In questa ottica vanno estese e coordinate tutta una serie di iniziative costruttive con cui qua e là, spontaneamente e in ordine sparso sono in corso per far fronte anche solo provvisoriamente agli effetti economici, ecologici, sanitari, morali e intellettuali più devastanti della crisi generale del capitalismo: le decine di fabbriche autogestite e le altre iniziative per riaprire le aziende che i padroni hanno chiuso; tenere aperte quelle a rischio chiusura o ridimensionamento e per aprirne di nuove; le attività di produzione e distribuzione organizzate su base solidaristica locale come quelle che si sono sviluppate in Val di Susa e che sono state presentate agli Stati Generali del Lavoro; la mobilitazione di tecnici, scienziati e quanti hanno esperienza e capacità professionali perché collaborino a mettere a punto misure e provvedimenti alternativi a quelli del governo Letta-Napolitano-Berlusconi nei settori principali della vita del paese; le pressioni sulle amministrazioni locali perché si mettano realmente al “servizio dei cittadini” sviluppando azioni autonome dal governo centrale e usando le risorse, i poteri e i mezzi di cui dispongono prima di tutto per difendere e creare posti di lavoro.

La manifestazione del 12 ottobre indetta con la parola d’ordine “applicare la Costituzione” e le mobilitazioni del 18 ottobre (sciopero generale dei sindacati di base con manifestazione a Roma) e del 19 (sollevazione e assedio dei palazzi, promossa dal movimento per la casa e dai movimenti per i beni comuni, NO TAV, NO MUOS…) sono le principali “scadenze” di questo autunno. In particolare quella del 12 e quella del 18 sono promosse dai due principali aggregati che raccolgono il favore e la fiducia delle masse popolari: l’asse Landini-Rodotà da una parte e l’aggregato “movimentista e radicale” che da qualche anno promuove le mobilitazioni alternative, la nebulosa che gira attorno a Cremaschi e a certi settori dell’USB-Rete dei Comunisti (ieri Comitato NO Debito, oggi Ross@).
Due mobilitazioni e un fiume di parole per affermare o smentire che sono in contrapposizione. Ma lo sono? – leggi tutto (da Resistenza 10/13).

Questa è la strada per rendere il paese ingovernabile ai vertici della Repubblica Pontificia e per costruire una nuova e superiore governabilità ad opera delle masse popolari organizzate: estendere la disobbedienza e la ribellione ai provvedimenti, alle leggi, ai sacrifici che le autorità cercano di imporre nell’interesse di un pugno di capitalisti, di speculatori, di ricchi, formare a ogni livello nuove autorità (democratiche, popolari e contrapposte a quelle ufficiali) che mobilitano e organizzano le masse popolari a prendere in mano la direzione e la gestione di parti crescenti della vita economica, politica e sociale del paese.

Dal Periodico Resistenza Edizioni Rapporti Sociiali

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