E’ morto Prospero Gallinari

gallinari
Si è spento stamattina Prospero Gallinari, ex militante delle Brigate Rosse, comunista fin dall’età della ragione


Il suo corpo senza vita è stato trovato nel garage della sua casa, probabilmente in seguito a un malore. Le sue condizioni di salute erano da molti anni precarie, essendo stato colpito dall’infarto ben tre volte, la prima delle quali nel 1982, a Torino, durante uno dei tanti processi che ha subito. Di recente era stato operato anche per un tumore. Aveva 62 anni, compiuti da pochi giorni.
La sua storia è indissolubilmente connessa a quella delle Brigate Rosse, per due episodi soprattutto: l’evasione dal carcere di Treviso, nel gennaio di ’77, e la partecipazione al sequestro di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana.
Di orgine contadina, nato a Reggio Emilia, cresce nei giovani comunisti, prendendo la prima tessera a 14 anni. Ma già a 9 partecipa ai funerali di massa dei “morti di Reggio Emilia”. Con il ’68 – a 17 anni – si allontana dal Pci, prende parte alle riunioni del cosiddetto “gruppo dell’appartamento”, composto da iscritti alla Fgci o al Pci in rotta con il partito ormai “riformista”.

Dallo stesso gruppo vengono molti altri brigatisti reggiani, che avranno un ruolo importante nella stessa fondazione delle Br, come Alberto Franceschini (poi pentito), Lauro Azzolini, Francesco Pelli (morto in carcere di leucemia), Roberto Ognibene, Francesco Bonisoli, Tonino Paroli, ecc.
Arrestato una prima volta nel 1974, insieme ad Alfredo Bonavita, viene processato a Torino in quello che resterà noto come il processo al “nucleo storico” delle Br. Nei primi giorni del gennaio del ’77, però, riesce ad evadere dal carcere di Treviso.
Prende parte al sequestro di Moro prima come componente del nucleo che agisce in via Fani, e poi come uno dei “custodi” del prigioniero, insieme a Mario Moretti, Anna Laura Braghetti e Germano Maccari (a sua volta morto in carcere per un infarto).
Nel maggio del 1979, nella sparatoria successiva all’occupazione della sede regionale della Dc in piazza Nicosia, rimane leggermente ferito. Gli va molto peggio nel settembre dello stesso anno, quando viene colpito a una gamba e alla testa da una raffica di mitra sparata dalla polizia, mentre stava cambiando le targhe a una macchina da usare per un’azione. Si riprende anche da questo “infortunio sul lavoro” e partecipa a tutti i processi che nel frattempo vengono celebrati contro le Br in tutta Italia, quando l’organizzazione guerrigliera – ormai chiaramente alle corde – non era più un pericolo importante.
Partecipa all’elaborazione teorica e storica che prova a dare una lettura anche della sconfitta, combattendo sempre con ironia e decisione “pentiti” e “dissociati”. Nell’82, come detto, il primo infarto, cui ne seguiranno presto altri due. Ciò non impedì, però, di progettare un’evasione da Rebibbia; altri quattro suoi compagni si impegnarono nello scavo di un tunnel chilometrico.

A chi cercava di guadagnarsi una paga con la dietrologia (i costruttori di “misteri”, in genere provenienti proprio dall’ex Pci, ma non solo), e faceva finta di interrogarsi su come avesse potuto un’organizzazione così durare per tanto tempo, un giorno rispose: «Eravamo clandestini per lo Stato, non per le masse. Vi piaccia o non vi piaccia era così l’Italia di quegli anni, altrimenti un’organizzazione come la nostra non avrebbe potuto restare in piedi per tanto tempo».
Nel 1988 è tra i prigionieri che prende atto della fine dell’organizzazione: “Oggi, ottobre 1988 le Brigate Rosse coincidono di fatto con i prigionieri delle Brigate Rosse”. Una presa d’atto esplicitamente motivata con la necessità di non lasciare la sigla a disposizione di provocatori, ecc.
Nel 1996 la sua condanna all’ergastolo viene “sospesa per motivi di salute” e fa ritorno nella sua Reggio Emilia, dove viene accolto dall’affetto e dalla solidarietà di tutti i compagni, anche quelli che non erano stati sulle sue posizioni, ma ne conoscevano l’integrità politica e morale. Anche in questa condizione non mancano le piccole vessazioni quotidiane, come gli orari vincolanti per l’uscita e il rientro a casa (Prospero si guadagna da vivere lavorando, naturalmente).
Nel 2006 si era raccontato con un libro, “Un contadino nella metropoli”.

 Ci uniamo al dolore della sua compagna e di familiari, amici, compagni.

Qui una sua intervista del 2011, due parti.
La prima:

La seconda:

In un’altra intervista, del 2007:

TRATTO DA

http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/13841-e-morto-prospero-gallinari

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