Le “caste italiane”

A come ASSICURAZIONI.

Discriminazione territoriale per costi e risarcimenti. Premi annui RCA che costano più dei veicoli assicurati. Indennizzi e risarcimenti resi dopo molti mesi, senza penalizzazioni da parte dei magistrati per lite temeraria. Mancata concorrenza con impedimento di fatto del plurimandato assicurativo per agenti e subagenti. Indennizzo diretto per agevolare il monopolio di avvocati e carrozzieri.

A come AUTOTRASPORTATORI.

L’ultimo blocco dei tir, nel dicembre 2007, è durato 72 ore con le autostrade paralizzate, gli scaffali dei supermercati vuoti e un conto, per i consumatori, di 1 miliardo di euro al giorno. Alla fine i dieci piccoli indiani, le sigle sindacali della categoria, hanno vinto la partita: una mancia natalizia di 70 milioni di euro in Finanziaria e la riforma dell’autotrasporto rinviata.

A come AVVOCATI, i veri potenti d’Italia.

E’ un’altra casta: influenti, ricchi, intoccabili, il cui accesso alla professione è uno scandalo. Un libro svela segreti e bugie dell’olimpo professionale italiano. “Non voglio un avvocato che mi dica quello che non posso fare. Lo assumo perché mi suggerisca come fare quello che voglio”. Lo ha detto John Pierpont Morgan, fondatore della Jp Morgan, una delle più grosse società finanziarie al mondo. La citazione campeggia sulla quarta di copertina del libro, recentemente pubblicato da Melampo Editore, ” Il Codice del Potere” di Franco Stefanoni, giornalista del settimanale economico Il Mondo. Il sottotitolo del volume parla chiaro: Avvocati d’Italia. Storie, segreti e bugie della più influente élite professionale. Pochi elementi ma sufficienti a capire di cosa stiamo parlando: gli avvocati, i professionisti del diritto. Non l’esercito di manovali di oltre 230.000 iscritti all’Ordine che bazzicano le aule di tribunale, più o meno bravi, più o meno affermati. Qui si parla degli avvocati del potere, “una prima scelta di giuristi, consiglieri, difensori, consulenti. Che affianca, corteggia e si fa corteggiare del potere economico, finanziario e politico”. Una “Casta” parallela, insomma. Che ha potere, notorietà e denaro (molto), ma anche convivenze (o connivenze) pericolose. Un corpo scelto che è molto cambiato negli ultimi 50 anni, i cui membri hanno avuto ascese irresistibili e crolli disastrosi: Ma che nel suo insieme conserva un ruolo strategico nella mappa del potere in Italia.

B come BANCHE.

Le banche, la super casta più forte della politica, della magistratura, dei partiti, delle religioni e di qualsiasi altro potere, rischiano i soldi degli altri o quelli artificialmente creati, tramite la finanza sofisticata di carta denominata future, collateral, option, siv, vanilla, senza neppure le previste autorizzazioni a battere moneta. La casta degli intoccabili banchieri, si arroga il potere di valutare i sistemi economici e la meritorietà del credito. Dalle arbitrarie decisioni di questa ristretta oligarchia, dipendono la vita o la morte delle imprese, l’occupazione o la disoccupazione, l’investimento nell’industria o nelle rendite finanziarie, le crisi economiche, le guerre, l’espansione dell’economia o la recessione. Di questi banchieri padroni dei destini del mondo che possono distruggere l’economia, scegliere chi deve vincere una guerra, manovrando flussi finanziari senza alcun controllo, con la creazione del denaro artificiale al di fuori del lavoro o della produzione, c’è da avere paura. Quando guadagnano, lo fanno per se stessi incamerando stock option e premi da risultati miliardari. Quando perdono perché crolla il castello di carta straccia fondato sulla sabbia, se ne vanno da soli (raramente vengono cacciati) con liquidazioni milionarie. Si nascondono per qualche tempo facendo vita da nababbi in qualche paradiso esotico per far decantare l’eco dei disastri, in attesa di riciclarsi di nuovo in qualche altro istituto bancario e/o finanziario, per ricominciare daccapo indisturbati a turlupinare le masse, indotte dai servili mezzi di informazione a credere alle virtù miracolistiche di facili arricchimenti, al di fuori del lavoro e dell’ingegno, dei sacrifici e del sudore derivanti dalla fatica degli uomini.

B come BENZINAI.

Nell’arco di un decennio il ministro Pierluigi Bersani ci ha provato due volte. «Con una rete più moderna la benzina può calare di almeno 70 lire al litro» diceva nel 1997. «Se cresce la concorrenza, gli italiani risparmieranno 4 euro per ogni pieno di carburante» annunciava nel 2007. Due flop. L’Italia continua a essere il paese europeo con il più alto numero di punti vendita del carburante (22.400). Risultato: la benzina, da Milano a Catania, costa più che a Monaco e a Marsiglia. E mentre l’Antitrust denuncia «le distorsioni di un mercato troppo frammentato», che si sommano al cartello lobbista delle compagnie petrolifere, all’automobilista italiano, per risparmiare, non resta che emigrare. In Italia il petrolio o il dollaro sale: il carburante aumenta. Il petrolio o il dollaro scende: il carburante non decrementa. In questo stato di cose è impossibile che si promuova la ricerca per fonti energetiche alternative.

C come COMMERCIALISTI e RAGIONIERI.

Dopo mezzo secolo di tira e molla, il 1° gennaio 2008 è nato l’albo unico dei commercialisti e dei ragionieri: se la sono presa comoda a rimettersi insieme, dopo la scissione del 1953. Adesso che circa 100 mila professionisti che fanno lo stesso mestiere si ritrovano sotto lo stesso tetto resta da sciogliere l’ultimo nodo: l’unificazione delle due casse previdenziali. I quattrini. Intanto l’ex consigliere nazionale dell’ordine dei commercialisti, Giovanni Stella, raccoglie le adesioni al suo comitato «a tutela della purezza della professione di dottore commercialista». Dalla sua parte ci sono i sondaggi che registrano il malumore della base, con l’83 per cento degli iscritti ai due vecchi ordini che giudica la fusione «solo un accordo di vertice». Forse tra cinquant’anni, invece dell’unione delle due casse previdenziali, assisteremo a una nuova scissione. Che fine farebbe questa categoria se si semplificasse il sistema tributario e si aggravasse il sistema sanzionatorio ?? L’erario addebita direttamente sul conto del contribuente il tributo dovuto in base al risultato algebrico tra tutti i costi sostenuti e tutti i ricavi introitati desumibili dal portale assegnato dall’Agenzia delle Entrate. Il contribuente aggiorna periodicamente ogni variazione. Tutti sarebbero obbligati ad emettere documenti fiscali: per interesse e per timore dei controlli incrociati.

C Come COMMESSI PARLAMENTARI.

L’altra Casta.  Commessi da 9mila euro I privilegi della Camera. Intorno agli onorevoli c’è la tribù degli addetti: dai tecnici agli stenografi. Tre volte più numerosi dei deputati. Alla Camera sono 1.642, quasi tre per ogni deputato. E da questo numero sono esclusi i collaboratori degli onorevoli, per i quali i parlamentari hanno un contributo a parte (fino a 3.690 euro al mese). Sono le comparse di Montecitorio, l’ingranaggio sotterraneo della Camera che non si vede, o che s’intravede in qualche seduta movimentata, quando un braccio nero arriva ad agguantare un eletto del popolo che si sta avventando su un altro eletto del popolo. Sono questi i cosiddetti commessi parlamentari, o assistenti, ma l’infinita varietà di mansioni dell’alveare Camera propone ben 19 servizi e 7 uffici della segreteria generale, con incarichi che vanno dall’operatore tecnico al segretario, appunto, che vanta uno stipendio superiore a quello del presidente della Repubblica (28.152 euro lordi mensili). La spesa complessiva di Montecitorio per stipendi e pensioni dei 1.642 nel 2010 ha superato il mezzo miliardo di euro, 508 milioni 225mila euro. Tutto ruota intorno alla Casta, ma per muovere l’onorevole tribù c’è appunto quest’altra Casta quasi tre volte più numerosa, che a ben guardare costa alle casse pubbliche non meno della dorata schiera dei politici. Il bilancio consuntivo 2010 della Camera dice che per gli stipendi del personale (ascensoristi, commessi seda-risse, stenografi, consiglieri eccetera) la spesa è stata di 256 milioni 128mila euro. Questo significa che il guadagno medio di un dipendente è di 155mila 985 euro lordi l’anno, 6mila euro al mese netti di media. Uno stenografo sfiora i 260mila euro l’anno. Per fare un paragone, le controverse indennità parlamentari si sono fermate a 94 milioni 545mila euro. Non è solo una questione di grandi numeri. Entrare alla Camera, anche nei ruoli meno prestigiosi come appunto quello di commesso con il compito di sorvegliare la seduta di assemblea, implica portare a casa uno stipendio base, alla prima assunzione, di 2.618 euro netti. Dopo 15 anni di lavoro la busta si gonfia: 5.613 euro. A fine carriera, dopo 35 anni, il supercommesso arriva a guadagnare 9mila 400 euro. La paga di circa cinque operai. E a proposito di fine carriera va segnalato che anche per i dipendenti, fino alla settimana scorsa, sono valse regole, se non favolose come quelle dei deputati, eccezionali rispetto ai comuni lavoratori italiani: gli assunti prima del 2009 potevano andare in pensione anche a 57 anni con 35 di contributi, oppure molto prima se gli anni effettivi di servizio alla Camera erano stati almeno venti. Le nuove norme stabilite dall’ufficio di presidenza lo scorso 14 dicembre 2011 impongono anche per l’altra Casta la pensione a 65 anni, con sistema contributivo. In men che non si dica però, nello stesso giorno,l’associazione dei consiglieri della Camera ha recapitato al presidente Fini e ai parlamentari una lettera, non ancora resa nota alla stampa, per rendere consapevole «l’intera rappresentanza parlamentare» che «uno slittamento dell’età di pensionamento» anche «di dieci anni» anche per «i dipendenti prossimi al pensionamento» non rispetterebbe il requisito «dell’equità». Si segnala quindi che la «burocrazia parlamentare non appare assimilabile a nessuna delle categorie di pubblico impiego». Pur consapevoli della necessità «di fare ogni sforzo per favorire il consolidamento dei conti pubblici», i consiglieri rivendicano «la dignità e la qualità professionale della burocrazia parlamentare» e il loro «ruolo centrale» nel «sistema democratico». Una qualità professionale che, comunque sia, è pagata benissimo. Un consigliere caposervizio (che gode di un’indennità di ruolo di 1.198 euro mensili) può arrivare a guidare un servizio e avere uno stipendio fino a 23.825 euro lordi al mese, praticamente superiore a quello di un parlamentare. Le pensioni dei dipendenti valgono oltre 200 milioni di euro. E a questa voce compaiono anche 110mila euro di «assegni integrativi », 145mila euro di contributi socio- sanitari ai pensionati e 390mila euro di oscure «pensioni di grazia », di cui una rapida ricerca storica consente di trovare traccia nei registri finanziari del regno di Napoli ( XVIII-XIX secolo).I contributi previdenziali a carico dell’amministrazione hanno sfiorato nel 2010 i 47 milioni di euro,di cui quasi 11 milioni versati all’Inpdap e 36 milioni di «integrazione al fondo di previdenza del personale».

C come CONFINDUSTRIA.

”La grande impresa, pur valendo meno di voi, si vende meglio di voi. La grande industria sa fare lobby e voi non la sapete fare”. Lo ha detto il ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, rivolgendosi ai giovani imprenditori di Confartigianato, riuniti in assemblea nazionale a Firenze il 6 marzo 2009. ”La grande industria ha un bel giornale, importante, il Sole 24 Ore. E voi, che avreste potuto fare il vostro Sole 24 Ore, perché non lo avete fatto? Voi siete dei mediani – ha detto Brunetta – pensate troppo a lavorare. Lo dico con affetto ed ironia. Però in fondo lo penso e lo pensate anche voi”.  ”Fate lobby, e lobby seria. I tavoli non servono assolutamente a niente. Sono come le commissioni di inchiesta. Un tavolo non si nega a nessuno – ha aggiunto il ministro – Non è che la Confindustria ottiene qualcosa ai tavoli, lo ottiene perché è Confindustria…”

C come CONTROLLORI DI VOLO.

Avete presente l’Enav, l’ente nazionale per l’assistenza al volo? È l’azienda più sindacalizzata d’Italia: 2.700 dipendenti, 13 sigle e una sentenza del tribunale civile di Roma per riconoscere alla società il diritto di cambiare i turni di lavoro senza passare per un voto dell’assemblea con i rappresentanti di tutte le associazioni. Qualche controllore, a proposito di sicurezza, ha la doppia tessera, non si può mai sapere, e le riunioni del comitato direttivo del Sacta (Sindacato autonomo dei controllori del traffico aereo), cinque dirigenti per cinque iscritti, di solito si fanno nella cucina della casa del presidente, dove ci scappano sempre un piatto di bucatini all’amatriciana e l’insalata di puntarelle. La moltiplicazione delle sigle nel trasporto aereo è anche un esercizio coreografico per accerchiare l’interlocutore. L’ex ministro Alessandro Bianchi, da buon democratico, ha inventato la cabina di regia del settore, ma il film della prima riunione è durato pochi minuti. Mancavano le sedie per tutti.

D come DIRIGENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.

La dirigenza della pubblica amministrazione è la casta diva, per eccellenza. E’ “diva” perché  come le divinità si considera eterna, e forse lo è: si perpetua nel tempo e si estende nello spazio (della Repubblica) tramite quelle che il Premio Nobel Douglas North (1990) chiama “istituzioni”, vincoli e regole non scritte, ma più cogenti di quelle scritte. Ed è casta al quadrato: sia nel senso di rete che incide sulla politica, sulla società, sull’economia sia in quanto il precetto costituzionale di “imparzialità della pubblica amministrazione” le conferisce una corazza di verginità, che è sopravvissuta ai vari passaggi dell’evoluzione dell’Italia e della sua storia – dallo Stato liberale (nelle sua varie guise), al fascismo, al centrismo, al centrosinistra, alle varie forme di bipolarismo. Ha una consistenza di quasi 1200 dirigenti di prima fascia (un tempo venivano chiamati dirigenti generali e coloro a capo di uffici direttori generali) e circa 12.000 dirigenti di seconda fascia (un tempo chiamati primi dirigenti) nella amministrazione dello Stato in senso stretto. Se si includono settore pubblico allargato (istituti previdenziali, Ice, Aci, Cnr ed affini) e le Regioni i dirigenti di prima fascia arrivano ad oltre 5.000 e quelli di seconda fascia ad oltre 40.000. Il 60% della dirigenza ha superato i 60 anni. I due terzi vengono dall’Italia centrale, meridionale e dalle isole. Esiste una letteratura molto ampia sull’economia e sulla sociologia delle burocrazie nonché su pregi e difetti della dirigenza della pubblica amministrazione in Italia. In questa nota si intende sintetizzare il punto di vista di chi è entrato nella casta diva a 40 anni dopo una prima carriera in Banca Mondiale; non avendo mai metabolizzato le istituzioni informali che la regolano vi è rimasto un po’ come un marziano. Tanto che è stato dirigente generale in due differenti dicasteri (Bilancio e Programmazione Economica; Lavoro e Previdenza), è uscito dalla pubblica amministrazione due volte per lavorare per agenzie specializzate delle Nazioni Unite (Fao e Organizzazione Internazionale del Lavoro) e rientrato in servizio per andare ad insegnare a tempo pieno alla Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa).

E come EDITORI.

La casta della censura occulta.

La libertà di manifestazione del pensiero è una delle principali libertà e diritto fondamentale dell’era moderna. Tanto più se è mirata allo sviluppo socio-economico-culturale della comunità. Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni. Ad essa è dedicato l’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, come l’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848. L’art. 21 della Costituzione italiana stabilisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tale libertà è, tra le altre, considerata come corollario dell’articolo 13 della stessa Costituzione della Repubblica italiana, che prevede l’inviolabilità della libertà personale, tanto fisica quanto psichica. L’interpretazione dell’art. 21 dà vita a dei principi: Il diritto di critica e di cronaca, oltre alla libertà di informare e la libertà di essere informati. Il pensiero per essere manifestato ha bisogno di formarsi come merce accessibile a tutti, quindi essere pubblicato e distribuito. Ciò avviene in proprio o con l’editore. La produzione in proprio con distribuzione porta a porta, è un’ipotesi fallimentare. L’opera non essendo sostenuta dalle istituzioni e non pubblicizzata dai media, non è acquistata da una moltitudine di utenti finali. La produzione tramite un editore può avvenire, in modo improprio con la compartecipazione alle spese, ovvero senza oneri per l’autore. Naturalmente l’editore vaglia, corregge e censura le bozze dell’opera, oltre che valutarne la commerciabilità. Spesso non è importante l’opera, ma che l’autore sia un personaggio noto alle cronache, o che sia seguito dal pubblico, per usufruire dei benefici di visibilità. Spesso si privilegiano argomenti fatui e non di approfondimento e di denuncia, perché la società contemporanea sente l’esigenza di estraniarsi dalla realtà quotidiana. L’editore, acquisendo i diritti dell’opera, la distribuisce e la vende, riconoscendo una minima parte dei proventi all’autore, per di più dopo molto tempo. Paradosso: l’impedimento alla libertà di manifestare il pensiero è posto proprio dal sistema che ne prevede l’esistenza. L’autore autoprodotto non ha benefici, né sovvenzionamenti, né visibilità. L’editoria, quindi un’attività economica privata, ha finanziamenti pubblici e pubblicitari, benefici postali, regime speciale IVA, sostegno dei media e delle istituzioni. A questo punto, per manifestare liberamente il proprio pensiero, si è costretti a rivolgersi ad apparati: che conformano l’opera alle proprie aspettative; che sono omologati, in quanto foraggiati dalla politica e dall’economia ed intimoriti dalla magistratura; che hanno distribuzione esclusiva e rapporti promozionali poco trasparenti. A riguardo è impossibile essere invitati o premiati a manifestazioni culturali, se non si è tutorati da qualche editore, pur avendo scritto un capolavoro. Spesso gli editori sono proprietari di testate d’informazione o di emittenti radiotelevisive, quindi si parla dell’opera o dell’autore solo se si fa parte dell’enturage. Inoltre per poter pubblicare un articolo d’informazione si è costretti a far parte di un’altra casta: quella dei giornalisti. C’è da dire che non tutti gli editori sono parigrado. C’è prevaricazione dei più forti a danno dei più deboli. Alcuni di loro, operanti nel campo radiotelevisivo, sono vittime di tentativi di acquisizione illegale delle frequenze assegnatele, con mancanza di tutela reale. Qualcuno spera che le opportunità tecnologiche, social network o blog,  superino la censura mediatica. Poveri illusi. Non basta una piattaforma d’elite, chiusa ed autoreferenziale, con tecnologie non accessibili alla massa, oltretutto soggetta a sequestro ed ad oscuramento giudiziario. Nulla, oggi, per arrivare a tutti, può soppiantare un buon articolo, un buon libro, una buona canzone, un buon film, o una buona trasmissione radiotelevisiva. In conclusione. Con questo sistema si può ben dire che il libero pensiero, pur lecito e meritevole di attenzione, è tale solo quando è chiuso in una mente destinata all’oblio, altrimenti deve essere per forza conformato al sistema: quindi non più libero.

F come FARMACISTI.

Gli italiani, quando si tratta di pillole, non badano a spese, tanto paga quasi sempre Pantalone. Le divoriamo: la media è una al giorno per ogni cittadino. Si capisce, quindi, perché i 16 mila titolari delle farmacie difendano con le unghie i loro privilegi lasciando fuori della porta oltre 60 mila farmacisti che hanno i titoli di studio per esercitare l’attività ma non i soldi per rilevare un’azienda. È il classico meccanismo di una società chiusa, dove gli insider si barricano per respingere gli outsider. L’unica scossa è arrivata con una «lenzuolata» di Bersani che ha liberalizzato la vendita di alcuni medicinali da banco che all’estero si trovano in un qualsiasi drugstore. Le proteste della Federfarma sono arrivate fino ai tribunali civili e così è stata bloccata una seconda lenzuolata per i farmaci di fascia C. Intanto, però, i prodotti da banco costano meno.

F come FORZE DELL’ORDINE.

ACAB è un acronimo, una sigla famosa nel mondo Ultras che in inglese suona così “All cops are bastards”, vale a dire “tutti i poliziotti sono dei bastardi”. Ma è anche uno degli ultimi titoli che va ad arricchire la collana stile libero della Einaudi, un titolo forte non c’è che dire, ma perfettamente adatto al contenuto che veicola. Poliziotti, carabinieri, finanzieri, secondini……sono una casta a parte: legge ed ordine (law & order), i due volti della Giustizia. Per loro la legge è uno strumento, non un fine. Purtroppo il rispetto si merita, non si pretende. Le accuse a molti di loro per i più svariati reati e la distanza con i cittadini, ne hanno sbiadito l’immagine.

Questo nuovo libro, scritto dopo una lunga inchiesta sul campo da Carlo Bonini, giornalista della Repubblica, svela il background allucinante di una certa parte della polizia italiana, quella cresciuta con il mito di una destra reazionaria e violenta, quella che si è resa colpevole, a Genova e a Napoli nel 2001, di uno degli episodi più gravi dagli anni delle stragi di Stato in poi, ma anche di molto altro. Quello che emerge dal libro di Bonini è un ritratto raccapricciante, che con la forza di un linguaggio iperrealistico, tratto dalle chat che alcuni di questi”poliziotti cattivi” frequentano sul web.

ACAB: all the cops are bastards è un libro che ci deve far riflettere non solo sul ruolo della polizia, dell’organo di controllo per eccellenza, nella nostra società, ma che soprattutto ha il compito di riportare l’attenzione di un pubblico, spesso troppo distratto, su quella trama di fatti sconcertanti di violenza urbana che hanno riempito le cronache dei giornali e la storia italiana degli ultimi anni.

Di pestaggi e violenza gratuita da parte delle Forze dell’Ordine ce ne sono stati dimostrati dai media a bizzeffe. In occasione di manifestazioni politiche (G8 Genova e Global Forum Napoli), sportive e sindacali. In occasione di arresti, in cui, addirittura, ci sono stati dei morti. Ma queste sono solo la punta di un iceberg, ossia quelle situazioni in cui si è potuto dimostrare qualcosa: con filmati o con registrazioni sonore. Per il resto è come nulla fosse successo, data l’omertà e il corporativismo che regna nell’ambiente. Inutile denunciare: chi ti crede? Tanto, la testimonianza delle istituzioni ha maggiore valenza in confronto a quella del semplice cittadino.

Un’Italia in cui il capo del Ros dei Carabinieri Giampaolo Ganzer “si becca” 14 anni per narcotraffico e l’ex capo della Polizia, il reggino Gianni De Gennaro, viene condannato per i fatti del G-8 di Genova, non è un Paese normale. Ottime le performance di forze dell’ordine e servizi segreti: il Sismi di Pollari & Pompa alla sbarra per i dossier illeciti; il capo del Dis, De Gennaro, condannato in appello a 16 mesi per istigazione alla falsa testimonianza sui pestaggi del G8, per i quali hanno collezionato 73 condanne fra dirigenti e agenti della Polizia; una dozzina di 007 indagati per i depistaggi sulle stragi; l’ex comandante della Gdf, Speciale, ha rimediato in appello 18 mesi per peculato; il comandante del Ros, generale Ganzer, s’è guadagnato 14 anni in primo grado per traffico internazionale di droga, mentre il predecessore Mori è imputato per favoreggiamento a Provenzano e indagato perché ai tempi delle stragi trattava con Cosa Nostra. I condannati per i fatti della scuola Diaz, per il massacro, i pestaggi e la costruzione delle prove false contro le vittime, hanno continuato a ricoprire incarichi delicatissimi nell’ambito della direzione effettiva degli apparati della polizia di stato e dei servizi segreti. Nonostante le condanne questi signori hanno continuato ad esercitare le loro funzioni, e anzi, di godere di protezioni trasversali della politica così evidenti, tanto da farli apparire come degli “intoccabili”, diversi da tutti davanti alla legge. Il Generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, comandante del Ros (Raggruppamento Operativo Speciale), è stato condannato a Milano a quattordici anni di carcere per “associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga” ed altri reati. Anche lui, come se nulla fosse, ha continuato a dirigere le “operazioni speciali” dell’Arma. Molti altri casi in questi anni, ci parlano di reati pesantissimi, fino all’omicidio, alle sevizie e alle torture, all’abuso sessuale e al ricatto, alla morte in mare di migranti tra cui bambini, in cui sono coinvolti i tutori dell’ordine. Genova è sicuramente il simbolo di dove si può arrivare se si costruisce l’idea di una totale impunità attorno ad azioni compiute indossando una divisa. Noi crediamo che bisogna dire basta. Quando militari, polizia e carabinieri, che hanno il potere di decidere sulla libertà e sulla vita della cittadinanza, godono di impunità invece che di maggiori controlli e attenzione, allora l’ombra autoritaria e fascista di un regime si delinea nettamente, rischiando di oscurare ogni cosa.

G come GIORNALISTI.

I giornalisti: casta, ma da non farlo sapere. I giornalisti, ormai, la notizia la fanno, non la danno, salvo che non siano le veline dei magistrati e della loro parte politica. Una criticata politica sindacale ha ridotto la categoria a una specie di segmento del pubblico impiego: alti livelli di protezione, scarsi aumenti di stipendio e poche gratifiche per il merito. Intanto le assunzioni si fanno con il contagocce, con contratti a termine e perfino con inquadramento da metalmeccanici per il lavoro di desk. Così cambia la geografia del mestiere: a fronte di 6.331 giornalisti, attivi in redazione o pensionati, risultano iscritti alla gestione separata per il lavoro autonomo 22 mila liberi professionisti. Peccato che la maggioranza dei free lance, che all’estero hanno pari dignità rispetto ai dipendenti, siano considerati poco più che precari. Pagati ad articolo, poche decine di euro, saltuariamente. Per loro il mestiere è iniziato e finirà nel purgatorio degli ex privilegiati. Giornalismo: foraggiato dalla politica e dall’economia; intimorito e prono al cospetto dei magistrati. Il giornalista non dovrebbe correre dietro al gossip politico o giudiziario a tutti i costi e soprattutto dovrebbe ricordare che dietro la notizia ci sono persone, i cui diritti e la cui privacy meritano tutela e non giudizi affrettati e precostituiti. Specialmente quando la giustizia in Italia è quella che è. E non è anche una sostanziale incapacità dei giornalisti fare cronaca giudiziaria senza pendere dalle veline delle Procure? Non possono limitarsi a fare i postini. Il giornalista e il direttore devono dare le notizie in modo imparziale. Non può accadere che sia il magistrato, il carabiniere, il poliziotto a dare un appuntamento, consegnare qualcosa o consegnare tutto. Non è un segreto che spesso documenti riservati siano usciti dai palazzi di giustizia indirizzati a giornalisti con l’avvallo dei magistrati. Certamente cose del genere sono avvenute. Chi lo fa, però, oltre ad essere scorretto commette un reato e non è degno di fare il magistrato, specie se tale reato resta un’impunità di casta. Non bisogna mai dimenticare che in uno Stato di diritto vige il diritto al contraddittorio. Essere zerbini dei magistrati o pendere dalle loro labbra senza dare analogo spazio alla difesa dei cittadini, significa non avere deontologia, né coscienza. Con “La casta dei giornali”, libro scritto da Beppe Lopez, (Stampa alternativa editore), si attacca la torta di elargizioni statali ai giornali di partito, alle cooperative, ai grandi gruppi editoriali, citandoli uno per uno, provvidenza per provvidenza. Anche le più recenti e clamorose inchieste che hanno puntato l’indice contro la “casta” e i “costi” della politica glissano su uno dei più grossi scandali politico-amministrativi degli ultimi decenni: il finanziamento statale dei giornali. I costi stratosferici della politica, tanto contestati e denunciati, vanno di pari passo con quelli del finanziamento pubblico ai giornali: quasi 750 milioni di euro finiscono in un anno, sotto forma di contributi diretti o indiretti, nelle casse dei grandi gruppi editoriali, organi di partiti, giornali. Lo scandalo che l’autore denuncia è clamoroso non solo per la consistenza dell’esborso dalle casse dello Stato, ma anche sul piano etico e morale, perché, secondo la tesi del libro, è stato nascosto alla pubblica opinione dagli stessi giornali percettori di rendite inconfessabili e comunque “politicamente scorrette”. Con questa inchiesta alla vecchia maniera si riempie il vuoto ripercorrendo la storia, dalla primitiva legge 416 del 5/8/81 fino a oggi. Eppure un portentoso flusso di danaro pubblico, calcolato sui 750 milioni di euro in un anno, finisce per mille rivoli, sotto forma di contributi diretti o indiretti – attraverso una stratificazione di norme clientelari, codicilli, trucchi e vere e proprie truffe – nelle casse di grandi gruppi editoriali, organi di partito, cooperative, giornali e giornaletti, agenzie, radio e Tv locali, ma anche di finti giornali di finti “movimenti” e di cooperative fasulle. Rimpolpando gli utili degli azionisti di grandi testate in attivo. Alimentando sottogoverno e clientele. E consentendo illecite rendite e privilegi mediatici a un esercito di “amici degli amici”. Un dossier/pamphlet su un intricato caso di rapina delle risorse pubbliche e di distorsione del mercato e della vita democratica indispensabile per capire lo stato di mortificazione dell’informazione in Italia e la sua riduzione a “specchio del diavolo” della casta del Potere. Per Luigi Bacialli, autore del “La casta stampata”, (Ugo Mursia editore), i giornalisti possono criticare tutti, ma sono allergici all’essere criticati. È questo uno dei molti paradossi di un’informazione spesso supponente, chiusa e corporativa che difende i propri privilegi e, con la scusa degli attacchi alla libertà di stampa, pretende di non essere mai messa in discussione. Luigi Bacialli, convinto che la vecchia “umiltà del cronista” debba essere dimostrata non solo a parole ma con i fatti, traccia un ritratto ironico e irriverente dei giornalisti. Dal giovane praticante che vuole scrivere subito un fondo agli “invidiati speciali” che si imboscano per non partire, dal redattore che intervista un falso medico legale e procura all’azienda una maxiquerela a quello che infila un refuso dietro l’altro: ce n’è abbastanza per scendere dal piedistallo e ritrovare un pizzico di modestia, oltreché il senso della misura. Anche la categoria dei giornalisti, sostiene Bacialli, con i suoi eccessi, la sua permalosità e i suoi deliri di onnipotenza, deve volare più basso. Ritratto impietoso di una categoria di professionisti che per vizi e privilegi sembra molto simile alle altre caste.

G come GONDOLIERI.

L’eroina si chiama Alexandra Hai, una tenace tedesca che, dopo dieci anni di inutili tentativi, si è fatta assegnare la licenza di gondoliera dal TAR. Ed è diventata l’unica donna nel club, rigorosamente maschile e con il numero chiuso, dei «signori della laguna». Alex è passata dalle aule per le cause civili alla giustizia penale, perché ogni volta che gira per i canali con un cliente viene insultata e minacciata dai colleghi. La considerano un’abusiva. E non vogliono estranei in un mercato che non vale soltanto le tariffe per le passeggiate romantiche delle coppie in viaggio di nozze o il prezzo di una licenza (oltre 300 mila euro). C’è molto altro nella miniera veneziana. I gondolieri, infatti, hanno trasformato le loro cooperative in holding che controllano il traffico in laguna: trasporto merci, costruzioni dei pontili, perfino funerali. Ecco perché anche il sindaco Massimo Cacciari si è arreso con queste parole: Ho capito che a Venezia non si può governare disturbando la lobby dei gondolieri».

L come LIRICA

La Casta della Lirica Inchiesta

«La lirica in Italia è gestita da 3 agenzie. Che senso ha definire oggi un’audizione pubblica, se il mercato del lavoro è in mano per l’80% a privati? – dice Pierluigi Dilengite a Barbara Millucci su il “Corriere della Sera”. Pierluigi Dilengite, 40 anni, baritono, ha studiato con Luciano Pavarotti ed è una delle voci più promettenti del panorama operistico italiano. Ha ricoperto importanti ruoli come Germont (Traviata), Jago (Otello), e Scarpia (Tosca), lavorando con celebri direttori d’orchestra e famosi registi in tutto il mondo. – Non solo, la maggior parte dei cantanti che passano un’audizione, provengono dalle agenzie, una cosa sicuramente scorretta visto che l’ente lirico pubblico deve fare audizioni pubbliche e distribuire il lavoro in modo equo (Le 3 agenzie sono: http://www.stagedoor.it, http://www.ateliermusicale.com e http://www.operaart.it.). Hanno in mano il monopolio dei 13 enti lirici italiani e degli oltre 30 teatri di tradizione, che stanno lentamente morendo. Decidono loro i destini degli artisti, ma anche i cartelloni in base alla disponibilità dei cantanti che rappresentano. La Scala, il teatro italiano più popolare al mondo, è invece gestito da stranieri e nell’ultima esibizione del Don Giovanni c’erano solo 2 cantanti italiani. In Australia, come anche da altre parti ne mondo, c’è l’obbligo di far lavorare i locali. Perché non si fa una legge in tal senso?»

Dilengite ha un cachet di 7/8 mila euro a sera, ed il suo agente guadagna sul suo lordo il 10% al giorno. C’è poi la diaria. Come l’«indennità umidità» per gli spettacoli all’aperto per i concertisti, l’«indennità armi finte» per le scene che prevedono l’impiego di spade, l”indennità di lingua”, quando nel testo c’è una sola parola straniera, e l’«indennità di cornetta», che percepiscono solo i suonatori di questo curioso strumento. Ma la particolarità del melodramma italiano è che «mentre in Francia, oltre alla disoccupazione, vengono retribuite anche le prove, qui da noi il cachet include il lavoro di un mese intero. E se ti ammali e non debutti, non percepisci neanche un euro. Molti teatri poi, accreditano i compensi anche dopo due anni. In Germania, un direttore artistico se fa un buco di bilancio risponde civilmente e penalmente del danno arrecato allo stato e viene cacciato. Qui da noi, al massimo si viene spostati in altre istituzioni oppure nominati dalla politica. Il vice presidente dell’Opera di Roma è Bruno Vespa». I nostri 13 enti lirici impiegano oltre 600 dipendenti. Solo la Scala di Milano, nel 2010 aveva 915 lavoratori, al costo di 68 mln di euro, mentre l’Opera di Roma ben 742 dipendenti, per un valore di 43 mln. «Ho appena cantato in Corea, un teatro gestito solo da 10 persone e con 3 mila posti esauriti tutte le sere. Ci sarà o no qualcosa da rivedere qui da noi o dobbiamo continuare a cantarlo in versi?»

M come MAESTRI DI SCI.

Quando siete in settimana bianca, occhio alle tariffe e agli albi professionali. Guide alpine (1.250) e maestri di sci (10 mila) si sono spartiti la montagna a colpi di leggi, regolamenti, collegi regionali e attrezzi di lavoro. Guai a sbagliare, si rischia il reato di esercizio abusivo della professione. Dove sia la differenza, poi, è una cosa tutta da dimostrare. E quando si chiede ai presidenti delle due categorie, se la cavano con questa teoria: i maestri di sci insegnano, le guide alpine accompagnano e questo basta a tenere in piedi due circuiti. Con qualche aggregato, come le guide sul Vesuvio che, per proteggere il mercato dei turisti in visita al cratere, sono state battezzate con l’aggettivo «vulcanologiche». Più elastica, invece, è la questione dei prezzi: ogni albo regionale decide le sue tariffe e un maestro a Cortina può costare anche il doppio rispetto a Roccaraso. In questo caso la categoria non è unica.

M come MAGISTRATI.

LA LEGGE SIAMO NOI”, il libro di Stefano Zurlo, parla di loro. Ci sono giudici che hanno depositato sentenze con anni di ritardo e altri che hanno fatto con l’auto di servizio migliaia di chilometri per andare in vacanza. Ci sono giudici che hanno chiamato i carabinieri per non pagare il conto al ristorante e altri che hanno smarrito pratiche e fascicoli, vanificando anni di processi. Ci sono giudici che hanno dimenticato in carcere imputati che avrebbero dovuto essere scarcerati. Tutti questi giudici sono stati processati dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). Molti sono stati assolti perché, ad esempio, non si possono consegnare in ritardo le sentenze, ma c’è quasi sempre una scappatoia, un alibi dietro cui trincerarsi: troppo lavoro, il sistema che non funziona, la separazione dalla moglie, la malattia grave di un congiunto. Qualcuno, invece, non è sfuggito alla condanna del “Tribunale” dei colleghi.

Sono centinaia i procedimenti disciplinari che si svolgono davanti al Csm: qualcuno, riguardante le esternazioni dei magistrati del Pool, è stato enfatizzato dai media. Ma sono casi rari: della stragrande maggioranza, invece, non si sa nulla. Sono processi che vengono celebrati nel silenzio e nel silenzio si chiudono. Un magistrato impiega dieci anni per ricalcolare la pena di una condanna a otto mesi. Un altro scarcera l’imputato con centoquaranta giorni di ritardo. Un pm conduce le inchieste intercettando gli avvocati mentre parlano coi loro clienti, o mentre sono in Procura. A volte errori, a volte colpe. Ma qualcuno ne risponde? La carrellata è fitta: un catalogo di sentenze “invertite”. Sentenze sui giudici, non di giudici. Un viaggio tra i procedimenti che vedono alla sbarra le toghe. Ogni magistrato processato è ritratto in una storia: settantacinque racconti agili, che nascono dallo studio di altrettante indagini condotte dal Consiglio Superiore della Magistratura su toghe indisciplinate.

Le mancanze e i tempi elefantiaci del sistema giudiziario italiano sono noti. Ma raramente si parla dei fatti e degli atteggiamenti che ingolfano il carrozzone. Accade solo quando gravi errori giudiziari scandalizzano dalle prime pagine dei giornali. Eppure, anche in questi casi, non si sa che fine fanno i responsabili. L’inchiesta di Stefano Zurlo, sui procedimenti andati in scena a Palazzo dei Marescialli tra il 2000 e il 2008, illumina un versante sconosciuto della Giustizia italiana. Lo fa traducendo dal burocratese le indagini e le sentenze della Sezione disciplinare del Csm.

Per la delicatezza della materia, i nomi e le città di provenienza dei magistrati sono di fantasia. Ma ogni fatto riportato è tratto esclusivamente dagli atti: da qui Zurlo estrae le vicende, umane e professionali, che portano certi giudici sul banco degli imputati. E da qui, senza dover aggiungere nulla ai fatti, svela quanto sia troppo spesso «soffice e paterno» il criterio con cui il Csm giudica i “suoi”. Nella maggior parte dei casi, il verdetto è il semplice ammonimento. Poco più di una strigliata.

C’è il magistrato che impiega 495 giorni per scrivere sette cartelle di un importante provvedimento, a carico di un rettore condannato a due anni e tre mesi. Assolto. C’è chi dimentica per centocinque giorni una persona ai domiciliari. Assolto. E chi scarcera, per errore e pressapochismo, il cassiere della Banda della Magliana: due mesi di anzianità perduti. Il problema più diffuso è quello dei tempi, i dati sui giorni di ritardo riportati da Zurlo fanno impallidire. Insieme alle giustificazioni dei magistrati nel tentativo di difendersi. Centinaia di processi restano appesi per anni, i faldoni scompaiono, le sentenze non vengono depositate. E intanto si perde la percezione che ogni processo porta in sé la vicenda umana di vittime e colpevoli.

“TINTINNAR DI VENDETTE”. Manette facili, voglia di riflettori e vendette della politica.

Ecco come è stata minata la fiducia nella giustizia.

Nel volume il giornalista Guido Dell’Aquila riordina tutti i discorsi ufficiali in tema di giustizia di Oscar Luigi Scalfaro, un giurista che è stato giudice, un uomo politico che ha scritto la Costituzione e infine Presidente della Repubblica e del CSM dal 1992 al 1999 in un settennato di scontri politici acutissimi, che non hanno risparmiato né la sua persona né l’istituzione da lui rappresentata. Ne emerge sia la denuncia senza mezzi termini e in tempi non sospetti degli errori e dei vizi di certa magistratura troppo disinvolta con l’uso delle manette e davanti ai riflettori delle tv; sia l’incapacità dell’organo di autogoverno della categoria di perseguire dall’interno abusi e sbagli.

Chi è il cattivo magistrato? Quello che vince un concorso truccato, quello che si sente il tenente Colombo, quello che come Torquemada sbatte la gente in carcere per farla confessare, quello che racconta tutto ai giornali, quello che fa politica, quello che fa la star, quello che ha il dente avvelenato, quello che qualche volta pensa di essere Dio. Il cattivo magistrato esiste? Secondo il magistrato Oscar Luigi Scalfaro sì, basta riascoltare quello che diceva da presidente della Repubblica.

Una cosa che non ti aspetti. Eppure è Oscar Luigi che parla. E ricorda: «Ho vissuto da ministro dell’Interno il periodo in cui Craxi si è intestardito sulla responsabilità civile e penale del magistrato. Con lui ho avuto un rapporto ottimo, ma l’avevo messo in guardia dell’inutilità di una norma del genere. Ancora oggi questa legge è in vigore. C’è qualcuno che lo sa? Nessuno, e non sarà mai applicata nei millenni. Il problema è che i magistrati l’hanno vissuta come un calcio nei denti. E quando è stato il momento, siccome siamo sempre condizionati dall’Antico Testamento, questo calcio l’hanno ridato, e l’hanno ridato sui denti, sui piedi, sullo stomaco, fino ad arrivare all’alluce».

Tintinnar di vendette, appunto. Molti magistrati si sentono un «noi». Ragionano come gruppo, corporazione, casta, classe. Il guaio maggiore arriva quando pensano come partito e si muovono nella politica condizionando tempi, temi e ribaltoni. Il 27 luglio 1994 Scalfaro dice: «Nessun potere deve sconfinare, pena il danno per i cittadini».

Così anche per  il presidente della Repubblica Giorgio Napoletano con nota del 27 novembre 2009. “Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggia sulla coesione della coalizione, che ha ottenuto dai cittadini elettori il consenso necessario per governare. E’ indispensabile che venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione. E spetta al Parlamento esaminare di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia”.

Il libro è una lunga condanna, ad ampio raggio. L’avviso di garanzia? «Questo istituto nato come atto di grande garbo nei confronti del singolo, per proteggere la persona, a volte la uccide». Il carcere preventivo? «Dovrebbe essere un’eccezione». La separazione delle carriere? «Non è un dramma». Le luci della ribalta? «Sporcano la toga». Nel luglio del 1996 si riunisce il Csm e Scalfaro invita i giudici a liberarsi dei lavativi: «Il tema della operosità dei giudici volete lasciarlo ai politici? Volete lasciare che siano i politici a fare questo pelo e contropelo o è giusto che la prima riflessione parta da qui?».

C’è una cosa che il vecchio presidente fa fatica a capire. È possibile che le procure funzionino più o meno come l’Ansa? Lì, sotto la bilancia della giustizia, c’è una delle più grosse fabbriche della notizia. «Oggi abbiamo una pioggia di intercettazioni telefoniche. Non dubito della loro legittimità, ma è normale che un cittadino venga spiato giorno e notte? Non credo che questi eccessi siano il linea con la Costituzione. Ma a questo si aggiunge il contagocce delle notizie sulla stampa. È grave che escano tutte le intercettazioni, ma è incredibile che escano goccia a goccia, con infrazione del diritto alla vita privata di ciascun cittadino».

Se un vecchio conservatore come Scalfaro dice queste cose, allora la Giustizia è davvero da rifare.

Chi giudica il lavoro dei magistrati? I magistrati. Chi paga se un giudice sbaglia? Nessuno. Toghe costosissime che percepiscono quanto un parlamentare, ma sono assunti come funzionari pubblici, con dubbi concorsi. Toghe inefficienti che impiegano anche 8 anni per scrivere una sentenza. Toghe sporche e corrotte che prendono tangenti. Toghe eversive o che insabbiano. Toghe vandali che danneggiano l’auto del collega magistrato. Toghe allo sfascio unite tutte da un unico comune denominatore: sanzioni del tutto inesistenti da parte del CSM. Gli automatismi delle carriere sono blindati da due leggi, approvate tra il 1966 e il 1973, in un clima politico che spiega tante cose. Lo ha ricordato in un libro, mai smentito, Giuseppe Gargani, all’epoca membro della commissione Giustizia alla Camera: «Molti di noi, tra i quali Francesco Cossiga, erano contrari agli automatismi. Fummo convocati dal capogruppo Flaminio Piccoli che, furioso, ci disse: “Se questa legge non passa, quelli ci arrestano tutti”. E la legge passò». L’unica correzione è stata approvata nell’ottobre del 2007 dal plenum del Csm, che almeno ha introdotto un esame, ogni quattro anni, per valutare carriera e stipendio. Quanto alla responsabilità civile, nonostante un referendum del 1987 e una sentenza della Corte di giustizia europea, non si è visto ancora un Parlamento approvare una legge chiara e rigorosa. Forse la paura è sempre quella denunciata da Gargani. Ogni tentativo di riforma per rendere questi cittadini un pò più uguali agli altri è una “lesa maestà”. A loro favore schiere di giustizialisti politicizzati che usano la giustizia come arma di lotta politica. In questi ultimi anni sono usciti alcuni libri best-seller sulle varie “caste”: i più noti sono  quelli di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sui politici, “LA CASTA”, di Stefano Livadiotti sui sindacalisti, “L’ALTRA CASTA”. A questi si è aggiunto un libro-inchiesta ancora del giornalista dell’”Espresso”, Stefano Livadiotti: “MAGISTRATI. L’ULTRA CASTA”, edito da Bompiani. Tutti i segreti di Vostro Onore e del suo Eldorado di privilegi. I meccanismi di carriera a prova di somaro. L’assenteismo da uffici del catasto. Gli stipendi, le indennità e i gettoni da nababbo. Il trucco della scala mobile mai abolita. I guadagni extra garantiti dalla politica e dalle imprese. Lo scandalo delle ferie lunghe come a scuola. Gli intrighi correntizi nelle segrete stanze del Csm, dove un mese di lavoro dura tre settimane. I verbali delle sentenze burla della sezione disciplinare, che assolve i pedofili e chi dimentica un detenuto in galera. I dati shock sulla giustizia più costosa e inefficiente del mondo occidentale. Dove toga che sbaglia non paga mai. Nome per nome, cifra per cifra, quello che nessuno ha mai osato raccontare sulla madre di tutte le caste. La più temuta. Lottizzata. E pericolosa. Vostro Onore lavora 1.560 ore l’anno, che fanno 4,2 ore al giorno. Ma, quando arriva al vertice della carriera, guadagna quasi il quintuplo degli italiani normali. Gli esami per le promozioni sono una farsa:li supera il 99,6 per cento dei candidati. Liviadotti, giornalista dell’Espresso (schierato a sinistra), dopo i sindacati mette sotto la lente di ingrandimento la casta dei magistrati e ne scopre delle belle. Come quella che il Consiglio superiore della Magistratura ha assolto persino un giudice sorpreso con un minorenne nei bagni di un cinema. Secondo la sentenza, costata allo Stato 70 miliardi di lire, era innocente perchè tre anni prima aveva sbattuto la testa. Quella dei giudici e dei pubblici ministeri – dice Liviadotti – è la madre di tutte le caste. Uno Stato nello Stato, governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l’agenda alla politica. «Un formidabile apparato di potere» che, sventolando spesso a sproposito il sacrosanto vessillo dell’indipendenza, e facendo leva sull’immagine dei tanti magistrati-eroi, è riuscito «a blindare la cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi». Liviadotti analizza, cifra per cifra, tutta «la scomoda verità» sui 9.116 uomini che controllano l’Italia: gli scandalosi meccanismi di carriera, gli stipendi fino all’ultimo centesimo, i ricchi incarichi extragiudiziari, le pensioni d’oro, la scala mobile su misura, gli orari di lavoro, «l’incredibile» monte-ferie, i benefit dei consiglieri del Csm. E, parola per parola, «le segretissime sentenze-burla» della Sezione disciplinare, per non smentire l’aurea di impunità che li circonda.

M come MILITARI

LA CASTA DELLE STELLETTE

Pensioni, case, indennità: ecco la casta con le stellette, secondo “Il Giornale” ad un capo di Stato maggiore spettano un milione di liquidazione e 15mila euro al mese. Ed ai vertici di Esercito, Carabinieri e Finanza va anche un bonus di 409mila euro. La casta per definizione è quella dei politici e anche i giornalisti che li criticano non sempre possono lanciare la prima pietra, ma nell’Italia dei privilegi pure i generali e gli ammiragli non scherzano. Gli alti ufficiali sono tanti, troppi, secondo qualche fonte il 30% in più del necessario, per un esercito volontario che verrà ridotto di ulteriori 40mila uomini. I capi di stato maggiore tirano i remi in barca con una liquidazione che sfiora il milione di euro e 15mila euro di pensione. Non solo: i vertici delle forze armate, compresi Carabinieri e Finanza, godono di una speciale indennità pensionabile di 409mila euro lordi, che in tempi di vacche magre salta agli occhi. Oggi lo Stato sta pagando oltre 4 milioni di euro per questa indennità ad personam. La chiamano S.I.P. e non ha niente a che fare con la vecchia compagnia telefonica. Nel 1981 il primo a godere della speciale indennità pensionabile era stato il capo della polizia. Nel corso degli anni si sono aggiunti il comandante della guardia forestale ed il direttore generale delle carceri. Le stellette hanno brontolato chiedendo, per certi versi a ragione, uguali diritti e così la SIP è stata garantita anche al comandante generale dei carabinieri, a quello della Finanza ed ai capi di stato maggiore delle Forze armate che sono 4 (Difesa, Esercito, Aeronautica e Marina), oltre che al segretario generale e direttore degli armamenti. Un generale a tre stelle non arriva a 6.500- 7.000 euro al mese, meno della metà di tanti alti dirigenti dello stato. Nel momento in cui viene nominato capo di stato maggiore, con la responsabilità su decine di migliaia di uomini, forse è giusto garantirgli un’indennità di carica. Anche se 22.755 euro in più al mese per 13 mensilità «rivelati » in una proposta di legge che addirittura voleva allargare il privilegio ai vice, non sono bruscolini. Dalla precedente gestione della Difesa non siamo riusciti ad ottenere le cifre esatte, ma secondo le fonti de il Giornale e di stampa stiamo parlando di 409mila euro lordi che corrispondono ad oltre 250mila euro netti. L’aspetto più controverso è quel termine «pensionabile». In pratica la speciale indennità viene poi riconosciuta per calcolare la pensione. Dalla Difesa scrivono che «si tratta di indennità (…) soltanto parzialmente pensionabile istituita per eliminare o quantomeno attenuare il grande divario all’epoca esistente con i vertici delle Forze di Polizia». Fonti de Il Giornale , però, sostengono che la SIP è quasi totalmente pensionabile, a parte una decurtazione che si aggirerebbe sul 10%. In definitiva le stellette che sono state ai vertici delle Forze armate si godono una pensione che si aggira sui 15mila euro. «Le responsabilità che hanno assunto sono elevatissime e quindi non mi sembra scandaloso – sostiene una fonte de il Giornale nelle Forze armate che conosce i conti – Invece è scandaloso il tentativo di estenderla anche ad altri» come i vicecomandanti ed i vicari. In Italia i generali delle Forze armate sono 425. Negli Stati Uniti gli alti ufficiali sono 900, ma comandano 1 milione e 400 mila uomini, sette volte più di noi. Secondo una fonte de il Giornale che conosce il problema generali ed ammiragli potrebbero essere anche il 30% in più del necessario, compresi i carabinieri. Per non parlare della Finanza e degli altri corpi di sicurezza della Stato. E dei privilegi garantiti a 44 alti ufficiali, che beneficiano di appartamenti da 600 metri quadrati compresi di battitura tappeti e lucidatura dell’argenteria. La spesa per lo Stato sarebbe di 3 milioni e mezzo di euro l’anno. Non è un caso che nel piano di tagli in via di preparazione sia prevista una drastica riduzione degli alti ufficiali. Non solo: La Difesa sta studiando un taglio di almeno 40mila uomini su 190mila, che dovrebbe presentare entro fine anno al nuovo ministro, Giampaolo Di Paola. Per la prima volta è stato nominato al vertice un ammiraglio ancora in servizio, anche se oltre l’età prevista per la pensione. Proprio Di Paola è il fautore del nuovo «Modello di Difesa» che prevede la riduzione degli organici a circa 120/140mila uomini. Le spese del personale assorbono il 62% delle risorse della Difesa (quasi 9 miliardi di euro). L’obiettivo è arrivare ad un costo del 50% senza tagliare le unità operative. Nelle missioni all’estero, comprese quelle di guerra come in Afghanistan, sono impegnati fra 10 e 12mila uomini. Il problema è che i tagli hanno ridotto all’osso l’addestramento ed il prossimo anno potrebbero esserci 3mila volontari in meno da arruolare per mancanza di soldi. «Già adesso i bandi per ufficiali e sottufficiali hanno numeri sempre più ridotti. Si rischia che le forze armate diventino ancora più “vecchie”» spiega una fonte de il Giornale sottolineando l’altra faccia della medaglia rispetto ai tagli. Per snellire la Difesa bisogna sicuramente continuare sulla strada della chiusura degli enti inutili. Interi reparti esistono più o meno sulla carta. Dal 2008 il programma di dismissioni che dovrebbe portare alla vendita di 200 caserme, 3.000 alloggi e 1.000 installazioni va avanti a rilento. Spesso molti degli immobili sono occupati da abusivi o gravati da incredibili intoppi burocratici, anche se le norme per la dismissione si stanno sbloccando. Gli accorpamenti necessari riguarderanno la logistica, ma sacrifici, secondo il capo di stato maggiore della Difesa, Biagio Abrate, coinvolgeranno «soprattutto le strutture di comando e supporto alle categorie dirigenziali ». Anche sulla sanità militare si addensano critiche. Centinaia di posti letto e camici con le stellette dispersi in tutta Italia si occupano sempre più di certificazioni di invalidità. L’ufficiale medico può esercitare all’esterno, ma se gli chiedono di andare in prima linea in Afghanistan spesso marca visita. Un’altra realtà controversa è l’ausiliaria. Quando il militare raggiunge i limiti di età, o dopo 40 anni di contributi, può fare domanda per questo istituto, che dura 5 anni. In pratica serve a garantirgli «il 70 per cento degli incrementi di stipendio riconosciuti al pari grado in servizio». Un ufficiale in ausiliaria può venir richiamato nella provincia di residenza, ma capita per una piccola minoranza. Ai tempi della guerra fredda serviva alla mobilitazione generale in caso di conflitto, ma oggi l’ausiliaria è un po’ desueta. Dalla Difesa fanno notare che da quest’anno fino al 2014«l’istituto è di fatto sterilizzato» perché gli stipendi dei militari sono bloccati. Non durerà per sempre, si spera, ed in ogni caso l’ausiliaria pesa nell’ultimo bilancio della Difesa per 326,1 milioni di euro, con un incremento minimo dello 0,7%. Soldi che secondo alcuni, nelle Forze armate, sarebbe meglio utilizzare per stipendi più adeguati al personale in servizio e realmente operativo.

N come NOTAI.

Quando il governo Prodi ha tirato fuori la demagogica proposta di concedere anche agli avvocati le competenze sul trasferimento degli immobili, i notai hanno avuto gioco facile nel bloccare un progetto che avrebbe creato il caos nelle compravendite. E si sono ritrovati con alleati imprevisti, come Ugo Mattei che sulle colonne del Manifesto ha sottolineato l’importanza della categoria «a presidio della certezza del diritto». Meno difendibile, invece, è il ristretto numero delle sedi (4.750) che, nel giro di alcuni anni, dovrebbero aumentare di circa 1.000 unità. Ma intanto il concorso per il notariato, celebre per la sua severità, è finito in procura: gli esami del 2004 sono al centro di un’indagine per abuso d’ufficio. E in Italia le inchieste della magistratura possono andare molto per le lunghe.

P come POLITICI.

Aerei di Stato che volano 37 ore al giorno, pronti al decollo per portare Sua Eccellenza anche a una festa a Parigi. Palazzi parlamentari presi in affitto a peso d’oro. Finanziamenti pubblici quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum. “Rimborsi” elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici di presidenza nelle regioni più “virtuose” moltiplicati per tredici volte in venti anni. Spese di rappresentanza dei governatori fino a dodici volte più alte di quelle del presidente della Repubblica tedesco. Province che continuano ad aumentare nonostante da decenni siano considerate inutili. Indennità impazzite al punto che il sindaco di un paese aostano di 91 abitanti può guadagnare quanto il collega di una città di 249mila. Candidati “trombati” consolati con 5 buste paga. Presidenti di circoscrizione con l’auto blu. La denuncia di Stella e Rizzo con i libri “La Casta” e “La Deriva” di come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda, sia diventata una oligarchia insaziabile e abbia allagato l’intera società italiana. A livello locale un sistema oligarchico gestisce il potere in monopolio a favore dei parlamentari nominati dalla nomenclatura, che restano indifferenti alle richieste dei cittadini, osteggiando ogni tentativo di riforma sociale.

Dalle inchieste pubblicate dai media si rileva che in Parlamento da sempre troviamo parlamentari corrotti; indegni, privilegiati, spreconi, incompetenti, fannulloni, finanziati e voltagabbana. Dall’Unità d’Italia ad oggi sempre … trasformismo.

Fregolismo spinto. Cambi di casacca a ripetizione. E record di deputati erranti. Centoventi, nel Grand Hotel Montecitorio, vagano fra un gruppo e l’altro, entrano ed escono dai partiti, tradiscono e si pentono, rilanciano e arretrano, ieri con Fini e contro Silvio, ora con Silvio e contro Fini, e domani chissà. La transumanza parlamentare ha questo di bello: è frenetica, spiazza, impazza. E siamo al record storico del viavai. Nessuna legislatura ha avuto un tasso così alto di conversioni politiche. Tutte, ovviamente, motivate da alte e nobili spinte morali. Chi diventa Fregoli «per salvare le istituzione». Chi lo fa «in nome del buon nome dell’Italia». Chi lo fa, addirittura, per motivi religiosi.

Dal 29 aprile 2008, inizio della XVI Legislatura della Repubblica Italiana, al febbraio 2011 sono già oltre 120 i deputati che soltanto a Montecitorio hanno cambiato casacca, partito, maggioranza o leader di riferimento. A metà legislatura, abbiamo già superato tutti i record precedenti, dimostrando di fatto che ai parlamentari del voto popolare non interessa pressoché nulla, perché si spostano di qua o di là a seconda della loro più bieca convenienza. Anzi, più si spostano, più aumenta il prezzo con cui vengono comprati e venduti, come in qualsiasi mercato delle vacche. Se poi aggiungiamo che il Parlamento, oltre ad aver fatto l’en plein di voltagabbane e di trasformisti come mai la Repubblica italiana ha sperimentato, come il libro di Marco Travaglio insegna, totalizza il maggior numero di pregiudicati, indagati, condannati o salvati dalla prescrizione della storia patria, quasi un centinaio, con reati che vanno dalla ricettazione alla corruzione, dalla bancarotta fraudolenta, all’associazione a delinquere, dalla corruzione in atti giudiziari all’istigazione alla prostituzione minorile, appare chiaro che di «onorevole» in quelle aule non c’è proprio più nulla.

Spesso le cronache politiche parlano di trasformismo per dire che un parlamentare cambia casacca. Si parla anche di «tradimento», o dare del venduto a chi (tanti) inscena il rituale più classico della politica tribale d’ogni tempo, il cambio di casacca.

Una volta c’era il transfuga, adesso c’è l’Anarca; un moralista del cambio di casacca, uno che ci fa la morale sopra, «nell’interesse del Paese».

Eppure sarebbe così semplice, se solo si volesse: un parlamentare eletto dal popolo per un partito resta in quello o se ne torna a casa. Ma chi lo vuole? A quanto pare nessuno!

Si parla di terremoto del terzo polo: Casini, Rutelli, Lombardo e Fini. Si parla dello sconquasso prodotto da FLI, ieri della fuga dal PSI e dalla DC “affondati” dalla Magistratura. E’ vero, come diceva Renzo Foa, «che abbiamo il vizio di chiamare voltagabbana sempre chi andrà con gli altri, e mai chi viene con noi»; ma nessuno negherà che mai come in questa tragicomica pochade italiana il va e vieni hanno esibito una repentinità da record, sciaguratamente comica, se l’Italia potesse ridere ancora.

Piegandosi ai vari stati di necessità, la nostra storia patria si è intrecciata con due malepiante: il consociativismo ed il trasformismo. Nel discorso pronunciato per l’apertura della terza legislatura Vittorio Emanuele II affermava: “E’ dell’essenza dei Governi rappresentativi che vi siano opinioni e partiti diversi; ma vi sono occasioni nelle quali è talmente urgente il pericolo delle cosa pubblica, che soltanto dall’oblio delle passioni di parte e delle gare personali è possibile aspettare salute”. E il 25 novembre 1883 a Napoli, Zanardelli, dopo aver ricordato il “connubio” tra Cavour e Rattazzi, rilevava che “quando nel 1876 il Governo poté passare alla Sinistra, ciò avvenne perché un parte dei deputati della Destra… aveva ingrossato le file del nostro partito”.

Cambi di casacca e salti della quaglia: da uno schieramento all’altro, dunque, da noi hanno rappresentato più la regola che l’eccezione. Ma c’é una bella differenza tra ieri ed oggi. Per circa un secolo e mezzo abbiamo avuto un centro contrapposto alle estreme. Ed il centro governativo si è allargato ora a questa, ora a quella mezz’ala, lasciando le ali all’opposizione e in servizio permanente effettivo. Nell’età del bipolarismo si pensava che tutto fosse cambiato. Si sta o di qua o di là. Il centro è scomparso. Ma non è vero!

Quindi, la “transumanza” si è verificata sia nella passata sia in questa legislatura. Senza i transfughi, dopo la caduta di Prodi nell’ottobre 1998, D’Alema non avrebbe potuto salire le scale di Palazzo Chigi. Quel D’Alema che aveva assicurato che mai e poi mai sarebbe diventato Presidente del Consiglio. se non dopo essere stato incoronato dal popolo sovrano. Una promessa da marinaio, la sua, visto come sono poi andate le cose. Altro che popolo sovrano, si dovrebbe dire popolo somaro!

Ma i ribaltoni dei giorni nostri non sono giustificati dalla formazione di un qualsiasi governo alle spalle degli elettori: un fenomeno che non sarà più possibile quando la riforma costituzionale entrerà in vigore (… se entrerà in vigore!). Invece avvengono perché “previdenti” parlamentari tentano di salvare il proprio collegio elettorale facendo atto di sottomissione. Previdenti, si fa per dire.

Nella scorsa legislatura venne presentata alla Camera una proposta di legge costituzionale di modifica dell’Articolo 67 della Costituzione: una disposizione, questa, che prevedeva un divieto di mandato imperativo ormai utilizzato per le più sporche manovre da uomini politici senza scrupoli. Questa ricetta prevedeva la decadenza dal mandato parlamentare per quelli che Fini ebbe soavemente a definire “puttani della politica” perchè da destra passavano a sinistra. Un termine che oggi è rinato proprio grazie a Fini che, pur essendo presidente della Camera, ha pensato di costituire un partito (FLI) che purtroppo, per lui, si è sfaldato lentamente.

Se risultati vincitori in un collegio, recitava la pdl, sarebbero sostituiti da chi nelle elezioni suppletive si aggiudica il collegio uninominale. Altrimenti, verrebbero senz’altro sostituiti nelle circoscrizioni dai primi dei non eletti nella medesima lista.

Questa iniziativa legislativa purtroppo non andò in porto perché si trovo tra due fuochi. Il centrosinistra, beneficiario del trasformismo di quel momento, naturalmente mise il pollice all’ingiù. Mentre i liberali tutti di un pezzo gridarono alla partitocrazia e fecero quadrato attorno al divieto di mandato imperativo, non rendendosi contro che esso è ormai diventato la foglia di fico del peggior trasformismo. Un occasione perduta. Peccato. Perché chi tradisce la fiducia degli elettori merita una severa punizione.

P come PRIMARI.

Non ci voleva certo l’inchiesta Mastella per scoprire come nella sanità pubblica, che assorbe il 12,5 per cento del PIL, i posti dei primari si assegnano con le tessere di partito. Più che una regola una certezza, che gli stessi medici (80 per cento, secondo un sondaggio della Swg) considerano «decisiva» per la loro carriera. Eppure, a parte i concorsi che nessuno vuole fare, basterebbe applicare gli otto articoli del contratto di lavoro, siglato nel 2005, tutti destinati alla valutazione dei responsabili dei reparti. All’epoca si gridò al miracolo nella pubblica amministrazione, dove di solito il merito e le competenze valgono meno di zero. Peccato che quelle norme non sono mai state applicate per l’ostruzionismo delle regioni, dove i partiti non vogliono mollare la ricca torta della sanità. E dove i primari lavorano a mezzo servizio, perché oltre ai malati in corsia devono dedicarsi alle anticamere dei capipartito. Senza contare il blocco delle liste d’attesa per esami diagnostici e visite specialistiche: alla struttura pubblica, tempi inaccettabili; intramoenia a pagamento, immediati !!! Scandalo a parte è l’accertamento degli errori dei medici. Solo di recente le commissioni composte da medici hanno cominciato ad accertare gli errori dei loro colleghi.

P come PROFESSORI UNIVERSITARI.

Il vizietto dei rettori è quello di considerarsi magnifici a vita. La regola è il limite di due mandati: poi ci sono una valanga di eccezioni. Risultato: Augusto Preti, a Brescia, in carica da 24 anni; Pasquale Mistretta, a Cagliari, da 16; Giovanni Cannata, a Campobasso, da 12; Guido Fabiani, a Roma, da 9. E così via. Per ottenere le modifiche ad personam degli statuti i rettori fanno campagne elettorali, promettendo corsi di laurea (ne abbiamo oltre 3 mila), finanziamenti e carriere ereditarie (il 40 per cento dei titolari delle cattedre sono figli di professori). L’unica cosa che nell’università, come nella scuola, non si riesce a fare è la valutazione. Nelle facoltà è bloccata in attesa di una improbabile riforma, nella scuola invece esiste un ente, l’Invalsi. Su internet ne potete leggere la presentazione, una con i progetti pilota e due pagine dedicate alla sede dell’ente: Villa Falconieri, la più antica delle residenze tuscolane, tutta fortificata. Come i feudi del nostro sistema di formazione.La casta dei baroni, come raccontano Davide Carlucci e Antonio Castaldo nel loro libro “Un paese di baroni ” (Chiarelettere, 2009). Il catalogo degli orrori dei due giornalisti milanesi (l’uno de La Repubblica, l’altro del Corriere della Sera) è spaventosamente ricco di nomi e cognomi, e descrive un paese che, dalla Lombardia alla Sicilia, non ha risparmiato all’Università il cinico trattamento destinato a quasi tutto ciò che è pubblico: corruzione, spreco di denaro, nepotismo, umiliazioni e, persino, collusione con la criminalità organizzata. Il degrado dell’Università ha conseguenze evidenti sulla qualità dei nostri atenei. “Solo il 45 per cento degli iscritti all’università arriva alla laurea. Meno del Cile e del Messico. Gli scarsi risultati fanno a pugni con gli alti stipendi dei “baroni”, che certamente sono perlomeno corresponsabili di questo disastro italiano: “Un ordinario guadagna in media 5-6mila euro netti al mese, ma può arrivare, all’apice della carriera, fino a 8500 euro, contro i 4700 euro che guadagna al massimo il collega tedesco, i 5900 dei docenti francesi e i 6600 del collega inglese della Essex University”. Mentre i professori americani hanno stipendi differenti a seconda della loro produttività, quelli italiani sono pagati a secondo dell’anzianità. Nel mondo in cui si forma la classe dirigente del futuro, insomma, il concetto di merito non ha cittadinanza. Come anche quello di trasparenza. Gli autori dedicano molte pagine all’analisi dei concorsi, che testimoniano “la sublimazione dello spirito di conservazione della casta” e sono spesso pilotati (come ha appurato anche la magistratura) secondo schemi di nepotismo o di favoritismo di tipo politico, massonico o persino mafioso. Molto spesso i concorsi sono pensati addirittura con in mente i requisiti di un certo candidato, e per ostacolarne un altro in particolare (ovviamente più preparato di quello raccomandato). E ancora: a Bari si pagavano fino a 3mila euro per passare gli esami, all’Accademia di belle arti di Lecce il tasso di nepotismo è del 30%, in un dipartimento palermitano dieci docenti su diciannove sono imparentati, a Messina una cosca gestiva mezza facoltà.

S come SINDACATI.

Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti. L’immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di interpretare gli interessi generali, si è dissolta e ha lasciato il posto a quella di una casta iperburocratizzata e autoreferenziale che ha perso via via il contatto con il paese reale: quello delle buste paga sempre più leggere e dei posti di lavoro dove si muore troppo spesso. Un tentativo di indagare questa realtà è rappresentato da “L’altra casta di Stefano Livadiotti. I sindacati sono oggi nel pieno di una profonda crisi di legittimità, che rischia di cancellare anche i loro meriti storici. Lo strapotere e l’invadenza delle tre grandi centrali confederali, e le sempre più scoperte ambizioni politiche dei loro leader, hanno prodotto nel paese un senso di rigetto.

T come TASSISTI.

L’ultima guerriglia urbana dei tassisti, due giorni di sciopero selvaggio, è andata in scena, nel dicembre 2008, a Roma. L’ex sindaco Walter Veltroni ha tenuto duro, ma l’accordo finale ha il sapore di una beffa per i cittadini. Le tariffe sono aumentate immediatamente del 18 per cento, mentre le nuove licenze, dopo un decennio di congelamenti, arriveranno nel corso degli anni. Scaglionate. La corporazione dei tassisti è una delle più potenti d’Italia, perfino nelle isole: a Capri, le strade sono divise in due settori (Capri e Anacapri) e nessuno può sconfinare nel territorio del collega. Nella capitale i capipopolo che guidano una decina di associazioni sindacali hanno nomi di battaglia molto significativi: er Tigre, Litighino, Agonia, Capoccione, Pasta e fagioli, Acchiappapiotte, Varichina. E guai a chi li tocca.

V come VATICANO.

La gerarchia del Vaticano come potente «lobby politica» che traduce i valori cattolici in «interessi», trattati secondo la logica dello scambio politico. Un interventismo che ha dato i suoi frutti: statalizzazione degli insegnanti di religione, inserimento degli istituti cattolici nel sistema scolastico pubblico, legge sugli oratori, restrizioni alla legge sulla fecondazione assistita, cancellazione della proposta del divorzio breve. E che ricompare nelle parole pronunciate da Monsignor Levada al Sinodo sui politici che ammettono leggi a favore dell’aborto, eutanasia e sperimentazione sulle staminali, e su quegli elettori che, votandoli, commettono peccato. Insomma: in Italia quando c’è da legiferare bisogna tener conto anche degli interessi materiali e morali del Vaticano.

TRATTO DA

http://www.illegalita.altervista.org/libro%20premessa%20italiopoli.htm

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...