Cassa depositi e prestiti dove non arrivano le banche

C’è un banca, in Italia, che ha una rete di

14mila sportelli

Dove vanno a finire i soldi versati alle Poste sui libretti e sui buoni fruttiferi da 24 milioni di pensionati, giovani e famiglie? Se li prende la Cdp, la Cassa Depositi e prestiti. Che animale è la Cdp? Loro si sentono un centauro pubblico-privato, che investe soldi dei risparmiatori ma con finalità pubbliche. Può essere il mutuo di 30mila euro al piccolo comune per sistemare la strada interpoderale piuttosto che l’assegno da 1 miliardo per rilevare quote di aziende di Finmeccanica, al fine di salvaguardarne “l’italianità”. O ancora, 18 miliardi la Cdp li ha girati alle banche per bypassare la strozzatura del credito e ne hanno beneficiato finora 53 mila piccole medie imprese. Ma c’è ancora spazio per aumentare i suoi impieghi e per forzare il passo allo sviluppo del Paese, che ne avrebbe tanto bisogno: dalla banda larga ai servizi pubblici locali, all’energia. La Cassa ha un arsenale di 224 miliardi e per i ministri del Tesoro che l’hanno voluta così com’è oggi, da Tremonti a Grilli, la Cdp è l’arma non convenzionale adatta ai tempi. Basti pensare che le sue mosse non vanno ad aumentare il debito pubblico, per cui è l’ideale per i nostri politici sempre affamati di infrastrutture e desiderosi di salvare aziende, anche se il debito è solo spostato in un angolo sotto il tappetino. Allo stato attuale la Cassa è sana e il risparmio postale è al calduccio, anche perché il rimborso è garantito dallo Stato, ma fuori girano personaggi che ad ogni piè sospinto propongono: “facciamolo fare alla Cdp!”, mentre dentro la Cassa ci sono personaggi influenti, impegnati a disegnare “l’economia sociale di mercato”. E chi decide che cos’è per lo sviluppo? Dal presidente Franco Bassanini, all’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini, ai singoli consiglieri e amministratori dei Fondi, vediamo chi sono gli uomini che governano i 224 miliardi del risparmio degli Italiani, chi li ha messi al comando e a quali logiche rispondono e con quali risultati. C’è anche il rischio che il risparmio postale venga usato per garantire affari ai soliti noti, perché la “finalità sociale” chi la controlla e come si misura?

Il sovrano sconosciuto

La Cassa depositi e prestiti, controllata dallo Stato, è nata per finanziare gli enti locali. Oggi si comporta come un fondo di investimento, alla ricerca di profitti

A fine maggio, ha deliberato un finanziamento da 830 milioni di euro a favore del principale gruppo al mondo nel settore “crociere” (Carnival), perché possa acquistare due navi (da Fincantieri). È la stessa banca che, a inizio giugno, ha guidato il pool di istituti di credito che hanno concesso un prestito di 4 miliardi di euro a favore del Comune di Roma, come “contratto di finanziamento del debito pregresso” (vedi box a p. 13). E che il 10 giugno, infine, ha sottoscritto con Eni il contratto d’acquisto dell’89% delle azioni di un gasdotto (Tag, vedi box a p. 14) per un esborso di oltre 675 milioni di euro.
Questa banca si chiama Cassa depositi e prestiti, è presieduta da Franco Bassanini (più volte titolare del dicastero della Funzione pubblica), ed è oggi la più “liquida” d’Italia, con una disponibilità di circa 128 miliardi di euro. Sono risorse messe a disposizione da “clienti” ignari: tutti i cittadini italiani che sottoscrivono un libretto alle Poste o un buono fruttifero postale, e che magari pensano che la “raccolta” della Cdp serva ancora (ed esclusivamente) a garantire i mutui per gli investimenti che gli enti locali sono chiamati a realizzare. Ma la Cassa è cambiata. Oggi è una società per azioni partecipata al 70% dal ministero dell’Economia e delle finanze e per il 30% da 66 fondazioni bancarie, ha chiuso il bilancio 2010 con un utile di 2,74 miliardi di euro (+ 59% sul 2009; 490 milioni di euro in dividendi distribuiti al ministero) e vanta partecipazioni azionarie in numerose società (anche quotate in Borsa, come Eni o Terna, vedi tabella a p. 14) e svariati fondi d’investimento.
La trasformazione in atto negli ultimi mesi ha obbligato la società a (ri)toccare anche lo statuto. Il 10 aprile la Cassa ha riunito in assemblea straordinaria i propri azionisti per approvare quelle modifiche che consentono di ampliare “ulteriormente l’operatività di Cdp, consentendole -come si legge in un comunicato diffuso dalla società- di assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale, a condizione che possiedano i requisiti che saranno definiti con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze a norma del predetto decreto legge (il numero 34/2011, ndr), e che siano caratterizzate da una stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico, e da adeguate prospettive di redditività”. “Le suddette partecipazioni -continua la nota- potranno essere acquisite anche attraverso veicoli societari o fondi di investimento. Nel caso di acquisto mediante utilizzo di risorse provenienti dalla raccolta postale, le stesse sono contabilizzate nella gestione separata di Cdp”. Alla gestione separata afferiscono, ci spiegano dalla Cdp, “gli investimenti della pubblica amministrazione (che vengono conteggiati nel debito pubblico), gli investimenti di interesse pubblico fatti da società private (infrastrutture, servizi pubblici); le operazioni di supporto all’economia (piccole e medie imprese, export finance, social housing)”. Il presidente della Cassa, Franco Bassanini, in un’intervista a First Online, ha spiegato che i settori strategici sono la Difesa, la sicurezza, l’energia, le infrastrutture di trasporto e comunicazione, i servizi pubblici, l’high tech e i servizi finanziari. Si tratta, in questo caso, di diventare (e comportarsi) come azionisti. Non più da erogatori di mutui. Con buona pace degli enti locali e dei “prestatori”, che siamo ancora noi cittadini dato che -ancora oggi- la maggior parte delle risorse utilizzate dalla Cassa dipendono dalla raccolta postale: come si legge nella tabella in questa pagina, oltre il 90% del “portafoglio” della Cdp è frutto di libretti e buoni fruttiferi.
Il nostro fondo sovrano. “Cassa depositi e prestiti è uno dei pochi colossi che circolano nello scenario bancario italiano, un sistema che soffre problemi di patrimonializzazione e scarsa capitalizzazione dei principali attori. È in atto, così, un tentativo per far della Cassa un ‘fondo sovrano’, a partire da una liquidità che viene dagli enti locali (gli interessi sui mutui, ndr), dai buoni postali, da una liquidità diffusa, popolare. Nei Paesi emergenti, questi fondi rispondono a ragioni politiche, alla capacità di influenzare l’economia in settori strategici. Anche alcune operazioni della Cassa potrebbero avere queste caratteristiche -spiega il professor Alessandro Volpi, che “legge” la Cassa depositi e prestiti da due prospettive, quella di titolare della cattedra di Geografia politica ed economica alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa e quella di assessore al Bilancio del Comune di Massa-. La Cdp finirà con l’acquisire titoli, azioni od obbligazioni, con una logica di ‘interessamento relativo’ alle sorti della società. Alla fine -spiega Volpi- conta il rendimento”.
Le operazioni in cui verranno impiegati i capitali della Cassa finiranno con l’essere più brownfield (cioè partecipazioni in operazioni e attività già esistenti) che greenfield (ovvero, progetti da sviluppare), tema già visto in merito a F2i, “il fondo onnivoro” (vedi Ae 124), il fondo d’investimento partecipato dalla Cassa (vedi box). In mezzo, restano gli enti locali: “I piccoli Comuni hanno enormi difficoltà di accesso al credito, e la Cdp non fa eccezione rispetto alle altre banche. Chiede un numero di garanzie crescenti che molti enti locali non sono in grado di avere -spiega Volpi-. La Cassa guarda al rating dell’indebitamento, concetto inapplicabile agli enti più piccoli. Quando eroga mutui, inoltre, la Cdp tenta di fare operazioni di taglie consistenti. Da 500mila a un milione di euro. Inoltre, la Cassa non considera ‘eligibili’ i costi di progettazione, compresi gli strumenti urbanistici, che non vengono più considerati spesa d’investimento”. Tra i criteri c’è anche l’aver rispettato il patto di stabilità nell’anno precedente. In alcuni casi, può diventare troppo restrittivo, come spiega Franco Floris, sindaco di Andora (Savona) e presidente della commissione finanza locale dell’Anci (l’Associazione nazionale dei Comuni italiani): “Un Comune dello spezzino, 5.300 abitanti, che aveva risorse a disposizione, è andato ‘fuori Patto’ perché è dovuto intervenire per mettere a posto la scuola. Lo ha fatto con mezzi propri”, ma a questo punto non potrà più accedere ai mutui della Cassa. Floris introduce un altro tema: “I Comuni che hanno risorse a disposizione che non possono spendere, e allo stesso tempo pagano gli interessi per un mutuo con la Cassa depositi e prestiti, non sono incentivati ad estinguere quel mutuo. Perché dovrebbero pagare una penale. Per un mutuo sui 700mila euro, va dai 30 ai 50mila euro. Ma siccome si tratta di debito pubblico, e abbatterlo è un interesse nazionale, potrebbe essere interessante agevolare anziché ostacolare l’estinzione anticipata dei mutui”.
La Cassa e il servizio idrico integrato. Definire cos’è “interesse pubblico” aiuterebbe a sciogliere i nodi evidenziati del rappresentante Anci. Il presidente della Cassa, Bassanini, si è impegnato attivamente contro i referendum in merito di servizio idrico integrato. E lo ha fatto spiegando, al Corriere della Sera, che “se la Cdp eroga un finanziamento a quelle società (pubbliche, ndr), Eurostat lo contabilizza nel debito pubblico facendo scattare la tagliola del rigore”. Secondo Bassanini, a fronte degli investimenti necessari per l’ammodernamento della rete, si tratterebbe di “un disastro per il Paese”. Peccato che nell’elenco Istat dei soggetti afferenti alla pubblica amministrazione (i cui debiti, cioè, fanno crescere il “debito pubblico”) non c’è -ad oggi- nemmeno un gestore del servizio idrico, né verranno iscritti per effetto del referendum. Le parole di Bassanini rappresentano, perciò, una volontà politica fatta di scelte che spettano al cda (o al comitato d’indirizzo) della Cassa, che nel caso dell’acqua, ad esempio, ha deciso ad esempio d’investire “come un privato”, attraverso il fondo F2i. Non deve stupire: il management della Cdp viene dal “privato”. Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato, è stato in Mittel, Hopa e nel consiglio di gestione di A2a, in Intesa Sanpaolo e in Banca Caboto. Nel cda c’è Cristiana Coppola, vice-presidente di Confindustria; c’è Piero Gastaldo, segretario della Compagnia di San Paolo; c’è Ettore Gotti Tedeschi, presidente delle Ior. Nel consiglio d’indirizzo (che formula gli “indirizzi strategici” della società) siede invece -tra gli altri- Carlo Colaiacovo. È il re umbro del cemento, ad di Colacem. E di calcestruzzo son fatte le autostrade, cui la Cassa guarda con interesse: tra marzo e maggio, mezzo miliardo d’euro hanno preso la strada dell’A4 e del Passante di Mestre.

Una mano capitale

“Non tutti sono come Roma” dice Franco Floris, sindaco di Andora. Molti enti locali faticano ad aver accesso alla risorse della Cassa, mentre la capitale, a inizio giugno, ha firmato con Cdp e tre banche (Biis del gruppo Intesa Sanpaolo, Unicredit e Bnl) un contratto da 4 miliardi di euro, che non finanzieranno investimenti pubblici ma servono esclusivamente a ristrutturare il debito pregresso del Comune di Roma, oggi “affidato” a una struttura commissariale, in gestione separata rispetto al bilancio comunale. Il debito, accumulato dagli anni 60, è intorno a 12,3 miliardi di euro. Quello concesso dalla Cassa depositi e prestiti è un finanziamento a trent’anni per complessivi 2,5 miliardi di euro. Le tre banche, invece, hanno fatto la propria parte con una tranche a 3 anni per 1,5 miliardi di euro.

F2i, il gioiellino
Forte di un portafogli di 1,85 miliardi di euro, il Fondo italiano per le infrastrutture di F2i sgr, creatura di Cassa depositi e prestiti (che ne nomina anche il presidente, Ettore Gotti Tedeschi), negli ultimi mesi ha continuato lo shopping: il 31 maggio scorso ha acquistato per 436 milioni di euro Metroweb, la società creata dal Comune di Milano che gestisce la maggiore rete a fibra ottica d’Europa, in consorzio con Intesa Sanpaolo, entrando così nel comparto delle telecomunicazioni. Pochi giorni dopo ha completato l’acquisto di G6 Rete Gas SpA, società attiva nella distribuzione del gas (con 990mila clienti, la maggior parte in Puglia), finora controllata al 100% da Gdf Suez Energia Italia. A questo punto F2i controlla il 17% del mercato italiano del gas, e in termini di clienti gestiti è secondo solo al gruppo Eni. Quest’ultima operazione -in partnership con Axa- vale 772 milioni di euro. Il periodo d’investimento del fondo scade nel 2013. Ma Vito Gamberale, l’amministratore delegato di F2i, guarda oltre: “Il mio sogno è di fare di questo fondo una holding delle reti e di quotarla in Borsa” ha detto a Roma a inizio giugno.

Concorrenza, come no
L’Eni rischiava una sanzione da parte dell’Antitrust europeo, per una violazione della concorrenza nella gestione dei gasdotti .Di fronte all’obbligo di cedere il controllo di alcune infrastrutture, però, la soluzione scelta non è stata il mercato ma “superCdp”. La Cassa depositi e prestiti, che di Eni è il primo azionista, con il 26,4%, ha firmato il 10 giugno con il cane a sei zampe un contratto di compravendita “che prevede la cessione a Cdp -spiega una nota- della partecipazione pari all’89% delle azioni esistenti, cui corrispondono il 94% dei diritti economici, detenuta in Trans Austria Gasleitung GmbH”. Tag, per gli amici, è la società titolare dei diritti di trasporto relativi al tratto austriaco del gasdotto che collega la Russia all’Italia, “e nel 2010 ha registrato ricavi totali pari a 270 milioni di euro”. Un’operazione da 675 milioni di euro (483 il prezzo pattuito, più 192 milioni di euro per il rimborso di un finanziamento erogato da Eni alla società) che, prima di essere considerata definitiva, dovrà essere approvata dall’Antitrust europeo.

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