Tutti gli indagati della Regione Lombardia

Con l’arresto dell’assessore alla casa Domenico Zambetti la situazione a Palazzo Lombardia sembra senza ritorno. Per la prima volta la criminalità organizzata riesce a raggiungere un politico di primo piano nel Nord Italia, dopo una serie di scandali che hanno minato la credibilità della presidenza

E siamo a 13, ma difficilmente in questo caso potrà arrivare un premio per la Regione Lombardia. L’arresto di Domenico Zambetti, Pdl, accusato di aver acquistato dalla ‘ndrangheta 4000 voti per 200 mila euro, apre però nuovi ed inquietanti scenari nell’amministrazione di Roberto Formigoni.
I REFERENTI
Si, perché Zambetti, assessore alla casa della Regione, nella sua compravendita, ha di fatto permesso l’ingresso in Regione di due famiglie della ‘ndrangheta già conosciute a Milano visto il loro coinvolgimento nel “buco nero” chiamato Ortomercato. I referenti di Zambetti, il quale senza questi quattromila voti sarebbe arrivato a 7,217, sono un esponente della cosca dei “Morabito – Bruzzaniti”, ovvero Giuseppe D’Agostino, gestore di locali notturni già condannato anni fa per spaccio di droga nei locali dell’Ortomercato, e Costantino Eugenio, referente del clan Mancuso e di professione gestore di negozi.
RASTRELLAMENTO
– Arrestato anche Ambrogio Crespi, fratello del sondaggista Luigi, già condannato in primo grado a sette anni di carcere per la bancarotta della Hdc, in quanto avrebbe dato possibilità ai referenti delle cosche calabresi di attingere al suo bacino elettorale rastrellando preferenze negli ambienti della malavita organizzata. Per restituire il favore Zambetti, oltre a pagare in tre rate la cifra pattuita, ha fatto assumere all’Aler la figlia di uno dei due referenti, promettendo inoltre di attivarsi per far avere lavori a cooperative e ditte vicine ai suoi “mecenati”.
13 INDAGATI
– Scambio elettorale politico-mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione con l’aggravante di aver favorito la ‘ndrangheta. «corruzione» con l’aggravante di aver agevolato la ’ndrangheta, oltre a prove che certificano come le cosche ce l’avessero in pugno, per usare le loro stesse parole. Si tratta del caso più grave mai documentato d’infiltrazione nella politica del Nord Italia da parte della ‘ndrangheta. Dal 2010 ad oggi, anno d’inizio del Formigoni IV, siamo quindi arrivati a 13 indagati tra membri del Consiglio e della Giunta, su 80 eletti, e sicuramente non può definirsi sufficiente la scelta del Presidente di revocare le deleghe a Zambetti, visto il grave caso d’infiltrazione della criminalità organizzata negli affari di Regione Lombardia.
GLI ASSESSORI COINVOLTI
– Zambetti è il quinto assessore delle varie giunte Formigoni ad essere stato arrestato. Gli altri nomi sono Guido Bombarda, già responsabile dell’assessorato alla formazione professionale, Piergianni Prosperini, il “ras” del turismo, Franco Nicoli Cristiani, titolare delle deleghe per ambiente e commercio, e Massimo Ponzoni, assessore alla Protezione civile ed Ambiente. Cerchiamo ora di ripercorrere la loro storia giudiziaria, così da capire quali sono stati i problemi, evidentemente non risolti, in questi ultimi anni.
PROBLEMA FORMAZIONE
– Guido Bombarda venne posto agli arresti domiciliari nel gennaio 2004 con l’accusa di corruzione. All’epoca il Consigliere in forza ad Alleanza Nazionale, già assessore alla Formazione, venne ritenuto colpevole dalla Procura di Milano di aver attestato la costituzione di società di comodo le quali avrebbero organizzato corsi di formazione inesistenti, con tanto di falsa documentazione attestante lo svolgimento di attività didattiche mai realizzate o comunque prive dei requisiti previsti, proprio per ricevere finanziamenti da enti pubblici. Bombarda patteggiò nel 2005 una condanna a 18 mesi di reclusione per tre corsi mai tenuti o realizzati in modo irregolare sul turismo religioso e per una tangente da 110 mila euro. Bombarda dovette anche subìre un sequestro di beni pari a 900 mila euro oltre ad una condanna da parte della Corte dei Conti della Lombardia al pagamento di 1,2 milioni di euro all’erario a risarcimento di un danno di oltre 1,9 milioni.
LA CRESTA DEL PIERGIANNI
– Piergianni Prosperini venne arrestato il 16 dicembre 2009 con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta per appalti sulla pubblicità televisiva della Regione Lombardia. Secondo l’accusa, Prosperini avrebbe incassato una tangente da 230 mila euro su un appalto da 7,5 milioni per promuovere in tv il turismo in Lombardia tra il 2008 e il 2010. I soldi sarebbero stati raccolti attraverso un processo di sovra-fatturazione nei programmi in cui partecipava per attività istituzionale, maturando con Telelombardia, tv locale, un debito personale di 100 mila euro.
PATTEGGIAMENTO
– Per ripianare questa cifra, venne deciso di affidare alla rete regionale l’incarico di pubblicizzare la fiera del turismo, il Bit, del 2008, con alcuni spot e uno speciale il cui costo complessivo, ammontante a 152mila euro, sarebbe stato gonfiato al fine di comprendere anche il debito pregresso dell’assessore. Venne studiato un meccanismo simile anche per Telecity, altra emittente con la quale Prosperini aveva un debito personale di 100 mila euro. In questo caso si scelse di commissionare in favore di tale emittente una serie di 30 tramissioni tematiche da 24 minuti ciascuna, da mandare in onda nel 2008, il tutto al prezzo di 240 mila euro, prezzo gonfiato per coprire il debito dell’assessore. Nonostante le rimostranze di Prosperini, lo scorso 12 marzo 2010 arrivò la richiesta di patteggiamento a 3 anni e 5 mesi, a seguito di un sequestro di 430 mila euro.

ALLA RICERCA DI UN POTERE POLITICO
– Franco Nicoli Cristiani può essere definito senza dubbio un pasdaran Pdl da anteporre allo “strapotere” di Comunione e Liberazione, visto il suo impegno in Regione fin dal 1995, impegno che lo ha portato a ricoprire incarichi sempre più importanti fino ad essere nominato, l’11 maggio 2010, vicepresidente del consiglio regionale. La fine per Nicoli Cristiani arrivò il 30 novembre 2011, giorno del suo arresto per corruzione e traffico illecito di rifiuti nell’ambito di un’inchiesta sulla società Bre-Be-Mi, relativa allo sversamento di rifiuti tossici da acciaieria in otto chilometri di cantiere e sulla discarica di amianto di Cappella Cantone.

LIQUIDAZIONE TRATTENUTA
– Secondo l’accusa, Nicoli Cristiani avrebbe ottenuto favori per l’impresa edile di Gianluca Locatelli in cambio di tangenti. A coadiuvarlo in quest’opera il dirigente dell’Arpa Lombardia Giuseppe Rotondaro, il quale ha spiegato che la tangente scoperta dai magistrati, pari a 100 mila euro e necessaria per sbloccare la discarica, sarebbe servita per coprire i costi del tesseramento del Pdl in Lombardia. Ovvero, Nicoli Cristiani avrebbe pagato così le tessere intestate a dei prestanome ed utilizzate per far valere la sua “corrente” all’interno del Partito. Il 20 dicembre 2011 arrivarono le dimissioni dal Consiglio Regionale, ma il Pirellone decise di trattenere la sua liquidazione, pari a 340 mila euro, per tutelarsi a fronte di eventuali richieste di risarcimento.

IL DELFINO ARENATO
– Massimo Ponzoni entrò in regione nel 2000, a 28 anni, novello enfant-prodige del Pdl brianzolo. Dopo essersi distinto in comune a Desio, arrivò il premio con l’ingresso al Pirellone e la carica di vicepresidente della commissione cultura, formazione, commercio, sport, informazione. La consacrazione arrivò però cinque anni dopo quando prese 19,866 preferenze e l’assessorato alla Protezione Civile, mentre nel 2008 diventa assessore all’ambiente. Le luci della ribalta per lui si spensero improvvisamente il 16 gennaio 2012, quando il tribunale di Monza emise un ordine di custodia cautelare per bancarotta, concussione, corruzione, peculato, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti.

MOSSE ILLECITE
– L’indagine madre fu quella relativa al crac della società “il Pellicano” e si divise subito in due rami. Nel primo i magistrati si occuparono di reati contro il patrimonio, nel secondo hanno verificato l’esistenza di un meccanismo di finanziamento illecito a esponenti politici “in relazione al sostenimento di spese, sia per la campagna elettorale di Ponzoni Massimo sia per fini personali, addebitate a una serie di compagini societarie, riconducibili sempre a Ponzoni e amministrate dall’allora socio e uomo di fiducia Pennati, anche attraverso il ricorso alle false fatturazioni”.

IL DOMINUS DI DESIO E GIUSSANO
– Due le società, Il Pellicano e Immobiliare Mais entrambe con sede a Desio, dichiarate fallite nel 2010, dal Tribunale di Monza, a seguito degli accertamenti condotti. Per quanto riguarda i reati contro la pubblica amministrazione, è stato dimostrato che Ponzoni avrebbe potuto determinare, almeno in parte, i contenuti del Piano di Governo del Territorio, Pgt, di Desio e Giussano, suoi feudi, assicurando a imprenditori a lui vicini cambi di destinazione di terreni “grazie ai legami influenti e al posizionamento di propri uomini di fiducia in ruoli chiave delle varie amministrazioni”. Oggi Ponzoni attende l’esito del processo agli arresti domiciliari. Intanto la Regione gli ha chiesto di restituire 22 mila euro per una serie di arretrati mai saldati comprensivi di una rata per una polizza assicurativa, un’utenza telefonica, settecento euro per spese di rappresentanza non giustificate e la mancata restituzione delle indennità da consigliere segretario percepita anche in seguito al suo arresto del gennaio scorso.

I PESCI “PICCOLI”
– Un album di tutto rispetto. Non c’è che dire. E non è ancora finita. Come ricordato precedentemente, dal 2010 ad oggi sono 13 gli indagati, tra giunta e consiglio. Questi i loro nomi: Roberto Formigoni, Nicole Minetti, Monica Rizzi, Daniele Belotti, Franco Nicoli Cristiani, Domenico Zambetti, Davide Boni, Filippo Penati, Renzo Bossi, Angelo Giammario, Romano La Russa, Massimo Ponzoni, Gianluca Rinaldin. E’ evidente, visti certi numeri, che qualcosa in Regione Lombardia non vada per il verso giusto, indipendentemente dalle accuse al Presidente sui finanziamenti alla Fondazione Maugeri o gli scandali sessuali di Nicole Minetti fino ai “problemini” di Filippo Penati.

LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA
– Abbiamo a che fare con politici i quali si vantano di avere influenze nell’ambito della ‘ndrangheta, come successo a Ponzoni, tanto che il fu giovane rampante venne definito “un capitale sociale” da parte delle cosche calabresi, visto anche i suoi rapporti con il boss Fortunato Stellitano. Le cosche avrebbero inoltre investito sull’anti-Minetti, ovvero Sara Giudice, la quale secondo le prime indagini avrebbe goduto di 400 voti provenienti dalla mafia calabrese, dietro interessamento del padre Vincenzo, anche se qui non c’è alcuna compravendita ma solo vaghe promesse.

ILLECITI DI VARIO GENERE
– Abbiamo un Romano La Russa indagato per finanziamento illecito ai partiti nell’ambito dell’inchiesta sul caso Aler, abbiamo Angelo Giammario, consigliere, accusato di aver intascato una mazzetta da 10 mila euro per appalti sul verde pubblico, di Nicole Minetti e Renzo Bossi si è detto tutto ed il contrario di tutto, abbiamo Monica Rizzi, già assessore allo Sport, costretta alle dimissioni dal suo partito, la Lega Nord ed autrice di dossier finalizzati a favorire la discesa in campo di Renzo Bossi, dossier per la quale è stata anche indagata.

UN PROBLEMA DI ZAMBETTI
– E poi ci sono le dimissioni “strane”, come quella di Stefano Maullu, assessore al Commercio, o di Massimo Buscemi, già titolare della Cultura al Pirellone, autodefinitosi “agnello sacrificale”. D’accordo, al Pirellone non ci sono epigoni di Franco Fiorito, o almeno la magistratura non li ha ancora scovati. La tenacia con la quale Formigoni rimane ancorato sulle sue posizioni, respingendo l’idea di dimissioni in quanto si tratta di un caso “che riguarda solo Zambetti”, dà comunque molto da pensare.

SI FACCIA QUALCOSA
– Vero, sono fatti dei singoli assessori o dei singoli consiglieri, tutti pescati con le mani nella marmellata. Il lungo elenco qui riportato però fa rabbrividire, e non poco, sopratutto per la mancanza di presa di coscienza da parte del Presidente che qui qualcosa non va. E’ vero, quello di Zambetti è un problema personale. Ma ora la ‘ndrangheta è entrata a Palazzo Lombardia dalla porta principale consentendo ad un uomo politico di diventare assessore. Questo fatto non puo’ essere sottovalutato. Se Formigoni è davvero convinto che la sua Regione è un faro per tutta Italia, certamente dovrà prendere atto che è necessario fare qualcosa per il bene del suo territorio e del Paese in generale. Finché si tratta di corruzione passi, ma quando è coinvolta in maniera così conclamata la criminalità organizzata non si può far finta di nulla.

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