LA RESA DEI CONTI

Ormai tutto sembra chiaro: la Germania vuole allargare la sua influenza in Europa, o meglio vuole dominare economicamente l’Europa, con una politica restrittiva imponendo a tutti di sfiancarsi nella corsa per l’eccessiva riduzione del debito. Ciò procura tanti vantaggi al capitale finanziario tedesco, mandando in recessione l’economia di molti paesi, espellendo dal mercato globale le piccole e medie aziende che lavorano per l’esportazione e favorendo così i processi di concentrazione a guida tedesca. Mentre settant’anni addietro le truppe naziste dilagavano in tutta Europa, ora si conclude un disegno di dominio economico, anziché militare, intrapreso con il Mercato Comune Europeo, seguito dalla Comunità Economica Europea, e sfociato in quella Unione Europea senza Costituzione democratica ed antifascista (come erano quelle di Italia e di Francia) e senza strutture  democratiche statuali, seppur borghesi, basate sulla divisione dei poteri: legislativo, esecutivo, giurisdizionale. Solo due poteri esistono nella UE: a) quello dei governi e dei loro rappresentanti, la Commissione Europea, che stabilisce le direttive che i parlamenti nazionali devono approvare; b) quello della Banca Centrale Europea che dirige la circolazione monetaria e impone diktat ai governi europei deboli, senza essere una banca centrale pubblica con prestazione di ultima istanza, ma di fatto una banca d’investimento di grandi affari al servizio dei gruppi finanziari più forti che la comandano. Commissione Europea e Banca Centrale Europea sono subordinate alle scelte strategiche del governo tedesco e fanno pressioni sugli altri governi, riducendo alla miseria il popolo greco, impoverendo quello portoghese e iniziando l’attacco a quelli spagnolo, italiano e francese.

Così assistiamo da un lato alla speculazione finanziaria con l’aumento dello spread tra i titoli di Stato tedeschi e quelli degli altri paesi dell’euro, sostenuta dai gruppi finanziari inglesi e americani per dare l’assalto all’euro (una moneta che al suo sorgere aveva creato delle difficoltà all’egemonia del dollaro, ma anche della sterlina, perché di fatto impediva che gli USA scaricassero sui paesi stranieri l’inflazione della loro moneta ed il continuo indebitamento pubblico per sostenere le crescenti spese militari che servivano al controllo del mondo!) e dall’altro all’ostinazione tedesca al rigore sul debito pubblico ed alla stampa degli Eurobond da parte della BCE. Nell’articolo della Repubblica on line del 23 novembre che riporta le dichiarazioni di A. Merkel al Parlamento tedesco si legge: “La Bce non può stampare moneta per salvare l’euro”, ribadisce secca, con l’avvertimento alla Grecia del rischio di perdere aiuti se non onora gli impegni, “così come tutti i paesi in difficoltà. (…) E sulla stessa linea arriva da Bruxelles la bozza del rapporto sulla crescita 2012 che sarà esaminato e approvato oggi dalla Commissione europea: “I Paesi in difficoltà dovranno rispettare gli obiettivi fissati per il risanamento dei conti pubblici nonostante possibili cambiamenti dello scenario macroeconomico”.

 

La crisi finanziaria scoppiata come è noto negli USA alla fine del 2007, con i sub-prime sulla casa e con il crollo dei titoli finanziari, cominciando da quelli spazzatura (la finanza creativa che doveva salvare il processo di accumulazione del capitale per demolire l’analisi di Marx!) ed interessando gli istituti finanziari che li possedevano e poi tutti gli altri titoli, si è trasferita in tutto il mondo capitalistico e si è trasformata in crisi economica, proprio per l’intreccio tra il cosiddetto capitale produttivo e quello speculativo (come già analizzato a suo tempo da Lenin), e pertanto crisi finanziaria e crisi economica si sono avviluppate insieme. Il meccanismo di accumulazione del capitale fondato sul saggio del profitto si è inceppato, anche per la commistione tra saggio del profitto e rendita finanziaria. Se non si estorce pluslavoro nel processo D-M-M’-D’, non si può certo inventare il guadagno nel processo D-D’, dove opera solo il capitale bancario. Quando esiste questo guadagno nella forma dell’interesse puro è perché è stato estorto pluslavoro da altre zone del mondo e trasferito nella sede delle Banche, oppure perché le Banche con la loro attività speculativa hanno estorto salari e stipendi alle famiglie con i prestiti che hanno elargito. Se le Banche per le loro operazioni speculative di creare i titoli derivati oppure se per lucrare facili guadagni hanno comprato bond di paesi ora in sofferenza che rischiano il default, sono in scarsità di liquidità e rischiano l’insolvenza, come è successo in America alla grande banca d’investimento Goldman Sach e ad altre, o come sta per succedere a molte banche europee, tedesche comprese, ecco che è corso e che corre in loro aiuto lo Stato. Prima Bush nel 2008 con un fondo di 700 miliardi di dollari, poi Obama nel 2009 allargandolo a 2000 miliardi; infine in Europa i governi si stanno adoperando sia con misure di “rigore per tutti” (azzeramento della spesa sociale, riduzione delle pensioni, dei salari, degli stipendi, privatizzazione dei servizi, aumento dell’IVA e delle imposte indirette) e sia con misure di “equità sociale” a prelevare (con ICI o con patrimoniali vere o mascherate) denaro risparmiato dalla piccola borghesia o denaro lucrato facilmente dalla media borghesia, per salvare il sistema finanziario capitalistico che si trova in una fase di crisi generale. Quindi i lavoratori si trovano in fabbrica il capitalista che gli estorce il pluslavoro e gli dà un salario che non remunera il lavoro erogato, nella società si trovano le Banche e lo Stato che con interessi o con imposte e mancati servizi gli decurtano il salario che portano a casa.

 

Ogni prelievo fiscale oppure ogni riduzione della spesa pubblica non possono certamente risolvere la crisi, perché essa è insita nel processo di accumulazione del capitale. Ma la concorrenza finanziaria che si è sviluppata nel mondo porterà all’esasperazione della crisi ed a sviluppi imprevedibili. In Europa potrà fallire la moneta unica e quindi l’Unione Europea; nel mondo aumenteranno i conflitti bellici per la rispartizione delle aree di influenza. Insomma questa crisi, già definita dallo scrivente “infinita”, rimane ancora senza soluzione ed i popoli restano in balìa degli interessi di alcuni grandi monopoli finanziari. Ripristinare il meccanismo d’accumulazione capitalistico, come detto bloccato in seguito al grande peso del capitale finanziario e della finanza creativa, non è semplice: spingere in avanti questo processo non si può più; indietro, a come era prima il capitalismo, non si può tornare. Tutti i grandi vantaggi che il capitale finanziario ha riscosso con il crollo dei paesi dell’est europeo e dell’URSS li sta perdendo sia per difficoltà intrinseche, sia per l’accanita competizione che si è sviluppata, anche perché le aree di influenza si stanno riducendo con lo sviluppo dei paesi del BRICS, i quali seppur utilizzando capitale finanziario occidentale, lo hanno subordinato sin dall’inizio non alle logiche del liberismo selvaggio (quello che hanno amato e desiderato i grandi gruppi ed i leaders occidentali!) ma a quelle del loro sviluppo nazionale fino a diventare delle economie stabili e competitive in molti settori, soprattutto la Cina. Questi paesi ora  richiedono pian piano la correzione degli squilibri esistenti nel sistema monetario e nel commercio internazionali e ciò significa in futuro un ulteriore limite all’espansione finanziaria e commerciale occidentale.

 

Fermo restando quanto da tempo sostenuto, cioè a dire che la crisi economica del capitalismo (aspetto superficiale dell’iceberg) si innesta sulla crisi ambientale che esso ha determinato e di cui le manifestazioni esteriori si colgono a livello macro (cambiamenti climatici, inquinamenti degli ecosistemi terrestri e marini, ecc) ed a livello micro (territori interessati da alluvioni, smottamenti, siccità, in seguito alle devastazioni determinati dalla ricerca del profitto e del vantaggio individuale verso quello collettivo), siamo ad un passaggio cruciale, epocale, di sopravvivenza e le misure per superare la crisi economica si dovrebbero intrecciare con quelle per superare la crisi ambientale, cioè per trasformare il modo capitalistico di produzione, attraverso un piano di transizione di cui si intravvedono per i paesi europei alcune immediate necessità d’azione: a) rilancio dell’intervento pubblico soprattutto nei settori strategici della finanza, dell’energia, dei trasporti, della difesa e sistemazione del territorio e della produzione dei valori sociali, al posto dei valori di scambio; b) affrontare decisamente e risolutamente la scelta europea con una Costituzione democratica e statuale che rispetti la volontà dei popoli e non delle oligarchie, trasformando la Banca centrale europea in Banca di Stato; altrimenti abbandonare l’Europa delle oligarchie; c) discutere nella comunità internazionale e modificare gli scambi ineguali imposti dall’imperialismo anche creando una moneta di conto per salvaguardare il commercio e non essere sottoposti alle vessazioni delle monete più forti. Solo se nelle organizzazioni politiche e sindacali di classe si incomincia a creare una discussione ed un programma d’azione concreto e non declamando soltanto la fine del capitalismo e l’instaurazione dei rapporti socialisti di produzione (che rappresentano il fine di un lungo processo di trasformazione, altrimenti la storia non ha insegnato nulla!) si potrà superare questa crisi epocale e si potranno delineare nuovi scenari di organizzazione economica e sociale. Dal punto di vista della lotta di classe in Europa (la situazione che conosciamo meglio per la nostra storia) il popolo greco è quello che si trova in prima fila nello scontro di classe e nella maglia più debole del capitalismo europeo. Sta facendo delle lotte stupende organizzato dal KKE e da diversi sindacati di classe. C’è, però, nella posizione tenace del KKE un elemento che non mi convince: il fatto che questo partito non elabora un piano di transizione che unisca alla classe operaia ed ai contadini anche gli strati della piccola borghesia urbana colpiti dalla crisi. Rivendicare la socializzazione dei rapporti di produzione come una prospettiva immediata mi sembra astratto: la Grecia non è un paese altamente industrializzato, in cui le masse popolari sono principalmente rappresentate dagli operai: esistono molti impiegati e molte aziende contadine, artigianali e familiari soprattutto nei settori interessati dal turismo, il quale ha rappresentato una fonte elevata di reddito. Cosa proporre a queste classi e strati sociali che soffrono un processo di impoverimento generale?

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