Dal carcere di Cuneo, Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari (nella foto)  viene fatto scendere dal tetto durante un’occupazione , in seguito verra’ riarrestato per aver partecipato alla lotta  del movimento NO TAV .

LETTERA DAL CARCERE DI CUNEO

DA SAN VITTORE AL CERIALDO DI CUNEO

Due carceri, due regimi (quotidianità) penitenziari che definiscono grosso modo la linea seguita oggi dallo stato, su questo suo importante apparato. San Vittore è un campo di concentramento, in particolare i suoi V e VI raggio. In quei raggi su ogni piano sono utilizzabili 22-23 celle costruite per portare alla redenzione 2 persone per cella, quindi per contenere in totale 44 persone per piano, 176 per raggio; invece oggi si è in 6 per cella, 150 per piano, 520 per raggio.
Le 20-30 persone arrestate ogni giorno-notte a Milano e provincia in gran parte vengo-no spinte lì, qualcuna alla sezione giovani-adulti del I raggio. Pochi altri con mandato d’arresto per 416 bis o 270 o sequestro o traffico internazionale di stupefacenti vengo-
no invece portati direttamente ad Opera.
Pure se ne entrano meno di 20, diciamo 18, sono sempre una cifra superiore, ogni mese, a 500 persone. Un buon 80% di esse non è italiana ma proviene da ogni luogo del mondo, in gran parte tuttavia dai paesi del Maghreb o dall’Europa dell’Est.


Dunque in quel carcere dalle celle strette costruite su più piani appositamente per il carcere cellulare, sono ammassate, in una condizione che igienicamente e spazialmente non le contiene, persone che al massimo vi rimangono, la gran parte, tre mesi. Nei loro confronti non c’é alcuna preoccupazione di recupero, il carcere non cerca con loro il rapporto individualizzato per spezzarne la resistenza e riportarli all’ordine. Fa però attenzione con ricatti e agevolazioni ad accattivarsi di volta in volta quei 4-5 prigionieri che vorrà sfruttare come lavoranti, in genere mai italiani se non come scrivani.
L’ammassamento inevitabile, incessante riguarda ogni raggio, dalle celle ai passeggi, dalle docce alle file per la matricola, per l’infermeria, per i colloqui. I passeggi sono il contrario di quel che dovrebbero, al loro interno si può camminare solo con attenzione, lentamente per non urtare ogni altro. A San Vittore insomma è difficile fare la ginnastica, anche perché i cortili sono senza acqua corrente, i cessi sono otturati e infestanti. Nelle celle non c’é spazio che per la pazienza, un sentimento tanto generico da non risolvere nulla, nemmeno lo scoppio della violenza fra concellini, a far dir loro: qui sono finito in una catastrofe.

Ciò reso ancor più vero dal sentirsi in mezzo a tanta estraneità e durezza.
La grande maggioranza delle persone dirottate a San Vittore sono arrestate per spaccio, traffico di stupefacenti, ma soprattutto di ridotte quantità. Persone giovani delle quali tante anche desiderose di lavorare, di far denaro per mettere in piedi per esempio un negozio di kebab; ma anche licenziate e costrette a mettere insieme la giornata per la via extralegale. Persone per le quali in Italia, così vuole lo stato, non c’é più posto. Le pene cui vanno incontro stanno tra 8 mesi e 2 anni, comunque più alta che in ogni altro paese europeo. Inoltre a San Vittore non viene venduto nessun giornale estero, non ha luogo nessun collegamento con canali televisivi esteri. Porta chiusa. Tutto ciò unito alla recente legge che permette alle persone qui immigrate di poter scontare la condanna, dagli ultimi due anni in giù, nel paese di origine, chiarisce quanto la linea seguita a San Vittore sia perfettamente compresa nella politica dell’immigrazione voluta dallo stato:
intimidire le persone, lasciare loro solo spiragli obbligati per l’abbandono dell’Italia. Su questo trova spazio legale anche la violenza esercitata dalle guardie con mani, piedi per far capire ai prigionieri come funziona lì: che non si può salutare dal passeggio altri che
sono in cella, che non si può richiedere-volere ciò che loro non consentono o non hanno voglia di consentire, per esempio recarsi in infermeria, in doccia o altrove; che non si può insistere su quello che loro dicono non ci sia, per esempio la lampadina della cella.
Nei 5 mesi che sono rimasto lì, proprio al VI piano terra, mi sono reso conto che la dittatura fra C.I.E. E carceri come San Vittore e Le Vallette va meglio considerata per rendere più concreta la possibilità di smantellare i C.I.E. stessi. In fondo, nelle grandi carceri giudiziarie metropolitane tante persone immigrate sono lì per la stessa causa per la quale possono essere portate nei C.I.E.: la mancanza del permesso di soggiorno. Lì ci sono perché oltre a quello che è chiamato reato di clandestinità sono “colpevoli” di spaccio o altro. Chi si rivolta in un C.I.E. viene trasferito in quelle carceri, non il contrario.
Chi immigrat* si ribella alla miseria e occupa per esempio un alloggio, o espropria, o manifesta senza autorizzazione… finisce in quelle carceri.
Per rafforzare, unire le potenzialità della popolazione immigrata alle lotte generali contro lo sfruttamento, le discriminazioni esistenti nel rapporto di lavoro, nella possibilità di trovar casa, scuola, asilo bisogna stare con loro nei quartieri, conoscerne le condizioni reali. Lì si scopre la cappa del grande carcere giudiziario e si riesce a trovare la strada per ribaltarne le pestifere condizioni e, chissà mai, giungere a realizzare liberazioni o renderle possibili. Non penso, in conclusione, che il C.I.E. non sia importante nella catena statale del controllo, della discriminazione, della divisione; penso piuttosto che il grande carcere giudiziario annulla in gran parte la funzione di un C.I.E., l’iniziativa contro di esso è più facilmente percepibile da chi vive nei quartieri.
Luglio 2012
***
IL CERIALDO
Il nome viene dalla zona di Cuneo che si trova a nord della città. Qui intorno al 1970iniziarono i lavori per la costruzione di un carcere, la cui effettiva edificazione riprese nel ’76 e si concluse l’anno successivo. Queste notizie le ho apprese nella carcerazione precedente iniziata (1974) proprio nel vecchio carcere in città a Cuneo, ricavato circa 80 anni prima da un convento.
Il Cerialdo mezzo costruito allora era abitato da sinti e rom.
Nel 1977 quando al generale Dalla Chiesa venne dato il compito di adeguare le carceri a sopprimere le rivolte interne, a colpire chi fuori aveva iniziato a dar vita alla lotta armata, il carcere di Cuneo fu tra quelli prescelti per assolvere a quei compiti. In quelle carceri, in un primo tempo Trani, Termini Imerese, Fossombrone (Pesaro), l’isola dell’Asinara (Porto Torres, Sassari), Novara e Cuneo, vennero ricavate sezioni in cui era annullata la possibilità di ricevere i 45 giorni di liberazione ogni anno, ogni attività culturale, la censura sulla posta, il vetro divisorio ai colloqui.
L’art. dell’ordinamento penitenziario applicato che prevedeva tutto ciò si chiamava art.90. In quelle sezioni il generale assieme al ministero delle carceri decise di portarci tutti i compagni arrestati fuori, i compagni cresciuti nelle rivolte, i ribelli. Così ci trovammo
circa in più di mille messi sotto stretto controllo, limitati negli spazi, nella socialità, in quelle sezioni o carceri definite “speciali”.
Le carceri speciali non erano uguali nelle loro funzioni, la quotidianità aveva qua e làdelle diversità volute. Ad esempio all’Asinara era impensabile giocare a calcio nei passeggi, impossibile avere con sé più cambi vestiario, mentre a Cuneo era possibile…
Allora chi era a Cuneo, sempre per esempio nella testa del ministero, poteva essere condizionato-ricattato: il carcere può darti delle cose, delle agevolazioni ma tu devi cedere parti della tua militanza. La possibilità era visibile, il personale, guardie e loro direzione, attento a coglierne ogni segno. Me ne accorsi quando venni portato qui a Cuneo nel 1982 dove rimasi fino al 1992 in quella sezione dove dal 1992 ne é stata ricavata una a regime 41-bis.
Tornato qui adesso, una continuità con quel tempo l’ho ritrovata, rinnovata dalla presenza del 41-bis, nell’ossessione, per esempio, di rendere impossibile lo scambio di libri fra noi in aula del tribunale, le difficoltà per portare la biro nella gabbia di quell’aula.
Come anche nella limitazione delle cose che puoi tenere in cella: loro registrano tutto ciò che ognuno si porta dietro affinché non superi le quantità da loro fissate, per esempio 3 paia di pantaloni, 1 giubbotto… Prima di consegnarti un libro arrivato per pacco o colloquio, ne registrano il titolo e segnalano la presenza di dediche o altro. Il tutto senza ruvidezza ma con precisione, pure nella registrazione di nome ed indirizzo di chi ha compiuto la spedizione. Inutile dire che tutto questo è difficile incontrarlo in altre carceri,
men che meno a San Vittore.
Quel che è stato per me estremamente sorprendente però è la quotidianità, l’ambiente materiale che hanno preso forma e sostanza in un nuovo padiglione interno al Cerialdo dove la sezione del giudiziario è stata chiusa ed è lì abbandonata. Il nuovo padiglione,
aperto l’anno scorso, comprende 4 piani, 18 celle ciascuno da 4 posti (72 x 4 = 288posti), con l’attenzione a non affollare, a lasciare vuota qualche cella. Sono rimasto 6 giorni, il tempo di capire poco una delle sperimentazioni del ministero. Un’eguale sezione, mi spiegava Juan, è in funzione a Trento, condotta con le medesime regole. L’edificio non è un blocco di cementazzo come Opera o Le Vallette, somiglia anzi ad una scuola del Corvetto [quartiere popolare di Milano, NdR], così come gli interni, atrii di ingresso, scale, corridoi. Le celle sono pavimentate, piastrellate: c’é un angolo cucina con il lavabo lungo, acqua calda e fredda, un bagno con doccia; la finestra, seppur sbarrata anche con una lastra di ferro forata, è un rettangolo i cui lati lunghi sono messi in orizzontale e a portata di gomiti quando si è seduti. Niente a che vedere con la cella buia, pestilente, somiglia ad un monolocale di edilizia popolare. Qui il cambio lenzuola è una volta alla settimana, a San Vittore una volta al mese.
Esclusa la cella, tutti gli spazi, passeggio compreso, sono controllati da telecamere a 360 gradi le cui registrazioni convergono nella sala comando di ogni piano dove una guardia guarda tutto attraverso i relativi monitor. In questa ci sono anche i comandi per aprire le porte delle celle. Quando un prigioniero, per esempio, deve/vuole andare all’aria,la guardia dalla cabina chiama la cella, quindi in ogni cella c’é un microfono mediante il quale si riceve il segnale di comunicare la decisione di scendere all’aria. All’orario stabilito la porta viene aperta dalla cabina e deve essere richiusa, così la “regola”, non impo-sta, fatta passare dalle guardie per un’ovvietà.
Non mi ero mai trovato in una condizione in cui non potevo considerare la cella la mia tana, il luogo nostro più sicuro nel carcere. Mi sono come sentito dentro un appartamento in affitto, a me estraneo. Non è un’ovvietà, non chiudersi la porta dietro comporta le diffide, poi il rapporto e infine l’isolamento. L’intera memoria del controllo, dei ricatti, delle concessioni in cambio di… trova in questo santuario di implacabile automatismi e occhi ed orecchi elettronici, nella stessa ventennale presenza della sezione 41-bis (con le celle per il processo in videoconferenza, i colloqui separati dal vetro e chissà che altro), una ridefinizione allargata e di attacco. Mette sin dall’inizio difficoltà alla socialitàanche spicciola fra prigionieri, assieme alla coscienza ribelle

Sia chiaro tutto non è cos’ piatto; pochi giorni prima che arrivassi un piano per alcuni ha fatto lo “sciopero del carrello” per l’amnistia.
Possono essere considerate le carceri del futuro, sui tetti dell’edificio sono montati dei pannelli fotovoltaici. Una rivolta che si concluda sui tetti qui è totalmente esclusa.
In queste carceri, dove anche il cibo e la sua distribuzione come qualità – inimmaginabili a San Vittore – poco hanno da invidiare ad un ospedale, l’aggressione all’autodeterminazione, alla capacità di pensare e agire dei prigionieri è andata avanti. La violenza del carcere mirata a cambiare la testa a chi ci finisce dentro, a conformarlo così all’ordine statale, trova nel carcere automatizzato, lindo, probabilmente imparato dagli USA, uno scatto rabbioso. Penso che sarà necessario essere pronti a muoversi contro punizioni, isolamento messi in campo per colpire gesti di protesta; ma la lotta all’isolamento separata da quella contro il 41-bis e in generale dalla differenziazione dei prigionieri in “circuiti”, ecc., perde ogni senso. Oltre a ciò abbiamo bisogno di un riferimento di liberazione generale che potrebbe essere l’amnistia generalizzata senza altri intrugli, comedicono in Francia, “l’amnistie plénière”.
Infine due righe sulla sezione del 41-bis. La guardo da neanche tanto lontano. Alle finestre delle celle singole, una trentina in ognuno dei tre piani, sono state applicate delle bocche di lupo di plastica con un’apertura di 5 cm alla base e 15 cm alla parte superiore. Per esperienza posso dire che in quelle celle non entra aria sufficiente per riempirei polmoni e svuotarli per la ginnastica, nemmeno per la pulizia del pavimento. Molto più ariose quelle abbattute dalle rivolte del 1969-1972 che conquistarono anche l’abbattimento di questo mezzo di tortura.
Le ore d’aria sono 2, striminzite, una al mattino, l’altra di primo pomeriggio. I prigionieri, non più di 100, si incontrano solo all’aria, al massimo in 5 in passeggi inevitabilmente impediti alla ginnastica.
La sala per seguire il processo “a distanza” è stata ricavata nelle salette dove un tempo si svolgeva la socialità, così il posto del telefono.
Dunque il prigioniero non esce dalla sezione, dal piano, se non una volta al mese per recarsi al colloquio separato dal vetro, la stessa adoperata al tempo della sezione speciale. I prigionieri ogni mattino presto, quando sono all’aria, nel tardo pomeriggio, si salutano chiamandosi amichevolmente l’un l’altro. Il presidio di luglio sotto il carcere molti al 41-bis lo hanno salutato con fischi acuti.

Agosto 2012
Maurizio Ferrari, via Roncata, 75 – 12100 Cuneo

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