I minatori sardi della Carbosulcis. Gli ultimi dei moicani In fondo a un buco nero

I minatori sardi della Carbosulcis sono gli unici rimasti in Italia a estrarre carbone dalle viscere della terra. Un carbone ricco di zolfo, impuro, pericoloso, facilmente infiammabile, venduto a costo bassissimo all’Enel, per la sua centrale sarda. Una miniera dove lavorano 484 operai (prima erano 600), che picconano, estraggono, rinforzano pareti a 400 metri sotto il livello del mare, più altri 200 metri di galleria.
“Questa miniera è importante, non solo perché mantiene occupazione e ricchezza sul territorio, ma anche per un altro motivo: è un presidio di conoscenza e di tecnologia passata e presente.

I sistemi,di sicurezza qui sono i migliori, controllati, monitorati, l’estrazione viene effettuata nel modo,migliore studiato finora”, spiega Francesco Carta ex minatore, segretario generale della Filctem del
Sulcis-Iglesiente. Il carbone estratto dalla Carbosulcis viene tuttavia conferito quasi esclusivamente all’Enel (visto che una legge prevede che il carbone venga utilizzato solo in loco), che non riesce a consumarne più di 300.000 tonnellate all’anno, mentre la miniera ha potenzialità molto più elevate.


“Il motivo è che non ci sono altre centrali nella zona che vanno a carbone, oltre a quella dell’Enel.
Ce n’è una dell’Eon nel Sassarese, ma non acquista il materiale da noi estrattto”, spiega ancora Carta.
Il 60 per cento dei minatori d’Italia si trova in Sardegna. Alla Carbosulcis, a scavare nel sottosuolo, ci sono anche tre donne: i minatori sono divisi in 4 turni al giorno che si intersecano, perché la miniera non può mai essere lasciata sola, altrimenti si sviluppano gas a combustione. Su quello che
è successo in Cile i lavoratori della Carbosulcis hanno da dire la loro: “Di quella storia non ci hanno fatto vedere tutto – commenta Carta –, e chi lavora in miniera lo sa. Certo il nostro ambiente di lavoro è pericoloso, perché liberi spazio alle frane.

Quella del Cile però è una miniera come la nostra, e doveva essere attrezzata per le frane. Loro invece avevano solo un pozzo dove passavano merci e uomini, mentre noi abbiamo due pozzi di servizio e poi abbiamo i pozzi di ventilazione che fungono anche da vie di fuga”.
La malattia professionale è molto comune tra chi fa questo mestiere: dei 15.000 minatori del Sulcis che alla fine degli anni cinquanta lavoravano nel cosiddetto pozzo Gordon, a 672 metri sotto il livello del mare, nemmeno uno ha superato i 48 anni di vita.

La prima malattia resta la carboniosi,che colpisce le vie respiratorie, mentre l’aria ad alta pressione usata per la perforatrice provoca l’angenerosi, che interessa le mani e le terminazioni nervose. Alle malattie si aggiungono gli infortuni.
Carta racconta di due incidenti in cui è rimasto coinvolto: “Stavamo scavando un fornello, un collegamento verticale tra due gallerie per far passare aria e materiale estratto nelle metallifere: all’improvviso da una parete alta 15 metri si è staccato un masso che ha sfondato il casco del mio collega e l’ha ucciso sul colpo. Un’altra volta stavamo costruendo un sistema di sicurezza in una zona considerata pericolosa: in un attimo è venuto giù un lastrone di pietra vetrosa di circa 3 metri per 4 e largo 20 centimetri, sfiorandomi la schiena e pro- curandomi un taglio di 30 centimetri.

Al mio collega invece la lastra ha spezzato l’omero e i due femori. Eravamo a circa tre chilometri dal pozzo, in una galleria in discesa. Abbiamo dovuto portarlo per tutto il tragitto a spalla. Il problema degli incidenti comunque riguarda soprattutto i precari e gli immigrati, che lavorano per le ditte appaltanti e sono meno formati degli altri”.

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