Sentenza di Milano: la prova del nove

110 anni, 1 mese e 10 giorni la condanna emessa con sentenza dalla
Corte presieduta dal giudice Cerqua contro i compagni arrestati il 12
febbraio 2007 per reati associativi, accusati di voler costituire il Partito Comunista p-m.

In più, 120.000 euro a Ichino, l’esperto del lavoro degli altri e un milione di euro allo Stato delle stragi dello sfruttamento e delle guerre.

Nessun lamento. La giustizia si è mostrata limpidamente per ciò che essa effettivamente è: giustizia di classe, della classe borghese, dei
padroni e del loro stato.
Di quella classe corrotta e ladra che ci rapina e ci sfrutta ogni giorno, fa stragi sui posti di lavoro e nelle piazze, per non parlare delle guerre contro i popoli inermi e degli affondamenti in mare di
poveri disperati. E, per questo, resta sempre impunita.

Se, per caso, qualcuno avesse avuto la vana illusione sulla possibile esistenza di qualche mosca bianca, di qualche giudice onesto,questa sentenza ha messo le cose in chiaro come la prova del nove: il
re è nudo. Restano da una parte la meschinità e la miseria umana di alcuni protagonisti di questa condanna e dall’altra la dignità dei compagni
che resistono a testa alta alle vessazioni carcerarie e la lotta dei parenti e dei compagni che cresce e si rafforza giorno dopo giorno,consapevole che non è più solo una lotta per i propri cari ma a fianco
di tutti coloro che vogliono cambiare questa società corrotta dello sfruttamento.

Un giudice imbelle soccombe di fronte ai giochi già fatti, alla preparazione artificiosa del clima attorno alla sentenza. “Minacciato di morte” dicono alcuni scribacchini prezzolati e per questo gli è
stata messa la scorta: tutto palesemente falso.
Non basta, tre giudici popolari vengono sostituiti prima di entrare incamera di consiglio: “Cose mai viste dicono gl i avvocati”.

Cosa ci si poteva attendere del resto da un giudice che ha presieduto una corte che pochi mesi fa ha quasi assolto, un anno e otto mesi, il tabaccaio Giovanni Petrali che ha sparato alle spalle a due giovani, di
30 e 19 anni, assassinadone uno?

A tutto ciò va aggiunta la mossa della procura di Roma. Viene conclusa ad arte, immediatamente prima del ritiro della corte in camera di consiglio, una inchiesta in atto da tempo, sempre per reati associativi, che porta in carcere 6 compagni. Il fatto viene utilizzato
terroristicamente dai mass media che puntano a collegarli a questoprocesso e a creare un fosco e p reoccupante clima attorno al prossimo G8.
Non importa se gli indizi sono labili e le intercettazioni fanno sorridere gli stessi inquirenti.

Fa ancor più specie la viscida figura di Ichino, l’esperto del  avoro degli altri che, avido come sempre di propaganda sulla pelle altrui, compare sui mass media il giorno dopo la sentenza per mostrare
la sua magnanimità dicendo che abbonerà il debito ai compagni (sentenziate 100.000 euro di risarcimento come parte danneggiata e  20.000 euro per le spese legali) se lo incontreranno.
E’ proprio come l’assassino che torna sul luogo del delitto perché è proprio grazie alla falsa trascrizione dell’intercettazione che per l’accusa dimostrava la volontà di colpirlo che scatta il blitz del 12
febbraio 2007.
Le perizie scientifiche effettuate hanno dimostrato senza ombra di dubbio questo falso e, se non bastasse, gli stessi compagni abituati a rivendicare quello che pensano e fanno hanno dichiarato in aula di non
aver mai detto la famigerata frase: “Siamo pronti per ammazzare Ichino”.
E, che sia un massacratore di operai, non lo pensano solo gli imputati che lo hanno detto da dietro le sbarre ma decine di migliaia di operai e lavoratori che vivono sulla loro pelle (come lo hanno vissuto gli
imputati, quasi tutti operai nonché delegati sindacali) l’aumento dello sfruttamento causato dalle sue “brillanti” idee.

Questa sentenza e il modo in cui é stata costruita svelano però anche la paura che i padroni, il loro stato e i vari lacchè hanno della messa in discussione del loro potere, è un incubo ricorrente. Con
questo processo volevano infatti colpire, come con altre inchieste in corso, compagni che coerentemente vogliono metterlo in discussione.
Tutto fa parte dell’attacco continuo e preventivo contro ogni progettualità politica rivoluzionaria per tentare di isolarla, renderla criminale ed esterna al movimento di classe. Ma questo processo ha
mostrato chiaramente che così non è.

I compagni in carcere hanno avuto una grande solidarietà che, nonostante il tentativo di reprimerla, si è rafforzata nel tempo. La loro lotta e la loro progettualità è tutta interna al movimento di
classe in Italia.
C’è stata una straordinaria mobilitazione durante tutte le fasi processuali che durano oramai da due anni e mezzo, anche il giorno della sentenza, nonostante il clima cileno apprestato per l’occasione:
udienza all’aula bunker con militarizzazione totale della zona.

Parenti e amici, molti operai colleghi di lavoro degli imputati e situazioni di lotta in particolare di Milano e del Veneto, ma anche
delegazioni da diverse parti d’Italia, hanno presenziato in aula (più della metà delle persone ha dovuto attendere fuori vista la lungaggine delle perquisizioni personali per chi doveva entrare).

Successivamente si sono presi la piazza per protestare contro la politica carceraria di deportazione e differenziazione e il trasferimento dei compagni a Siano Catanzaro a oltre 1000 Km dalla sede
processuale, dai propri affetti e compagni di lotta fermandosi davanti
agli uffici del Dap (Dipartimeno amministrazione penitenziaria) proseguendo poi in corteo fin davanti al carcere di San Vittore per salutare i compagni Madda (trasferita però nella mattinata al carcere
di Vigevano) e Beppe lì rinchiusi, raggiungendo, infine, il mercato di Via Papiniano dove con brevi interventi hanno informato la gente presente di quello che stava succedendo.

La forza e l’unità dei compagni in carcere e ai domiciliari ha alimentato la nostra solidarietà e la nostra solidarietà ha alimentato la loro resistenza. Questo smacco per chi ha accusato i compagni e per
chi li ha condannati è duro da accettare e si è visto anche nella sentenza con la quale sono stati condannati a 3 anni e 6 mesi giovani compagni “colpevoli” semplicemente di non aver preso le distanze dai compagni che hanno rivendicato un percorso politico. Un ringraziamento
di cuore a tutti coloro che ci sono stati vicini.

Uniti continueremo la lotta!
Libertà per i compagni!
Solidarietà ai compagni colpiti dalla repressione in questi giorni e ai loro parenti!
Contro i trasferimenti e la deportazione lotta di classe per la liberazione!

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