Morti di lavoro di Vincenzo Sisi

 Lettera dal carcere
 
Morti di lavoro di Vincenzo Sisi, militante per la costituzione del partito comunista politico-militare
 Morti per il lavoro

 

 

Quando degli operai muoiono nei cantieri e nelle officine, in modo violento, non si può fare a meno di parlarne. I sindacati denunciano il fenomeno, le autorità si indignano, i giornalisti pubblicano i dati. I dati che vengono diffusi sono riferiti ai morti in seguito ad incidenti sul lavoro. Nulla viene detto degli operai vittime di gravi malattie mortali, la cui causa è il lavoro. Questi lavoratori uccisi in seguito al contatto con sostanze nocive, per loro, non esistono, vengono fatti sparire dalle statistiche e dalla cronaca. Per questo motivo si deve parlare di morti per il lavoro, sia nel caso essi sono riferiti ad eventi violenti sui posti di lavoro, oppure vittime della violenza sistematica e subdola che uccide lentamente dopo anni di sofferenze. Bisogna dire che l’ente che gestisce i dati è l’INAIL, la quale essendo una assicurazione (di stato) deve stabilire quando la malattia è riconducibile al lavoro, e dovendo quantificare il danno per l’indennizzo, ha tutto l’interesse a non riconoscere molte malattie del lavoro, nascondendo in questo modo il fenomeno diffuso delle malattie e morti fuori dai posti di lavoro. Bisogna considerare che questo tipo di malattie si manifesta dopo diversi anni di lavoro, cosa che rende difficile il collegamento con i luoghi di lavoro e le circostanze lavorative che in parte non esistono più, rendendo quasi impossibile il riconoscimento della malattia da lavoro e il risarcimento del danno, riconoscimento reso difficile perché nel frattempo il reato è andato in prescrizione. Ma quanti sono le morti e le malattie per il lavoro? I dati INAIL dicono che ci sono stati nel 2006 1280 morti sul lavoro, un milione di feriti, diverse decine di migliaia dei quali avranno come conseguenza danni permanenti. Considerando il fatto che in Italia la stragrande maggioranza delle aziende è di piccole dimensioni, che il sistema di appalti e subappalti nei cantieri fa scomparire ogni minima tutela, se si considera la presenza diffusa del lavoro nero e schiavistico, non è facile dedurre che una grande quantità di infortuni non vengono denunciati. Agli infortuni ufficiali e a quelli mai denunciati, bisogna aggiungere le malattie professionali riferite alle gravi patologie riconosciute dall’INAIL, di queste una parte sono mortali. Solo il mesotelioma, tumore che colpisce chi ha respirato fibre di amianto, uccide, secondo i dati ufficiali, 1000 persone l’anno.

Questi
morti per il lavoro sono in realtà una piccola parte della strage di
operai ed operaie che si ammalano e muoiono a causa di questo modo di
lavorare. La realtà, accuratamente nascosta riguarda un numero
incalcolabile di lavoratori colpiti da gravi malattie, diverse migliaia
delle quali mortali. Questa parte nascosta sono le morti e le malattie
imputabili al lavoro e non riconosciute come tali, sono tutti quei casi
in cui esiste un ragionevole rapporto tra patologia e lavoro. Le
malattie di cui si parla sono i tumori ai polmoni, al naso, alla
vescica e le leucemie. Questi tumori, sono stati contratti in anni di
esposizione a sostanze nocive e cancerogene, i cui effetti si
manifestano dopo diversi anni di lavoro e spesso dopo che il lavoratore
è andato in pensione. Alcuni studi stimano in 6000 gli operai morti
ogni anno per tumori derivanti dall’esposizione a sostanze cancerogene
presenti nelle attività lavorative. A queste malattie mortali bisogna
aggiungere le malattie gravi, le quali anche se non hanno effetti
mortali, provocano danni permanenti. Una di queste è quella che
colpisce l’apparato scheletrico. Mani, braccia, schiena, sono queste le
parti del corpo dove si evidenzia il grado di violenza che l’intensità
dei ritmi di lavoro hanno sul corpo umano. Questa patologia usurante è
molto diffusa nel settore manifatturiero ed in particolare in quelle
lavorazioni dove esistono fasi di lavoro che implicano movimenti
ripetitivi e operazioni gravose. Tra i lavoratori colpiti ci sono in
prevalenza donne, per via della quantità di ore lavorate nell’arco
della giornata. I danni di questo tipo sono la prima tra le cause di
malattia tra i lavoratori, e pur avendo conseguenze invalidanti gravi
essa non è riconosciuta come malattia del lavoro. Questo tipo di
malattia, e tutte le altre, riferite al lavoro, non essendo
riconosciute come tali, non godono del diritto alle cure mediche
gratuite, risarcimento del danno e conservazione del posto di lavoro.
Inoltre, queste malattie causano un peggioramento della qualità della
vita, impediscono una normale prestazione lavorativa, costringono il
lavoratore a interventi chirurgici e a lunghe assenze dal lavoro. In
questo modo, le conseguenze a cui si va in contro sono, licenziamenti
per sopraggiunta inidoneità alla mansione, oppure perché le assenze
hanno superato il periodo massimo per la conservazione del posto di
lavoro. Mentre nelle piccole aziende non serve nessuna motivazione per
licenziare. Il danno che questi lavoratori subiscono non sarà mai
ripagato, violentati nel fisico e offesi nella loro dignità, utilizzati
e poi espulsi dal ciclo produttivo, emarginati e messi nell’ombra come
se non fossero mai esistiti. Mentre le morti violente sul lavoro non
possono essere nascoste perché diventano cronaca di tutti i giorni, e i
lavoratori fanno notizia cadendo dalle impalcature, restando
schiacciati, bruciati vivi in qualche fonderia o colpiti da qualche
esplosione, Invece, le morti per tumori causati dal lavoro, restano nel
silenzio, non fanno notizia, non vengono conteggiate. Queste migliaia
di uccisioni che loro chiamano incidenti, morti bianche o disgrazie,
per farci, per farci credere che non ci sono responsabili. Sono in
realtà delle vere e proprie uccisioni. Come si fa a conciliare la
sicurezza in officina e nel cantiere con la riduzione dei costi e agli
appalti al massimo ribasso? Per le aziende impegnate nella ricerca
costante della riduzione dei costi, la sicurezza e la difesa della
salute dei lavoratori diventa un costo, e perciò un ostacolo agli
obiettivi d’impresa. Le aziende si muovono sulla base di leggi
economiche precise, ispirate dal principio assoluto della ricerca del
massimo profitto, da raggiungere a qualsiasi costo. Dunque non c’è da
stupirsi se fanno delle stragi di marca terroristica e criminale, con
l’aggravante della finalità del bieco motivo economico. E’ per questo
che gli operai continuano a morire ed ammalarsi nella totale
indifferenza. Quando questi morti sono lì sul selciato, e non possono
essere nascoste, scattano le dichiarazioni di indignazione da parte dei
capi delle istituzioni borghesi. Si mandano telegrammi alle famiglie
delle vittime, per dire loro che i morti sul lavoro sono dei martiri
che si sacrificano per il bene di tutti noi, altri mandano i
carabinieri nei cantieri. Come esperti di sicurezza a loro non succede
mai nulla, e se dovesse succedere qualcosa diventano eroi. Loro, e
tutti i militari, quando si ammalano, e hanno 15 anni di servizio,
possono andare in pensione anticipata. Qualcuno, per curare la piaga
delle morti sul lavoro propone nuove leggi e più ispezioni, ma di fatto
le uccisioni continuano e i responsabili restano impuniti. E non
possiamo, certo, aspettare giustizia da questo stato borghese, che si
fa carico della difesa degli interessi economici che sono all’origine
della privazione dei bisogni fondamentali dei lavoratori. Lo stato
borghese con le sue istituzioni fatte di politicanti, consulenti,
amministratori e parassiti di tutte le forme e colori politici,
asserviti alle esigenze degli industriali e dei banchieri, vede gli
operai e la povera gente come un pericolo da contenere, una minaccia da
controllare e rendere innocua. Figuriamoci cosa gli frega a questa
gente di noi operai e delle nostre vite. Nella produzione delle merci,
i lavoratori costruiscono, con il loro ingegno e la fatica quotidiana,
merci che creano la ricchezza per l’intero paese, in cambio ricevono un
salario di sussistenza e nessun rispetto per la propria salute. Il modo
di produzione capitalista tratta gli esseri umani come merce per
l’accumulo di ricchezza. In questa logica gli operai, in quanto merce
facilmente reperibile e a basso costo, perché in abbondanza, diventano
carne da macello. Allora perché preoccuparsi se a lasciarci la vita per
il lavoro sono in tanti, cosa importa se muoiono cadendo o schiacciati
oppure in modo anonimo in una corsia di ospedale, uccisi lentamente da
qualche tumore le cui sofferenze durano anni? A chi importa di questi
morti invisibili che nessuno conosce e pagherà per loro vite? Perchè
preoccuparsi di questo, quando il problema è facilmente risolvibile?
Basterà aumentare i flussi d’ingresso di nuova manodopera fresca e
disponibile, pronta a farsi spremere per garantire i profitti alle
imprese, contribuendo così a mantenere il benessere di quei parassiti
sociali di cui siamo circondati. A se il tasso di sfruttamento in
Italia non risulta soddisfacente, allora si possono chiudere le aziende
e buttare per strada la gente, trasferendo le produzioni nei paesi dove
gli operai sono più a buon mercato. In quei paesi privi di regole che
fanno la felicità e gli utili dei padroni di tutto il mondo, che in
questo modo possono gareggiare a chi spreme di più gli operai. Oggi più
che mai si sta svolgendo una competizione mondiale, sempre più aspra,
per il controllo dei mercati, è in atto una guerra per l’appropriazione
delle materie prima. Un’altra guerra si sta svolgendo in tutti i luoghi
di lavoro nei quattro angoli del mondo, questa guerra, per alzare al
massimo i profitti e spingere la produttività a livelli bestiali,
utilizza gli operai come truppa d’assalto, mandati al massacro, giorno
per giorno, nei cantieri, nelle fabbriche e in tutti i posti dove la
violenza del lavoro si manifesta nelle sue diverse forme. In Italia, e
morti sul lavoro fanno parte del più generale attacco alle condizioni
di lavoro e di vita della nostra gente. Questo attacco si concretizza
con la ricerca di estorcere sempre più la ricchezza dal lavoro operaio,
attraverso l’aumento della produttività, la riduzione del costo del
lavoro e limitando gli spazi d’organizzazione e di lotta, In questo
modo si cerca di ridurre la classe operaia a strumento d’arricchimento
versatile e ubbidiente alle nuove esigenze del capitale. Questa
offensiva, trova complici le direzioni delle vecchie organizzazioni
operaie. Questi, partiti e sindacati, si sono completamente asserviti
agli interessi generali dell’economia borghese e dello stato
antipopolare. Questi sinistri capi, hanno utilizzato la forza operaia
per costruirsi una condizione sociale più elevata. Hanno fatto ingresso
a pieno titolo nei circoli imperialisti, partecipando alle occupazioni
militari e al finanziamento delle guerre. In questo modo rivelano la
loro vera natura di difensori dell’economia borghese, infiltrati nella
classe operaia. Questo inganno non può durare a lungo. Infatti, è
sempre più largo e diffuso il discredito nei loro confronti,
altrettanto diffuso è il malessere causato dalle gravi disuguaglianze
ed ingiustizie sociali prodotte dalla crisi del sistema. Possiamo, noi
lavoratori, pensare di cambiare tutto questo con qualche riforma? Fino
a quando possiamo delegare la difesa dei nostri interessi a burocrati e
politicanti di mestiere? Pensate che ci sia qualcuno disposto a
rimettere in discussione, con le buone maniere, i suoi privilegi a
nostro favore? Noi pensiamo di no! Con l’accentuarsi della crisi del
modo di produzione capitalista e con il definitivo crollo di qualsiasi
ipotesi di riforma e di trasformazione per via pacifica della società,
si apre per il proletariato l’orizzonte possibile della rivoluzione
popolare. Tenendo fermo questo orizzonte, la strada da percorrere è
ancora molta, e non mancheranno gli ostacoli e le difficoltà. Dobbiamo
tracciare un percorso che sappia tenere insieme l’orizzonte del
cambiamento sociale con la lotta quotidiana per i bisogni immediati. I
comunisti ed i sinceri rivoluzionari devono unirsi alle masse, per
riconvertire ed orientare in senso classista la grande energia presente
tra i lavoratori e le masse popolari nel nostro paese. Per contrastare
la violenza dello sfruttamento che porta alla morte di migliaia di
lavoratori e lavoratrici è necessario integrare la lotta di difesa con
l’attacco. Bisogna dare prospettiva alle avanguardie coscienti per
liberarli dalle logiche aziendaliste e dalla cultura riformista.
Occorre favorire la capacità autonoma di rappresentare la propria
condizione sociale, incanalando la lotta economica nel fiume della
lotta di classe per il potere. Il mezzo che useremo per questo cammino
sarà il partito della classe operaia, il partito comunista. Questo
partito, non può che essere indipendente e svincolato da qualsiasi
legame e condizionamento con le istituzioni borghesi. Libero di agire
nelle forme e nei modi che la situazione richiede. La sua forma attuale
è quella dell’internità con le masse e clandestinità nei confronti dei
nemici della classe operaia. La sua libertà d’azione e d’organizzazione
che sfocia nella rivoluzione, vede nell’armamento il discrimine tra
cambiamento e conservazione, tra rivoluzione e opportunismo.

Vincenso Sisi
Militante per la costituzione del Partito Comunista Politico-Militare

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