IL TRAMONTO NON VINCERÀ MAI SULL’ALBA

 

Claudio
Latino:
Maggio 2007

IL TRAMONTO NON VINCERÀ MAI SULL’ALBA

 

 

 

 

Le teste
d’uovo della controrivoluzione che hanno orchestrato il blitz del 12. febbraio
lo hanno chiamato “Operazione Tramonto”. Nel loro sforzo di “intelligence”
voleva essere il contrappunto al giornale “Aurora”, organo di propaganda per la
Costruzione del Partito Comunista (politico-militare).

Per
quanto si impegnino nello studio la loro ignoranza in cose di rivoluzione resta
sempre grande. “Aurora” infatti era il nome della nave da guerra dello zar, di
cui si erano appropriati i marinai rivoluzionari, che sparò il colpo di cannone
contro il palazzo d’inverno il 7. novembre 1917; il segnale per l’insurrezione
proletaria che diede impulso alla rivoluzione russa che portò, per la prima
volta nella storia, la classe operaia al potere.

Questa è
stata una nuova alba per l’umanità mentre i loro vari tramonti sono stati: lo
schiavismo, l’oppressione coloniale, i regimi fascisti e nazisti, le guerre
imperialiste mondiali. Tra questi l’esempio “migliore”, il punto più alto
raggiunto dalla loro “cultura occidentale”, è sicuramente il buio nucleare che
scese dopo il tramonto dei piccoli soli artificiali accesi su Hiroshima e
Nagasaki dalla “democratica America”. Ma le nostre teste d’uovo e più ancora i
loro padroni “post-comunisti”, diessini e rifondaroli, finalmente giunti a
scaldare la sedia di qualche presidenza e di quale ministero, questa storia
naturalmente la rimuovono presi come sono dal remunerativo compito di servire
gli interessi del grande capitale finanziario e monopolistico. Da tempo hanno
abbandonato la giovanile idea socialdemocratica di riformare il sistema
dell’oppressione e dello sfruttamento e ora si dedicano con zelo puntellare la
sempre più fragile legittimità del capitalismo nella sua fase imperialista.
Hanno sposato ormai l’idea reazionaria dell’immutabilità della situazione,
fermando la storia all’epoca dell’imperialismo, arrivando nella loro perversa
ipocrisia a concepirlo e a propagandarlo come “imperialismo dei diritti umani”
che conduce le “guerre umanitarie”.

 

Hanno
però ben presente che questa mistificazione è debole e può reggere solo se
nessuno dice, con la teoria e con la pratica, che “il re è nudo”, che la storia
precede sulla base delle contraddizioni e della lotta tra le classi e finirà
solo nella società senza classi.

Questa
debolezza la avevano già ben presente i loro precursori socialdemocratici e
guerrafondai Scheidemann e Noske che, dopo aver appoggiato “la grande guerra”
il 14 gennaio del 1919 tracciarono la linea provvedendo ad assassinare Rosa
Luxemburg e Karl Liebknecht. Seguendo la stessa strada gli odierni
professionisti della sottomissione di classe, integrati da tempo nella politica
borghese, si sono ancora una volta scagliati contro la possibilità della via
rivoluzionaria. Dall’alto delle loro cariche istituzionali governative,
sindacali hanno plaudito all’operazione repressiva che essi stessi hanno
patrocinato con l’obiettivo politico di ribadire l’impossibilità della
trasformazione rivoluzionaria del sistema capitalistico attraverso la presa del
potere da parte della classe operaia e l’instaurazione di una società
socialista.

Questo
bubbone opportunista, coltivato dai padroni e oggi ben rappresentato nel loro
governo, ha perseguito l’obiettivo sparlando di provocatori infiltrati nella
classe operaia, ma per quanto si sia impegnato non è riuscito a nascondere la
realtà, il ruolo di delegati e avanguardie di lotta riconosciute dai loro
compagni agli operai comunisti arrestati.

Nei fatti
hanno così riportato in primo piano l’opzione rivoluzionaria e mostrato qual’è
la vera e unica opposizione al loro sistema. Questa è la loro debolezza. E la
manifestazione concreta di ciò è l’onda di solidarietà che sul piano
dell’autonomia di classe si è originata nei nostri confronti.

 

“La lotta
contro l’imperialismo se non è indissolubilmente legata alla lotta contro
l’opportunismo è una frase vuota e falsa”. (Lenin; L’Imperialismo).

Questi
“post-comunisti” traditori ripetono come pappagalli il verbo dei loro padroni;
sul dio mercato, sull’internazionalizzazione del capitale che darà pace e
progresso ai popoli, con l’intento di nascondere l’esistenza della lotta feroce
tra i gruppi monopolisti e il suo reale contenuto, cioè la spartizione del
mondo.

La loro
parte “radicale” mistifica considerando l’imperialismo solo come politiche
aggressive e non come la natura stessa del capitale finanziario,
dell’oligarchia dei monopoli e delle multinazionali che governa il mondo.
Vendono la menzogna che sarebbero possibili altre politiche che, sempre sulla
base del capitale finanziario un”altro mondo sarebbe possibile”. Altri più
radicali ancora teorizzano l’ultra imperialismo, il superimperialismo
onnipotente del capitale finanziario mondialmente coalizzato, l’impero unico
che domina sulla moltitudine coltivando così la subalternità all’onnipotenza e
nascondendo le contraddizioni che alimentano la tendenza alla guerra.

Ma la
realtà delle cose è sempre più evidente, i fatti come sempre hanno la testa
dura. Il mondo è dominato da oligarchie finanziarie e monopoliste che,
attraverso reti di relazioni di dipendenza, dirigono tutte le istituzioni
economiche e politiche delle società borghesi. Monopoli privati e statali intrecciati
tra di loro che sono sorti dall’elevato stadio della concentrazione della
produzione raggiunto dal capitalismo più avanzato. Sono nati dalla politica
coloniale, hanno perseguito l’accaparramento delle principali fonti di materie
prime, si sono espansi con la lotta per l’esportazione di capitali e la
conquista delle sfere di influenza.

Questo
loro sviluppo ha già portato a due guerre mondiali e ora ne sta preparando una
terza. Infatti lo sviluppo ineguale che contraddistingue il capitalismo li condanna
a scontrarsi per nuove ripartizioni con conseguenza sempre più devastanti.
Tutte le alleanze imperialiste nascono da una guerra e ne preparano un’altra.

 

Cronache
della terza guerra mondiale

 

I gruppi
monopolisti lottano di nuovo per spartirsi il mondo non per semplice malvagità,
ma perché ne sono costretti; perché lo sviluppo capitalistico e la sua crisi li
costringe a questo per continuare a ottenere profitti sempre maggiori.
L’obiettivo diretto sono sempre le aree dominate del tricontinente (Asia,
Africa, America Latina) da poter sfruttare con i vantaggi esclusivi del
monopolio.

I dati
attuali di questo scontro sono il contrasto tra le “vecchie” potenze e quelle
“emergenti” e la prosecuzione della politica imperialista USA e Occidentale
sulle due direttrici consolidatesi negli ultimi decenni: lo sfondamento ad est
verso i territori ex sovietici e la ricolonizzazione verso il sud del mondo.
Lungo queste due direttrici prende corpo la tendenza a la guerra. “La guerra è
la prosecuzione della politica con altri mezzi, con mezzi militari” (Von
Clausewitz).

La fase
della nuova rispartizione si è aperta con il crollo dei regimi revisionisti che
avevano preso piede nei paesi socialisti interrompendo il processo di
costruzione del socialismo. Gli imperialisti USA hanno chiamato questa
spartizione costruzione del “nuovo ordine mondiale”. Il contesto è quello della
crisi generale di sovrapproduzione e della conseguente stagnazione delle
economie delle vecchie potenze USA in testa.

Il nuovo
ordine mondiale si articola in nuova area balcanica, nuovo medio oriente, nuova
Asia centrale. Tutte aree in cui l’imperialismo USA e il suo sistema di
alleanze impone per mezzo di guerre di aggressione, una vera e propria
ricolonizzazione con occupazioni militari allestimento di basi strategiche,
bombardamenti, stragi e massacri. Vengono principalmente messi sotto tiro
quelli stati che tendono a sottrarsi alla condizione semicoloniale perseguendo
linee di sviluppo “autocentrato”, libero da vincoli imposti dall’imperialismo
dominante. E tra questi in particolare quelli che dispongono di ampie riserve
di materie prime strategiche o che “godono” di una buona posizione strategica
in funzione del controllo dei flussi o in relazione a contrasti
interimperialisti sulle sfere di influenza.

Gli
imperialisti USA, con il regime coloniale sionista loro alleato vogliono
mettere le mani sull’intero medioriente (Iraq, Iran, Siria, Palestina, Libano)
per rafforzare il loro controllo sul mercato mondiale del petrolio e usarlo
come coltello puntato alla gola delle economie loro concorrenti strategiche che
non sono autosufficienti (UE, Cina, India). Si insediano in Asia centrale
(Afganistan, Georgia, Kirghisistan) per costruire una testa di ponte strategica
contro Russia e Cina e per mettere le mani sulle enormi risorse petrolifere
stimate nella regione. Dentro a questo sviluppo guerrafondaio l’episodio
dell’11. settembre è in genere la lotta condotta da Al Qaeda rappresentano il
tentativo di una parte della borghesia araba, in particolare Saudita e Egiziana
di reagire rivendicando a proprio esclusivo vantaggio lo sfruttamento del
proprio proletariato e delle risorse presenti sui propri territori sottraendoli
al vincolo semicoloniale imposto dagli USA. Lo dice chiaro e tondo Khaled
(prigioniero torturato nelle carceri segrete della CIA) quando definisce la
loro lotta indipendentista e paragona Bin Laden a George Washington.

A fare
maggiormente le spese della guerra come al solito sono le masse delle nazioni
oppresse costrette anche nelle spirali degli odi feroci scatenati ad arte dalle
nuove versioni della politica del “dividi et impera”, del mettere masse contro
masse, unica politica applicata dagli imperialisti per cercare di contenere gli
indubbi successi della resistenza popolare armata contro l’occupazione
militare. Si perché il resto più che politica è pura mistificazione, la
frottola della “guerra umanitaria” condotta dalle “forze di pace” con il
compito della “ricostruzione”. Ma la cruda realtà delle condizioni di vita dei
popoli sottoposti a questo trattamento dopo diversi anni di “impegno” delle
forze imperialiste, come in Afghanistan e in Iraq provvede a smascherare
l’ipocrisia e la falsità.

Comunque
la propaganda imperialista non demorde e utilizza con la massima spudoratezza
tutto; dai “diritti umani”, alla “libertà di culto”, ai diritti delle donne.
Una chicca è la dichiarazione del ministro degli esteri D’Alema sui Talebani
che, oltre a lapidare le adultere, squartavano i comunisti. Quello che però non
dice è che erano stati allevati dagli americani proprio per fare quello sporco
lavoro, salvo poi, come i vari Bin Laden o Saddam Ussein, diventare nemici per
la semplice ragione che non corrispondevano più a successivi piani predisposti
per la nuova spartizione del mondo. Un ottimo esempio di produttività
imperialista nel campo della propaganda; per legittimare la loro guerra di
aggressione usano il pretesto delle aberrazioni reazionarie degli stessi regimi
reazionari che avevano messo in piedi in precedenza.

Che le
loro mire però siano più ampie dei singoli conflitti lo svelano episodi
trattati fino ad ora sottotono, come lo schieramento di un nuovo sistema
antimissile in Polonia, ridicolmente giustificato con la necessità di difendere
l’Europa occidentale nientemeno che da missili nucleari iraniani. A parte
l’idiozia geografica la dice lunga sulla reale natura di questa iniziativa la
reazione russa, che in contrapposizione denuncia i vecchi trattati e minaccia
di dotarsi di nuovi e più adeguati armamenti.

C’è poi
tutta la ricerca e la sperimentazione di nuove armi da parte americana come: le
cluster bomb, i raggi della morte, le bombe al fosforo, quelle a pressione, per
finire con i satelliti killer e le “mini” bombe atomiche. Un armamentario di
nuova generazione che va ben oltre le “necessità” derivate dall’occupazione
militare e dall’oppressione di singoli popoli ribelli e che apre la porta alla
prospettiva concreta di conflitti interimperialisti da condurre al di sotto
della soglia deterrente dell’olocausto nucleare, della distruzione completa del
pianeta. D’altronde anche durante la secondo guerra mondiale fu usato di tutto
ma non fu mai usata l’arma chimica per il semplice fatto che avrebbe potuto
essere usata in maniera devastante anche dall’avversario (fu usata solo segretamente
nei campi di sterminio nazisti).

Le nuove
armi vengono sperimentate sul campo dei conflitti già in corso come è accaduto
sicuramente a Fallujia o in Libano allo stesso modo di come era successo nella
guerra civile spagnola per quelle poi usate nella seconda guerra mondiale. È un
processo inevitabile, non tanto per il carattere soggettivamente criminale che
contraddistingue la borghesia imperialista ma perché oggettivamente nell’ambito
del loro sistema la guerra è l’unico mezzo che gli imperialisti hanno per
registrare nuovi rapporti di forza, contendersi e spartirsi le sfere di
influenza (colonie e semicolonie) e scaricare su altri il costo della crisi di
sovrapproduzione. Ma la storia ha già dimostrato che “o la rivoluzione
impedisce la guerra o la guerra scatenerà la rivoluzione” (Mao Tze-Tung). E la
resistenza armata dei popoli ne indica fin da ora la concreta possibilità.

 

Sul
fronte interno i nostri professionisti della sottomissione oggi al governo
hanno sudato e sbuffato per approvare gli attuali crediti di guerra, il
finanziamento delle “missioni di pace”, per poter poi mendicare ai loro padroni
USA le bricciole del bottino della nuova spartizione. Ormai i democratici, i
progressisti, i sinistri radicali, i pacifisti non scendono più solo ai compromessi
ma fanno pienamente e direttamente la politica dei padroni, la politica del
grande capitale. Dopo che si è persa da tempo qualsiasi illusione sul
riformismo è stato rovesciato lo stesso concetto di riforma e quella che era
l’utopia della trasformazione graduale in senso egualitario dà invece il nome
ad un perverso meccanismo di revisione normativa che facilita l’affermazione
degli interessi del capitale finanziario e monopolista. Riforma del mercato del
lavoro vuol dire precarizzazione legalizzata e liberalizzazione dello
sfruttamento, riforma delle pensioni vuol dire allungamento dell’età lavorativa
e quindi aumento dello sfruttamento nell’arco della vita, riforma del TFR vuol
dire trasferimento di risorse economiche dei lavoratori a banche, assicurazioni
e finanziarie. Ma non solo, anche le altre “riforme” che vanno a colpire i
cosiddetti interessi corporativi a vantaggio dei cosiddetti consumatori, come
nel caso di tassisti, benzinai, e bottegai in genere altro non sono che
restringimenti della fascia delle piccole attività a vantaggio della grande
impresa di distribuzione o di servizi. Questo utilizzo della parola “riforma” è
la più chiara manifestazione della putrefazione del riformismo. E con essa
della fine della rappresentanza politiche istituzionale della classe operaia.
D’altronde la base materiale del riformismo si era storicamente determinata con
l’ampliamento della fascia concorrenziale, con la promozione di strati di
proletariato al “ceto medie”, con l’innalzamento economico delle condizione
della classe operaia ottenuto con la lotta sindacale. Tutte cose che oggi sono
ampiamente contraddette dall’andamento della crisi generale del sistema e dalle
misure ferocemente antiproletarie e antipopolari che la classe dirigente
borghese prende per farvi fronte.

Con la
morte del riformismo è stata seppellita anche l’illusione di democrazia; i
famosi “spazi democratici”, eredità della vittoria della resistenza sul
nazi-fascismo, cristallizzati dalla costituzione la cui riscrittura materiale
oggi recita che la repubblica è fondata sullo sfruttamento selvaggio del lavoro
precario, nero e immigrato e che la “guerra umanitaria” è ammessa come metodo
valido per dirimere le “controversie internazionali”.

Che il
vuoto formalismo della democrazia imperialista sia la “migliore” dittatura di
classe per la borghesia, nella fase dell’imperialismo, i proletari lo hanno
imparato da tempo e oggi lo trovano confermato in ogni decisione presa sulla
loro pelle dagli apparati politico-burocratico-amministrativi ad esclusivo vantaggio
del grande capitale e dei sui apparati militar-industriali come nel caso della
“TAV” o di “Dal Molin” imposte “democraticamente” sulla testa delle popolazioni
residenti o in quello delle “missione di pace” sulla testa di iracheni, afgani
o libanesi contro la maggioranza degli italiani. D’altronde nel quadro
atlantico fu addirittura imposto lo status di “sovranità limitata” del nostro
paese, sottomesso ancora dopo più di sessanta anni dalla fine della seconda
guerra mondiale, a servitù militari da parte degli USA per non parlare dei
“correttivi” della dinamica politico-istituzionale operati a botta di stragi
contro il proletariato e le masse popolari, da Portella della Ginestra nel ‘47
a quella tra il ’69 e ‘87 centinaia di morti innocenti di cui sono direttamente
responsabili gli apparati clandestini dello stato, diretti dai loro padroni
USA, su cui con la complicità dei “sinceri democratici” e delle diverse specie
di post-comunisti e sceso un “pietoso” velo di silenzio in onore dell’impunità
imperialista.

Lor
signori, i padroni non possono certo dare lezione di democrazia.

La via
democratica per la trasformazione non è mai esistita nella fase imperialista. A
fare ulteriore chiarezza aveva già provveduto anche il colpe in Cile da cui i
Berlingueriani hanno tratto la “giusta” lezione che senza il consenso della
frazione dominante della borghesia imperialista non si può andare “al potere”
con la via parlamentare anche avendo la maggioranza elettorale. Da questo
insegnamento molto “democratico” hanno tratto quindi la “coraggiosa” decisione
di scendere a compromessi, il compromesso storico, chiudendo così la loro
parabola opportunista di svenditori degli interessi di classe.

Noi,
forti dell’esperienza storica del Movimento Comunista Internazionale abbiamo tratto
altro. In primo luogo la storia della lotta tra le classi, questo non può
essere negato o nascosto, in questa lotta o si sta da una parte o si sta
dall’altra. E questo è ancor più chiaro oggi quando la crisi generale di
sovrapproduzione spinge le formazioni sociali imperialiste alla guerra. Come
conseguenza di questa lotta di classe la trasformazione della società non è mai
stata un processo graduale. E sempre stato invece un processo caratterizzato
delle rotture e dai salti. La classe che ha il potere non lo cede mai
democraticamente ma sempre attraverso processi rivoluzionari che distruggono
vecchi rapporti politici di dominazione e istaurano un nuovo potere.

Quello
che oggi è all’ordine del giorno è il superamento del modo capitalistico di
produrre e del suo sistema sociale e la costruzione di una società socialista
attraverso la rivoluzione e la dittatura del proletariato. Questa tendenza
risiede nelle contraddizioni oggettive sempre più acute dell’economia
capitalista e nella coscienza soggettiva della classe operaia della necessità
della sua soppressione e superamento attraverso la rivoluzione. Un processo che
non è indolore, ma segnato da insurrezioni, guerre civili, guerre di
liberazione, guerre popolari prolungate. Questa è la storia e questa è la
realtà anche dei nostri giorni. L’emancipazione della classe operaia
internazionale, delle masse popolari e delle nazioni oppresse passa
necessariamente per la via obbligata della rivoluzione. Prima che un dato
soggettivo è fondamentalmente un dato oggettivo. Sempre più la putrefazione
dell’imperialismo ci porta al margine della storia: “o comunismo o barbarie”
(Marx). Che gli imperialisti facciano il tifo per la barbarie è un dato ormai
fin troppo chiaro; lo dicono anche espressamente quando ripetutamente
minacciano di riportare all’età della pietra l’economia dei cosiddetti stati
canaglia. D’altra parte le zone “bonificate” dai loro “coraggiosi”
bombardamenti, lasciate senza luce elettrica e senza acqua potabile, dove il
massacro è la regola, ne sono la migliore testimonianza. Come ne sono
testimonianza le condizioni bestiale che vigono nelle zone industriali del
tricontinente, veri e propri campi di concentramento dove l’unica libertà in
vigore è la libertà assoluta di sfruttamento e dove imperversano le squadre
della morte del capitale come nel caso di Ciudad Juarez al confine tra Messico
e USA con centinaia di giovani operaie delle maquilladores (fabbriche
manifatturiere) sequestrate e massacrate negli ultimi anni.

Per la
parte nostra, per i comunisti, il compito di indicare e tracciare la via
rivoluzionaria , la via della rivoluzione proletaria. In questo non partiamo da
zero. Possiamo contare sul patrimonio rappresentato dall’esperienza concreta
del Movimento Comunista Internazionale che ha le sue radici storiche nella
comune di Parigi e nella rivoluzione d’ottobre e che nel nostro paese, dopo il
biennio rosso e la resistenza riprende con la lotta per il potere delle
esperienze rivoluzionarie dai primi anni ’70.

Un’esperienza
ricca che ci insegna che la vittoria è possibile, lo è già stata storicamente,
e che indica la strategia della guerra popolare prolungata come universalmente
valida per le classi e i popoli oppressi nella fase imperialista.

Il
compito oggi principalmente per noi è la costruzione del partito comunista. Il
partito della classe operaia, la sua avanguardia politica organizzata per la
lotta per il potere, a questo stadio dello sviluppo e della crisi del modo di
produzione capitalistico e delle condizioni generali dello scontro di classe
che ne consegue non può essere altro che un partito rivoluzionario
caratterizzato dall’unità del politico-militare.

L’emancipazione
sociale della classe operaia e la sua autonomia politica da tempo non sono più
rappresentate all’interno delle istituzioni della cosiddetta democrazia
borghese, non possono più esserlo e lo sanno bene anche tutti i vari
post-comunisti, i vecchi e nuovi revisionisti che oggi si guardano bene da
utilizzare gli stessi termini di classe operaia e proletariato. Quindi se la
classe operaia vorrà avere un suo partito sarà un partito rivoluzionario e
nessuna operazione di controrivoluzione preventiva lo potrà impedire.

 

Costruire
il partito comunista della classe operaia!

Utilizzare
la difesa per organizzare l’attacco!

Costruire
il fronte popolare contro la guerra imperialista

Morte
all’imperialismo libertà ai popoli!

 

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