70 anniversario morte Gramsci

Un uomo sotto la Mole

"Si sa che la propria vita è simile a quelle di mille altre vite, ma che per un "caso" essa ha avuto uno sbocco che le altre non potevano avere e non ebbero di fatto. Raccontando si crea questa possibilità, si suggerisce il processo, si indica lo sbocco".

Nasce il 22 gennaio 1891 ad Ales (Cagliari) da Francesco e Giuseppina Marcias, quarto di sette figli. A quattro anni subisce la caduta dalle braccia di una donna di servizio che sarà poi messa in rapporto con la sua malformazione fisica. La gracilità fisica crea problemi per tutta la vita a "Nino", anche se spesso egli cercherà di sdrammatizzare. Il 7 gennaio 1931 – quando le sue condizioni sono ormai notevolmente deteriorate anche dal periodo trascorso in carcere -, in una delle tante lettere alla cognata Tatiana, scrive:

"Ho saputo da Carlo che tu gli hai scritto una lettera sulla mia indisposizione in cui dimostravi di essere molto impressionata: anche il dottor Cistarmini mi ha detto di aver ricevuto una lettera in cui ti mostravi impressionatissima. Questo mi ha fatto molto dispiacere, perché mi pare che non c'era una ragione di essere impressionata. Devi sapere che io sono morto una volta e poi sono risuscitato, ciò che dimostra che ho sempre avuto la pelle dura. Da bambino, a 4 anni, ho avuto delle emorragie per tre giorni di seguito, che mi avevano completamente dissanguato, accompagnate da convulsioni. Il medico mi aveva dato per morto e mia madre ha conservato fino al 1914 circa la piccola bara e il vestitino speciale che dovevano servire per seppellirmi -, una zia sosteneva che ero resuscitato quando lei mi unse i piedini con l'olio di una lampada dedicata a una madonna e perciò quando mi rifiutavo di compiere gli atti religiosi mi rimproverava aspramente ricordando che alla madonna dovevo la vita, cosa che mi impressionava poco, a dire la verità. Da allora in poi, quantunque non sia mai stato molto forte, non ho mai più avuto nessun grave malore, all'infuori degli esaurimenti nervosi e delle dispepsie "

In realtà le condizioni fisiche di Gramsci creano parecchie preoccupazione alla famiglia, la cui situazione economica si aggrava notevolmente nel 1898, quando il padre è sospeso dall'impiego per irregolarità amministrative e arrestato – nell'ottobre 1900 sarà condannato a cinque anni di carcere. Lo stesso Nino, conseguita nell'estate 190'2 la licenza elementare, è costretto per le difficili condizioni economiche della famiglia a lavorare per due anni nell'ufficio del catasto di Ghilarza.

"Ho cominciato a lavorare da quando avevo undici anni, guadagnando ben 9 lire a mese (ciò che del resto significava un chilo di pane al giorno per 10 ore di lavoro al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere registri che pesavano più di me e molte notti piangevo perché mi doleva tutto il corpo".

Nel frattempo studia privatamente e soltanto nel 1905. grazie all'aiuto della madre e delle sorelle, riprende gli studi e frequenta le ultime tre classi ginnasiali a Santu Lussurgiu, località a circa venti chilometri da Ghilarza e poi il liceo a Cagliari con il fratello maggiore Gennaro

In questo periodo si fanno sempre più vive la delusione per le istituzioni, che non riescono a far fronte alla grave crisi economica che attraversa la Sardegna, e l'insoddisfazione per l'ingiustizia sociale, che sente di vivere sulla sua pelle. Delusione e insoddisfazione che generano un forte "istinto di ribellione" che prima avvicinano Gramsci al movimento sardista e successivamente al movimento socialista, in seguito al contatto con il mondo operaio torinese.
"Che cosa mi ha salvato dal diventare completamente un cencio inamidato? L'istinto della ribellione che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti. Esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna ed io pensavo allora che bisognava lottare per l'indipendenza nazionale della regione: "Al mare i continentali!" Quante volte ho ripetuto queste parole. Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx che avevo letto prima per curiosità intellettuale. Mi sono appassionato così alla vita, per la lotta, per la classe operaia ".

Gramsci arriva a Torino nell'ottobre del 1911 per partecipare al concorso bandito dal Collegio Carlo Alberto di Torino a favore degli studenti disagiati dei vecchi territori del Regno di Sardegna. Il superamento degli esami gli avrebbe consentito d'iscriversi all'Università con una borsa di studio di 70 lire mensili per 10 mesi all'anno.

L'impatto con Torino è fortemente negativo per Gramsci: in parecchie lettere indirizzate alla famiglia illustra le drammatiche condizioni economiche in cui vive e si dichiara quasi pentito per la scelta. E ancora in alcune lettere del carcere rivive con angoscia la situazione: particolarmente significativa è questa inviata il 12 settembre del '27 al fratello Carlo

Carissimo Carlo, probabilmente tu qualche volta mi hai un po' invidiato perché mi è stato possibile studiare. Ma tu non sai certamente come io ho potuto studiare. Ti voglio solo ricordare ciò che mi è successo negli anni dal 1910, al 1912. Nel '10, poiché Nannaro era impiegato a Cagliari, andai a stare con lui. Ricevetti la prima mesata, poi non ricevetti più nulla: ero tutto a carico di Nannaro che non guadagnava più di 100 lire al mese. Cambiammo di pensione. lo ebbi una stanzetta che aveva perduto la calce per l'umidità e aveva solo un finestrino che dava in una specie di pozzo, più latrina che cortile. Mi accorsi subito che non si poteva andare avanti, per il malumore di Nannaro che se la prendeva con me. Incominciai col non prendere più il poco caffè al mattino, poi rimandai il pranzo sempre più tardi e così risparmiavo la cena.

Per otto mesi circa mangiai così una sola volta al giorno e giunsi alla fine del terzo anno di liceo in condizioni di denutrizione molto gravi. Solo alla fine dell'anno scolastico seppi che esisteva la borsa di studio del Collegio Carlo Alberto, ma nel concorso si doveva fare l'esame su tutte le materie dei tre anni di liceo. [… ] Partii per Torino come se fossi in istato di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca: avevo speso 45 lire per il viaggio in terza delle 100 avute da casa. C'era l'esposizione e dovevo pagare 3 lire al giorno solo per la stanza: Mi fu rimborsato il viaggio in seconda , un 'ottantina di lire, ma non c'era da ballare perché gli esami duravano circa 15 giorni e solo per la stanza dovevo spendere una cinquantina di lire. Non so come ho fatto a dare gli esami, perché sono svenuto due o tre volte. Riuscii ma ricominciarono i guai. Da casa tardarono circa due mesi a inviarmi le carte per l'iscrizione all'università, e siccome l'iscrizione era sospesa, erano sospese anche le settanta lire mensili della borsa. Mi salvò un bidello che mi trovò una pensione [… ] dove mi fecero credito; io ero così avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura [… ]. E passai l'inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari. Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai più per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole."

Nel dicembre del 1914 il prof. Bartoli, docente a cui Gramsci è particolarmente legato, riferisce alla presidenza della fondazione albertina che "il giovane va periodicamente soggetto a crisi nervose che gli impediscono di attendere con la dovuta alacrità agli studi". Per la seconda volta nel giro di un anno Gramsci viene privato della pensione per quattro mesi. Dà lezioni private, ma vive isolato dagli amici e distaccato anche dalla famiglia. Scrive nel 1916 alla sorella Grazietta:

"Ho vissuto, per un paio d'anni, fuori dal mondo, un po' nel sogno. Ho lasciato che si troncassero ad uno ad uno tutti i fili che mi univano al mondo e agli uomini. Ho vissuto tutto per il cervello e niente per il cuore. Forse è stato perché ho sofferto molto al cervello, la testa è sempre stata piena di dolore, ed ho finito per non pensare che ad essa. Mi sono fatto orso, di dentro e di fuori. È stato per me come se gli uomini non esistessero, ed io fossi un lupo nel suo covo. Ma ho lavorato. Ho lavorato forse troppo, più di quanto le mie forze me lo permettessero. Ho lavorato per vivere, mentre per vivere avrei dovuto riposarmi, avrei dovuto divertirmi. Forse in due anni non ho riso mai, come non ho pianto mai. Ho cercato di vincere la debolezza fisica lavorando, e mi sono indebolito di più. Da almeno tre anni non ho passato un giorno senza il male del capo, senza una vertigine o un capogiro. Ma non ho fatto mai niente di male, a nessuno, all'infuori di me stesso".

Il 12 aprile 1915 si presenta all'esame di letteratura italiana. Sarà il suo ultimo esame. Da questo momento abbandona l'università. Il motivo fondamentale è la precaria condizione di salute, ma vi è a mio parere anche la delusione della "metodologia dogmatica", tipica di molti professori dell'università. Gramsci stima i professori più impegnati, che a loro volta lo stimano, ma sopporta poco gli "accademici":

Nel frattempo si avvicina sempre più ai gruppi giovanili socialisti, soprattutto a Tasca e Togliatti e gradualmente si impegna sempre più nell'attività giornalistica e politica. Nel socialismo Gramsci vede una "concezione integrale del mondo", un modo per comprendere e agire, giacchè – afferma – "Odio chi non parteggia, odio gli indifferenti" (La Città futura ). Gramsci però si convince sempre più che il Partito socialista italiano è impreparato a rispondere ai nuovi bisogni, alle nuove aspettative scaturite dalla guerra mondiale e, soprattutto, dalla Rivoluzione russa. Utilizza, infatti, insoddisfacenti chiavi interpretativi della realtà, soffre di "infantilismo politico". Gli stessi sindacati si sono ormai sclerotizzati nella loro funzione burocratica. Per questo è necessario, secondo Gramsci, rivedere i compiti dei due organismi e educare i giovani e gli operai ad una nuova mentalità.

In quest'ottica è possibile rileggere non soltanto la sua febbrile attività di giornalista a partire dal 1915, ma anche tutta sua successiva azione politica, particolarmente intensa nel "biennio rosso"- Basti pensare innanzitutto alla fondazione dell'"Ordine Nuovo": non a caso alla sinistra, nella testata, appare il motto: " Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza ". Oppure alla creazione della "scuola di cultura e propaganda socialista", destinata alla formazione di una cultura non per le masse, ma delle masse, nelle masse (il caso della brigata Sassari nell'aprile del 1919 è significativo anche da questo punto di vista).

Gli stessi consigli di fabbrica assumono in Gramsci, tra l'altro, un alto valore formativo ed educatico. Scrive nella primavera del '20:

"La classe operaia deve addestrarsi, deve educarsi alla gestione sociale, deve acquistare la cultura e la psicologia d'una classe dominante, deve acquistarle con i suoi mezzi e con i suoi sistemi, coi comizi, coi congressi, con le discussioni, con l'educazione reciproca. I Consigli di fabbrica sono stati una prima forma di queste esperienze storiche della classe operaia italiana che tende all'autogoverno nello Stato operaio".

I consigli sono considerate cellule di organizzazione concreta di una nuova società costruita sul lavoro e hanno il compito anche di educare gli operai a "lavorare metodicamente e ordinatamente", in modo da essere capaci di "rigenerare la società degli uomini", di creare un mondo più ricco in cui la ricchezza non venga annientata progressivamente come sta avvenendo nella società borghese, la quale "muore perché non si produce".

Il valore rivoluzionario del consigli di fabbrica non viene compreso dalla Cgl e dal Psi, mentre viene pienamente colto dagli industriali e in particolare da G. Olivetti, che, nella riunione del consiglio dei delegati della Confindustria del 6-7 marzo 1920, afferma: "Il movimento dei Consigli degli operai ha [..] un duplice carattere: da un lato uno immediato ed economico: la difesa degli operai e dei loro diritti nei confronti degli attuali proprietari e dirigenti delle aziende; dall'altro uno tendenziale e politico, la preparazione e costituzione degli organi tecnici su cui si dovrà erigere la nuova società comunista. [… ]. Questi compiti del Consiglio di fabbrica non sono che mezzi per raggiungere uno scopo finale, quello del comunismo ".

Per questo gli industriali si impegnano fortemente a ridurre la funzione dei consigli e scaricare l'arma rivoluzionaria. Il fallimento dello "sciopero delle lancette" dell'aprile e dell'occupazione delle fabbriche del settembre del 1920 testimoniano per Gramsci l'immaturità "culturale" del Psi e del sindacato e rappresentano un singolare "paradosso storico": "Sono le masse che spingono e "educano" il Partito della classe operaia e non è il partito che guida e educa le masse"( .N. 9 ottobre 1920).

Occorre impegnarsi dunque sempre più proprio sul piano della preparazione culturale e con questo spirito organizza i gruppi di "Educazione socialista", l'"Istituto di cultura proletaria" e trasforma "L'Ordine Nuovo" in quotidiano. La stessa fondazione del nuovo Partito comunista d'Italia viene vista da Gramsci come un'espressione della "massa degli operai più coscienti e più capaci". Nonostante ciò, però mantiene nell'ambito del partito una posizione alquanto defilata e critica. La critica verte ancora una volta sull'impreparazione culturale: le tesi di Roma del '22 gli appaiono espressione di @4 scolasticismo e bizantinismo", di una "applicazione alla politica del metodo matematico", Per questo rilancia il valore della "educazione comunista" e la necessità di formare del comitati giovanili nelle fabbriche.

Nel maggio del '22 Gramsci però deve lasciare l'Italia per Mosca dove rimane circa due anni in qualità di rappresentante del partito presso l'Internazionale. Giunto a Mosca viene ricoverato in un sanatorio, dove conosce la sua futura moglie Giulia Schucht. Anche l'innamoramento diviene per Gramsci momento di riflessione sulla sua azione politica:

"Quante volte mi sono domandato se legarsi a una massa era possibile quando non si era mai voluto bene a nessuno, neppure ai propri parenti, se era possibile amare una collettività se non si era mai amato profondamente delle singole creature umane. Non avrebbe ciò isterilito e ridotto a un puro fatto intellettuale, a un puro calcolo matematico la mia qualità di rivoluzionario? Ho pensato molto a tutto ciò e ci ho ripensato in questi giorni, perché ho molto pensato a te, che sei entrata nella mia vita e mi hai dato l'amore e mi hai dato ciò che mi era sempre mancato e mi faceva spesso cattivo e torbido ".

Così scriveva alla moglie il 6 marzo 1924 da Vienna, dove si era trasferito con il i compito di mantenere i collegamenti tra il partito comunista italiano e gli altri partiti i comunisti europei.

Intanto in Italia ha da tempo avuto inizio la dura repressione fascista: la polizia ha arrestato parte del comitato esecutivo del Pci. ed è stato spiccato un mandato di cattura anche nel confronti di Gramsci, che all'inizio del '24 fonda "L'Unità. Quotidiano degli operai e del contadini " e il quindicinale "Ordine Nuovo". Anche in queste occasioni richiama l'attenzione alla centralità del "teorico", all'importanza dell'educazione. Soltanto il 12 maggio può rientrare in Italia, in quanto deputato eletto nella circoscrizione del Veneto-Venezia Giulia. Nonostante l'avvenuta elezione, la fama di Gramsci è ancora relativa: il 19 febbraio 1927, in una delle prime lettere dal carcere alla cognata Tatiana, scrive:

"lo non sono conosciuto all'infuori di una cerchia abbastanza ristretta: il mio nome è storpiato perciò in tutti i modi più inverosimili- Gramasci, Granusci, Grámisci, Granísci, Gramásci, fino a Garamáscon, con tutti gli intermedi più bizzarri. A Palermo, durante una certa attesa per il controllo del bagagli, incontrai in un deposito un gruppo di operai torinesi diretti al confino; insieme a loro era un formidabile tipo di anarchico ultra individualista, noto coll'indicazione di "Unico", che rifiutava di confidare a chiunque, ma specialmente alla polizia e alle autorità in generale, le sue generalità: "Sono l'Unico e basta". ecco la sua risposta. Nella folla che attendeva, l'Unico riconobbe tra i criminali comuni (mafiosi) un altro tipo, siciliano (l'Unico deve essere napoletano o giù di lì), arrestato per motivi compositi, tra il politico e il comune, e si passò alle presentazioni, Mi presentò: l'altro mi guardò a lungo, poi domandò: "Gramsci, Antonio?" Si Antonio!,risposi: "Non può essere – replicò – perché Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo così piccolo". Non disse più nulla, si ritirò in un angolo, si sedette su uno strumento innominabile e stette, come Mario sulla rovine di Cartagine, a meditare sulle proprie illusioni perdute".

Da neo-deputato Gramsci vive la drammatica crisi che segue il delitto Matteotti, proponendo tra l'altro, inascoltato, la fondazione di un vero Antiparlamento e il 16 maggio 1925 pronuncia il suo unico intervento alla camera contro il disegno di legge sulle associazioni, presentato da Mussolini e da Alfredo Rocco. Si compie in questa occasione la profezia di Gobetti, che aveva previsto l'attenzione attenta dei fascisti' al suo discorso. Il 25 maggio, in una lettera alla moglie, Gramsci scrive:

"Le difficoltà si moltiplicano, abbiamo ora una legge sulle, ovvero, contro le organizzazioni, che prelude a tutto un sistematico lavoro poliziesco per disgregare il nostro partito. Su questa legge ho fatto il mio debutto in Parlamento. I fascisti mi hanno fatto un trattamento di favore, quindi, dal punto di vista rivoluzionario, ho incominciato con un insuccesso. Poiché ho la voce bassa, si sono riuniti intorno a me per ascoltarmi e mi hanno lasciato dire quello che volevo, interrompendomi continuamente solo per deviare il filo del discorso, ma senza volontà di sabotaggio. Io mi divertivo nell'ascoltare ciò che essi dicevano, ma non seppi trattenermi dal rispondere e ci'ò fece il loro gioco, perché mi stancai e non riuscii più a seguire l'impostazione che avevo pensato di dare al mio intervento"

In autunno viene raggiunto a Roma da Giulia e Delio, il primo figlio, e lo stesso Antonio, dopo un periodo di frenetica attività – in cui rientra tra l'altro il congresso svolto a Lione dal 23 al 26 gennaio 1926, congresso che vede l'affermazione del nuovo gruppo dirigente del partito guidato da lui -, nel mese di agosto trascorre una breve vacanza col figlio Delio a Trafòi, mentre Giulia, che aspetta un altro bambino, torna a Mosca, dove nasce Gíuliano: è l'addio definitivo. Gramsci non vedrà più la moglie e non vedrà mai il secondo figlio. Anche dal carcere, nonostante le non poche difficoltà di comunicazione con la moglie, dimostrerà però sempre una forte preoccupazione e un vivo interesse per l'educazione dei figli. Ho scelto soltanto alcune dei brani più significati in tale senso

"Carissimo Delio, mi sento un po' stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così? Ti abbraccio."

"Carissimo Giuliano, tu vuoi che ti scriva di cose serie. Molto bene. Ma cosa sono le "cose serie" che vuoi leggere nelle mie lettere? Tu sei un ragazzo e anche le cose per un ragazzo sono molto serie, perché sono in rapporto con la sua età, con le sue esperienze, con le capacità che le esperienze e la riflessione su di esse gli hanno procurato. Del resto prometti di scrivermi sempre qualcosa ogni cinque giorni; sono molto contento se lo farai, dimostrandomi di avere così molta forza di volontà. lo ti risponderò sempre (se potrò) e molto seriamente. Caro, io ti conosco solo per le tue lettere e per le notizie che mi mandano di te i grandi. So che sei un bravo ragazzo: ma perché non mi hai scritto nulla del tuo viaggio al mare; credi che non sia stata una cosa seria? Tutto ciò che ti riguarda è per me molto serio e mi interessa molto; anche i tuoi giochi. Ti abbraccia tuo papà Antonio."

Giulia ad Antonio

"Questo sentimento profondo della vita, della vita dei nostri bambini crescenti vorrei dartelo, renderlo semplicemente come semplicemente il sole illumina in questi giorni e riscalda la terra, le erbe dove corrono i nostri figlioli:

Dirtelo in una carezza."

Antonio a Giulia

"Cara Julca, occorre che riversiamo nei nostri ragazzi tutto l'affetto che ci univa ai nostri cari e che li facciamo rivivere in ciò che di meglio e di più bello ce ne rimane nella memoria. Ti abbraccio con tanta tenerezza."

Nel giorni 1, 2, 3 novembre si svolge clandestinamente a Valpolcevera. nei pressi di Genova, una riunione del comitato direttivo, Gramsci, mentre si reca al luogo della riunione, è fermato alla stazione di Milano dalla polizia e costretto a tornare a Roma. L'8 novembre, viene arrestato rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, in isolamento assoluto e rigoroso. Nella seduta del giorno seguente la Camera dichiara decaduti i deputati aventiniani e anche i parlamentari comunisti..

Il 18 novembre viene assegnato per cinque anni al confino di polizia nell'isola di Ustica, dove organizza una scuola tra i confinati, grazie anche all'aiuto dell'amico Sraffa. che gli fa giungere libri e riviste. Il 20 gennaio 1927 viene trasferito a Milano in attesa del processo, sicuro, scrive alla madre, di essere condannato.

Soffre d'insonnia e non dorme più di tre ore per notte. Può scrivere due lettere alla settimana e leggere alcuni quotidiani, oltre al libri e alle riviste che gli giungono dall'esterno. Fa un doppio abbonamento alla biblioteca del carcere.

Il 28 maggio 1928 inizia a Roma il "Processone" contro Gramsci e il gruppo dirigente del PCd'I (Terracini, Roveda, Scoccimarro, ecc, ). Nei riguardi di Gramsci il Pm Michele Isgrò afferma: "Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare". Gramsci viene condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione.

Destinato in un primo tempo al penitenziario di Portolongone, viene sottoposto a una visita medica speciale: soffre di uricemia cronica e viene assegnato alla Casa penale speciale di Turi (Bari), dove giunge il 19 luglio per rimanerci fino al 19 novembre 1933.

In carcere ottiene il permesso di studiare e di scrivere e nei limiti del possibile rimane attento alle vicende politiche. Verso la fine del 1930, con l'arrivo a Turi di alcuni compagni di partito, Gramsci, che durante il "passeggio" nel mesi precedenti aveva avviato con altri compagni delle conversazioni politiche, comincia un ciclo organico di discussioni sui temi: gli intellettuali e il partito, il problema militare e il partito, la Costituente. Tema quest'ultimo particolarmente significativo.

Nel 1928 l'intemazionale comunista aveva abbandonato la tattica del fronte unico, annunciato la fine della stabilizzazione relativa del capitalismo e identificato nella socialdemocrazia una punta avanzata della reazione (teoria del "socialfascismo"). Il PCd'I aderisce a tali posizioni e, in particolare, prevede in Italia una radicalizzazione della lotta di classe e la crisi imminente del regime fascista. Gramsci, invece, prevede una fase "democratica" e suggerisce la parola d'ordine della Costituente (il famoso "Cazzotto nell'occhio"). Queste posizioni provocano le reazioni di alcuni compagni di carcere. Gramsci sospende le discussioni, e si accentua in lui il già vivo e forte senso di isolamento e di abbandono. Si sente isolato non soltanto dal partito, ma, come appare chiaramente da alcune lettere a Tatiana o a Giulia, anche dalla famiglia.

" lo sono sottoposto a vari regimi carcerari: c'è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l'altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall'essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare.

Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre parti, da dove meno potevo sospettarli, colpi metaforici, s'intende, ma anche il codice divide i reati in atti e omissioni, cioè anche le omissioni sono colpe o colpi".

"Carissima Giulla, (… ) Nella nostra corrispondenza manca appunto una corrispondenza effettiva e concreta: non siamo mai n'usciti ad intavolare un dialogo ; le nostre lettere sono una serie di monologhi che non sempre riescono ad accordarsi neanche nelle linee generali; se a questo si aggiunge l'elemento tempo, che fa dimenticare ciò che si è scritto precedentemente, l'impressione del puro monologo si rafforza. Non ti pare? Ricordo una novellina popolare scandinava. Tre giganti abitano nella Scandinavia lontani l'uno dall'altro come le grandi montagne. Dopo migliaia d'anni di silenzio, il primo gigante grida agli altri due:" sento muggire un armento di vacche!" Dopo 300 anni il secondo gigante interviene: "Ho sentito anch'io il mugghio!" E dopo 300 anni il terzo gigante intima "Se continuate a far chiasso così, io me ne vado".

E questo tormento psicologico contribuisce ad accelerare il costante peggioramento delle condizioni di salute. Già nel dicembre del '28 è colpito da un attacco di acidi urici Per circa tre mesi trascorre le ore del "passeggio" seduto o al braccio di un altro carcerato. Ma nel 1931 arriva la prima grave crisi. "All'una del mattino del '3 agosto [… ] ebbi uno sbocco di sangue all'improvviso ". Tatiana gli suggerisce più volte la visita di un medico di fiducia, ma Nino rifiuta: "Sono giunto a un punto tale – le scrive il 29 agosto del '31 – che le mie forze di resistenza stanno per crollare completamente, non so con quali conseguenze"

Il 7 marzo del '33 ha una seconda grave crisi: "Proprio martedì scorso, di primo mattino, mentre mi levavo dal letto, caddi a terra senza più riuscire a levarmi con mezzi miei". Per circa due settimane, giorno e notte, a turni di dodici ore, è assistito da un compagno di Bologna e da un operaio di Grosseto. Il 20 marzo è visitato dal prof. Umberto Arcangeli che fa presente la necessità di una domanda di grazia, ma per l'opposizione di Gramsci, e su richiesta di Tatiana e di Sraffa, tale accenno è tolto dal certificato. In esso comunque si legge: "Gramsci non potrà lungamente sopravvivere nelle condizioni attuali; io considero come necessario il suo trasferimento in un ospedale civile o in una clinica, a meno che non sia possibile accordargli la libertà condizionale". La dichiarazione del professor Arcangeli è pubblicata dall"'Humanité" (maggio) e dal "Soccorso rosso" (giugno). A Parigi si costituisce un comitato per la liberazione di Gramsci e delle vittime del fascismo.

Gramsci chiede finalmente a Tatiana di avviare con urgenza la pratica per il trasferimento nell'infermeria di un altro carcere. In un primo momento ottiene di essere trasferito in una nuova cella, lontano dai rumori, soltanto a ottobre è accolta l'istanza per il trasferimento presso la clinica Cusumano a Formia. Il 19 novembre lascia la casa penale di Turi ed è momentaneamente trasferito all'infermeria del carcere di Civitavecchia e il 7 dicembre viene trasferito e ricoverato, in stato di detenzione, nella clinica del dottor Cusumano.

Il 15 luglio 1934 rinnova la domanda per essere trasferito in altra clinica, anche in vista &una operazione d'ernia, e a settembre all'estero è ripresa con vigore la campagna per la liberazione. Il 25 ottobre gli viene concessa la libertà condizionale.

Nel giugno del 1935 è colpito da una nuova crisi. Viene ricoverato alla clinica "Quisisana" di Roma. Nell'aprile del '37, terminato il periodo della libertà condizionale, ottiene la piena libertà e progetta di ritirarsi in Sardegna per ristabilirsi, ma la sera del 25 aprile è colpito da emorragia cerebrale. Queste sono le parole di Tania:

" Ha cenato, come al solito, ha mangiato la minestrina di brodo, un po' di frutta cotta ed un pezzetto di pan di Spagna. È uscito per andare al gabinetto, e fu riportato sopra una sedia portato da più persone. Nella ritirata aveva perduto il lato sinistro, completamente, parlava benissimo, ha raccontato a più riprese che essendosi accasciato ma non battuta la testa, si è trascinato sino alla porta e chiamava aiuto. Capitò un malato che avvertì l'infermiera, essa suggerì a Nino di sforzarsi ad aprire lui stesso la porta ed egli vi è riuscito puntandosi sulla parte destra. Disgraziatamente ha esplicato degli sforzi enormi mentre avrebbe dovuto evitare qualsiasi emozione e sforzo.[… ] L'ho sempre vegliato facendo ciò che sapevo bagnandogli le labbra, cercando di fargli ripristinare artificialmente il respiro allorché questo pareva volersi fermare, ma poi venne un ultimo respiro rumoroso e sopravvenne il silenzio senza rimedio.

Sono le 4.10 di mattina del 27 aprile: assistito da Tatiana, Gramsci muore probabilmente ancora convinto di non essere né "il martire, né l'eroe", ma con la dignità propria di un uomo che aveva affermato con forza:

"Non voglio essere compianto: ero un combattente che non ha avuto fortuna nella lotta immediata, e i combattenti non possono e non devono essere compianti, quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché così hanno essi stessi voluto consapevolmente."

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