Due pesi, due misure & due parole

DUE PESI

Sabato 16 dicembre intorno alle 18:30 all’Oda teatro è giunta una volante dei carabinieri. Due uomini in divisa si sono avvicinati all’ingresso ed hanno domandato ad un responsabile: “Cosa danno stasera?”. Sarebbe stato oltremodo ridicolo rispondere: “Una conferenza di Renato Curcio” giacché appariva chiaro (dai duecento manifesti sparsi in città, dalle pagine sui giornali e dal fatto che mai una pattuglia di guardie si era interessata prima ad un palinsesto teatrale) che chi domandava avrebbe potuto benissimo darsi una risposta da sé. I due carabinieri sono stati invitati a seguire l’incontro, ma hanno preferito andar via. Al loro posto si sono materializzati due corpulenti individui che, dall’ansia di sembrare invisibili, hanno attirato la curiosità e l’attenzione dei presenti. Anche di quelli meno avvezzi alle mirabolanti manovre diversive della Digos..non è da tutti infatti, di questi tempi poi, tenere acceso il motore a macchina ferma – pensava la gente. Solo chi non paga la benzina della propria vettura può permetterselo. E gli sbirri, anche quando in borghese, non pagano.

Una volta surriscaldata a sufficienza l’autovettura, i due sono scesi dall’abitacolo e si sono diretti nel foyer. Lì hanno cominciato il loro “oscuro” lavoro di catalogazione: uno fotografava situazioni, volti, contesti, scorci, capricci cinquecenteschi. L’altro, su un bloc-notes, appuntava schizzi, serpentinati barocchi, nomi e cognomi dei presenti. Spremendosi le meningi e lavorando sul computer della memoria. Tant’è che a volte si bloccava su una faccia e assumeva l’espressione che di solito hanno gli stitici nel momento del bisogno. Finché non gli sovvenivano le generalità del personaggio inquadrato. E il mondo tornava a girare nel suo verso.

A seguire la conferenza di Renato Curcio c’erano 120 persone: professori, piastrellisti, impiegati pubblici, carpentieri, ferrovieri, ex-militanti e studenti. Gran parte di loro è stata fotografata e catalogata sotto la voce “Pericoloso sovversivo” dalla polizia politica della questura di Foggia.

Due misure


Venerdì 22 dicembre, alla zona pedonale, due compagni stanno passeggiando cercando di dar sfogo alle voglie consumiste del pagano Natale quando, in lontananza, s’avvedono della presenza di un tale che sventola un drappo forzanuovista. Si avvicinano per comprendere di cosa si trattasse e si trovano dinanzi ad un gazebo che annuncia il tesseramento al movimento. Sostano un paio di minuti laconicamente. Poi, sentendosi osservati da due uomini della digos, decidono di andargli incontro per complimentarsi di persona dello splendido servizio d’ordine concesso al movimento dell’ex-Nar Roberto Fiore.

Ne nasce un vispo “Porta a porta” su temi quali: la responsabilità individuale e le regole collettive, il senso del dovere, il voyeurismo. Il tutto condito da cicliche reclame di lassativi e purganti. Dopo pochi minuti, dal nulla umido della zona pedonale, semideserta nonostante la giornata di shopping natalizio, si materializzano ben nove (9) uomini – tutti appartenenti alle gloriose forze dell’ordine della Repubblica nata dalla Resistenza e tutti in borghese. Alcuni di loro invitano i compagni a sloggiare, a sparire, a lasciare libera la zona. I compagni restano, spinti da quel nobile passatempo che va sotto il nome di Questione di Principio. Gli agenti in borghese identificano uno dei due. L’altro è ripetutamente chiamato per cognome. Una folla di vegliardi viene attratta dalla scenetta come falene da un neon. I forzanuovisti osservano a debita distanza in can-can.

A questo punto succedono due cose: una giovane promessa della digos si rivolge in tono minaccioso ad un compagno. Ne nasce un parapiglia. Il soggetto, con fare mafioso, promette al compagno (chiamandolo ancora una volta per cognome ma abbassando di molto il tono della voce) che entro la serata gli avrebbe aperto il cranio. Poi si occulta in un vicolo. I colleghi tacciono le generalità dello squadrista ipotetico. È presente anche l’ispettore. In molti fingono di non aver visto e sentito. Gli altri si giocano la carta della probabile visione dell’arcangelo Gabriele. Un passante invita i compagni a chiamare i carabinieri, per creare corto circuito. Uno dei due jacobini prende sul serio il telefono cellulare, ma per fare tutt’altra telefonata. E a questo punto accade la cosa più surreale di una mezz’ora delirante: come se quel gesto evocasse un segnale esplicito, un paio di macchine di polizia e carabinieri giungono all’altezza dei fatti e alcuni uomini in divisa sopraggiungono a “sbarrare” le vie d’uscita dalla zona pedonale. Un apparato di forze indegno d’un pomeriggio di pioggia prenatalizio. Una scorta sconfortante concessa a dei fascisti. Visto e considerato che, dato il nullo risalto dato all’iniziativa, se nessuno fosse passato nei paraggi difficilmente qualcuno avrebbe saputo del presidio per il tesseramento di FN. E di certo nessuno avrebbe buttato giù queste righe.

Due parole


Questi sono i paradossi della “democrazia”: un uomo che ha scontato la sua dose di galera continua, anche da convegnista, a subire la vendetta dello Stato, sotto forma di intimidazione, controllo, terra bruciata attorno; altri individui invece, che da par loro dovrebbero incappare nelle porte girevoli della legislazione in materia di neofascismo, vengono guardati a vista e tutelati nella loro libertà d’espressione da un manipolo di volenterosi agenti (in rapporto 2:1). Le conclusioni traetele da soli.

Babbo Jacob – 23 dicembre 2006

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